| Il 4 e 5 novembre, a Milano, l'area
programmatica "Lavoro Società - Cambiare Rotta" della Filcams-Cgil ha tenuto
un' assemblea nazionale. Della relazione introduttiva di Maurizio Scarpa, segretario
nazionale Filcams, pubblichiamo ampi stralci.
Il titolo di questo nostro incontro nazionale:
«Contrastare la precarietà, per l'unità del mondo del lavoro» non vuole essere uno
slogan, ma rappresentare l'esigenza sentita quotidianamente nei luoghi di lavoro.
L'iniziativa del governo e di Confindustria di
devastazione del mercato del lavoro, ha evidenziato in maniera drammatica un problema
presente già da parecchio tempo.
Quest'attacco ci ha costretto ad affrontare le
trasformazioni del lavoro evidenziando limiti anche nella nostra analisi, la quale, nel
passato, ha consentito il consolidarsi di flessibilità e precarietà nei luoghi di
lavoro.
A questo punto la riunificazione del mondo del lavoro
deve divenire l' essenza della strategia del sindacato per il prossimo futuro.
Se tutto ciò è vero per l'azione confederale, ancor
più lo è per la nostra categoria.
Oggi, la vera rottura generazionale non si gioca sul
terreno pensionistico (dove reali ingiustizie esistono, ma non sono quelle esposte dal
governo). Le disegueglianze previdenziali sono un effetto, non la causa. La vera
ingiustizia generazionale trae origine dalle nuove forme contrattuali d'avvio e di
permanenza nel mondo del lavoro, che rendono impraticabile l' esigibilità dei diritti, e
la conseguente possibilità della loro estensione.
Qui è rappresentata una platea di lavoratrici e
lavoratori che vivono quotidianamente il disagio della precarietà e della flessibilità.
L'orario di lavoro è sempre meno una certezza,
constantemente modificato in base alle esigenze aziendali. Il part time, troppo spesso
enfatizzato anche in casa nostra come libera scelta della lavoratrice, rappresenta molto
spesso un'imposizione coercitiva.
La generazione che ha meno di trent'anni e ha la
"fortuna" di lavorare, lo fa certamente con un contratto a termine, come part
time, con un contratto d'apprendistato, come co.co.co. o come interinale.
Da ciò discende una realtà che opera fuori dai diritti.
(...)
A questa cultura della mercificazione del lavoro, portata
alle estreme conseguenze con la legge 30, dobbiamo opporci, con una strategia d'
unificazione dei diritti e delle condizioni materiali.
A parità di lavoro devono esserci parità di condizioni
salariali e normative.
Non è una ovvietà, perché non è la realtà nella
stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro.
Se questa linea ispira i contratti nazionali, nella
realtà tale condizione d'omogeneità è pesantemente inficiata da due fattori scatenanti.
Il primo è la forma d'assunzione. Conosciamo tutti cosa
significhi l' utilizzo della precarietà nella non applicazione dei contratti nazionali.
Ma a questo si aggiunga l'utilizzo altrettanto selvaggio
del dumping sociale, attraverso l'esternalizzazioni di rami d'azienda, con applicazioni di
contratti sempre più "leggeri" in termini salariali e normativi.
Su questo tema vi è stata una colpevole disattenzione
della Confederazione.
Ormai sono anni che grandi imprese usano una tattica ben
collaudata, dando a società esterne alcuni servizi, garantiti con personale precario,
senza diritti. Dopodiché si introduce un "nuovo" contratto per questo
"nuovo" settore, che ovviamente nasce nel contesto di mancanza assoluta di
potere contrattuale. Questo è un contratto nazionale di lavoro, non "pirata",
legittimo, ma molto al disotto delle condizioni della casa madre.
Il passaggio successivo è semplicemente la cessione del
ramo d' azienda interessato, ed il gioco è fatto. Anni di lotte e di conquiste si
cancellano con un colpo di spugna.
Così è successo nelle esternalizzazioni della Pubblica
amministrazione, così è successo con le società Multiservizi, ed ora per ultimi con i
call center e così via.
Spesso a tale proposito è stata accusata la Filcams.
Forse qualche eccesso di zelo vi è stato da parte nostra nel correre con troppa fretta
nella definizione di nuovi contratti nazionali, ma noi abbiamo fatto il nostro dovere,
rispondendo ad una necessità che un sindacato non può eludere: quella di dare tutela a
chi non le ha.
La miscela che si viene a determinare dall'utilizzo della
precarietà ; e dalla differenziazione contrattuale, nei fatti marginalizza il sindacato
ed i lavoratori e le lavoratrici dal controllo dell'organizzazione del lavoro.
(...)
L'obiettivo deve essere quello di costruire le condizioni
per operare una contrattazione decentrata unitaria dentro la singola unità produttiva ,
tra le diverse rappresentanze aziendali, con la definizione di una piattaforma di sito.
E' un obiettivo ambizioso, certo, ma qui risiede il
futuro della contrattazione di secondo livello e delle Rsu.
Con questa nostra iniziativa vogliamo iniziare un
confronto dentro e fuori la nostra categoria su un tema per noi centrale, e non intendiamo
esaurire il confronto con l'incontro odierno.
LA LEGGE 30: UNA LEGGE SOVVERSIVA DA CANCELLARE
Appare ovvio, che questa unificazione "dal
basso" del mondo del lavoro, deve essere accompagnata da una lotta generale contro le
nuove forme di mercificazione della forza lavoro.
La grandiosa stagione di lotta contro l'abolizione
dell'articolo 18 e per contrastare il libro bianco di Maroni, ha portato il governo in una
crisi che oggi è evidente a tutti, togliendo consensi popolari ad una destra che appariva
pericolosamente populista e reazionaria, risultato di cui era incapace una opposizione,
occupata prevalentemente in una azione politicista e di "palazzo".
(...)
Proprio in questi giorni sono comunque divenuti attuativi
i decreti collegati alla legge 30 che adesso prende il nome di DL 276
Se come area programmatica siamo stati critici già con
gli elementi di flessibilità e precarietà introdotti dal governo di centro sinistra con
il pacchetto Treu, non possiamo non denunciare il carattere eversivo che questa legge ha.
E' un tema che abbiamo già affrontato più volte, e che
quindi non richiede approfondimento.
Ci preme sottolineare solo alcuni elementi, per poi fare
una riflessione.
Questa legge sancisce la definitiva mercificazione del
lavoro, cancellando quell'emancipazione del lavoratore che gli aveva consentito di vendere
la propria forza lavoro attraverso un processo collettivo (il contratto) che gli
garantisce la dignità di soggetto, capace di determinare alcune tutele essenziali della
propria condizione di salariato.
Perché, il grande risultato storico del sindacato, è
quello di aver consentito al lavoratore di stipulare il proprio contratto con l' azienda a
condizioni di pari dignità.
Di Vittorio rendeva comprensibile questa conquista con
una rappresentazione visiva: aver dato il diritto ai lavoratori di non togliersi più il
cappello quando il padrone attraversava la piazza.
L'introduzione del contratto individuale, del
collocamento privato, del lavoro a chiamata o ad intermittenza, della somministrazione di
manodopera, della cessione di ramo d'azienda, dello snaturamento del part time, l' ;uso
degli enti bilaterali come sostituti del ruolo del sindacato divenendo intermediatori
d'interessi, sono le colonne portanti della volontà di ridurre il lavoratore in una
condizione di sudditanza nei confronti dell'impresa.
Per ognuno di queste precarietà si potrebbe descriverne
le aberrazioni.
A titolo esemplificativo si veda la somministrazione di
manodopera con la quale i lavoratori e le lavoratrici sono ora affittati, anche per un
tempo indeterminato, anche per attività ordinarie dell'azienda committente. Si assume la
prestazione, non più l'individuo. Una prestazione garantita 365 giorni l'anno, senza
pericoli di malattia, di maternità, d'assemblea. Cosa non irrilevante, eliminabile senza
alcuna giusta causa.
Alla ditta somministratrice di manodopera basterà
stipulare contratti a termine, meglio ancora se ad intermittenza, ovviamente regolati da
contrattazione individuale.
Abbiamo sentito in questi giorni anche in casa CGIL che
non possiamo pensare, e quindi richiedere, l'abrogazione della legge 30 ad un futuro
governo democratico e progressista.
Noi lo dobbiamo proprio chiedere, e non dopo. E' un
quesito da porre alle forze politiche del centro sinistra, prima delle elezioni, quando si
va a definire il programma sulla cui base si chiede il consenso.
Ricordo che la Cgil decise politicamente di promuovere il
referendum abrogativo, che, solo per una questione d'opportunità, abbiamo accantonato
seguendo una nuova strada. Non mi risulta che la Cgil abbia cambiato idea.
Nel merito, abbiamo raccolto cinque milioni di firme su
proposte di legge che parlavano di diritti e di mercato del lavoro: sono forse compatibili
con la legge 30? Certamente no.
La legge 30 attacca alla radice i dettati della
Costituzione italiana con i quali si riconosce il ruolo sociale del lavoro, si sancisce la
dimensione collettiva, e assegna allo Stato il compito di rimuovere le cause che producono
le diseguaglianze: è l'esatto opposto di ciò che fa la legge 30, che sancisce la
supremazia di uno dei due soggetti del contratto, cioè l'impresa, determinando il
conseguente ampliamento dell' ingiustizia sociale.
LA CRISI ECONOMICA
Quest'attacco ai diritti è parte di un progetto del
padronato che, incapace di avere una strategia lungimirante ed inserita nel nuovo contesto
mondiale, continua a pensare che la soluzione dei problemi si risolva affossando i
diritti, il salario ed il sindacato.
La crisi dell'economia italiana sta diventando ormai un
dato strutturale: è dal primo trimestre del 2001 che la nostra economia, come ha
affermato Banca d'Italia, che due anni fa parlava di un imminente miracolo economico, vive
la "più ; lunga fase di ristagno in mezzo secolo". I dati parlano chiaro: dal
2001 al 2003 l'Italia è cresciuta dello 0,9%. La media europea è stata dell'1,2%
quella dei paesi industrializzati è stata dell'1,4%, quella mondiale del 2,9%.
Inoltre negli ultimi due trimestri si è addirittura
registrato un dato negativo della crescita.
Prospettive di rilancio appaiono molto improbabili,
perché se è vero che la congiuntura negativa investe il quadro internazionale, la
situazione strutturale della nostra economia è caratterizzata dal declino della nostra
industria, sottodimensionata e sottocapitalizzata, con una rete distributiva sempre più
egemonizzata da capitale straniero, dalla mancanza di una forte industria pubblica, dalla
privatizzazione d' importanti settori strategici, come le telecomunicazioni e l'energia,
con la conseguente impotenza dello Stato di fronte alla necessità d' intervento sulla
struttura produttiva del nostro paese.
Due elementi di criticità appaiono evidenti nella nostra
struttura economica; primo la frammentazione del sistema delle imprese, con la piccola
impresa assistita dall'elusione e dall'evasione fiscale e contributiva, che non ha nessun
interesse ad espandersi; secondo un' arretratezza delle infrastrutture, sempre più
deficitaria
I dati ISTAT che registrano l'andamento dell'industria
nazionale non possono che preoccupare il nostro settore che vive sulla buona salute dell'
;economia e dei consumi.
Da gennaio ad agosto il fatturato dell'Industria è sceso
dell' 1%, ma gli ordinativi crollano del 5,4 % rispetto al 2002, coinvolgendo sia la
domanda interna (-4,6%) che quella estera (-7,2%).
Dal Rapporto annuale di Mediobanca sullo stato del
sistema imprese, si registra che negli ultimi anni il numero delle società più
competitive è passato da 37 a 14, mentre le aziende che hanno i bilanci in rosso sono
aumentate pericolosamente. Uniche eccezioni sono le aziende a partecipazione statale come
Eni ed Enel che hanno utili significativi.
Il dato poi di un'inflazione che non tende a scendere, in
una situazione di stagnazione, è un segnale preoccupante, che evidenzia il dato, vissuto
tutti sulla nostra pelle, che il fatturato nelle vendite è stato garantito non tanto
dall'espansione della domanda, ma dall'aumento dei prezzi. Ora però, l'effetto euro non
solo non è ripetibile, ma inizierà a far sentire gli effetti negativi, perché ; verrà
alla luce la perdita di potere d'acquisto dei salari, con una flessione nei consumi
interni, invertendo una fase nella quale sino ad ora, seppur faticosamente, i consumi
avevano tenuto, anche se senza nessuna crescita significativa. Sulla presunta riduzione
dell'inflazione di due decimi nel mese di ottobre aspettiamo i dati definitivi, ma non è
un elemento significativo.
" N essuno esulti. Il rallentamento dell'inflazione
in ottobre non sposta uno iota le carenze strutturali del sistema paese che si traducono
in deriva competitiva" così si esprimeva in maniera lapidaria il Sole 24O re di
qualche giorno fa.
Comunque l'inflazione al 2,6 o al 2,8% sappiamo tutti non
essere credibile. L'Istat parla di un'inflazione percepita del 6%. Ormai non solo i
consumatori parlano di un'inflazione ben superiore a quella ufficiale: un autorevole
centro studi come l'Eurispes parla di un' inflazione reale dell'8%.
Sono dati con cui dobbiamo fare i conti per equiparare i
nostri salari all' ;inflazione reale.
Una ricerca del supplemento Lavoro del Corriere della
Sera del 26 settembre, su un campione reale di più di 850 mila persone, afferma che negli
ultimi tre anni dall'agosto 2000 all' agosto 2003 vi è stata una differenza negativa tra
l'inflazione reale (e parliamo solo di quella registrata dall'Istat) e aumenti retributivi
con questi valori: per gli operai 9,3% ; per gli impiegati 13,3% ; per i
quadri 5,6 %.
Sono dati che si commentano da sé.
Anche in questi ultimi mesi, gli stessi esperti
confindustriali sono costretti a affermare che nonostante il rinnovo dei contratti chiusi
in quest'ultimo periodo, il costo del lavoro "mantiene un incremento moderato"
Sulle cause dell'inflazione in questi mesi si è aperto
un dibattito, sul quale è stata messa sotto accusa la categoria dei commercianti.
Come categoria non abbiamo preso parte a questo
dibattito, ed io ritengo che questo sia stato un errore, perché invece avremmo potuto
portare un contributo qualificato e significativo.
Lo scaricabarile tra le imprese della produzione e
l'associazione del settore del commercio nasconde un balletto al quale tutti sono
partecipi. Billè chiede di giocare a carte scoperte.
Infatti, è bene scoprire che ormai i prezzi al consumo
della grande distribuzione sono determinati dalle principali centrali d'acquisto (Auchan,
Carefour, Coop, Conad e Metro, più altre che hanno però un impatto più ridotto) che non
necessitano certamente d'intermediazioni per trattare con la produzione e che, per la
capacità d'acquisto, sono immuni da ricatti speculativi.
La grande distribuzione la fa da padrona a scapito dei
negozi di prossimità che vengono di fatto messi fuori mercato con un danno anche alla
coesione sociale dei nostri quartieri.
I dati pur edulcorati del centro studi di Confcommercio
parlano da soli: nel solo 2001 sono aumentati del 3,3% i supermercati, del 14,8% gli
ipermercati, e dell'8,9 i grandi magazzini. Nel decennio analizzato dall'Istat nell'ultimo
censimento il numero degli esercizi al dettaglio risulta diminuito di circa 60 mila unità
(-7,8%), (a proposito, ma non era l'articolo 18 la vera sciagura dei piccoli
commercianti?): i piccoli punti vendita a conduzione familiare, unilocalizzati, con un
raggio d'azione limitato, registrano una variazione negativa del 23,8%.
La verità è che con la politica attuale, orchestrata da
produzione e grande distribuzione, si sta attuando un'operazione d' accelerazione della
concentrazione dei punti vendita che inevitabilmente porta ad un'azione di
"cartello" nel governo della tipologia delle merci vendute e dei prezzi. E'
ovvio che questa politica dei gruppi d' ;acquisto favorisce le grandi multinazionali della
produzione delle merci (a partire da quelle del settore alimentare), le uniche in grado,
per la capacità produttiva, di rispondere a questa dinamica d'acquisto.
L'apparente assenza del governo nasconde, di fatto, una
connivenza con questo progetto.
Ma anche questa strategia degli imprenditori nostrani
nasconde la miopia di sempre: quella di ragionare solo sulla fase contingente. L'attuale
fase, come detto, vede una redistribuzione, interna alla rete, del mercato esistente, ma
dentro un quadro di stagnazione dei consumi.
(...)
L'economia creativa di Tremonti si sta dimostrando per
quello che è realmente. Un' economia senza governo e senza regole, che non solo va a
colpire le fasce più deboli della popolazione ma crea un'incertezza economica che non
favorisce certo gli investimenti.
L'affondo operato nei confronti del sistema previdenziale
pubblico è ; solo l'ultimo atto di una strategia che, se non fosse intervenuta la
mobilitazione della Cgil, avrebbe portato la demolizione della stato sociale nel nostro
paese.
Il tentativo, non riuscito, di una riduzione drastica del
prelievo fiscale a vantaggio dei redditi alti, con una forte riduzione delle entrate
fiscali, la decontribuzione di cinque punti alle aziende per le nuove assunzioni, sono
atti propedeutici alla bancarotta dello stato sociale italiano.
E' lo scopo di sempre: lo spostamento di ingenti risorse
dal sistema assistenziale pubblico, sia previdenziale che sanitario, ad uno di tipo
assicurativo, i cui fondi possano divenire il capitale per le aziende e per le borse.
La mobilitazione avviata unitariamente da Cgil Cisl e
Uil, contro i provvedimenti contenuti nella finanziaria, e contro la delega sulle
pensioni, avrà certamente necessità di un grande lavoro di informazione tra i lavoratori
ed i cittadini, anche se, sia l'esito dello sciopero del 24 scorso, che i sondaggi dicono
che vi è un grande consenso all' iniziativa del sindacato.
Si pensi che un sondaggio del prof Mannheimer, indica nel
52% i cittadini d'accordo con la promozione del lo sciopero generale. Ben il 31 % degli
elettori della destra intervistati si sono dichiarati favorevoli, percentuale che sale ben
al 82% tra gli elettori di sinistra.
(...)
Se c'è un iniquità da sanare al più presto, che
rappresenta la grave colpa della riforma Dini, è che molti giovani, anche qui, presenti
in questa sala, di fatto con il nuovo mercato del lavoro fatto di precarietà e part time,
associato al sistema contributivo, non solo non raggiungeranno una pensione decente, ma in
alcuni casi neppure la pensione minima.
La certezza per tutti è che, al momento della pensione,
avremo un abbassamento del reddito a causa del sistema contributivo.
La vera scommessa per le pensioni si gioca dando più
continuità al lavoro e nell'aumentare il numero di occ upati che versano i contributi.
(...)
LA POLITICA DEI REDDITI E LA CONCERTAZIONE
Abbiamo parlato della crisi economica.
Questo vento di recessione sta portando, una parte del
padronato, che in questi anni è stato alla finestra a guardare le politiche di D'Amato e
Berlusconi, aspettandone i vantaggi, a riesumare la necessità della concertazione,
ipotesi subito ripresa da una parte del centro sinistra.
Facendo una battuta potremmo dire che quando il banchetto
è finito, quando c'è da pulire i piani alti, tornano utili anche i servi, tenuti prima
rigorosamente negli scantinati.
L'argomento è però più delicato e degno di attenzione.
All'ultimo congresso di Rimini abbiamo unanimemente
concordato che la fine della concertazione ha determinato la non praticabilità della
politica dei redditi.
In Cgil vi una parte che non vedrebbe sfavorevolmente un
ritorno al passato.
Non è quindi per fare un dibattito accademico,
storiografico, che ritengo opportuno ribadire alcuni aspetti, non sul modello, ma di
politica contrattuale che intendiamo seguire.
I temi non sono certo nuovi.
Il primo è certamente il salario.
Elemento di certezza contrattuale deve essere il recupero
integrale dell' inflazione reale.
Nel passato non è stato così , visto la perdita di sei
punti, nel decennio scorso, del potere d'acquisto dei salari da lavoro dipendente.
Definire una strategia significherà trovare una metodologia condivisa sui tempi e sugli
strumenti del recupero
Dopodiché la redistribuzione degli incrementi di
produttività e della ricchezza nazionale è un tema che deve uscire dall'
indeterminatezza in cui è stato relegato sino ad ora.
Vale la pena ricordare che nel decennio passato meno di
un quinto della ricchezza prodotta è finita in salario, mentre i restanti quattro quinti
sono finiti in profitti e tasse.
Sono due elementi che sono usciti con chiarezza dal XIV
congresso, e per questo devono essere elementi portanti della strategia contrattuale.
Secondo punto: la questione dei diritti.
Noi siamo di fronte ad un cambio epocale nel rapporto tra
contrattazione e legislazione.
Solo il fascismo aveva peggiorato per legge le condizioni
di lavoro. Dal dopo guerra ad oggi la legislazione lavorista ha sempre, per lo meno, reso
universale quelle condizioni di miglior favore che esistevano per una parte della
società. Qualche volta ha sancito un vero e proprio miglioramento delle condizioni
materiali di milioni di lavoratori.
Con i tre provvedimenti dl 66 sugli orari, dl 368 sui
contratti a tempo determinato, ed infine, la più perniciosa, la legge 30, si inverte
questa tendenza, ed il governo impone per legge una serie di limitazioni e di
cancellazioni dei diritti che la Confindustria non era riuscita a ottenere per via
contrattuale.
A noi spetta ora il compito di fare i conti con il loro
divenire leggi dello Stato.
Qui non possono esserci equivoci: queste norme per la
Cgil rimangono inique e sbagliate e come tali vanno contrastate anche nei tavoli
contrattuali.
Sono da respingere forme di fatalismo, che, preso atto
della legislazione vigente, ci si attesta alla limitazione del danno.
Non può essere così.
Con queste leggi occorre fare i conti perché esistono,
ma per le controparti al tavolo deve essere ben chiara la nostra contrarietà, e per noi
deve essere chiara la transitorietà dell'attuale impianto contrattuale che è frutto di
una prevaricazione legislativa.
Di fronte alla richiesta di inserire la legge 30 nell'odg
delle trattative, noi dobbiamo chiedere alle controparti se vi è la volontà di
raggiungere un'intesa unitaria con tutt e e tre le organizzazioni sindacali , escludendo,
non di trattare, ma di uti lizzare alcuni istituti previsti dalle norme in oggetto che
ledono gravemente la libera contrattazione tra le parti.
Aprire il confronto sulla legge 30, non definendo a
priori le parti esplicitamente escluse dal confronto sarebbe come addentrarsi su un
terreno minato. Anche se arrivi in mezzo, da qualsiasi parte ti muovi hai molte
probabilità di "lasciarci le penne".
Purtroppo il direttivo confederale della Cgil, che ha
affrontato in un seminario la questione, non ha dato un contributo significativo, essendo
state fotografate solo le posizioni in campo.
IL GOVERNO UNITARIO IN CGIL
Le grandiose mobilitazioni del 2002, va ricordato, hanno
avuto come premessa fondamentale la conclusione unitaria del congresso Cgil.
Questa sintesi unitaria è stata la premessa per la
strategia e per la mobilitazione di massa che ha contrastato i progetti della destra e
delle associazioni padronali.
Avendo capito con molta chiarezza che l'impianto del
progetto di Berlusconi colpiva l'esistenza stessa della rappresentanza collettiva, cioè
il sindacato, abbiamo unanimemente condiviso che occorreva un' azione incisiva, anche
agendo senza il contesto unitario con Cisl e Uil.
Con molta chiarezza abbiamo detto che il merito, quando
riguarda temi che ledono i principi fondativi della nostra strategia, fa premio anche
sull' unità sindacale.
Una scelta che ha pagato, perché il tentativo di
limitazione del ruolo di rappresentanza del sindacato inizia ad essere percepito anche da
Cisl e Uil. La Cgil si trova quindi nella favorevole situazione di poter agire in
continuità con un percorso iniziato proprio al XIV congresso.
E' questa la miglior risposta a coloro che hanno cercato
di contrapporre l'unità sindacale ai contenuti.
L'intesa unitaria che sta emergendo nella lo tta contro i
provvedimenti del g overno è frutto del merito e non, al contrario, della sua rinuncia.
Rivendichiamo con orgoglio di essere stati partecipi, e
non in un ruolo marginale, nei successi che la nostra organizzazione ha conseguito in
questi anni.
Se tutto ciò è vero, non è più eludibile il problema
relativo alle dinamiche che governano la vita interna alla Cgil.
Dopo il vuoto lasciato dalla fine delle componenti di
partito, che rischiava di essere riempito da indistinti gruppi di pressione e lobbies,
abbiamo fatto sì che nascesse un confronto dentro luoghi certi come sono le aree
programmatiche, che, fatto non secondario, hanno una legittimazione congressuale.
Nel passato, il nostro dissenso toccava punti cardine
come la concertazione e la politica dei redditi. Per ciò, pur operando in un contesto
unitario, non si è mai posto il problema di coinvolgere l'area programmatica, che allora
si chiamava Alternativa Sindacale, in ruoli primari della CGIL. Oggi, al contrario, la
situazione è radicalmente mutata.
Come ho cercato di ricordare precedentemente, la linea e
la pratica scaturita dal congresso di Rimini è da noi condivisa e sostenuta
quotidianamente. E' quindi incomprensibile ciò che sta accadendo nella vita della nostra
organizzazione: a fronte di una richiesta esplicita di una sua parte significativa che
chiede l'assunzione di responsabilità e di governare dentro questo contesto condiviso,
viene negato il suo coinvolgimento, attraverso una pratica che vede una parte della Cgil
legata al segretario generale, i cui confini non sono riconducibili all'esito dell'ultimo
congresso, arrogarsi il diritto ad essere l'unico soggetto a determinare la composizione
dei gruppi dirigenti.
Noi non possiamo condividere questo stato di cose.
Per questo al direttivo della Confederazione abbiamo
collettivamente sottoscritto una dichiarazione nella quale chiediamo un confronto su
questo tema ed una risposta chiara da parte del segretario generale Epifani.
Noi non stiamo parlando del superamento delle aree
programmatiche. Riteniamo questa dialettica interna alla Cgil indispensabile alla sua vita
democratica. Prova ne è l'assemblea di oggi.
Non possiamo però accettare che, in un quadro di unità
progettuale, vi sia una sola sensibilità che ne governa la sua gestione quotidiana.
Oggi questa domanda la poniamo formalmente anche nella
Filcams.
Noi auspichiamo un'evoluzione positiva nella nostra
categoria. Noi ci riteniamo maturi per verificare un governo che veda entrambe le aree
congressuali in un rapporto di pari dignità nella definizione degli assetti della
categoria. Lo è anche la maggioranza?
Questo evoluzione è per noi importante per dare radici
ancor più forti alla svolta programmatica sancita dal XIV congresso.
Una linea quella della Cgil che vede avversari anche
dentro il mondo politico dell'opposizione.
Le mobilitazioni degli anni passati hanno scosso alle
radici il quadro politico a sinistra, senza però che alla fine emergesse una chiara
rappresentanza politica degli interessi dei lavoratori.
Se in parte è vera la constatazione che la Cgil ha
concretamente assunto un ruolo di supplenza della rappresentanza politica, ciò non è per
scelta nostra, come si è cercato di far credere, ma al contrario dall'urgenza di dover
agire su un terreno che nessuno intendeva coprire.
L'azione della Cgil caso mai ha solo messo in evidenza
una richiesta di rappresentanza che la sinistra italiana non coglieva.
Il problema della Cgil non è quello di smettere di fare
politica, ma di avere un interlocutore politico nel rispetto dei propri ruoli e delle
reciproche autonomie.
Che lo si voglia o no, nei luoghi di lavoro emerge con
chiarezza la mancanza di una forte rappresentanza politica dei propri interessi di classe.
Per evitare equivoci, non si vuole dire che nei singoli
partiti che compongono la sinistra non esista un richiamo al lavoro. La realtà è che
questo diviene marginale nell'azione politica, nell'agire e nella strategia della
coalizione.
Il rischio reale è quello che in vista di una
possibilità (ma attenti a non sopravvalutare le probabilità) di una sconfitta di
Berlusconi, si torni a cancellare dal programma del centro sinistra i temi del lavoro.
Da tempo è questo un tema che affrontiamo nel confronto
interno dell'area.
Noi non vogliamo interferire nel dibattito interno ai
partiti, ma vogliamo interferire, questo si, nella definizione del programma.
Le dichiarazioni di esponenti del centro sinistra di
disponibilità al dialogo sulla riforma delle pensioni, accompagnate da affermazioni sull'
inutilità dello sciopero generale; l'approccio possibilista sulla legge 30, che ne
legittima la necessità, criticandone "l'estremismo" di alcune sue parti, sono
francamente sconcertanti e autolesioniste.
Da tempo il voto a sinistra non è più un fatto
fideista, ma sempre più legato alle proprie condizioni materiali. Se si traduce in voto
di protesta abbiamo più di un esempio che non va a premiare il centro sinistra.
Riteniamo che il movimento sindacale abbia il diritto ed
anche il dovere di chiedere alla politica, sui punti che noi riteniamo fondamentali per
coloro che intendiamo rappresentare, quali risposte si vuol dare.
Si vuole abrogare la legge 30? Si intende predisporre una
legge sulla rappresentanza sindacale? si vuole rilanciare una politica economica di
sviluppo, fondata sulla ricerca e non sul basso costo del lavoro? Si ha la volontà di
consolidare e sviluppare il sistema previdenziale e sanitario pubblico, dando alle forme
integrative solo un ruolo aggiuntivo? E l' elenco potrebbe continuare sul ruolo dello
stato nell'economia, sui diritti dei migranti e così via.
Per questo come area programmatica abbiamo in prima
persona contribuito alla nascita del Forum per l'alternativa programmatica di Governo, con
il quale abbiamo coinvolto a sinistra chi è disponibile a discutere di contenuti, siano
essi partiti che movimenti che individui.
Nessun legame se non quello di obiettivi comuni per i
quali chiedere cittadinanza nel futuro programma, di chi ci chiede il voto per andare al
Governo.
LA CONTRATTAZIONE IN FILCAMS
Tornando più alla vita quotidiana del sindacato, abbiamo
iniziato ora a fare i conti con l'attuazione pratica dei provvedimenti del governo e
dobbiamo farlo in un momento delicato, cioè quello dei rinnovi contrattuali.
Come categoria siamo in mezzo al guado, avendo appena
sottoscritto il contratto del turismo, mentre sul versante del terziario la trattativa è
appena iniziata.
La sottoscrizione del contratto del Turismo ci impone una
serie di riflessioni che vanno al di là del contenuto specifico, su cui per altro, ci
siamo espressi chiaramente sia negli organismi della Filcams che pubblicamente, e sui
quali ricorderemo qualcosa.
La vicenda contrattuale ha evidenziato una realtà che ci
vede in grande difficoltà nel condurre in porto una contrattazione efficace e realmente
innovativa per i lavoratori.
Dobbiamo essere sinceri con noi stessi e analizzare con
lucidità la nostra reale rappresentanza nel settore. Quanto è il nostro reale potere
contrattuale oggi nei confronti di Confcommercio? E' una domanda non più eludibile. Non
è una semplice richiesta di presa d' atto di una situazione, ne tanto meno di rinuncia,
ma premessa necessaria per ridefinire una strategia contrattuale, capace di elaborare un
percorso in grado di ridare ruolo e autonomia al sindacato. Al contrario, saremo,
nonostante la nostra volontà, spinti in un contesto consociativo, dove il tavolo di
negoziazione è solo frutto di sostentamento reciproco tra controparti che sommano le
proprie debolezze. Evidentemente in questo contesto diverrebbe difficile liberarsi
dall'abbraccio mortale di quegli organismi consociativi che la legge 30 mette sotto il
nome di enti bilaterali.
Nel rinnovo del contratto del turismo abbiamo proseguito
nell'alveo della continuità, in un contesto di frammentazione del mercato del lavoro.
Ciò è certamente frutto della situazione di debolezza
che abbiamo descritto in precedenza, ma il dato oggettivo rimane in tutta la sua evidenza
e pericolosità.
Questo però non inficia il giudizio positivo che abbiamo
dato sulla parte riguardante il recepimento della normativa sul lavoro precario derivante
dalle liberalizzazione effettuate dal dl 368.
Positivo, perché ha definito una griglia di garanzie
certe in un settore dove la stagionalità è la regola, ed i contratti a termine sono la
maggioranza.
Non è però più eludibile un'analisi su questo terreno.
L'attuale situazione, se dovesse consolidarsi, vedrebbe il sindacato di fatto espulso
dalla quasi totalità dei luoghi di lavoro del turismo.
Sulla parte economica abbiamo invece evidenziato elementi
di estrema criticità. Il contratto copre sia nella parte normativa che in quella
economica l'intero quadriennio contrattuale, escludendo la contrattazione per il secondo
biennio. Dopo 18 mesi di vacanza contrattuale la strada di procedere al rinnovo congiunto
del primo e del secondo biennio, poteva essere una strada percorribile, se con ciò si
fossero applicati correttamente i parametri di incremento salariale relativi al recupero
dell'inflazione pregressa del biennio 2002/2003, aggiunta all'inflazione attesa 2004/2005.
Cosa invece non realizzata. In tal modo non si è garantito il consolidamento del potere
d'acquisto dei salari.
Questo dato è un problema politico perché è
contraddittorio con quanto abbiamo affermato in questi ultimi due anni.
Restano poi aperte le connessioni con il contratto del
Terziario.
Confcommercio, ma in alcuni casi il riferimento è stato
fatto anche da Cisl e Uil, ha già dichiarato esplicitamente che il contesto dentro cui si
sviluppa la trattativa ha come contorno il contratto del turismo da un lato e la legge 30
dall'altro.
So che oggi è non facile praticarlo, ma per la Filcams
la separazione tra le due vicende contrattuali deve essere netta.
Il rinnovo del contratto del Terziario ha una sua storia
ben precisa, che per quando riguarda la Filcams ha il suo punto di partenza nel documento
del direttivo nazionale votato a febbraio nel quale abbiamo unitariamente stabilito e
fissato la nostra strategia rivendicativa, i contenuti, il percorso. Dentro questo
contesto, importante è stato il ruolo svolto dalla Filcams nel lo scrivere la p
iattaforma che abbiamo votato all'unanimità a Montecatini.
Il risultato dell'assemblea di Montecatini è per noi
importante, perché, pur lasciando aperta la dialettica su alcuni punti, nella sintesi
unitaria elaborata con Fisascat e Uiltucs, si ritrovano i punti qualificanti che, come
Cgil, abbiamo indicato per il rinnovo dei contratti.
La strada ora è tutta in salita, e l'avvio del confronto
non è iniziato nel migliori dei modi.
Innanzitutto vi è un ritardo di dieci mesi che rischia
di riprodurre le condizioni della vertenza del Turismo.
Ma è ancor più preoccupante che la trattativa del
Terziario non si sia nei fatti neppure avviata, avendo trovato nella controparte un
atteggiamento che se da un lato è dilatorio, nella speranz a di superare il periodo delle
f este natalizie, dall'altro tenta di affrontare immediatamente le tematiche della legge
30.
Su entrambi le questione occorre da parte nostra un
atteggiamento altrettanto fermo.
Il 10 novembre riprende la trattativa. Deve essere per
noi un punto di svolta: o vi è la volontà di affrontare i punti centrali posti dalla
nostra piattaforma, aprendo alle nostre rivendicazioni, oppure sarà inevitabile l'avvio
di una fase conflittuale, con un momento di sciopero prima della fine dell'anno.
Nel merito della legge 30 vale quanto detto
precedentemente.
Sul salario la richiesta dei 107 euro che a qualcuno era
apparsa eccessivamente abbondante nel considerare i tassi inflativi attesi, data
l'inflazione reale per l'anno 2003, appare già molto stretta.
Alla luce di quanto accaduto nel contratto del turismo,
il risultato salariale sarà fondamentale nel giudizio complessivo che si dovrà dare ad
un'eventuale ipotesi di accordo.
Infine il tema della contrattazione di secondo livello.
Abbiamo chiuso nell'ultimo anno grandi vertenze di gruppo
ed importanti accordi territoriali che hanno investito tutti i settori, dal terziario al
turismo sino alla vigilanza privata.
Qui come sappiamo vi sono stati da parte nostra giudizi
articolati.
Nel settore del Terziario sono ancora aperti tre
integrativi che riguardano tre grandi gruppi: Esselunga, Metro e GS.
Nella vertenza Metro, l'azienda si è posta l'obiettivo
della riduzione dei diritti acquisiti nel passato, sino al punto di chiedere il
prolungamento dell'orario di lavoro, eludendo, al contrario i temi della piattaforma
presentata unitariamente. Per questo all'interno delle rivendicazioni avanzate, quella
centrale diviene il percorso di armonizzazione degli istituti contrattuali, oggi applicati
in maniera dif ferenziata tra i lavoratori e le lavoratrici e tra i vari magazzini.
Della vertenza Metro mi prese solo ricordare come si stia
allargando nel commercio, la pratica di impedire l'ingresso del sindacato nei magazzini:
è, infatti, di questi giorni il rifiuto proprio del gruppo Metro di riconoscere le RSA in
due magazzini, seguito dall' ovvio impedimento di svolgere l'assemblea con i lavoratori.
Alla luce dell'evoluzione dell'andamento della trattativa
il coordinamento del gruppo Metro sarà chiamato nelle prossime settimane a decidere su un
eventuale stato di agitazione.
Al contrario appare che l'integrativo del gruppo
Esselunga sia arrivato ad un punto che potrebbe anche chiudersi positivamente.
Ciò rappresenterebbe una svolta importante in un gruppo
che si è contraddistinto nel recente passato in comportamenti vessatori nei confronti del
sindacato.
Il dato che finalmente l'azienda pare sia disponibile a
sottoscrivere un integrativo che riguardi tutto il gruppo, rappresenta una svolta
positiva.
Ad un passo delicato è giunta anche la vicenda
GS-Carrefour, dove la strategia aziendale è certamente meno rozza, ma per questo ancor
più pericolosa.
Alla richiesta da parte nostra di procedere ad
un'omogeneizzazione dei trattamenti per tutto il gruppo, la risposta è stata di fissare
un salario aziendale più basso per tutti, mantenendo comunque le condizioni di miglior
favore ad personam.
Una proposta che ha visto la Cisl e la Uil
sostanzialmente favorevoli.
Come segreteria nazionale della Filcams abbiamo valutato
non percorribile questa ipotesi, perché sancisce, di fatto, la rinuncia alla
perequazione, fissando al contrario un nuovo salario fisso più basso di quello esistente.
Abbiamo quindi chiesto, ed ottenuto, la sospensione del
confronto, in modo da avviare un'ampia consultazione unitaria tra tutti i lavoratori e le
lavoratrici, ai quali chiederemo come Filcams (a differenza di Cisl e Uil) di non
condividere tale ipotesi di soluzione.
Questo è per la Filcams un grande risultato perché si
mette in pratica ciò che noi, da tempo, come Cgil andiamo chiedendo, e cioè ; che di
fronte a giudizi differenziati delle organizzazioni sindacali, siano i lavoratori e le
lavoratrici ad esercitare il potere decisionale. Voglio inoltre sottolineare che tale
consultazione non avviene a fronte di un accordo separato, ma, e di questo va dato atto
della correttezza di Fisascat e Uiltucs, sospendendo il confronto e proponendo ai
lavoratori e alle lavoratrici lo stato della trattativa con i risultati sin qui raggiunti.
Ma la stagione della vertenzialità di secondo livello
richiederà un approfondimento.
I problemi che i contratti integrativi aziendali e
territoriali portano con sè sono grandi, e non di facile soluzione.
Innanzitutto dobbiamo interrogarci se ha senso continuare
ad enfatizzare una contrattazione di secondo livello a cui nella sostanza sono demandati
solo compiti di "allargamento" delle maglie nell'utilizzo delle flessibilità.
In troppe occasioni il contratto nazionale, concedendo la
possibilità di derogare ai propri istituti, ha di fatto messo la contrattazione di
secondo livello di fronte al fatto di dover scambiare maggiori flessibilità a fronte di
incrementi economici.
In secondo luogo, nelle vertenze di grandi gruppi il
termine decentramento è improprio, perché nella realtà sono trattative fortemente
centralizzate, dove il ruolo delle Rsu è molto ridotto. Qui è evidente la
responsabilità delle imprese, che nel nostro settore hanno un grado di centralizzazione
del momento decisionale elevatissimo, lasciando solo un ruolo esecutivo alla dirigenza
delle unità produttive e territoriali.
L a perdita di ruolo del sindacato in azienda, è
l'obiettivo del governo e delle associazioni padronali, compresa Confcommercio.
Ridare linfa vitale alla contrattazione di secondo
livello, in un ottica confederale, è problema prioritario, anche per rilanciare il ruolo
delle RSU e nel contempo per la difesa del contratto nazionale.
Tutto ciò anche in un' ottica di riprendere il controllo
sull'organizzazione del lavoro, per contrastare la precarizzazione, e di conseguenza
consolidare ed ampliare la sindacalizzazione soprattutto nella grande distribuzione e
nelle importanti realtà lavorative dei nostri settori.
L'IMPORTANZA DEI SETTORI ORGANIZZATI DALLA FILCAMS
Sull'importanza che riveste nel tessuto economico del
nostro paese l' area di intervento della Filcams non possiamo che confermare quanto detto
nella relazione della passata assemblea nazionale.
Così come va ribadita la scarsa attenzione con cui noi
seguiamo il dibattito confederale, e viceversa, la disattenzione che ancora aleggia in
Confederazione sui temi dei servizi.
Per raggiungere questo obiettivo la strada da fare è
ancora molta, ma deve essere perseguito con caparbietà.
Anche quest'anno si sta prefigurando un ulteriore balzo
in avanti delle adesioni alla Filcams con un incremento di iscrizioni più che
significativo.
Dobbiamo rallegrarci di ciò. Non è lontano il giorno in
cui saremo la terza categoria per numero di iscritti. Ma non bastano solo i numeri,
occorre rendere più incisivo il ruolo che dentro la Confederazione la Filcams saprà
conquistare. Troppo spesso nel dibattito della Confederazione il pendolo oscilla tra
industria e pubblico impiego, con i servizi, in particolar modo quelli privati, che appai
o no degli incisi.
Dobbiamo saper essere noi "costruttori" di una
linea che sia frutto della nostra capacità di dare prospettiva strategica alla nostra
categoria.
In questo quadro dovrà anche il rapporto con la
Confcommercio avere una evoluzione. La Confcommercio per le sue caratteristiche, non può
solo essere vista come la controparte contrattuale. Certo questo è sicuramente l'aspetto
prevalente, ma con questa organizzazione dobbiamo estendere il confronto, ed anche lo
scontro, sui temi politici del settore, a partire dalla struttura organizzativa della
grande distribuzione nel nostro paese, sui temi dei consumi, sul tema del rapporto tra
produzione e servizi all'impresa e così via.
Ormai non siamo più la categoria di frontiera
rappresentante di un mondo del lavoro marginale. Come andiamo ripetendo organizziamo una
parte dei settori fondamentali per una società globalizzata.
Su questo terreno il dibattito in categoria stenta ancora
troppo a svilupparsi. |