Contro l'abolizione del tempo pieno e prolungato: che fare? Una
riflessione a partire dalla realtà milanese.

Domanda: come possiamo bloccare il primo decreto attuativo della
riforma Moratti (legge 53) che demolisce tempo pieno e prolungato,
tenendo conto che prima del suo varo definitivo abbiamo 2-3 mesi di
tempo? Che contributo possiamo dare a partire da Milano, la provincia
in Italia dove questo modo di fare scuola è più diffuso?

Nelle scuole c'è stanchezza, inutile che ce lo nascondiamo. Per lo meno
a Milano. A ciò si aggiunge un pizzico di superficialità ("vedrai che a
Milano il tempo pieno non lo toglieranno") ed anche di ignoranza ("a
settembre entrerà in vigore? Ma figurati!"). Il risultato è che la
mobilitazione a difesa del tempo pieno e del tempo prolungato è
drammaticamente indietro rispetto alle necessità. Qualcosa si sta
muovendo, ma ancora troppo poco, e troppo lentamente. Riflesso di
questi sentimenti passivizzanti è la speranza, coltivata da molti, che
saranno le organizzazioni (sindacati, associazioni, partiti...) a
opporre una strenua resistenza. E insegnanti e genitori non dovrebbero
far altro che attenderne le indicazioni. Penso che sia un atteggiamento
sbagliato.

C'è bisogno invece che le scuole si mobilitino in quanto tali. La
speranza che abbiamo di bloccare il decreto è legata in gran parte alla
possibilità che si sviluppi una vera e propria "rivolta" di genitori e
insegnanti, che sia forte, visibile e che imponga al governo, se non
altro per vicine ragioni elettorali, un ripensamento. Anche gli
insegnanti delle superiori hanno interesse a "portare a casa" il
risultato concreto del blocco del decreto attuativo, perché uno stop su
quel punto significa uno stop a tutta la controriforma. Perché il passo
successivo, spero che sia chiaro, sarà il passaggio dei tecnici ai
professionali, e l'intera regionalizzazione del comparto.

Le scuole si mobilitano in prima persona quando organizzano "azioni" in
quanto genitori e insegnanti: promuovendo informazione (per genitori e
per insegnanti), prendendo posizione (collegi docenti, consigli di
istituto, consigli di circolo) e divulgandola (presso istituzioni,
media, sindacati, ecc.), esercitando pressioni sui "poteri" del proprio
territorio (consigli di zona, consigli comunali, provinciali,
regionali). L'ultima assemblea di Retescuole ha prodotto una serie di
ipotesi di mobilitazione alla portata di ogni scuola. Nessuna forma di
lotta deve essere risparmiata, anche se queste lotte andranno
coordinate dal basso, tra le scuole, per non sciupare energie e,
insieme, essere più incisive. Ma è importante che queste lotte appaiano
e siano davvero frutto del lavoro alla base, indipendentemente dalle
sigle sindacali, partitiche o associative di appartenenza. Quello che
serve è una unità dal basso, e non solo una unità dei vertici delle
organizzazioni (il cui ruolo comunque è fondamentale, per le ragioni
che dirò poi).

Sono aspettative illusorie? Al contrario: nella tradizione della scuola
milanese non vi è nulla di più concreto. Ogni volta che abbiamo
ottenuto dei risultati è sempre stato perché la base, cioé le scuole in
quanto tali, si sono mobilitate in prima persona. Qualche esempio non
farà male.

Oggi tutti parliamo di difesa del tempo pieno. Eppure vi è stato un
momento, nemmeno tanto lontano, in cui larga parte della sinistra+cl
volevano affossare il tempo pieno (tifavano per i moduli). E' stata una
dura lotta condotta dal "Coordinamento a difesa del tempo pieno" che ha
evitato il peggio e, negli anni, sono stati genitori e insegnanti delle
scuole a garantirne la continuità contro i reiterati tentativi del
Provveditorato di tagliare le classi. Anche la lotta contro il
concorsone qui a Milano è stata portata avanti dalle scuole, fuori
dalle sigle, attraverso il "Coordinamento delle Scuole in Lotta". E il
concorsone non s'è fatto. D'altra parte se durante il suo primo anno da
ministra la Moratti non ha concluso nulla, ciò lo si deve ANCHE
all'esistenza di coordinamenti di scuole che hanno promosso una
mobilitazione capillare (che qua a Milano ha visto protagonista la
"Rete di Resistenza a Difesa della Scuola Pubblica"). Del resto
l'appuntamento di lotta più incisivo che si sta costruendo oggi in
provincia, è stato lanciato dal basso: la manifestazione cittadina
dell'8 novembre (a proposito: diamoci da fare perché riesca) indetta
dalle scuole Arcadia, Ferraboli, Baroni e che ha già raccolto tante
adesioni.

Non si puo' chiedere ai sindacati di organizzare i genitori, non
conviene che l'indignazione di genitori e insegnanti sia confusa con
una qualche manovra dell'"opposizione", è inutile immaginare che
organizzazioni che hanno sulla carta migliaia di iscritti li spostino
davvero come birilli: nella primavera scorsa una manifestazione a
Piazza San Babila, sottoscritta da una decina di sigle tra le più
significative della scuola milanese, ha raccolto si e no 50 persone.
Quanto detto significa che le organizzazioni sindacali non hanno un
ruolo in questa vicenda? Altroché se ce l'hanno. Ad esempio potrebbero
fare un po' meglio il proprio mestiere. Qualche esempio di stretta
attualità.

C'è la manifestazione dell'8: le organizzazioni sindacali potrebbero
approfittare dei loro mezzi, non per annettersela e piantare la
bandiera, ma per attivare i propri militanti nelle scuole affinché
questi si adoperino per la sua riuscita.

Poi. L'altro giorno ho saputo che la manifestazione nazionale a Roma
per la scuola pubblica (che si doveva già svolgere il 12 aprile) è
stata finalmente convocata. Che bello, mi dico. Poi indago. E scopro
che nel sito della Cgil la manifestazione si chiama "a DIFESA della
scuola pubblica", ma in quello della Cisl "per la QUALITA' della scuola
pubblica". E allora mi sorge un dubbio: per salvaguardare il "tavolo"
Cgil, Cisl e Uil, la manifestazione sarà per il ritiro del decreto: SI'
o NO? Spero che qualcuno risponda. Sempre più insospettito mi sono
visto la data: 29 novembre, cioé la data in cui il "Coordinamento tempo
pieno" di Bologna ha indetto una manifestazione nazionale (a Bologna)
per il ritiro del decreto attuativo. In Cgil c'è chi dice: sono i
cobas, che vogliono fare le cose per conto loro. Puo' darsi, ma sta di
fatto che, nel vuoto di iniziative, quel Coordinamento è diventato un
punto di riferimento (la scadenza dell'8 novembre è stata lanciata lì).
E allora quel che mi piacerebbe vedere è: che la manifestazione sia una
(e mi pare ragionevole che si possa convergere su quella di Roma, se
può mobilitare più gente), ma su parole d'ordine chiare (no al decreto
attuativo, no alla riforma Moratti), parole d'ordine chiare che sino ad
ora ho visto solo nella manifestazione di Bologna. Non siamo nella fase
in cui sono leciti i soliti giochini: convocare manifestazioni con
rivendicazioni vaghe così ognuno poi le interpreta come vuole. Se la
manifestazione riesce, l'interpretazione deve essere una e una sola: il
decreto va bloccato, il tempo pieno e il tempo prolungato vanno
salvati, la scuola respinge la "riforma" Moratti, punto. Per quanto mi
riguarda, nonostante la tessera che ho in tasca, se la manifestazione
di Roma non avrà caratteristiche chiare (anzi: chiarissime), non ho
dubbi sul fatto che andrò a Bologna. Ma se la manifestazione di Roma
dicesse in maniera chiara, in cima ad ogni cosa che il decreto
attuativo va bloccato (ed esprimendo un chiaro no alla riforma
Moratti), allora, francamente, non vedo con quale argomento si dovrebbe
mantenere una manifestazione, quella di Bologna, che, a quel punto,
sarebbe una specie di duplicato minore.

Per concludere. Di lavoro, per le organizzazioni sindacali, come si
vede, ce ne sarebbe: dare appuntamenti centrali, condivisi e unitari e
su parole d'ordine chiare...  e magari proclamare uno sciopero contro
il decreto attuativo, chiedendo ai genitori coi loro bambini, di
parteciparvi ...

Ma: come si evita che le organizzazioni sindacali mettano i loro
interessi di sigla (le elezioni Rsu incombono...) innanzi agli
interessi dei bambini, degli insegnanti e dei genitori? Sperando che i
loro vertici "dialoghino"? No. Solo le scuole, mobilitandosi in prima
persona, possono imporre le condizioni necessarie (ma non sufficienti)
affinché le organizzazioni (e i "tavoli" di organizzazioni) facciano le
cose per il verso giusto.

Michele Corsi (Rsu Scuola Milano)