| Esattamente un anno fa il gruppo di Rifondazione Comunista al Senato
denunciò come, nelle pieghe di un normale provvedimento di armonizzazione della
legislazione nazionale con quella dell'Unione europea (la cosiddetta Legge comunitaria),
si stesse profilando una nuova manomissione delle norme che regolano nel nostro paese i
licenziamenti collettivi. Infatti, oltre alla delega 848, trasformatasi poi nella
famigerata legge 30, e oltre alla delega 848 bis, che cancella progressivamente
l'applicazione dell'articolo 18 dello Statuto in materia di licenziamenti individuali,
nella Legge comunitaria veniva introdotta una terza delega al governo per modificare la
legge 223 del 1991 che regola cassa integrazione, mobilità, disoccupazione e
licenziamenti collettivi.
Le nostre preoccupazioni non furono valutate nella loro gravità dalle forze di
centrosinistra, che votarono a favore della Legge comunitaria (per l'Ulivo, si sa, basta
che una norma venga dalla Commissione europea presieduta da Romano Prodi, che tutto
diventa buono a prescindere
). Ed ecco che oggi ci viene scodellato il contenuto del
decreto legislativo 329: ai lavoratori delle aziende "non imprenditoriali", cui
la direttiva europea sui licenziamenti ha esteso le tutele della legge 223, si
applicheranno le procedure "informative", ma non gli ammortizzatori sociali!
L'attacco è diretto a migliaia di dipendenti della cooperazione e in generale alle
imprese senza fini di lucro, che spesso sono tutt'altro che enti morali ed hanno anche
dimensioni ragguardevoli; ma la manomissione della legge 223 ha valore generale proprio
nel combinato disposto derivante dalla prossima approvazione della delega 848 bis in
materia di articolo 18 e ammortizzatori sociali, anch'essa all'esame della Commissione
lavoro del Senato.
Le intenzioni del governo sono chiare e l'iter che ha portato a questo nuovo decreto le
rende evidenti. Il 16 ottobre 2003 il governo italiano è stato sanzionato per
inadempienza nei confronti della direttiva europea. Il ministro Maroni, infatti, sperava
di avere già tra le mani per quell'epoca la controriforma degli ammortizzatori e
dell'articolo 18, di modo che l'estensione ai lavoratori esclusi (sono moltissimi i
lavoratori che non dispongono di cassa integrazione e mobilità, oltreché - com'è noto -
dell'obbligo di reintegro del licenziato senza giusta causa), coincidesse con il drastico
ridimensionamento del grado di copertura economica e di durata di questi istituti e
financo della loro esistenza.
Ossia, come ho più volte ricordato ai lettori di "Liberazione", gli
ammortizzatori nelle intenzioni del governo dovranno essere ridotti ad assegni di
povertà, privilegiando l'applicazione della sola indennità di disoccupazione o di altri
istituti finanziati regionalmente a sostegno delle "famiglie povere". Senonché
la penale europea obbliga ad intervenire ora per i dipendenti delle imprese non lucrative,
a cui viene così esteso di fatto l'articolo 18 ancora vigente nelle aziende con più di
15 dipendenti, e quindi - in funzione di compensazione - il governo dispone per legge la
loro esclusione dalle tutele derivanti dal licenziamento collettivo.
Naturalmente per partiti, sindacati e istituzioni religiose, esclusi dall'applicazione
dell'articolo 18 dalla legge 108 del 1990, viene ribadita la normativa in atto.
La situazione è quindi gravissima, soprattutto per la "distrazione" della
maggior parte dell'opposizione politica e sindacale. La nostra denuncia dell'operazione di
taglio retroattivo della cassa integrazione, contenuta nel decretone di accompagnamento
alla legge finanziaria, ha per ora costretto Tremonti a reperire altrove quelle risorse,
che illegalmente e incostituzionalmente stavano per essere sottratte ai lavoratori.
Occorre però proprio ora la massima vigilanza e la massima chiarezza su questo
terreno: gli ammortizzatori sono già oggi al limite della soglia di povertà; ne va
chiesta l'estensione ai settori finora esclusi e anche ai periodi di non lavoro dei
contratti atipici. Punto. Ogni altra indulgenza nei confronti di assegni di povertà o
disoccupazione comunque presentati, che per modalità di elargizione ed entità fossero
proposti come sostitutivi nei fatti degli ammortizzatori sociali esistenti, va
esplicitamente bandita. Alle destre e a quei settori del centrosinistra che intendono
ridisegnare un sistema di welfare da "stato sociale minimo" partecipando alla
manomissione delle tutele del lavoro, dobbiamo contrapporre un progetto compiuto in
termini di tutela reale del reddito e di lotta intransigente contro la precarietà.
Gigi Malabarba
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