Voglia di referendum nella stagione dei diritti

di Piergiovanni Alleva

 

(articolo comparso sull'Unità del 4 febbraio 2004)

 

 

1. Il decreto legislativo n. 276/2003, vera controriforma del mercato del lavoro, al quale è stato dal governo imposto, all’evidente fine di esorcizzare ogni critica, il nome di legge Biagi, è oggetto, nell’opinione pubblica, di valutazioni spesso divergenti nel giudizio finale, ma più o meno concorde nel suo contenuto: un decreto che sicuramente aumenta la precarietà del lavoro, ma che può consentire un più alto grado di occupabilità. È un giudizio agro-dolce perché a nessuno più sfugge il portato di insicurezze e di povertà insisto nei lavori precari, ma ogni palliativo alla disoccupazione finisce con l’essere considerato male minore.

Quel che ci interessa allora è di spiegare perchè questo giudizio è comunque inadeguato e troppo lusinghiero. In effetti il cuore di quel provvedimento non è costituito, come si ritiene da parte del pubblico, da una serie di misure di precarizzazione per lenire il problema della disoccupazione delle forze deboli del mercato del lavoro, ma da ben altro. Invero i rapporti precari sono contemplati nella seconda parte del decreto, ma è nella sua prima parte che si addensano norme pericolosissime che contraddicono principi fondamentali del diritto del lavoro, intorno ai quali è stata costruita una vera e propria civiltà giuridica.

 

2. I principi di cui si parla attengono alla dignità del lavoratore, alla sua sicurezza, alla giusta retribuzione, al diritto di coalizione e lotta sindacale e ci riconducono ad un principio fondamentale, che sia, cioè, datore di lavoro colui che effettivamente utilizza la prestazione del lavoratore, con tutte le responsabilità che ne derivano La base stessa del diritto del lavoro e del diritto sindacale è che colui che fa proprio il frutto del lavoro altrui debba farsi carico di adeguate risposte ai bisogni e alle rivendicazioni di ordine economico, umano e civile, della persona che quel lavoro gli fornisce. È al datore di lavoro in quanto soggetto che utilizza la loro prestazione che i lavoratori si rivolgono, se necessario con forme di lotta sindacale, per avere salari adeguati, condizioni di sicurezza, miglioramenti professionali, libertà e dignità nel luogo di lavoro.

È una dialettica che da più di cento anni è considerata naturale e feconda per lo sviluppo economico e sociale, ma che ora potrebbe invece essere negata spezzando il collegamento fondamentale tra lavoro e impresa, in modo che chi effettivamente utilizza il lavoro altrui non abbia più responsabilità verso chi lo presta, che invece verrebbero giuridicamente poste in capo a commercianti di lavoro o a figure deboli, poco più che prestanomi del vero datore di lavoro. Quel che il decreto legislativo in prospettiva promette agli imprenditori è il vecchio sogno di una “fabbrica propria senza lavoratori propri”, addossati ad altri soggetti di comodo.

 

3. Questo sogno reazionario, che segnerebbe la fine della civiltà

del lavoro, si sostanzia nel decreto 276/2003 in alcune discipline ed istituti costituiti dalla somministrazione di lavoratori, da parte di agenzie autorizzate, alle imprese che ne abbiano bisogno e non più per periodi brevi determinati (come nel lavoro interinale) ma permanentemente; dalla possibilità di affidare in appalto lavorazioni anche all’interno dell’impresa senza che i dipendenti dell’appaltatore abbiano diritti verso il committente, dalla possibilità di trasferire a terzi parti dell’azienda con contemporaneo appalto di produzione o di servizio, nonché infine da quella di comandare propri dipendenti presso altre imprese in modo duraturo.

Sommando tutte queste possibilità, diventa possibile condurre una attività economica anche di rilevanti dimensioni senza avere lavoratori alla proprie dirette dipendenze. Il che significa vera e definitiva mercificazione del lavoro umano. La prospettiva che in una azienda le macchine, le attrezzature, gli impianti appartengano all’imprenditore, ma che chi ad essi lavora sia giuridicamente di un altro soggetto che altro non fa se non dirigere a mo’ di caposquadra il loro lavoro realizzerebbe un caporalato legalizzato, generalizzato ed elevato a potenza.

 

4. E’ del tutto ovvio che a questa deriva, che riguarda tutti i lavoratori vecchi e nuovi, si debba reagire impedendo che la prospettiva delineata del d.lgs 276/2003 sia portata a compimento.

Ma non basterebbero iniziative di segno negativo. Anzi la critica al d.lgs 276/2003 aiuta a prendere coscienza della necessità di riannodare quel fondamentale legame tra lavoro e impresa al di là della stessa legislazione, positiva ma un po’ invecchiata, che il d.lgs 276 ha sostituito in modo inaccettabile. Occorre che nel programma dei partiti del centro sinistra e nelle rivendicazioni dei sindacati confederali entri un progetto organico di nuova normazione che assuma la parità di trattamento fra tutti i lavoratori la cui prestazione frutti a un medesimo centro di iniziativa economica e la responsabilità di questo centro verso quella collettività di lavoratori, pur nella articolazione dei modelli organizzativi. Ciò significa affrontare il tema della prestazione di lavoro nei gruppi di società tra loro collegati, di ridisciplinare la tematica degli appalti all’insegna della corresponsabilità tra appaltante e appaltatore e della giustificazione degli appalti come strumento di miglioramento produttivo anziché di abbattimento degli standard di trattamento dei lavoratori. Significa ancora rivedere la tematica delle esternalizzazioni e dei trasferimenti d’azienda, distinguendo a seconda che la cessione del ramo produttivo avvenga all’interno o all’esterno di un gruppo di impresa e garantire comunque i diritti quesiti ai lavoratori ceduti con il ramo d’azienda. Significa infine riportare alla dimensione dell’occasionalità e della brevità temporale, il fenomeno del lavoro in affitto o somministrato, condizionando al consenso del lavoratore la possibilità di comandarlo presso altre imprese.

Riteniamo che su un progetto riformatore di questo segno dovrebbe esistere una convergenza ampia di forze politiche e sindacali, perché i valori e gli scopi a cui esso si ispira vanno al di là degli interessi di classe per realizzare e reinterpretare quella valorizzazione e tutela del lavoro che ispira la carta costituzionale.

Questo è il primo dei progetti che dovrebbero essere assunti in una piattaforma programmatica di una nuova stagione politica in campo socio economico. Altre tematiche però meritano la massima attenzione: quelle individuate dai progetti predisposti dalla Cgil in tema di ammortizzatori sociali, unificazione dei rapporti di lavoro subordinato e parasubordinato, tutele sostanziali e processuali in tema di licenziamenti, trasferimenti e controversie di lavoro. Ancora: rappresentanza e democrazia sindacale, leggi di attuazione dei principi costituzionali in materia di retribuzione adeguata e sufficiente, statuto dei lavoratori anziani, nuovi strumenti giuridici di lotta al sommerso, costituiscono le altre qualificanti tematiche che ci proponiamo di esporre in questo giornale e che ci auguriamo vengano presto approfondite e assunte come obiettivi dalla sinistra sociale e politica.