Addio alle pensioni


Dopo il NO dei Sindacati il Governo peggiora ancora di più la sua proposta sulle pensioni: Dopo discussioni interminabili all'interno della maggioranza, con strascichi al limite della rottura come nel caso delle sparate leghiste, il consiglio dei ministri ha varato ufficialmente il testo che ora dovrà passare l'esame del parlamento. Nel testo ufficiale ci sono le nuove norme per andare in pensione, i tempi di applicazione della riforma e i rinvii a nuove trattative con i sindacati per la definizione di questioni ancora aperte come, per esempio, l'estensione degli incentivi a ritardare la pensione anche ai pubblici dipendenti, una norma che vale solo per i privati e che non è stata estesa, come erroneamente era stato anticipato, anche ai pubblici.

Ma vediamo i punti principali.

Requisiti per la pensione. L'articolo 1-ter, intitolato «misure a garanzia della sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico obbligatorio», stabilisce che dal primo gennaio 2008 l'età minima di pensionamento è elevata a 60 anni per le donne e 65 per gli uomini. Sempre dal gennaio 2008, si potrà andare in pensione solo con 40 anni di contributi versati. C'è anche la possibilità di andare in pensione senza questi requisiti, ovvero con 35 anni (o più) di contributi e un'età anagrafica pari o superiore a 57 anni per i lavoratori dipendenti e 58 per gli autonomi. Ma - al contrario di quel che fanno capire le battute trionfalistiche di Bossi - tutti i lavoratori che sceglieranno questa strada saranno fortemente penalizzati in termini di entità delle pensioni. Usciranno tutti con il calcolo contributivo e perderanno molto soldi, anche se è difficile fare una stima di massima viste le diverse «storie contributive». E' anche probabile che questa «scelta» apparente venga utilizzata dalle imprese come prepensionamento camuffato ai danni dei lavoratori. Nonostante la difficoltà a produrre delle simulazioni generalizzabili, i sindacati calcolano che con le penalizzazioni-disincentivi il lavoratore possa perdere anche il 30 per cento della sua pensione. Le penalizzazioni verranno applicate fino al 2015, anno in cui la riforma Dini sarà andata pienamente a regime e quindi tutti i lavoratori saranno ormai con il metodo contributivo.

Incentivi a rimanere. Il testo varato ieri spiega che nel periodo 2004-2007, al fine di incentivare le propensioni al posticipo del pensionamento, ai fini del contenimento delle spese, tutti i lavoratori dipendenti che hanno maturato i requisiti per la pensione di anzianità (secondo la legge Dini), possono avere in busta paga tutto l'ammontare dei contributi previdenziali (32,7% della retribuzione). Questi lavoratori devono però avere anche ben chiaro che avendo i contributi in busta paga avranno anche la pensione bloccata a quella data. E poi al momento di andare in pensione percepiranno un assegno con meno anni di contributi, con una perdita secca sull'ammontare finale della pensione stessa. Ai lavoratori che rinuncino alla pensione di anzianità viene anche data la possibilità di versare i contributi all'Inps per avere una pensione più alta, oppure destinare questi soldi alla previdenza complementare, ovvero al fondo pensione o alle assicurazioni private e alle banche.

Pubblici dipendenti. Quello dei dipendenti pubblici, stato, enti locali, ecc., è un discorso che va chiarito. La norma varata ieri da palazzo Chigi non stabilisce affatto l'estensione automatica del diritto agli incentivi stabiliti per i privati. Il testo spiesa infatti che l'estensione sarà possibile (forse) «previo confronto con le parti sociali, le regioni e gli enti locali e tenuto conto della specificità dei singoli settori e dell'interesse pubblico connesso all'organizzazione del lavoro e all'esigenza di efficienza dell'apparato amministrativo pubblico». Questo vuol dire che è possibile che interi settori del pubblico non avranno mai questi incentivi.

Lavoratori dell'amianto. L'esclusione dalle prestazioni previdenziali di migliaia di lavoratori esposti all'amianto non è stata stabilita con la delega di ieri, ma è nei provvedimenti della manovra per il 2004. Si tratta, come hanno denunciato in molti, tra cui ieri il senatore Ds, Antonio Pizzinato,di un provvedimento immorale e vampiresco che colpisce gente ammalata o a rischio di tumore. Tra l'altro molti lavoratori avevano già chiesto la pensione e quindi sono stati licenziati; perciò ora non avranno né salario, né pensione.

Tfr ai fondi pensione. Il governo si dice disponibile ad aprire una trattativa con i sindacati già dalla prossima settimana sul trasferimento obbligatorio del Tfr ai fondi pensione e la decontribuzione. Ma i sindacati hanno già detto varie volte no all'obbligatorietà e ora sono ancora meno disposti a trattare qualsiasi cosa dopo il carico da undici dei 40 di contributi obbligatori.

Decontribuzione. Nonostante le parole di Confindustria che si dice ancora insoddisfatta, il governo sta marciando sulle linee tracciate proprio dagli industriali. Il taglio dei contributi previdenziali per tutti i nuovi assunti è uno dei punti forza di questa riforma. Questo taglio, unito alle nuove regole sull'anzianità contributiva a 40 anni e ai disincentivi per chi andrà in pensione prima, svelano il vero obiettivo della riforma, oltre quello di fare cassa: ridurre le pensioni pubbliche a qualcosa di residuale come in Inghilterra. In gioco ci sono proprio le generazioni più giovani che non avranno mai la pensione.