La Cgil firma un accordo sulla legge 30
Sindacati e imprenditori: i «contratti di
inserimento» rilanciano il «primato delle parti sociali»
CARLA CASALINI
Fior di commenti ieri, nelle ore successive
all' accordo raggiunto tra Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confindustria sui «contratti di
inserimento»: da parte confindustriale si sottolinea l'importanza della firma, perché la
materia fa parte della famosa legge 30 sul mercato del lavoro, oggi detta da molti «legge Biagi» seguendo
la strumentalizzazione del governo che così la nominò dopo l'assassinio del
giurista bolognese; da parte sindacale si rileva invece il ripristino del «primato»
della contrattazione collettiva, rispetto a qualsivoglia legge.
Per la verità i segretari di Cisl e Uil,
Bonanni e Canapa, non hanno mancato di alludere anch'essi alla materia «mercato del
lavoro», ossia alla legge 30 che ne ha sancito la controriforma: e non per caso, giacché
la Cgil, che tanto l'ha avversata, ieri invece ha sottoscritto l'accordo.
Indubbiamente tutti
ricordiamo le parole con le quali nel luglio 2002 l'allora neosegretario Guglielmo Epifani
confermava il percorso tracciato dalla Cgil: «Chiederemo ai cittadini italiani due sì e
due no», ossia la raccolta di firme per dire «no» alla delega 848 sul mercato del
lavoro, e all' accordo separato di Cisl e Uil con governo e Confindustria, noto come
«Patto per l'Italia». E prometteva che in futuro, quando questi «atti» berlusconiani
fossero diventati leggi, la Cgil sarebbe tornata a chiedere «conferma» di quelle firme
per allestire «un referendum». Intanto, dopo la rottura di Cisl e Uil continuava gli
scioperi da sola, e per lungo tempo nelle manifestazioni successive si espresse
l'opposizione alla controriforma del mercato del lavoro, nel frattempo sfociata nella
legge 30; si chiese alle opposizioni politiche di cancellarla, una volta tornate al
governo.
Poi sulla legge 30 cadde il silenzio delle
denunce, e le pratiche hanno smentito la precedente opposizione: per prima la Fiom firmò all'Ilva un accordo che accoglieva
alcuni punti della legge berlusconiana, ora la Cgil ha firmato l'«accordo sui contratti
di inserimento». In attesa di conoscerne bene il testo, anticipiamo solo la notazione di
un procedere incongruo.
Certo, in tempi di attacco del governo di destra al ruolo del sindacato, segnatamente alla
Cgil, si capisce la sottolineatura sull'importanza della ripristinata «contrattazione tra
le parti sociali». Non a caso il sottosegretario al welfare Sacconi non ha mancato di
rammaricarsene. Si è preso la briga di ricordare tutti gli accordi separati, lodandone il
«bene» che hanno prodotto; e, pur salutando oggi la «fine della contrapposizione
ideologica», si preoccupa di un tale segnale lanciato dalla Confindustria che sta per
cambiare il suo leader: «Non sarà che i candidati alla presidenza degli industriali
intendano riproporre il benpensantismo secondo il quale non si può decidere senza la
Cgil?»; quel «mugugno» con cui alcuni imprenditori afflissero Antonio D'Amato «sulla
vicenda dell'art.18?».
La Cgil ieri nel commento all'accordo è tornata
a criticare «radicalmente» la legge 30, sostenendo che lo ha firmato solo per «la
difesa dei diritti delle persone». In gioco c'è l'«inserimento» a termine di giovani
disoccupati «di lunga durata» (da almeno un anno); di donne in aree geografiche che ne
riscontrano l'alta disoccupazione; di disabili; di ex lavoratori over55. La Cgil valorizza
la sancita «potestà della contrattazione collettiva, anche aziendale, sulla
stabilizzazione dei lavoratori assunti con questo contratto, forzando i limiti del 60% di
conferme previsto dalla legge».
Resta comunque
una domanda: che bisogno c'era di accogliere questa nuova tipologia contrattuale? C'è chi
ricorda che proprio la legge 30 ha eliminato i contratti di «formazione lavoro», creando
un vuoto che ora quelli di «inserimento» vanno a colmare. Quale vuoto,
vista la pletora di forme precarie di contratto già esistenti cui «attingere»? E suona
involontariamente grottesca l'enfasi della Confcommercio sugli «80 mila lavoratori» che
ora potranno usufruire di questo contratto che «premia la formazione», giacché si sa
già che sono previste solo 16 ore per la «formazione».
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