I riformisti della Cgil verso il passato
Contro la linea dell'ultimo congresso nasce un'area molto
influenzata dal nascente «partito riformista». Che glissa sui contenuti e ha come unico
obiettivo un'unità ideologica e verticistica con Cisl e Uil
DINO GRECO - Segretario Cgil Brescia
L'articolo integrale di Dino Greco è sulla
Rivista "Il Manifesto"
Nella calura estiva è apparso, per poi
rapidamente inabissarsi e infine riemergere in un'assemblea romana del 15 settembre
scorso, un documento redatto da un gruppo di sindacalisti della Ccil che ha provato a dare
organicità a una posizione politica aspramente avversa all'attuale linea della
confederazione. (...) Secondo questa lettura la Cgil avrebbe perso la cognizione del
valore dell'autonomia, dell'unità, della rappresentanza sociale e dovrebbe essere
sottoposta a un'intensa cura di risindacalizzazione. (...) L'esame dei testi porta
a una scoperta piuttosto sconcertante. Perché il contesto politico nazionale è
semplicemente descritto come «segnato dalle tensioni e dalle contrapposizioni indotte
dal governo di centrodestra» che «non è riuscito a garantire le
condizioni di un nuovo miracolo economico» e che ha aperto un conflitto che investe
questioni decisive della vita democratica. Questo è tutto. Il significato dell'avvento al
potere del centro-destra, il sodalizio stretto con Confindustria, l'attacco furibondo alla
Costituzione repubblicana, il ripudio delle sue radici antifasciste, lo sfondamento senza
precedenti sul terreno dei diritti dei lavoratori e dello Stato sociale, sono questioni
eluse o stemperate sino a negare che esistano rischi di regime e che si sia consolidato
nel paese un blocco sociale reazionario.
Peraltro, nessuna attenzione è dedicata a indagare i processi materiali che attraversano
la condizione lavorativa, a misurare il solco profondo che la precarizzazione ha scavato
nel diritto del lavoro, cancellandone il tratto socialmente evoluto e retrocedendo il
rapporto di lavoro a compravendita di merci. Neppure il passaggio da un sistema di
relazioni sociali fondato sulla contrattazione, sia pure nella sua versione concertativa,
a un altro - denominato «dialogo sociale» - che fissa il primato della legge e affida ai
sindacati compiti di pura applicazione di quelle norme o, addirittura, di certificazione ex
post di comportamenti contrattuali derogatori; neppure il tendenziale superamento del
principio della «norma inderogabile», che impediva al lavoratore di rinunciare ai frutti
della contrattazione collettiva, proteggendolo anche dalla propria debolezza che emerge
prepotentemente quando si individualizzano i rapporti di lavoro; neppure la pratica di
accordi che escludono ormai sistematicamente la più grande organizzazione sindacale del
paese, riescono a suscitare una riflessione sull'autentico salto, sulla mutazione
materiale e, ormai, anche formale dei rapporti sociali in Italia. (...)
Il punto cruciale del documento è quello dedicato alla rottura dei rapporti unitari della
quale la Cgil porterebbe tutt'intera la responsabilità. Inutilmente si cercherebbe il
benché minimo cenno critico al comportamento delle altre confederazioni. La stessa firma
separata del «patto per l'Italia» sarebbe la conseguenza di un irrigidimento settario
del gruppo dirigente della Cgil che, anziché produrre un convinto tentativo di
mediazione, si sarebbe arroccato «imboccando la strada dell'autosufficienza».
Di più: la Cgilavrebbe da quel momento inanellato una serie di scioperi, manifestazioni,
atti unilaterali «non dettati da reali necessità, con il risultato di
generalizzare la divisione e di dare ad essa una valenza strategica». Qui
l'ordine causale viene rovesciato, la sequenza degli atti dimenticata, il merito del
contendere cancellato. Il merito, appunto. Il documento, a questo proposito, va via
veloce, liquida la questione della coerenza (che ha qualcosa a che vedere con i contenuti
e con la rappresentanza degli interessi) e spiega che essa non risolve il problema
dell'isolamento, giungendo alla stupefacente conclusione che «una serie di posizioni
giuste nella loro singolarità possono dare luogo a una linea errata».
(...) Il ragionamento va poi dritto al suo punto focale e assesta la stoccata decisiva: se
si toglie il «sovraccarico ideologico», si scopre che fra le confederazioni «c'è
si un pluralismo di approcci e di culture sindacali (...) ma nessuna vera
discriminante di principio». Insomma, se si esclude il tema della democrazia,
«tutto il resto fa parte di una normale dialettica sindacale che può
essere incanalata dentro un processo di mediazione unitaria». (...)
I critici a trecentosessanta gradi della linea della Cgil indicano la strada della
«rinascita» o, meglio, della «risindacalizzazione», nella riconquista dell'autonomia
perduta e della rappresentanza sociale incrinata. «Senza autonomia - recita il
documento - non c'è sindacato, ma solo un surrogato della politica, un
movimento che ha nella sfera politica le sue motivazioni». Parole
sante, ma paradossali, poiché alla Cgil viene imputato un deficit di autonomia proprio
nel frangente storico in cui essa appare più libera da ipoteche esterne, da vassallaggi
invasivi e forte di un rapporto con i lavoratori e di un prestigio che non sono stati
logorati dagli attacchi subiti incessantemente e da tutte le direzioni. È davvero
bizzarro che proprio quando la Cgil resiste a propositi di colonizzazione la si accusi di
aver compiuto una scelta aprioristica di campo che ne pregiudicherebbe credibilità ed
efficacia. (...) La «risindicalizzazione» di cui essi parlano si risolve in una
pragmaticissima navigazione a vista, in un'azione di rimessa sistematicamente giocata sul
sempre più impraticabile terreno delle controparti. Le loro proposte oscillano fra la
genericità sconfortante e l'invenzione estemporanea, carica di rimandi allusivi, di
ammiccamenti a posizioni altrui, ma povera di elaborazione. Elenchiamo: conferma
dell'accordo interconfederale del luglio `93, riproposizione della concertazione «come
metodo e come sistema», estensione dell'ambito coperto dalla
contrattazione di secondo livello (aree, distretti, artigianato), intreccio fra politiche
contrattuali aziendali e territoriali, sindacalizzazione dei nuovi lavori',
formazione, promozione di una professionalità polivalente, controllo delle flessibilità,
governo dei tempi, `rivalutazione' dei salari e mantenimento del valore delle pensioni,
sostegno al federalismo solidale e costruzione del Welfare locale nel segno del principio
antiburocratico di sussidiarietà, attraverso lo sviluppo della negoziazione sociale.
Questa è la grande svolta.
Non si pensi che sia possibile rintracciare qualcosa di più consistente, oltre i titoli
appena enunciati. Se non la inscrizione di queste «nuove» pratiche sindacali dentro il
roboante tema della modernizzazione. E cosa significa modernizzare? Significa «ispirare
l'innovazione tecnologica, produttiva, organizzativa» che, lo si tenga bene in mente,
«non è la minaccia, bensì la ricerca delle soluzioni adeguate» imposta
«dal passaggio dalla rigidità della fabbrica fordista alla flessibilità del
capitalismo molecolare»: una perfetta ricetta da Reader's digest. E,
sempre in tema di modernizzazione, di passaggio e in sole cinque righe, ecco la nuova
frontiera, quella della negletta questione della partecipazione dei lavoratori alla
democratizzazione dell'impresa, che viene rilanciata evocando, senza traccia di
approfondimento, i consigli di vigilanza, l'azionariato e la cogestione. Il nodo
davvero non sciolto del governo di un ciclo produttivo sempre più internazionalizzato e
ramificato sino all'inafferrabilità nelle sue articolazioni operative, ma iperconcentrato
nel comando d'impresa, viene risolto in una formuletta importata che più che una proposta
sembra un gioco di prestigio.
A parziale giustificazione dei redattori della proposta, per così dire, di merito, vi è
il fatto che la più autentica, se non la sola intenzione del documento non sta nel
progetto. È di altro genere la virata che si vuole imprimere e, alla fine, si arriva al
sodo. Ciò che preme è recuperare hic et nunc l'unità d'azione con Cisl e Uil
(essendo stata l'unità organica bruciata, «quando sembrava a portata di mano, anche
per responsabilità - manco a dirlo - della Cgil»). Per farlo, «la
Cgil deve assumere da ora l'impegno a non compiere alcun atto unilaterale (piattaforme,
scioperi, accordi), rinviando tutte le questioni controverse a una sede unitaria di
verifica e di mediazione». Eccola qui la chiave di volta, l'escogitazione che
estingue tutte le contraddizioni, riassorbendo in sé metodo e merito. «La Cgil deve
prendere l'iniziativa», chiedono a gran voce: l'iniziativa di non prendere più
alcuna iniziativa (propria) e di risolvere ogni contenzioso fra stati maggiori in una
improbabile e già fallita camera di compensazione unitaria.
E la rappresentanza sociale? E la democrazia? E il rapporto con i lavoratori? La soluzione
è semplice: essi non eserciteranno alcuna sovranità diretta sulle materie contrattuali
che li riguardano, perché la stessa sarà rimessa «alla rete rappresentativa ed
unitaria delle Rsu». Questa è, con ogni evidenza, la sola vera
proposta politica contenuta nel documento: la fine di quella che è stata vissuta - a
partire dal febbraio del 2002 - come una folle corsa verso l'isolamento, intrisa di
massimalismo e di settarismo.
Quella reclamata, tuttavia, non è una pura restaurazione, giacché non si tratterebbe di
un ritorno allo status quo ante, ma di qualcosa di peggio. La rinuncia alla propria
visione, la resa senza condizioni alle superiori ragioni di un'unità purchessia,
avvengono in un contesto sociale e politico come quello attuale, dove tutti gli spazi sono
chiusi e dove persino la più moderata delle politiche contrattuali è considerata dalle
controparti un intralcio da cui sgombrare il campo. La vocazione unitaria - così
concepita - perde ogni significato progressivo, condanna la Cgil alla marginalità e a un
ruolo gregario del quale non è profetico immaginare le devastanti conseguenze. (...) Si
è intravista, forse non a torto, una simmetria, se non una perfetta corrispondenza, fra
la coazione all'unità «senza se e senza ma» dei «riformatori» della Cgil e il
progetto politico di nuovo conio che punta alla costruzione di un partito riformista
imperniato sull'asse DS-Margherita. Credo se ne possa parlare seriamente, senza
infingimenti e senza stucchevoli accuse di dietrologia, essendo tutto piuttosto chiaro.
L'ipotesi, del resto, non sembra peregrina, poiché è senz'altro plausibile che chi si
sente impegnato in un progetto di tale portata (quale che sia l'opinione che si abbia in
proposito) consideri un intralcio tanto le divisioni fra sindacati che considera inscritti
nell'orbita culturale riformista, quanto il protagonismo di un sindacato come la Cgil che
sta tentando di delineare una propria progettualità e che non accetta la subordinazione
del sociale al politico. Il fatto è che in gioco è proprio l'autonomia, apparentemente
invocata come prerogativa che la Cgil dovrebbe riconquistare, ma che in realtà si
vorrebbe rinsecchita e risucchiata dentro un orizzonte economicistico. In altri termini,
si immagina un sindacato - tutto il sindacato - dedito a un pragmatismo politicamente
agnostico, che lascia la politica «a chi la sa e la deve fare» e che - soprattutto - si
muove, solerte e obbediente, dentro le coordinate da essa dettate. Va da sé che chi la
intenda così auspichi (pretenda), secondo uno schema classico, il primato del (proprio)
partito sul sindacato e consideri ogni scarto da questa norma inossidabile una patologia
grave, talmente grave da doversi procedere drasticamente, per amputazione del male. Questo
è il punto di uno scontro che non sarà breve o lieve. E non si dovrà attendere molto
per vederne gli effetti. Certo, colpisce un poco trovare sostenitori oltranzisti della
modernità intenti a riesumare il modello giurassico dell'eterodirezione del sindacato che
tanti danni ha fatto - a Est come a Ovest - ai lavoratori e alla stessa causa della
democrazia, socialista e non. Ma non è la prima e non sarà l'ultima volta che vere e
proprie rimasticature vengono riciclate e rifilate, avvolte nella carta a lustrini del
modernismo.
Tuttavia, non sarà facile normalizzare la Cgil, ricondurla a un ruolo ancillare, domarne
non soltanto il gruppo dirigente più ristretto, ma il ben più esteso quadro attivo,
fatto di tanti delegati, lavoratori che hanno vissuto con maggiore intensità e
consapevolezza di quanto non si creda la svolta maturata in questi anni. E che non
chiedono né abiure né controsvolte ma, semmai, di portare sino in fondo il cambiamento
intrapreso. A quel popolo della Cgil si dovrà fare appello, perché tutto non si
trasformi in un sordo scontro di apparati. E non sarebbe cosa disdicevole, o interferenza
indebita, se un tema come quello dell'autonomia del sindacato potesse divenire oggetto di
interesse e di discussione pubblica anche fra gli intellettuali, se vorranno battere un
colpo.
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