| Benvenuta tra i figli di Enron.
"Benvenuta tra i figli di enron", da una battuta di un lettore del Wall Street
Journal sul caso Parmalat, un'analisi che considera il crack della multinazionale italiana
un evento per nulla "straordinario" del sistema. Di Gianni Rigacci. Da
Bandierarossanews. 25 dicembre 2003.
Sarà bene non
sottovalutare il crack della Parmalat. Per i soldi spariti: 7, 10 qualcuno dice,
addirittura, 12 miliardi di euro sono una cifra enorme. Per il crollo del titolo in borsa:
in un mese la capitalizzazione di borsa della società è passata da 1,8 miliardi di euro
a 90 milioni. Ma, soprattutto, per il modo come tutto questo è avvenuto, per chi ha
coinvolto, per la durata della truffa: in discussione non è il caso Parmalat, ma quello
che, un po´ enfaticamente, viene definito il sistema paese.
Come logica conseguenza, è impensabile che lEnron europea, come è stato definito
negli Stati Uniti il caso Parmalat, non abbia anche riflessi politici.
I
contorni del caso
Cominciamo a delinearne i contorni.
Primo punto. L´economia italiana si caratterizza, rispetto a quella dei paesi più
industrializzati, per un elevato numero di piccole e medie imprese. Motore della crescita
del paese una elevata propensione all´export, in particolare da parte di aree con
produzione omogenea, i famosi distretti. Poche le grandi imprese, pochissime quelle che
possono essere definite multinazionali (nelle prime 1.000 società quotate in Borsa
censite dalla rivista statunitense Business Week, quelle italiane sono solo 24; paesi
economicamente molto più piccoli come Canada e Australia ne hanno rispettivamente 41 e
27).
Il rallentamento dell´export italiano, molto più marcato rispetto a quello degli altri
paesi europei, la performance delle esportazioni dei prodotti cinesi, visti come diretti
concorrenti di quelli italiani, luscita di alcuni pregevoli pubblicazioni (Gallino
sulla grande industria italiana), la crisi della FIAT, hanno dato il via ad un dibattito
sullo stato di salute delleconomia italiana nel quale ha prevalso la convinzione che
il "piccolo è bello" non consenta più, qualora lo abbia mai consentito, di
tenere il passo delleconomia mondiale. Solo la grande impresa può fare ricerca,
innovare, muoversi sul mercato mondiale, garantire il paese da un inevitabile
ridimensionamento.
Il crack della Parmalat si inserisce in questo dibattito e porta acqua al mulino dei
sostenitori dellItalia in fase di ripiegamento, ma anche di chi ritiene necessario
che lo stato torni ad avere un ruolo attivo nelleconomia del paese.
Per questo quel che accadrà della Parmalat sarà particolarmente significativo per leconomia
di questo paese. Non va dimenticato che Parmalat è il nono gruppo industriale del paese,
una delle poche multinazionali italiane con 140 impianti sparsi in tutto il mondo, 37 mila
dipendenti dei quali solo 4 mila in Italia, un fatturato pari a 7,5 miliardi di euro
realizzato in Europa (il 35%), nel nord e centro America (35%) e in sud America (22%). Un
colosso che si è costruito poco a poco acquisendo, fra il 1997 e il 2001, imprese in
Canada, Australia, Spagna, Stati Uniti, Argentina, Venezuela, Brasile, per un importo pari
a 2,4 miliardi di euro.
Con una buona capacità di stare sul mercato: molti dei suoi marchi sono oggi nel mirino
di colossi del settore come Coca Cola, Kraft, Nestlè.
Il
rischio Italia
Secondo punto. Partendo dal caso Parmalat il Financial Times, in un editoriale, ha
sostenuto che l´Italia è un paese dove chi investe corre "rischi
significativi" e che questo crack è una lezione generale per gli investitori
europei. Il giornale inglese ci mette dentro tutto ma, in particolare, collega il crack
Parmalat all´alto debito dello stato italiano: la perdita di credibilità del paese
rischia di aumentare i costi per finanziarlo. Il problema è che questo crack non riguarda
solo l´Europa ma il mondo intero. Se le banche italiane e le loro filiali all´estero
vantano dalla Parmalat, secondo la Banca d´Italia, un credito complessivo di 3,14
miliardi di euro le banche estere, quelle statunitensi ma anche olandesi e tedesche,
dovrebbero vantare almeno il doppio. Insomma non è una truffa che resta chiusa dentro i
confini del paese. Una truffa che può avere un pericolosissimo effetto domino: basta
guardare le perdite fatte registrare dai titoli delle banche italiane coinvolte.
Le
obbligazioni, nuovo modo (non solo) per finanziarsi
Terzo punto. La raccolta di denaro tramite l´emissione di obbligazioni ha conosciuto in
Europa, dopo l`avvio dell´euro, una crescita impetuosa. Un recente studio della Banca
d´Italia stima che le obbligazioni lanciate dalle imprese europee abbiano raggiunto nel
2002 il 59% del PIL, con un aumento in cinque anni del 35%. Non siamo al livello USA, il
63% del PIL, ma poco ci manca. In Italia questo modo di raccattare soldi ha visto una
crescita, nello stesso periodo, di oltre il 90%, passando dal 28% al 47% del PIL.
Va detto che questi soldi non servono solo alle necessità manifatturiere dellimpresa
che li chiede. Servono anche ad altri scopi: "è logico emettere bond e investire il
ricavato in altri strumenti finanziari: se non altro per motivi fiscali"
(dichiarazione di un consulente di Parmalat riportate dal Corriere della sera del 23/12).
Il caso delle obbligazioni Cirio, dichiarate carta straccia, quello di oggi della
Parmalat, non favoriscono sicuramente questo modo di finanziarsi da parte delle imprese.
Non a caso ci sono "altri casi di cui si sussurra" (Il sole 24 ore 23 dicembre).
Difficile pensare che il collocamento delle nuove emissioni previste da alcune grandi
imprese per il 2004 (Autostrade, Finmeccanica e Lottomatica) possa avvenire con la stessa
facilità e alle stesse condizioni previste alcuni mesi fa. E difficile anche pensare che
dormano sonni tranquilli i possessori dei quasi 24 miliardi di euro di obbligazioni in
scadenza nel 2004. A poco servono le assicurazioni delle società di controllo, anche per
la fama che si ritrovano, che giudicano la salute dellItalia non peggiore di quella
degli altri grandi paesi europei.
La
depenalizzazione del falso in bilancio
Quarto punto direttamente legato al precedente. Mentre negli Stati Uniti la legislazione
riguardante i bilanci non veritieri delle società veniva inasprita, il governo Berlusconi
varava il nuovo diritto societario, con la depenalizzazione del reato di falso in
bilancio. Una scelta che "potrebbe essere considerata un incoraggiamento ad attività
fraudolente" (IL Sole 24 ore del 24 dicembre). Nello stesso articolo si fanno i conti
all´euro della sanzione che, a norma della nuova legge, cadrebbe sui manager della
Parmalat qualora emergessero responsabilità penali: 10.329 euro. Massimo di detenzione,
dovesse arrivare una querela, un anno. Negli Stati Uniti i manager responsabili di un caso
come quello Parmalat rischiano venti anni di galera. Qualcuno può pensare, stando ai
numerosi scandali che ci sono stati in quel paese, che le carceri americane siano piene di
ex manager. Non è così. in carcere pare ce ne sia uno solo, molti sono liberi su
cauzione, molti altri sono in attesa di processo. Tutti quelli scoperti con le mani nel
sacco ci hanno però rimesso un bel mucchio di soldi, anche se nessuno è finito fra gli
homeless. Ma, detto questo, il problema oggi sul tappeto in Italia è che subito dopo aver
varato una legge che depenalizza chi fa bilanci falsi, il governo si trova davanti ad una
truffa di proporzioni colossali che mette in discussione la credibilità del sistema
stesso. Per il governo fare marcia indietro su quella legge è quasi un obbligo.
La
credibilità del sistema
La situazione è parecchio complicata per la semplice ragione che in gioco c´è la
trasparenza dei mercati e la fiducia dei consumatori. Una cosa è il crollo delle Borse,
magari in contemporanea in tutto il mondo: si tratta di un fenomeno negativo ma che
rientra negli alti e bassi del sistema. Stessa giustificazione può avere il crollo di una
singola impresa anche se viene fuori che ha fatto carte false. Il problema è quando viene
fuori che le carte false sono una regola delle imprese, che una delle attività più
redditizie delle banche è quella di disfarsi di crediti a rischio distribuendoli fra i
risparmiatori.
E´ il sommarsi dei casi a mettere in difficoltà il sistema. In meno di un anno, in
Italia, 30-35.000 risparmiatori hanno visto andare in fumo obbligazioni pari a oltre un
miliardo di euro (quelle della Cirio). Nello stesso periodo 450 mila risparmiatori che
avevano acquistato, tramite banche, 11 miliardi di euro di bond argentini si sono accorti
che il loro valore si era ridotto ad un quarto. Da dicembre, a questi risparmiatori
truffati si sono aggiunti i 100 mila in possesso dei bond della Parmalat, per una cifra
superiore sicuramente ai 5 miliardi di euro, che al massimo potranno valere un quinto di
quanto hanno investito. Ha ragione l´anonimo banchiere che ha dichiarato "ci
vorranno anni per recuperare credibilità e immagine alle banche italiane" (La stampa
23/12).
Il governo ha tempi strettissimi davanti. Ed è la stessa Confindustria a dettare la
linea: è indispensabile un intervento immediato che coinvolga anche l´opposizione nello
spirito dell´alternanza, della condivisione del sistema, abbandonando lo scontro su nuovi
organismi di controllo che avrebbero il sapore di una resa di conti fra governo e Banca
d´Italia. La Confindustria ringrazia per le nuove regole sul mercato del lavoro,
"oggi è un dato di fatto che l´Italia si colloca ai primi posti sul mercato
mondiale della flessibilità" (Il sole 24 ore del 24 dicembre), ma quella riforma di
Berlusconi sul falso in bilancio va rivista. Più in generale il governo deve
"cambiare ritmo di marcia in economia (...) sapendo che si muove sul filo del rasoio,
non tanto per quello che ha fatto ma per quello che non ha fatto e deve assolutamente fare
(...) basta fare catenaccio ieri sulla Cirami, oggi sul Salvarete4, domani sulla legge
Gasparri". Più chiari di così non si potrebbe essere.
Quindici
anni di falsi
A leggere le cronache dei giornali il modo come è stata gestita la Parmalat sa dellincredibile.
Anche se non c´è nulla di nuovo sotto il sole: da questo punto di vista sbaglia il
Manifesto quando segue Guido Rossi nella sua critica al capitalismo familiare italiano che
appena conosce i meccanismi della finanza si fa travolgere. Non è vero che "il caso
Parmalat dimostra quanto sia straccione il capitalismo italiano" perché rientra
nella stessa logica dei casi Enrom, Worldcom, Adelphia, Global Crossing, Kmart e via
dicendo. Come al solito, anche nel caso Parmalat compaiono una miriade di società che si
prestano soldi fra loro, alcune in perdita altre con profitti, molte con sede nei
cosiddetti paradisi fiscali che, sia detto di passata, sarebbe bene considerare organici
al sistema e non escrescenze dello stesso.
Al centro del caso Parmalat una società, la Bonlat, collocata alle isole Cayman, sulla
quale venivano scaricati gran parte dei passivi coperti da bilanci falsi. Ma al centro
anche le società di controllo, che avrebbero dovuto garantire la correttezza della
gestione e non hanno visto un buco pari al PIL della Slovenia. Società che pare abbiano
anche aiutato a truffare, fatto tuttaltro che nuovo. E al centro anche organismi
pubblici (Banca dItalia e Consob) che oggi si rimpallano le responsabilità di
mancati controlli. E a proposito di Banca d´Italia e Consob cè da rimanere
allibiti a pensare a questa sequenza: la Parmalat emette, nel febbraio scorso,
obbligazioni pari a 300 milioni di euro. Non trova collocatori e ritira la proposta. A
giugno ci riprova con la stessa cifra e Banca Intesa li accetta. A settembre nuova
emissione, questa volta di 350 milioni; li prende Deutsche Bank. Dopo due mesi si scopre
che Parmalat ha un buco di 7 miliardi di euro e falsifica i bilanci da quindici anni.
E noi
che possiamo dire?
Saremo degli inguaribili ottimisti, ma quel contabile che ad un certo punto ha detto
"non ce la faccio più", voglio parlare col magistrato che indaga (La Repubblica
24 dicembre) era in grado, da solo, di fermare fin dallinizio quello che poi è
diventato un crack, che in Italia ha un solo precedente, quello di dieci anni fa dei
Ferruzzi.
Come era in grado di fermare la macchina fin dall´inizio quellimpiegato della banca
di Collecchio che, stando ad una dichiarazione della moglie (Corriere della sera del 24
dicembre), "già quindici anni fa diceva che la Parmalat aveva problemi e una
montagna di debiti".
Il controllo diretto dei libri contabili da parte dei lavoratori è lunica soluzione
per evitare truffe come questa. La proposta può far sorridere vista la complessità del
sistema, ma se si pensa al tentativo di distruggere le prove prendendo a martellate un
computer oppure alla lettera della Bank of America, quella che "lavora meglio degli
altri", attestante un credito di 4 miliardi di euro fatta con lo scanner, un paio di
forbici, un foglio A4 di carta un pò più pregiata e scritta, pare, anche in un inglese
pieno di errori, chi parla di complessità del sistema è semplicemente in mala fede.
Il sistema non è per niente complesso. Caso mai quello che è diventato complesso, col
tempo, è il sistema di spartirsi la fetta di torta che il lavoro produce e che non va al
lavoro. Fetta, questultima, che è aumentata in misura considerevole: oggi non va al
lavoro il 45% della ricchezza prodotta in questo paese; mai nella storia dellultimo
mezzo secolo, chi non lavora si è appropriato di tanta ricchezza. Negli anni ´50, a chi
non lavorava, andava "solo" il 35%.
Una volta strappata al lavoro la fetta di torta più grande possibile, inizia la guerra
fra chi gestisce il sistema, chi lo controlla, chi controlla chi controlla, chi amministra
i soldi, chi li presta, chi li custodisce, chi li difende. Una guerra che provoca fra i
contendenti, molte volte, morti e feriti.
Il guaio è che in questa guerra viene tirato per i capelli anche chi lavora. Qualcuno
potrebbe pensare che chi lavora, una volta che si è visto sfilare da sotto il naso una
bella fetta della torta che ha prodotto, ha terminato le sue pene. Neanche per idea!
Siccome ha sempre qualche incertezza sul suo futuro cerca sempre di risparmiare qualcosa.
Una virtù che, viene da dire cinicamente, lo Stato celebra in pompa magna in un
particolare giorno dellanno.
Ebbene quella parte di torta che chi lavora riesce a risparmiare, secondo la Banca dItalia
oggi vale il 6% del PIL, diventa unaltra quota da spartirsi nella guerra detta
sopra. Con chi lavora che, in questo conflitto, non può fare altro che stare a guardare.
E perderci, chiunque vinca.
Non facciamoci impressionare
dal moltiplicarsi degli indicatori, dai mille modi di raccogliere risparmi, dai mille modi
per investirli: alla fine della fiera cè sempre la spartizione di una torta.
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