Comitato Direttivo CGIL Lombardia 
Mantova, 25 e 26 settembre 2003

 

Relazione del Segretario Generale CGIL Lombardia Susanna Camusso
“La fase politica e il  modello contrattuale”

Il Direttivo di oggi l’abbiamo volutamente convocato in forma seminariale per poter affrontare temi che non sono solo l’immediata attualità, a cui ovviamente non ci sottrarremo, e per non subire una modalità, anche percettiva, della struttura regionale impegnata solo sull’attualità, ampiamente mobilitata sulle iniziative nazionali senza essere in grado di svolgere contemporaneamente una funzione propria-e possibile per questo gruppo dirigente-di stimolo, sollecitazione, orientamento delle politiche della nostra organizzazione.

Insisto sui termini stimolo, contribuire all’orientamento non certo per volontà separatiste o di alterità  ma per valorizzare l’esercizio della nostra funzione di elaborazione.

A completamento dell’affermazione che non vi è nessuna volontà di sottrazione, anticipo che per la metà di ottobre intendiamo convocare un CD per discutere di finanziaria, delle iniziative di mobilitazione anche in relazione a quanto si discuterà nel direttivo nazionale del 6/7 ottobre, ed anche per avviare in parallelo il ragionamento-se per allora ne avremo gli strumenti- relativo al bilancio regionale e alla discussione delle segreterie regionali unitarie prevista per l’8 ottobre.

Data la premessa, mi scuserete quindi se, come si confà ad un direttivo regionale che si svolge alla fine di una tornata di direttivi della “ripresa” – possiamo definirli così – in tutti i territori,  darò per acquisiti molti temi citandoli solo per titoli.

Partirò, al contrario di altre volte, dalle scadenze, innanzitutto dalle 2 ore di sciopero della nostra confederazione sulla legge 30.

Dobbiamo con realismo dirci che abbiamo trovato e troviamo difficoltà, a partire dall’orientamento del gruppo dirigente, non tanto per l’articolazione ovvia ed ampia delle modalità, ma soprattutto per la coincidenza con altre attività delle categorie impegnate nei rinnovi contrattuali, per la osticità del tema, per la fatica della ripresa, perché si tende a contrapporre la discussione necessaria ed aperta che è al centro di questa iniziativa ai primi segni di dialogo con CISL e UIL sulla finanziaria e le pensioni.

Che la Legge 30 non possa essere, nell’immediato, argomento di grande mobilitazione-non a caso abbiamo parlato di assemblee- e che sia tema di ampia contraddizione con CISL e UIL non ci sono dubbi.

Ciò che preoccupa è che tutto questo non si traduca, invece, in un disimpegno della nostra organizzazione da quel lavoro di informazione e formazione dei lavoratori essenziale non solo per le caratteristiche della legge, che dò per note in questa discussione, ma soprattutto perché contrasto e contrattazione saranno, dalla pubblicazione della Legge, la nostra attività primaria; contrasto e contrattazione nei CCNL, nella contrattazione di 2° livello, nel territorio fino agli uffici vertenze, al patronato, alle leghe SPI.

Questo non solo per la nostra funzione e strategia di rappresentanza dei lavoratori, di tutela e di difesa ed allargamento dei diritti ma anche per dire le cose un po’ crudamente, per salvaguardare la nostra esistenza di organizzazione dei lavoratori.

Continueremo la nostra iniziativa di approfondimento e documentazione, noi come il nazionale e i territori, ma vi è la necessità di un salto di qualità.

Come una diversa qualità/quantità dell’iniziativa è essenziale nella preparazione della manifestazione del 4 ottobre e non solo per le caratteristiche di mobilitazione contro la finanziaria, per lo stato sociale e le pensioni che sta assumendo, non solo perché è manifestazione unitaria del sindacato italiano e di quello europeo, ma per la rilevanza che l’Europa, l’orientamento della sua costituzione hanno anche per noi, per il nostro futuro, per l’evoluzione politica dell’Europa stessa, per dare gambe poi alla progressiva costruzione di quel sindacato europeo che spesso auspichiamo, che abbiamo visto inadeguato, pur con dei segnali utili, ma che non nascerà per decreto, ma per la faticosa e continua alimentazione di iniziativa unitaria.

La CGIL, in continuità e coerenza, con la sua idea che il lavoro, i suoi diritti, i diritti di cittadinanza devono tornare ad essere centralità della politica nazionale ed europea non può trascurare questa scadenza. Per l’utilità del confronto del 3 con il social forum e i passi in avanti che questo può permettere a una piattaforma comune.

La settimana dopo saremo a Perugia per la Perugia-Assisi, di nuovo l’Europa tra le parole d’ordine, di nuovo la necessità di mettere la pace al centro di una grande mobilitazione.

Non una partecipazione rituale, siamo stati parte attiva importante e cosciente del grande movimento per la pace, abbiamo, contro la guerra, indicato tutti i rischi e le conseguenze delle sciagurata decisione della coalizione angloamericana, i fatti, la tragica situazione in Iraq ci hanno dato ragione; la gestione della road map, le difficoltà in cui versa, il veto all’ONU poi mitigato dalla mozione approvata, confermano una situazione esplosiva in medioriente.

Un linguaggio cinico ci potrebbe far dire che dobbiamo rivendicare la giustezza delle nostre posizioni, il desiderio di un mondo migliore deve farci lavorare perché non si dia per esaurito il movimento per la pace ma si continui a dargli forza.

E dovremo anche darci un appuntamento per valutare le novità che l’approcciarsi di nuovi protagonisti, prima e dopo Cancun, sta determinando rispetto agli organismi mondiali e al loro ruolo, la loro funzione la loro riformabilità verso istituzioni democratiche e multipolari.

Come ben sapete l’incontro di martedì sulla finanziaria non ha avuto il merito di fornire indicazioni effettive su quale finanziaria ci attende, su quali orientamenti, quali volontà di affrontare e contenere la grave crisi del nostro paese; lo stesso tema della previdenza, apparentemente scorporato dalla finanziaria ed oggetto di un incontro oggi non è effettivamente delineato.

Ma le nostre peggiori ipotesi appaiono confermate: si delinea una finanziaria grave sul piano dell’etica, la logica dei condoni e dell’illegalità continua a far la parte del leone:

tagli ai trasferimenti agli Enti Locali e alle Regioni con le debite conseguenze, mancanza di investimenti significativi sulle infrastrutture, pochi soldi e dispersi su quello che il governo chiama sviluppo, dentro la cornice delle controriforme su scuola, ricerca, università, lavoro, informazione e legge Gasparri.

Mancano idee, interventi sui prezzi e le tariffe, di controllo dell’inflazione.

Mancano idee di politiche di incentivazione positiva per le imprese, per il mezzogiorno, di politiche di ammortizzatori delle quali si è sentita la gravissima assenza nella procedura di licenziamenti collettivi attivata, per la pervicacia della Fiat, all’Alfa Romeo.

A questo si aggiunge la previdenza, le scelte sulla sanità, le risorse per le famiglie, per le scuole private e, sullo sfondo ma confermate come scadenze ravvicinate, la delega previdenziale e quella fiscale.

Una novità sicuramente c’è, il governo del turbo sviluppo ammette la crisi e dovendo commentare una clamorosa mancanza di entrate determinata dal binomio non crescita e costruzione di nuova evasione ed elusione, ammette di aver bisogno di più risorse di quelle precedentemente dichiarate e rilancia così l’indecoroso balletto sulla previdenza. 

I commenti di Confindustria sono noti, direi quasi rabbiosi, anche qui a conferma del crescente malumore per una linea collateralista di D’Amato che sempre più viene giudicata priva di risultati.

Anche i rappresentanti di regioni, province e comuni hanno manifestato il loro dissenso, anche se sugli enti locali vi è un compito anche nostro di consolidare un giudizio e di favorire la loro iniziativa.

Il giudizio della CGIL è chiaro, come ha riconfermato ieri Guglielmo Epifani: vi è la necessità della mobilitazione e dello sciopero generale.

Ma veniamo a CISL e UIL: nonostante il lavoro svolto non siamo stati in grado di definire un documento con loro, e varie forze del governo stanno muovendosi per separare finanziaria e previdenza per fornire un risultato a CISL e UIL stesse.

Non basta un puro marchingegno tra legge finanziaria e decreto sulla previdenza ma oggettivamente il filo unitario è labile, per questo è utile che nei prossimi giorni vi siano iniziative dalle fabbriche, se possibile, che diano forza alla necessità di rispondere ad una finanziaria sbagliata ed iniqua.

Serve l’iniziativa unitaria verso gli enti locali, serve continuare ad orientare sul tema prezzi, tariffe, inflazione e potere d’acquisto.

Serve continuare una battaglia perché non cresca l’idea che le pensioni le difende la Lega.

Bisogna cioè fare quello che una volta chiamavamo lavoro dal basso per favorire un vincolo di CISL e UIL a quella piattaforma che non si è scritta, e lavorare perché vi siano le condizioni per arrivare ad una mobilitazione unitaria nel mese di ottobre.

Sapendo che gli stessi metalmeccanici della Fiom, nel confermare lo sciopero della categoria il 17/10 sono ovviamente disponibili ad assumere decisioni diverse se ci fosse la proclamazione dello sciopero unitario. Quindi non una “nuova fase” in corso ma spostamenti, diversi orientamenti che, in gran parte, abbiamo determinato con la nostra iniziativa.

Dicevo all’inizio che abbiamo deciso di confermare anche i temi della discussione: inizierò con il ragionare di verifica dell’accordo del 23 luglio e di modello contrattuale; continuerà domani Baseotto parlando di conferenza d’organizzazione.

Le cose che diremo nelle introduzioni sono confortate da prime discussioni nei gruppi di lavoro.

Personalmente devo scusarmi con i compagni del gruppo di lavoro sulla contrattazione ma non ho fatto in tempo a fornire loro in anticipo la traduzione concreta dell’ultima riunione; per questo parlo di conforto, non di un lavoro completamente compiuto collettivamente fino alla relazione.

Ma in questo direttivo vogliamo avviare la discussione, definire-anche ampliandoli-gruppi di lavoro che continueranno nei prossimi mesi l’elaborazione per portarla ai prossimi momenti di confronto.

Dichiarato il metodo, nell’approccio alla discussione sul modello contrattuale vanno indicate alcune premesse.

La prima è che se dovessimo rispondere alla domanda se sia possibile oggi un confronto sulla verifica del 23 luglio, credo che tutti risponderemmo di no in ragione di una stagione contrattuale aperta e difficile, di un governo con le caratteristiche note e di un’ampia difficoltà unitaria ad elaborare proposte.

La seconda è che la materia non è declassificabile ad un confronto a 2, sia perché ci vuole una cornice che solo il coinvolgimento del governo può garantire, sia perché si darebbe funzione dirimente  allo stato attuale delle vertenze contrattuali, con la grave ferita aperta nei metalmeccanici.

Questo vuol dire che siccome non si può pensare ad un confronto a breve possiamo derubricare o rinviare sine die  la discussione? Credo di no, anche qui per due ragioni:

la prima è che tra le tante questioni che incidono sulla politica contrattuale, una è senz’altro il peso crescente ed invadente della legislazione sulla contrattazione, che svolge la duplice azione di svuotamento della funzione in particolare dei contratti nazionali, e-cosa evidente con le ultime leggi-apre contraddizioni anche nella gerarchia delle fonti contrattuali.

La seconda è che la CGIL deve avere una sua proposta su cui costruire consensi ed alleanze, che si affianchi alle nostre proposte di legge sui diritti e gli ammortizzatori, ma anche per dare forza alla difesa del modello del ’93 dalle aggressioni del governo e da quelle di Federmeccanica, capofila di un’altra idea di relazioni coerente a quel progetto del centrodestra di abolire la funzione della rappresentanza sociale, per sostituirla con un corporativismo misto a populismo degli accordi con chi ci sta, che rappresenta l’idea di dialogo sociale della destra italiana.

Infine una proposta compiuta serve a dare forza ad un progetto autonomo di scelte contrattuali della CGIL, strada necessaria per rafforzare le nostre proposte, le nostre priorità, per ricostruire quella cornice che la destra ha affossato, cancellando il modello del 23 luglio nella parte fondamentale della politica dei redditi.

La liquidazione della concertazione, insisto, voluta dalla destra, che in troppi commenti si tramuta in una sorta di liberazione dai vincoli, favorisce l’idea che la concertazione da metodo debba trasformarsi in merito e funzione; tesi cara alla CISL ed estranea al nostro giudizio sul 23 luglio.

Ma una discussione equilibrata deve partire da cosa è cambiato, cosa serve, come serve.

Dicevamo, la concertazione è stata cancellata dalla destra; il governo ha cancellato il metodo, basti pensare all’inflazione programmata, ha cancellato gli obiettivi da condividere, che avevano dato senso al metodo: risanamento del paese, politica dei redditi e redistribuzione, ruolo e funzione delle parti sociali.

La destra, il governo hanno proposto un altro modello di dialogo sociale che non ha in sé-nella versione nostrana ed anche nella pratica lombarda-le caratteristiche di quello europeo, sono diverse, non obiettivi da condividere ma informazione e consenso di chi ci sta.

Per questo era ed è funzionale al loro modello la logica degli accordi separati.
Nel cosa è cambiato ci sono anche elementi positivi:
Piccolo non è bello.
Il processo di riarticolazione, riorganizzazione, ristrutturazione delle imprese è ben più profondo, si è nuovamente deterrminata una letteratura sulla funzione della dimensione delle imprese anche a confronto di Francia e Germania, dove le imprese hanno ben altre dimensioni.
Politiche di incentivazione delle imprese connesse a criteri non vi sono più state-non lo è certo la Tremonti bis.
E’ l’assenza di una politica dei redditi che fa saltare il controllo sui prezzi e le tariffe, o che determina il cambiamento delle modalità e dell’etica del fisco, con lo spostamento delle risorse dai lavoratori dipendenti e i pensionati ad altro.
Con la legge 30, cambia la gerarchia tra contrattazione e legge così come cambia la gerarchia tra le fonti contrattuali, producendo una destrutturazione del mercato del lavoro.
Altro, esempio l’orario cambia nei fatti, possono cambiare nei fatti la funzione e il peso della contrattazione.

E’ evidente che la percezione, nella nostra organizzazione, del cambio di gerarchia tra legge e contrattazione può essere diversa per le storie che la caratterizzano, ma è certamente un nodo molto rilevante se si reputa, come pensiamo in Cgil, essenziale difendere il Contratto Nazionale.
Ed allora torniamo al punto della politica dei redditi: di reddito continuerò a parlare e non di questione salariale, perché non credo che il problema aperto oggi sia solo questione di quali risultati salariali otteniamo dal binomio CCNL e secondo livello.

Non è così facilmente risolvibile, perché gran parte dell’erosione del reddito non deriva dalla scarsità di tutela del salario contrattuale-sempre con l’eccezione dei meccanici-ma dai mutamenti nella politica dei prezzi, del fisco, del welfare nazionale e locale, degli affitti.
Da queste voci deriva l’impoverimento dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.
Senza rimettere al centro questo tema e senza individuare  limiti e modifiche necessarie, a partire dalla controriforma fiscale Tremonti, rimarrebbe l’idea debole e perdente della rincorsa salariale.

In molti dicono che la spirale in atto è una spirale prezzi-inflazione e non salari-inflazione.

Molti economisti si sono dedicati a spiegare che un tasso di inflazione programmata più alto non genera inflazione, ma è la mancanza di concorrenza a far sì che i prezzi dei settori protetti possano aumentare.
Perché una delle tante contraddizioni è che la privatizzazioni, nate per liberalizzare, hanno invece continuato un iter che ha passato al privato i monopoli e questo spiega molto sul versante tariffe.
Né l’idea, assunta con il patto di Natale, dell’inflazione europea, cambierebbe oggi il giudizio di inadeguatezza rispetto alla situazione concreta del potere d’acquisto in Italia.
Per questo la politica dei redditi va vista anche come necessità di una tenuta nazionale della tutela del potere d’acquisto, respingendo logiche regionaliste che pure ci sono e mantenendo invece quella funzione che il 23 luglio ha avuto di non innescare logiche di rincorsa tra le categorie, ma invece di favorire un circolo virtuoso di coordinamento e cooperazione.
La cornice, dunque, l’obiettivo condiviso deve essere una politica dei redditi che risponda ad alcuni criteri:
-redistribuzione della ricchezza
-equità e quindi progressività fiscale
-controllo delle tariffe e funzione delle authority
-idem per i prezzi
-monitoraggio dell’inflazione articolando diversamente i sistemi di misurazione
-politiche di welfare
A questo si collega l’idea che il Ccnl che, mi pare ovvio tra noi, resta punto fondamentale, solidale, non va svuotato, deve essere il luogo della salvaguardia del potere d’acquisto deve trovare le modalità di tutela.
I modelli europei ci consegnano, a partire dalla Germania, una contrattazione annuale riferita all’inflazione, la nostra esperienza ci consegna variazioni sul tema ma sostanzialmente un modello fatto di valore punto, moltiplicato per pregresso, reale, atteso (visto che l’inflazione programmata non è più un riferimento realistico).

Il modello artigiano, seppure sottoposto a disdetta, ci consegna il recupero automatico.

Rimane poi un’antica domanda: se questo schema reggerebbe nel caso in cui l’inflazione riprendesse ampiamente a correre, anche se la dimensione europea e i suoi vincoli cambiano ovviamente il quadro del ’93.

Allora si può dire che, definito un quadro di scelte sulla politica dei redditi, l’incrocio dei tempi e quali variabili prendere in considerazione sono il tema della tutela del reddito.

Questo ovviamente non cancella il ragionamento sulla produttività su cui abbiamo prodotto sintesi al congresso, sciogliendo però un equivoco: produttività di settore anche per incrementare i salari, ma non come supplenza alla scarsa diffusione della contrattazione, perché il problema dell’estensione dobbiamo comunque riproporcelo.

E’ ovvio che, nuovamente, il nostro ragionamento si svolge sui due livelli; allora bisognerebbe uscire da terminologie che generano sospetto come alleggerimento, flessibilità tra i due livelli, spostamento dei pesi, per affermare invece quali funzioni, anche alla luce del dilemma di quale nuova gerarchia tra legge e contratto.
Il Ccnl deve essere luogo della tutela dei redditi, dei diritti nazionali, orario, diritti individuali,  informazioni, tutele generali, mercato del lavoro.
Così come, mentre riprenderemo il ragionamento sulla professionalità, spetterà però al Ccnl la relazione tra inquadramento e minimi salariali e scala parametrale.
Se questo è il Ccnl, alcune domande ci sono: lo schema 2+2 e le normative al quadriennio tendono verso un’Europa che abbrevia i tempi di avvicinamento tra inflazione e salari; forse anche il Ccnl può avere dinamiche diverse.

Da tempo è nota per esempio una propensione Uil al ritorno al triennio, ma l’altro problema è interrogarci sulla qualità della contrattazione ed il deficit vero che abbiamo avuto, ovvero la capacità di contrattare su organizzazione del lavoro, orari: tradotto, sulle condizioni di lavoro.

Ci sono i nostri limiti, ma sicuramente vi è il nodo della ripetibilità delle materie che fa sì che sugli inquadramenti, per esempio, si moltiplichino le commissioni contrattuali nazionali e non i risultati.

I premi di risultato non hanno risposto alla funzione di intervenire sull’organizzazione del lavoro.
Questo è un punto fondamentale di riflessione, anche per gli effetti di appiattimento che hanno prodotto che, se collegati all’assenza di risultati diffusi sull’inquadramento unico determinano un vero scollamento sul tema professionalità.
Si può ragionare sul fatto che mercato del lavoro, formazione professionale, scolarità non danno più all’inquadramento unico le stesse radici teoriche che avevano negli anni ’70.
Si può ragionare sul fatto che, mentre il 23 luglio ha prodotto un risultato di coordinamento tra categorie, questo non è avvenuto su altri temi che invece la riorganizzazione delle imprese propone.
Non mi addentro qui nel tema delle molteplicità dei contratti, più di 300, tema che torna anche nel gruppo di lavoro sulla conferenza d‘organizzazione.
Ma è certo che una lettura dei processi di riorganizzazione non solo delle imprese private apre la problematica della nostra struttura contrattuale e della sua adeguatezza.
Ma per mantenere il filo, se dobbiamo dare risorse al 2° livello di quantità e qualità senza indebolire la funzione del Ccnl, la professionalità, la sua misurazione, la sua valorizzazione, la sua retribuzione può essere l’idea che ci permette di incidere sull’organizzazione del lavoro e di riqualificare funzione e criteri dei premi?
Questo tema ci porta direttamente alla questione dell’estensione della contrattazione.
25% - 30% sono le dimensioni del 2° livello, salvo che per le categorie che fanno i contratti provinciali.
Quelle categorie, FLAI e FILLEA, rispondono ad una dimensione frantumata e mobile dei lavoratori che rappresentano nel secondo livello; non a caso sono poi accompagnate da enti bilaterali per le prestazioni mutualistiche.
E’ un modello non meccanicamente estensibile, che per esempio negli edili affronta il problema organizzazione del lavoro con la sperimentazione, utile, della concertazione di anticipo sulle grandi opere.
Nel gruppo di lavoro un po’ di domande e titoli sono emersi: bisogna distribuire produttività alle imprese che non contrattano senza indebolire il secondo livello dove si contratta.
Filiera, ricostruzione del ciclo, distretto sono tutti riferimenti su cui riflettere per tutelare i lavoratori delle aziende esternalizzate, che com’è noto per effetto della Legge 30 si moltiplicheranno; un problema che non si risolve dichiarando che, a prescindere, rimarranno sempre nell’area contrattuale di provenienza.
I titoli indicati, a differenza della prima idea di territorialità, affrontano il tema della ricostruzione di un sistema di relazioni nell’azienda che si scompone, non risolvono il problema della molteplicità categoriale; rispondono però ad un’opportunità non strettamente industriale.
Vi sono categorie che hanno la norma contrattuale di riconoscimento di una quota di salario per i lavoratori delle aziende che non fanno contrattazione, questo non ha impedito la contrattazione nelle altre, ha permesso anche di conoscere imprese attraverso il contatto/controllo retribuzione di singoli lavoratori; può rispondere al tema della distribuzione e della produttività, ma non risponde ovviamente all’idea di contrattare le condizioni di lavoro, che resta obiettivo fondamentale ancor più rilevante alla luce della legge 30 e delle molteplicità di modalità di assunzione.

Il terzo aspetto che va affrontato è quello della rappresentanza e della democrazia.
Anche qui alcune idee possiamo metterle nella discussione: ruolo e funzione delle RSU, da rilanciare, riaffermare, riaffermando un doppio ruolo e non una doppia rappresentanza. Elezione su liste delle OOSS e delega contrattuale.
Come si contempera con le Organizzazioni Sindacali: ci pare interessante il modello della scuola secondo il quale la firma delle OOSS senza RSU non da validità agli accordi.
Resta il principio fondante del voto dei lavoratori sulle piattaforme, sugli accordi, con quali modalità ampie, non limitandoci al referendum.
Si possono poi intrecciare con il voto dei lavoratori forme che diano più ruolo agli iscritti, verificando per esempio forme di mandato, o diversa, maggiore funzione nell’elaborazione delle rivendicazioni.
Tutto questo potrebbe essere contemperato, come nel Pubblico Impiego, dalla misura della rappresentanza nell’incrocio voto/iscritti per conferire validità degli accordi.
Servirebbe una legge non ci sono dubbi, non siamo alla vigilia, è un problema complesso nelle relazioni con la CISL, un modello di autoregolamentazione potrebbe essere la transizione.
Peraltro, con tutto il rispetto per le categorie interessate, credo si possa dire che funzione pubblica e scuola nelle vertenze contrattuali, nella tenuta unitaria sono state molto aiutate dalla legge e dall’accordo sulle RSU. Per tradurre, e per fare una discussione vera: non si ricostruisce una stagione di unità d’azione senza ragionare su dove si possono incrociare le differenze senza rinunciare ad alcuni principi, vincoli se si preferisce, che rappresentano per la CGIL dei valori della sua funzione confederale.
Discutendo di modello contrattuale, con il Forum aperto sul sito, noi vorremmo fare davvero una discussione sulle prospettive, sulle forme, sulle possibilità dell’unità di azione, e daremo sostanza a questa discussione nell’iniziativa che abbiamo programmato per fine ottobre inizio novembre, a cui è finalizzato il Forum, chiameremo gli intellettuali, CISL e UIL e la concluderà il segretario generale Epifani.

Credo che questo sia un modo corretto di procedere, che valorizza la nostra iniziativa di questi anni, i risultati della quale si vedono non solo perché ci si misura con il declino e si fa l’accordo con Confindustria, ma anche per le difficoltà di Cisl e Uil a difendere un patto svuotato e le risposte che si debbono dare.
A proposito dell’autonomia, pregiudiziale di un vero rapporto unitario, credo che vada affermata nel quadro di un’unità costruita sui contenuti e sulle regole, e non dando lezioni e parlando delle candidature o del tipo di partito da costruire.

Non autonomia dalla politica, ma non sta a noi indicar le forme della politica stessa.

Non è autonomia saltare il merito e  le coerenze, lo è invece avere una proposta politica.

Come avete sentito siamo nella fase di individuazione dei problemi, delle domande, di qualche strada da immaginare: ciò che serve per favorire e partecipare ad una discussione generale e costruire  sul merito la nostra proposta.

Buon lavoro a tutti.

Susanna Camusso, Segretario generale CGIL Lombardia