Cgil Cisl e Uil dicono
no alla controriforma delle pensioni proposta dal governo Berlusconi perché ritengono
tale riforma inutile, dannosa, iniqua e fondata su evidenti falsità.
Cgil Cisl e Uil ribadiscono che non cè nessuna emergenza previdenziale perché il
sistema, che si è consolidato nellarco degli anni 90, con tre riforme di carattere
strutturale, ha determinato un valido equilibrio del sistema nel tempo rendendolo così
tra i più sostenibili in Europa.
Le drammatizzazioni dei problemi del nostro sistema previdenziale e le scelte
inaccettabili che si vogliono far pagare a lavoratrici e lavoratori nascono, invece, dalla
necessità di coprire la incapacità del governo stesso nel determinare una corretta
politica di sviluppo e occupazione e di controllo della finanza pubblica, scaricando
interamente sulle pensioni lonere di ridurre il deficit pubblico, nella misura di un
punto di Pil, socialmente insostenibile.
La scarsa natalità e linvecchiamento della popolazione, che raggiunge nel nostro
paese risultati tra i migliori del mondo, vanno affrontati con una politica generale di
welfare e non con tagli alle pensioni.
Dicono che il sistema previdenziale non regge
E falso: le tre riforme degli anni 90 hanno già determinato un risparmio di spesa
pari a circa 100 milioni di euro e continueranno a determinare risparmi considerevoli fino
allandata a regime del sistema, al punto tale che lItalia, che avrà il
maggior invecchiamento demografico tra tutti i paesi europei, nel 2050 sarà, comunque,
anche il paese con il minor incremento di spesa previdenziale. Spesa previdenziale che va,
peraltro, correttamente calcolata dal momento che ancora oggi diverse prestazioni di
carattere assistenziale continuano ad avere copertura finanziaria dai contributi
previdenziali versati allInps, sul quale vengono anche a scaricarsi le situazioni
deficitarie dei fondi speciali, da ultimo quello dei dirigenti di azienda (per lintesa
tra governo e Confindustria), che nel 2003 comporterà un buco nel bilancio dellIstituto.
Dicono che la riforma delle pensioni è richiesta dallEuropa
E falso: lEuropa ha riconosciuto allItalia il merito di aver fatto una
riforma strutturale completa, cosa non ancora avvenuta in altri paesi. LEuropa ci
raccomanda invece di avere particolare attenzione e di intervenire per lemersione
del lavoro nero e per il recupero delle evasioni contributive, per ridurre drasticamente i
prepensionamenti, per allungare la permanenza al lavoro solo attraverso la volontarietà
espressa dal lavoratore, per sviluppare la previdenza complementare, per garantire una
pensione dignitosa ai giovani che svolgono i nuovi lavori, per mettere in atto tutte le
misure necessarie per garantire un aumento delloccupazione dei giovani, delle donne
e dei cosiddetti lavoratori anziani.
Dicono di voler garantire e migliorare il trattamento dei pensionati
E falso: il tanto sbandierato aumento a un milione di lire di tutte le pensioni che
stavano al di sotto del minimo, non solo va ad aggravare il bilancio dellInps,
essendo computato come spesa previdenziale, ma ha riguardato soltanto 1.400.000 soggetti
rispetto a una platea di 6 milioni; mentre a tutti i pensionati non sono stati
riconosciuti i trattamenti fiscali stabiliti dal precedente governo e nello stesso tempo
non è stata presa neanche in considerazione lidea di rivedere il sistema di
adeguamento annuale delle pensioni per garantirne il potere di acquisto, anche attraverso
uno specifico negoziato.
Dicono di voler garantire le pensioni future dei giovani
E falso: con la decontribuzione si determinerà un ulteriore abbassamento dei loro
trattamenti, e nello stesso tempo si metterà veramente a rischio il sistema pubblico con
una diminuzione delle risorse destinate al pagamento delle pensioni. La riforma del
governo coinvolge anche i giovani lavoratori assunti dopo il 1° gennaio 1996, per i quali
si cambia del tutto la normativa attuale che prevede unetà minima di 57 anni e una
contribuzione minima di 5 anni per andare in pensione, prevedendo, anche per loro, unetà
minima di 60 anni per le donne e di 65 per gli uomini o 40 anni di contributi. In questo
modo il governo non solo stravolge le riforme già fatte, ma mina alla radice il punto
più innovativo, anche a livello europeo, del sistema previdenziale italiano: il sistema
contributivo, rispetto al quale la prospettiva più giusta doveva essere la
liberalizzazione delletà pensionabile e non la sua uniforme rigidità.
Dicono che le pensioni di anzianità non saranno toccate
E falso: le pensioni di anzianità saranno di fatto addirittura cancellate. A
partire dal 1° gennaio 2008, infatti, per andare in pensione di anzianità saranno
necessari 40 anni di contributi oppure bisognerà attendere i requisiti per la pensione di
vecchiaia (65 anni per gli uomini e 60 per le donne), senza tenere conto che da tempo le
imprese scelgono di espellere dai processi produttivi masse di lavoratori sempre più
giovani, considerandoli vecchi e inutilizzabili per le attività produttive. La misura
proposta dal governo è quindi contraddittoria e iniqua, oltre a introdurre nel nostro
sistema delle rigidità che vanno proprio nel senso contrario rispetto a quanto viene
indicato dallEuropa. Inoltre la scelta del governo penalizzerà ulteriormente le
donne, che già difficilmente riescono a raggiungere i 35 anni di contribuzione.
Infine, rappresenta unaggravante lultima e improvvida trovata del Consiglio
dei ministri di penalizzare i lavoratori che decideranno dopo il 2008 e, sperimentalmente
fino al 2015, di lasciare il lavoro prima della vecchiaia. Il ricalcolo con il sistema
contributivo di tutta la vita lavorativa comporterà per questi lavoratori una pensione
tagliata della metà rispetto allultima retribuzione, perché si pretende di rendere
retroattivo un sistema di calcolo, senza che esso sia accompagnato dai dovuti correttivi,
introdotti dalla riforma Dini, per garantire un rendimento adeguato alle future pensioni
pubbliche.
Dicono che è necessario lutilizzo obbligatorio del Tfr per lo sviluppo della
previdenza complementare
E falso: non si considera che il Tfr è salario differito dei lavoratori, ha già
diverse finalità di utilizzo previste dalla legge e ha una salvaguardia di rivalutazione
annuale garantita. Da tutto ciò ne consegue che per la destinazione di tale istituto alla
previdenza complementare va garantita la facoltà per il lavoratore di esprimere la
propria opzione. Linadempienza del governo poi non ha limiti per quanto riguarda i
lavoratori del settore pubblico, per i quali la previdenza complementare è ancora una
vaga promessa.
Dicono che vogliono superare le diversità ancora presenti nel sistema
E falso: in tema di armonizzazione delle aliquote contributive si prevede solo laumento
di quelle relative ai co. co. co., senza prevedere nessun intervento per le altre
situazioni in atto (almeno 100 aliquote contributive diverse tra le quali quelle,
privilegiate, dei lavoratori autonomi). Inoltre si dimentica che siamo ancora in presenza
di trattamenti privilegiati, che richiederebbero in nome dellequità un intervento
strutturale, mentre il governo individua come unica disparità di trattamento ancora
esistente quella relativa al sistema di calcolo della pensione tra dipendenti pubblici e
privati, non tenendo conto che le vere disparità continua a praticarle il governo, datore
di lavoro pubblico, non attivando la previdenza complementare, non concedendo gli
incentivi ai pubblici dipendenti, e per di più non rinnovando neanche i contratti.
Dicono che ci saranno norme particolari per i lavoratori che effettuano lavori usuranti
E falso: al di là delle dichiarazioni di principio, nulla si dice nel merito della
questione, né tanto meno vengono stanziati i necessari finanziamenti, mentre il governo,
senza alcuna concertazione con le parti sociali, ha deciso di modificare radicalmente,
peggiorandole, le norme relative alla tutela dei lavoratori esposti allamianto.
Cgil Cisl e Uil sfidano il governo a confrontarsi sulle sue bugie. Gli inviti
al dialogo, ripetuti dal governo dopo aver preso decisioni unilaterali, sono strumentali.
Il governo, se davvero vuole un confronto con il sindacato, rinunci a rendere esecutiva
questa controriforma e apra un confronto serio, non già compromesso da decisioni
precostituite.
(8 ottobre 2003) |