| Il 14 febbraio del 1984 il presidente del Consiglio
Bettino Craxi trasformava in decreto legge l'accordo separato con il quale la Cisl, la
Uil, la Confindustria e tutte le associazioni imprenditoriali, comprese le cooperative e
lo stesso governo, tagliavano quattro punti della scala mobile. Era l'inizio della fine del meccanismo automatico di difesa dei salari
dall'inflazione. Si avviava l'era della concertazione, istituzionalizzata anni dopo con
l'accordo del 23 luglio 1993.
In realtà quell'accordo separato non nasceva certo come una
tempesta improvvisa.
Con l'assemblea dei quadri tenutasi all'Eur a Roma, alla fine degli
anni '70, Cgil, Cisl e Uil avevano fatto la scelta della moderazione salariale e della
flessibilità nell'organizzazione del lavoro. Tale scelta doveva essere scambiata con la
ripresa dello sviluppo e degli investimenti, con una maggiore capacità competitiva del
Paese, con un maggiore potere del sindacato.
Nella Fiat negli anni Ottanta, la sconfitta dei metalmeccanici aveva
restituito potere assoluto all'impresa nell'organizzazione del lavoro e allo stesso tempo
aveva duramente indebolito la categoria più combattiva.
Un anno prima dell'accordo di San Valentino, il ministro del Lavoro
Scotti aveva firmato con le tre confederazioni sindacali un protocollo di intesa che
definiva un primo patto sociale. Si riduceva il valore del punto di scala mobile, si
concedevano gli straordinari obbligatori, si dava il via, con i contratti di formazione
lavoro, alla precarizzazione del rapporto di lavoro.
Tutto il periodo a cavallo tra la fine degli anni 70 e i primi anni
80 aveva visto una forte contestazione delle scelte sindacali da parte dei lavoratori
dell'industria e dei loro consigli dei delegati. Era la parte più combattiva e unitaria
del movimento sindacale, quella che aveva cambiato il Paese negli anni 70, a non accettare
la centralizzazione delle relazioni sindacali, gli accordi di vertice e il moderatismo
nelle rivendicazioni. Ci furono, prima dell'accordo separato, manifestazioni alle quali i
delegati e tanti lavoratori parteciparono con la bocca coperta per protestare contro la
sordità delle confederazioni rispetto alle loro richieste. Il segretario della Cisl
ricambiò questi comportamenti apostrofando i delegati sindacali come
"ayatollah" (era il periodo della rivoluzione fondamentalista in Iran). La
richiesta di democrazia e il rifiuto del verticismo non nascevano dunque nel febbraio del
1984, ma avevano percorso tutta la vicenda dell'avvio della concertazione e dell'attacco
alla scala mobile. Quest'ultima era diventata per i lavoratori, non solo un istituto da
difendere, ma il simbolo delle conquiste degli anni 70; un simbolo che, come tale e per le
stesse ragioni, subiva l'attacco delle imprese e dei poteri forti. Di fronte all'economia
mondiale che svoltava in senso radicalmente liberista non si poteva più tollerare che i
salari godessero di una vera tutela dall'inflazione.
Nacque così la proposta della programmazione, cioè del
contenimento, degli scatti della scala mobile. Tale proposta fu elaborata in particolare
da Ezio Tarantelli, un economista barbaramente assassinato dalle Brigate rosse. E qui
bisogna dire che questo irrompere dell'assassinio di persone inermi nel conflitto sociale
e democratico del nostro paese, ieri con Tarantelli, poco tempo fa con Marco Biagi,
rappresenta un orrore inaccettabile e un guasto della nostra democrazia. Il ripudio del
terrorismo allora significa anche non farsi condizionare in alcun modo da esso. Per questo
la solidarietà con le sue vittime non ci può impedire di affermare che la teoria della
programmazione dei salari, così come quella della flessibilizzazione del lavoro, sono
state assunte e usate, per i propri fini dal liberismo più aggressivo e autoritario.
La ricostruzione fatta a posteriori in questi giorni da alcuni dei
protagonisti di allora, rappresenta lo scontro dell'84 soprattutto come conflitto tra
Craxi e Berlinguer, come una sorta di anticipo della campagna berlusconiana per la
liberazione dell'Italia dal comunismo. Questo scontro ci fu e non è un mistero che Enrico
Berlinguer considerasse il "riformismo" di Craxi come pericoloso per
l'integrità stessa della nostra democrazia. Ma Berlinguer connetteva strettamente, almeno
a partire dalla fine dell'esperienza dei governi di unità nazionale, questione
democratica e questione sociale, questione morale e difesa del salario e diritti del
lavoratore. Si può certo affermare che Berlinguer andò allo scontro sociale in parte con
strumenti logori ed usurati, quali quelli di una cultura politica del Pci già in crisi.
Ma a questo scontro comunque andò con decisione e passione. E gli operai, quelli
comunisti così come quelli democristiani, stettero con lui. Anche se preparato nel tempo,
il decreto del 14 febbraio rappresentò uno strappo. Ciò in primo luogo perché, dopo la
lunga stagione dell'unità sindacale si tornava all'accordo separato contro la Cgil, come
nei terribili anni 50. In secondo luogo perché l'accordo separato che tagliava la scala
mobile venne poi applicato a tutto il paese con la forza del decreto legge governativo. Il
potere politico interveniva dall'alto disciplinando le relazioni sindacali, alla faccia
dell'autonomia e della democrazia. La questione sindacale diventava dunque immediatamente
questione democratica. Per questo ci fu il referendum del 1985. E va detto che non era
scontata la sconfitta, visto che il governo prevalse di poco, nonostante il disimpegno di
fatto di gran parte del Pci e della Cgil nella campagna elettorale.
E' successa più o meno la stessa cosa con l'articolo 18. Non si è
vinto il referendum e ora la legge 30 imperversa, facendosi beffa anche dei tanti
astensionisti. Così va da vent'anni la storia di una parte del riformismo in Italia.
Questa parola non sempre definisce un atteggiamento moderato nel sostenere le richieste
del mondo del lavoro, ma invece la disponibilità ad accettare la prepotenza del mercato e
delle imprese. E poi ci si stupisce che anche Berlusconi si definisca riformista.
Nel febbraio del 1984 i lavoratori capirono immediatamente la
portata dell'attacco ai loro diritti e ci fu una mobilitazione senza precedenti. Nacque
una parola nuova: autoconvocazione. Voleva dire che i consigli dei delegati si riunivano
senza essere chiamati dalle organizzazioni sindacali. Si cominciò a Brescia, prima ancora
dell'accordo separato, poi il movimento dilagò in tutta Italia, promuovendo scioperi e
manifestazioni.
Il movimento dei consigli autoconvocati avrebbe potuto essere una
leva decisiva per fermare la rottura sindacale e rilanciare la democrazia, ma la Cgil non
si mosse in questa direzione. Sabato 23 marzo chiamò a Roma un milione di persone, nel
giorno che fu sintetizzato da l'Unità con il titolo: "Eccoci". Poi però il
movimento fu lasciato spegnersi un po' alla volta e si ricostituì progressivamente
un'unità sempre più moderata nella Cgil e tra questa confederazione, la Cisl e la Uil.
Craxi aveva vinto e Berlinguer non c'era più. Era iniziata un'altra fase, quella che sta
concludendosi oggi.
Con l'accordo del 23 luglio del 1993 l'impostazione del decreto di
San Valentino è diventata sistema. Il governo programma l'inflazione a un livello sempre
più basso di quello effettivo, i salari devono stare a quel livello, salvo poi
accontentarsi di un recupero successivo.
La redistribuzione dei salari verso i profitti - dieci punti almeno
ci dicono gli esperti - non solo non ha rafforzato il sistema industriale e la sua
capacità competitiva, ma ha alimentato la finanza e la speculazione, fino alle vicende
Parmalat. Il lavoro ha pagato, il sistema economico ha ingoiato quei sacrifici senza
contropartita alcuna. Proprio per questo ora si vorrebbe andare oltre. Si vorrebbe far
fare al contratto nazionale la stessa fine della scala mobile. Così come 20 anni fa c'era
chi spiegava che rinunciando alla contingenza i lavoratori avrebbero avuto più salario
con la contrattazione, oggi c'è chi dice che se c'è meno contratto nazionale, i soldi
aumentano. Ne sanno qualcosa i metalmeccanici e i tranvieri.
La strada da scegliere è davvero un'altra, va messa in discussione
la più che ventennale politica di moderazione salariale e va ricostruita la piena
autonomia rivendicativa del sindacato. Venti anni dopo quel febbraio del 1984 il sindacato
è di nuovo di fronte a un bivio: cedere ancora ai poteri forti vecchi e nuovi, oppure
ricostruire conflitto e democrazia assieme ai lavoratori. Per redistribuire reddito e
risorse e per cambiare il modello di sviluppo.
La storia non si ripete mai ma a volte ci insegna a non ripetere le
scelte sbagliate. Di fronte alla diffusa richiesta di tornare alla concertazione, venti
anni di esperienze ci dicono che bisogna proprio andare in tutt'altra direzione.
Giorgio Cremaschi
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