AMMORTIZZATORI SOCIALI
Dalla cassa integrazione all'assegno di povertà
GIGI MALABARBA *
Nella legge delega 848 bis all'esame della Commissione lavoro del Senato, frutto dello «stralcio» dalla controriforma del mercato del lavoro, è stato inserito il capitolo degli ammortizzatori sociali. L'unico istituto a subire un ritocco verso l'alto è quello della disoccupazione che, per i primi sei mesi, passerebbe dal 40 al 60 per cento dell'ultima retribuzione, per poi calare rispettivamente al 40 e al 30 per cento nei successivi due trimestri. Tale novità, accompagnata dal plauso fuori luogo di esponenti del centrosinistra, si accompagna al massacro definitivo di tutti gli ammortizzatori sociali, nati come prodotto del compromesso tra capitale e lavoro che aveva portato all'attuale normativa sulla cassa integrazione (Cig), nel periodo delle grandi ristrutturazioni industriali dell'inizio degli anni Ottanta. Di fronte alle drammatiche conseguenze dell'espulsione di migliaia di lavoratori Fiat sugli addetti che operano nell'indotto, spesso senza alcuna copertura, il ministro del lavoro ha preso l'impegno per una qualche estensione della Cig. Ma come?

La norma della legge delega 848 bis prevede che la riforma degli ammortizzatori avvenga a costo zero per il bilancio dello stato. Poiché è da escludere che il ministro Maroni sia disposto a raccogliere la proposta di Rifondazione comunista di un maggiore contributo al welfare da parte delle imprese, attraverso la tassazione del loro margine operativo lordo, sarà opportuna un'adeguata attenzione.

Al contrario, la delega prevede, infatti, ulteriori incentivi e sgravi a vantaggio delle imprese per l'applicazione delle più devastanti tipologie di lavoro della legge 30 già in vigore e, a risposta del sottosegretario Sacconi a mia precisa domanda in commissione, non prevedendosi l'abolizione formale di nessun istituto esistente, c'è un'unica deduzione possibile da tutto ciò: gli ammortizzatori sussisteranno, ma trasformati in assegni di povertà. E la cosa non parrebbe provocare eccessivi sconvolgimenti, neanche a sinistra.

In sostanza, invece di introdurre forme di salario sociale per coprire con entità analoghe a quelle degli ammortizzatori i periodi di non lavoro dei lavoratori precari o intermittenti e anche per accompagnare il reinserimento al lavoro dei disoccupati (con conseguente contribuzione figurativa ai fini previdenziali), si abbattono la cassa integrazione, la mobilità e ogni altra forma di sostegno al reddito. Il vero e proprio furto di 900 milioni di euro ai cassintegrati da parte di Tremonti, che abbiamo scoperto come gruppo del Prc al Senato negli allegati all'articolo 44 del maxidecreto di accompagnamento alla Finanziaria, che taglia retroattivamente - nel conteggio della retribuzione annua su cui si calcola l'integrazione salariale - ogni voce di busta paga aggiuntiva alle 12 mensilità, si colloca in questo quadro. La cassa integrazione d'ora in poi va ridotta ad assegno di povertà, sempre che la nostra denuncia faccia decadere almeno la retroattività del provvedimento, costringendo il creativo ministro dell'economia a coprire diversamente quell'ammanco in bilancio.

Se poi aggiungiamo anche gli ulteriori 250 milioni di euro sottratti in Finanziaria direttamente agli ammortizzatori per destinarli ad altri sussidi (ad esempio per il sostegno alla maternità per il secondo figlio), l'allarme dovrebbe svegliare anche i più sonnolenti tra i sindacalisti.

Oggi, anche la battaglia per la difesa della previdenza pubblica si può vincere - come sosteneva giustamente pochi giorni fa sul manifesto Giorgio Cremaschi - solo se si cancellano i guasti del Patto per l'Italia e della legge 30 e - aggiungo io - se ci si batte per estendere gli attuali ammortizzatori a tutte le condizioni di non lavoro per disoccupazione o lavoro intermittente, coperte da contributo figurativo a carico della fiscalità generale. L'attualizzazione di tutte le proposte di salario o reddito sociale formulate in questi anni in questa direzione è oggi, a mio avviso, indispensabile. Il toro va infatti preso per le corna, prima che alla contrapposizione tra vecchie e nuove generazioni, già in atto dalla controriforma Dini della previdenza, si aggiungano nuove guerre tra poveri per spartirsi un welfare ridotto al minimo. La difesa e l'estensione degli ammortizzatori sociali deve entrare a pieno titolo nella battaglia per la previdenza pubblica, per il salario e per il lavoro e i suoi diritti.

Deve essere un cardine della lotta sociale e di un programma politico delle opposizioni, a cui non dovrebbe proprio passare per la testa che, fatto Berlusconi il lavoro sporco, possano tornare al governo senza una proposta alternativa al liberismo.



* Senatore del Prc


AMMORTIZZATORI SOCIALI
Dalla cassa integrazione all'assegno di povertà
GIGI MALABARBA *
Nella legge delega 848 bis all'esame della Commissione lavoro del Senato, frutto dello «stralcio» dalla controriforma del mercato del lavoro, è stato inserito il capitolo degli ammortizzatori sociali. L'unico istituto a subire un ritocco verso l'alto è quello della disoccupazione che, per i primi sei mesi, passerebbe dal 40 al 60 per cento dell'ultima retribuzione, per poi calare rispettivamente al 40 e al 30 per cento nei successivi due trimestri. Tale novità, accompagnata dal plauso fuori luogo di esponenti del centrosinistra, si accompagna al massacro definitivo di tutti gli ammortizzatori sociali, nati come prodotto del compromesso tra capitale e lavoro che aveva portato all'attuale normativa sulla cassa integrazione (Cig), nel periodo delle grandi ristrutturazioni industriali dell'inizio degli anni Ottanta. Di fronte alle drammatiche conseguenze dell'espulsione di migliaia di lavoratori Fiat sugli addetti che operano nell'indotto, spesso senza alcuna copertura, il ministro del lavoro ha preso l'impegno per una qualche estensione della Cig. Ma come?

La norma della legge delega 848 bis prevede che la riforma degli ammortizzatori avvenga a costo zero per il bilancio dello stato. Poiché è da escludere che il ministro Maroni sia disposto a raccogliere la proposta di Rifondazione comunista di un maggiore contributo al welfare da parte delle imprese, attraverso la tassazione del loro margine operativo lordo, sarà opportuna un'adeguata attenzione.

Al contrario, la delega prevede, infatti, ulteriori incentivi e sgravi a vantaggio delle imprese per l'applicazione delle più devastanti tipologie di lavoro della legge 30 già in vigore e, a risposta del sottosegretario Sacconi a mia precisa domanda in commissione, non prevedendosi l'abolizione formale di nessun istituto esistente, c'è un'unica deduzione possibile da tutto ciò: gli ammortizzatori sussisteranno, ma trasformati in assegni di povertà. E la cosa non parrebbe provocare eccessivi sconvolgimenti, neanche a sinistra.

In sostanza, invece di introdurre forme di salario sociale per coprire con entità analoghe a quelle degli ammortizzatori i periodi di non lavoro dei lavoratori precari o intermittenti e anche per accompagnare il reinserimento al lavoro dei disoccupati (con conseguente contribuzione figurativa ai fini previdenziali), si abbattono la cassa integrazione, la mobilità e ogni altra forma di sostegno al reddito. Il vero e proprio furto di 900 milioni di euro ai cassintegrati da parte di Tremonti, che abbiamo scoperto come gruppo del Prc al Senato negli allegati all'articolo 44 del maxidecreto di accompagnamento alla Finanziaria, che taglia retroattivamente - nel conteggio della retribuzione annua su cui si calcola l'integrazione salariale - ogni voce di busta paga aggiuntiva alle 12 mensilità, si colloca in questo quadro. La cassa integrazione d'ora in poi va ridotta ad assegno di povertà, sempre che la nostra denuncia faccia decadere almeno la retroattività del provvedimento, costringendo il creativo ministro dell'economia a coprire diversamente quell'ammanco in bilancio.

Se poi aggiungiamo anche gli ulteriori 250 milioni di euro sottratti in Finanziaria direttamente agli ammortizzatori per destinarli ad altri sussidi (ad esempio per il sostegno alla maternità per il secondo figlio), l'allarme dovrebbe svegliare anche i più sonnolenti tra i sindacalisti.

Oggi, anche la battaglia per la difesa della previdenza pubblica si può vincere - come sosteneva giustamente pochi giorni fa sul manifesto Giorgio Cremaschi - solo se si cancellano i guasti del Patto per l'Italia e della legge 30 e - aggiungo io - se ci si batte per estendere gli attuali ammortizzatori a tutte le condizioni di non lavoro per disoccupazione o lavoro intermittente, coperte da contributo figurativo a carico della fiscalità generale. L'attualizzazione di tutte le proposte di salario o reddito sociale formulate in questi anni in questa direzione è oggi, a mio avviso, indispensabile. Il toro va infatti preso per le corna, prima che alla contrapposizione tra vecchie e nuove generazioni, già in atto dalla controriforma Dini della previdenza, si aggiungano nuove guerre tra poveri per spartirsi un welfare ridotto al minimo. La difesa e l'estensione degli ammortizzatori sociali deve entrare a pieno titolo nella battaglia per la previdenza pubblica, per il salario e per il lavoro e i suoi diritti.

Deve essere un cardine della lotta sociale e di un programma politico delle opposizioni, a cui non dovrebbe proprio passare per la testa che, fatto Berlusconi il lavoro sporco, possano tornare al governo senza una proposta alternativa al liberismo.



* Senatore del Prc