Comitato Direttivo CGIL Lombardia
Mantova, 25 e 26 settembre 2003
Relazione del Segretario regionale CGIL Lombardia Nino
Baseotto
Prime linee di impostazione della Conferenza di Organizzazione della
CGIL Lombardia
Care compagne e cari compagni,
come certamente ricorderete, il documento conclusivo del nostro VIII° Congresso
regionale ci impegna a tenere la Conferenza di Organizzazione della CGIL Lombardia a metà
dellattuale vigenza congressuale.
Questa decisione era ed è attuale ed opportuna.
Infatti, ci pare diffusa e sentita lesigenza di una riflessione organica sulle
politiche organizzative, qui in Lombardia come a livello nazionale.
Questa esigenza sta nelle cose.
La CGIL è da tempo in campo per una partita difficilissima e complessa quale quella di
coniugare la rivendicazione dellestensione e modulazione dei diritti delle persone
con laffermazione di politiche di sviluppo fondate sulla qualità, il valore delle
risorse umane e lequità.
Una partita che anzitutto deve fare i conti con le scelte e gli atti del governo di centro
destra e la linea confindustriale, entrambi fondati sulle logiche del neoliberismo
sfrenato in economia e sulla legge del più forte in campo sociale, nonché sulla scelta
di ledere prerogative, funzioni e ruolo delle parti sociali.
Le gravissime divisioni e le rotture prodottesi in questi anni con CISL e UIL sul merito
dei problemi costituiscono un profondo vulnus alla nostra strategia dellunità ed un
oggettivo indebolimento.
Abbiamo cioè alle spalle anni nei quali, non per nostra responsabilità, ci siamo visti
costretti ad accantonare le nostre agende di lavoro, i nostri programmi ordinari, perché
via via il succedersi di fatti straordinari ed imprevisti ha imposto a noi e non solo
priorità diverse.
E in questi anni profondi e rapidi sono stati i cambiamenti e la stessa CGIL è chiamata a
fare i conti con novità rilevanti che la riguardano molto da vicino.
È cambiato il mondo dei lavori: sono mutati i pesi relativi dei vari settori, si sono
affacciati alla ribalta nuovi lavori e nuove professionalità, la disarticolazione del
mercato del lavoro ha prodotto nuove flessibilità ma anche nuove e più durature
precarietà.
Sono cambiati i lavoratori, in parte la stessa cultura del lavoro e
conseguentemente sono cambiati i nostri iscritti, il loro stare
nellorganizzazione, le attese ed i bisogni che ne hanno motivato e ne motivano
liscrizione.
È cambiato lapproccio al sindacato: il peso crescente di coloro che si iscrivono
alla CGIL per ottenere un servizio, una prestazione professionale specifica è un dato di
fatto che ha determinato levolvere dei nostri servizi che si sono moltiplicati nel
numero, accresciuti negli organici e nelle professionalità, affermati in ogni ganglo
dellorganizzazione, hanno acquisito tratti non ancora compiuti di vero e proprio
sistema.
È cambiato, forse più di quanto non ci diciamo, lo stesso sindacato: alla stagione dei
grandi accordi concertativi è succeduta la
fase delle grandi mobilitazioni di massa e, purtroppo, degli accordi separati, con la
proclamazione separata di impegnative scadenze di lotta, sino alla fase odierna.
In questo contesto, si è consolidato in CGIL un gruppo dirigente capace di governare fasi
così complesse e controverse, ma che appare oggi destinato ad invecchiare senza che una
nuova generazione di dirigenti sia organicamente pronta a prenderne gradualmente il posto. Ma su questo punto torneremo più avanti.
Penso che la stagione dei diritti abbia inciso a fondo sul modo di essere della
Confederazione, abbia segnato il sentire comune di molte persone anche al di fuori di noi,
abbia rigenerato il legame e la sintonia tra milioni di iscritti, di lavoratori, di
pensionati, di semplici cittadini e la CGIL.
Anche per queste ragioni si avverte lesigenza di aprire una riflessione su di noi,
sul nostro profilo e sulle nostre politiche organizzative.
Unorganizzazione grande e radicata come la nostra è per se stessa orientata alla
continuità, a processi evolutivi lenti e complessi: per questo un gruppo dirigente
avveduto e capace di guardare avanti ha il dovere di sollecitare e determinare quei
cambiamenti nelle politiche e nellorganizzazione utili e necessari a far sì che non
si divarichi mai troppo la forbice tra velocità dei mutamenti e delle tendenze esterne e
propensione alla continuità ed alla conservazione (nel senso buono del termine),
caratteristica di unorganizzazione complessa come la nostra.
Ai cambiamenti intervenuti intorno a noi cui ho brevemente accennato prima
non ha corrisposto da molto tempo unadeguata riflessione di politica organizzativa:
lultima Conferenza di Organizzazione risale infatti ad oltre 10 anni fa.
Aprire una riflessione ed un dibattito, assumere le decisioni necessarie e condivise pare
a noi unesigenza di tutta la CGIL.
Lo abbiamo sottolineato nellambito del Comitato Direttivo nazionale di luglio e lo
rimarchiamo oggi, avviando la discussione ed il percorso che ci porteranno alla nostra
Conferenza di Organizzazione regionale.
Lintento è quello di compiere una ricognizione a 360 gradi sul nostro stato di
salute, sulladeguatezza degli strumenti che quotidianamente attuiamo in Lombardia,
sul funzionamento di quella che è la più grande organizzazione regionale della CGIL.
Lambizione è quella di sapere decidere le modifiche necessarie al nostro assetto,
le sperimentazioni utili per assumere in futuro ulteriori decisioni, il consolidamento di
tutto ciò che risulterà adeguato alle nostre esigenze ed alla situazione data.
Tutto questo avendo e scegliendo di avere a riferimento il contesto del dibattito e delle
scelte nazionali.
La nostra Conferenza di Organizzazione guarderà alla Lombardia nel contesto della CGIL
nazionale, deciderà con spirito autonomo ma anche con senso di responsabilità
costruttivo e dialettico nei confronti del Centro Confederale.
Abbiamo lambizione di far giocare alla CGIL Lombardia il ruolo che le compete e di
svolgere con altri una funzione dirigente in ambito nazionale.
Siamo peraltro convinti che alla CGIL non servono né fughe in avanti, ma nemmeno
strutture incapaci di esprimere, di far vivere proprie specificità o prive di volontà di
dare il proprio autonomo ed originale contributo al dibattito complessivo e di concorrere
attivamente alle scelte di carattere nazionale.
Per questo, moduleremo contenuti, scelte e conclusioni della nostra Conferenza di
Organizzazione in ragione dellevolvere del dibattito nazionale.
Ad oggi sappiamo che, anche e soprattutto grazie alle opinioni espresse dalla nostra e da
altre strutture, vi è limpegno a tenere un appuntamento nazionale di discussione
presumibilmente unassemblea organizzativa nellautunno del
prossimo anno.
In questa prospettiva, che va ovviamente specificata e definita con più precisione, si
colloca la nostra Conferenza di Organizzazione regionale.
Con essa ci proponiamo di prendere le decisioni che attengono solo alla nostra volontà e
competenza e di stare, come detto, nel dibattito nazionale, con le nostre idee e proposte,
magari anche attraverso lavvio di specifiche sperimentazioni.
Un primo compito di questa riunione del Comitato Direttivo ci pare sia quello di esprimere
chiaramente unopzione ed un auspicio: che la CGIL nazionale consolidi, precisi ed
articoli lorientamento a tenere nei tempi che insieme decideremo un
momento di dibattito e riflessione sulle politiche organizzative che sappia coinvolgere
linsieme della nostra Organizzazione.
Altre realtà regionali quali lEmilia Romagna ed il Veneto, hanno come noi deciso di
convocare la propria Conferenza di Organizzazione.
A maggior ragione vorremmo come è evidente che fosse convocata a livello
nazionale, ma riteniamo che anche unassemblea organizzativa nazionale possa servire,
a condizione che sia preceduta dalla identificazione ed esplicitazione dei temi su cui
discutere e da un percorso di discussione vero e che impegni tutte le strutture, con un
significativo coinvolgimento degli iscritti e dei delegati.
In secondo luogo, questo Comitato Direttivo non ha oggi il compito di approvare il
documento per la Conferenza di Organizzazione, bensì di svolgere una prima discussione,
molto aperta, sulla base di una traccia che abbiamo visto in Segreteria e che un gruppo di
lavoro ha discusso e arricchito.
Vorremmo raccogliere oggi gli spunti critici e propositivi che verranno dal dibattito, per
poi proseguire un lavoro di approfondimento in commissione, con il fine di giungere più
avanti a presentare allo stesso Direttivo una proposta di documento da portare alla
discussione delle strutture e del quadro attivo secondo modalità che insieme decideremo.
La traccia di discussione è quindi soprattutto unelencazione di argomenti, di
problematicità, di possibili priorità e scelte che vi proponiamo con lo spirito di chi
vuol aprire e non certo chiudere un dibattito.
Un primo ambito di ragionamento riguarda il nostro insediamento in Lombardia.
Negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 1999, abbiamo registrato un costante
incremento del numero di iscritti alla CGIL Lombardia.
Tale incremento, sia pure in quantità differenti, ha riguardato e riguarda tutti i
Comprensori della Regione, mentre più articolato è stato il trend evidenziato dalle
Categorie.
Sono cresciuti in modo più che considerevole i pensionati, ma negli ultimi due
anni il saldo sugli attivi è stato positivo ed il trend di crescita ha, nel 2002,
leggermente superato persino quello dello SPI. I
dati disponibili dicono, inoltre, che a metà del 2003 avanziamo ancora in
modo considerevole, tanto che il superamento della soglia dei 900.000 iscritti appare
vicino.
Ciò indica certamente unOrganizzazione in buona salute, capace di crescere e di far
fronte ai grandi processi di ristrutturazione che hanno attraversato in modi,
quantità e qualità diversi tutti i settori produttivi ed anche terziari lombardi
con una crescente capacità di fare proselitismo, consolidando nel tempo il dato di ben
oltre 100.000 nuovi iscritti ogni anno.
Grazie a tutto ciò, la CGIL Lombardia si conferma e si consolida come la più grande e
forte struttura regionale di tutta la CGIL e come lorganizzazione socialmente più
rappresentativa nella Regione.
Pur tuttavia, sarebbe un errore fermarsi a crogiolarsi per questo trend positivo e sugli
ottimi risultati raggiunti.
Come è a tutti evidente, permangono criticità e limiti nel nostro insediamento ed a
questi vogliamo guardare per recuperare ritardi, superare difficoltà, allargare la nostra
forza organizzata.
Pensiamo a settori come lartigianato e, in generale, al vasto mondo della piccola e
piccolissima impresa; a figure come quelle dei lavoratori stranieri o quelle dei
pensionati giovani.
Sono ambiti nei quali occorre lavorare, accrescere la nostra presenza, sperimentare anche
strumenti e forme nuove, siano essi di carattere contrattuale o riferiti alla sfera
organizzativa.
Ma la prima delle criticità e delle priorità che qui vogliamo suggerire riguarda senza
alcun dubbio i cd nuovi lavori, dove permane un deficit grave nel nostro insediamento,
mentre il loro numero è cresciuto enormemente in questi ultimi anni.
Qui il nostro insediamento è del tutto marginale e ciò mette in evidenza un ritardo da
colmare, linguaggi da modificare, specifiche strategie contrattuali e rivendicative da
mettere a punto, strumenti di comunicazione da modellare su queste realtà.
Avvertiamo la necessità impellente di una marcata riconversione di una parte importante
delle energie disponibili per impegnare lOrganizzazione in uno sforzo straordinario
per avviare un duraturo ed efficace processo di insediamento e radicamento in questi nuovi
settori.
Se ciò è necessario a livello nazionale, tanto più è urgente in Lombardia dove i
processi di mutamento dei e nei lavori e laffacciarsi di queste nuove figure sono
elementi più marcati, consistenti e spesso anticipatori di tendenze destinate a divenire
caratteri nazionali della nostra economia e del mondo del lavoro.
Il tema dei nuovi lavori suggerisce, forse più di altri, tre filoni di riflessione cui
voglio solo schematicamente accennare, ma che hanno attinenza con linsieme delle
politiche di insediamento che vogliamo attuare:
anzitutto il nesso non eludibile tra politiche dellinsediamento e la
strategia dei diritti che perseguiamo;
in secondo luogo, la necessità di articolare e sviluppare unanalisi molto
puntuale sulle nuove professioni che si vanno affermando per capirne i tratti peculiari, i
bisogni, le attese;
infine, il nodo fondamentale della fidelizzazione degli iscritti, soprattutto in
settori e per figure professionali soggetti a mutamenti molto rapidi ed improvvisi.
Un secondo ambito di ragionamento riguarda assetto e numero delle Categorie.
A livello nazionale, è stata avviata su questo una riflessione, che ha portato
ad alcune prime decisioni da parte del CD nazionale.
È una
discussione non nuova in CGIL che ci pare ormai matura per produrre anche un più organico
e complessivo disegno di riorganizzazione.
Vi è la necessità di dare a questa discussione un profilo articolato che non si limiti a
semplici seppur necessarie novazioni della nostra architettura organizzativa, bensì che
ragioni sugli assetti contrattuali (quelli odierni, quelli in divenire e quelli che
vogliamo costruire).
In questa ottica, la riflessione che si sta avviando sul modello contrattuale anche
in ragione delle verifiche negoziali previste è un riferimento importante.
Una discussione che tenga assieme il dato della riprogettazione organizzativa con quello
delle politiche sindacali e che si connetta fortemente allanalisi puntuale dei
cambiamenti del e nel lavoro (primi fra tutti i cd nuovi lavori), dellevolvere
dellorganizzazione delle imprese e si ancori anche alla dimensione europea della
contrattazione.
Pensiamo ad una articolazione semplificata delle categorie che confermi e rafforzi la
centralità del territorio allo scopo di privilegiare i punti più vicini ai luoghi di
lavoro e che affermi ancor più il criterio della tendenziale unicità dei settori, a
partire dallutilità che i lavoratori ai quali si applica un determinato contratto
siano rappresentati solo ed unicamente dalla Categoria firmataria di quel CCNL (fatto
importante, anche se non esaustivo).
Dallaltro lato, leccessiva parcellizzazione delle nostre strutture che
si va accentuando in questi ultimi anni produce evidenti fragilità politiche ed
organizzative che depotenziano la nostra capacità di contrattazione e rappresentanza.
Se guardiamo ai dati del tesseramento, ci accorgiamo subito che le nostre strutture
comprensoriali vuoi confederali, vuoi di categoria sono mediamente molto
sopra la media dimensionale nazionale.
Eppure molti nostri comprensori di categoria non hanno sufficiente consistenza
organizzativa e, conseguentemente, soffrono di scarsa autonomia politico-finanziaria.
Sono infatti strutture a volte alle prese con puri e crudi problemi di sopravvivenza,
altre volte tendenzialmente in grado di garantire solo lesistente o poco di più, ma
prive delle condizioni minime per investire sullallargamento della propria base
organizzativa.
Probabilmente non solo in Lombardia, convivono realtà di categoria ove gli organici sono
forzatamente insufficienti rispetto alle realtà organizzate ed alle potenzialità
accertate ed altre che denunciano situazioni di esubero dovute alloggettivo declino
di alcuni settori e/o comparti.
Tali situazioni producono la tendenza a realizzare senza alcuna ratio o
coordinamento accorpamenti funzionali tra strutture di categoria, che rispondono
spesso allunico criterio della sopravvivenza delle strutture, indebolendo così la
riconoscibilità dellorganizzazione.
In questo senso, consideriamo solo un inizio, lindice di una volontà, le decisioni
che il Comitato Direttivo della CGIL ha recentemente assunto in tema di accorpamento di
Categorie.
Pensiamo che si debba partire da tale deliberato per avviare un vero e proprio percorso di
riprogettazione organizzativa che attraverso tappe successive ridisegni
profondamente la mappa dei confini delle categorie, riducendone il numero attuale.
Forse occorre andare oltre la logica di qualche ulteriore accorpamento, ancor meno utile
sarebbe affidarsi alla filosofia secondo cui la struttura più forte è destinata ad
inglobare quella più debole.
Non abbiamo come è ovvio ipotesi precostituite e definite.
Vogliamo approcciare ad un dibattito necessariamente nazionale ragionando anzitutto
sui criteri di fondo cui potrebbe essere opportuno riferirsi.
A questo proposito la cosa su cui tutti abbiamo insistito e convenuto è la necessità di costruire un percorso
riorganizzativo, di perseguire un disegno nel quale anzitutto si valorizzino e trovino
nuova forza le ragioni della confederalità.
Poi vorremmo ragionare di un possibile modello che incroci meglio di oggi il dato della
rappresentanza verticale o aziendale con quello delle nostre funzioni negoziali e della
nostra presenza sul territorio, che affronti il tema di come organizziamo quei siti
produttivi o terziari dove agiscono lavoratori che fanno riferimento a due o più
contratti di lavoro.
In una parola, e semplificando molto, vorremmo ragionare ed approfondire meglio cosa
significhino oggi riferimenti spesso astratti a termini quali industria, terziario,
pubblico impiego, servizi, infrastrutture, reti, grandi opere, nuovi lavori, pensionati e
come rileggere questi nostri riferimenti in funzione di quel disegno organico di riassetto
delle Categorie che ci pare un obiettivo da perseguire.
Nel contesto di queste riflessioni sappiamo che in sede di Confederazione Europea
dei Sindacati, ma anche al nostro interno emerge a volte un dibattito su come
debbano essere organizzati i pensionati.
E indubbio che nel corso degli anni si è consolidata in CGIL lesperienza
peculiare dello SPI.
La considero unesperienza positiva, soprattutto per alcuni aspetti: la forte
connotazione confederale che lo SPI ha sempre avuto; il radicamento organizzativo e
territoriale che ha saputo realizzare; lintensa attività di negoziazione sociale
che ha via via sviluppato.
Chi ha lavorato o lavoro in una qualsiasi CdLT conosce bene tutti questi aspetti.
La peculiarità di questa esperienza consiglia, a mio parere, non già una discussione sul
confermare o meno unorganizzazione specifica dei pensionati, bensì
lopportunità di una verifica della realtà odierna, riferita soprattutto a ruolo e
funzioni dello SPI ed al suo rapporto con la Confederazione e le Categorie degli attivi, a
partire da quanto attualmente definito dallarticolo 12 dello Statuto della CGIL.
Un terzo
tema è quello della centralità del territorio.
Va prioritariamente ribadito il ruolo centrale delle Camere del Lavoro Territoriali come
primo e nevralgico punto di direzione sul territorio.
In questo senso è auspicabile che si indirizzino, tra le altre, scelte peculiari sulla
politica delle risorse e sulla formazione dei gruppi dirigenti. Ragioneremo più avanti di alcune nostre ipotesi e
proposte in merito.
Vogliamo sottolineare, cioè, come questo ruolo nevralgico delle Camere del Lavoro non
vada solo dichiarato, bensì anche concretamente perseguito ed agito.
Inoltre, lesperienza di questi anni in Lombardia ci dice che il dato della
negoziazione territoriale su temi quali i servizi, le tariffe ed il welfare locale e
forse in misura minore la programmazione negoziata e lo sviluppo locale
costituisce ormai una realtà positiva da cui non si può prescindere al pari che dal dato
della contrattazione aziendale.
Ciò implica e presuppone la scelta di fondo, lopzione di presidiare il territorio,
di curare con attenzione la nostra presenza capillare, di favorire il decentramento
qualificato delle nostre strutture.
Sarebbe per questo utile non dimenticare ma anzi valutare attentamente esperienze come
quella dellistituzione della Camera del Lavoro di Malpensa, nata per rispondere
allesigenza di presidiare e coordinare confederalmente lintervento delle
categorie in un sito dove sono concentrati molti lavori e ancor più contratti di lavoro.
In questo contesto, e nellottica di perseguire un reale decentramento di funzioni e
di poteri verso i territori, segnaliamo la necessità politica che i Comprensori
interessati dalle cosiddette politiche e scelte dellarea metropolitana si diano come
vincolo la necessità di coordinarsi per portare di fronte ai nostri interlocutori
istituzionali o datoriali limmagine e la sostanza di una CGIL coordinata e coesa.
Ciò senza voler in nessun modo prefigurare una diminuzione delle prerogative congressuali
e statutarie di ciascuna struttura e tanto meno lidea di voler immaginare la
creazione di nuove strutture o sovrastrutture.
Questi compiti di coordinamento oggi spettano istituzionalmente alla struttura regionale,
ma pensiamo che compiremmo un passo in avanti nella direzione della valorizzazione del
ruolo e dellattribuzione di poteri ai territori se il vincolo del coordinarsi tra
territori sulle materie che trasversalmente li coinvolgono potesse esercitarsi anzitutto
al loro livello.
Nellambito poi della riflessione sulla centralità dei territori, si inserisce il
tema del ruolo e delle funzioni anche congressuali dei regionali di categoria.
Restiamo convinti che un livello congressuale ha ragione di essere tendenzialmente laddove
si esplicano funzioni negoziali e / o contrattuali.
Peraltro, se pensiamo ad un assetto delle Categorie più organico e ad una sostanziale
riduzione del loro numero, probabilmente dobbiamo immaginare la necessità oggettiva della
sussistenza del livello congressuale regionale di Categoria.
In ogni caso, la discussione su questo punto ci darà certamente lopportunità di
costruire insieme unopinione di merito da portare nel dibattito nazionale.
In tale contesto, merita inoltre una valutazione compiuta lesperienza degli intrecci
tra strutture regionali di categoria e comprensorio metropolitano.
Infine, pensiamo che la nostra Conferenza di Organizzazione dovrà decidere tempi e
modalità attuative della decisione congressuale di superamento dei Comprensori a scavalco
provinciale, che per noi significa il superamento del Comprensorio Valle Camonica e
Sebino.
Diffusa è la preoccupazione che un semplice atto burocratico di scioglimento del
Comprensorio porterebbe, nel volgere di poco tempo, ad un indebolimento del nostro
insediamento.
Sarebbe quindi utile e significativo discutere ed approfondire fra noi lopportunità
che la Conferenza regionale di Organizzazione sancisca, in modo formale e politicamente
vincolante, precise forme di autonomia politica ed organizzativa del territorio camuno,
così da preservare linsediamento realizzato sino ad ora e lesperienza
positiva maturata in questi anni.
Un quarto tema riguarda il sistema dei servizi.
Deve secondo noi essere riconfermato e ulteriormente articolato lobiettivo di
realizzare compiutamente un sistema integrato dei servizi a direzione confederale, così
come indicato dalla Conferenza nazionale dei Servizi nel 1999.
I servizi sono oggi una realtà importante della e nella CGIL, una gamba
fondamentale delle nostre attività di tutela individuale e collettiva.
Nei servizi operano risorse professionali preziose che vanno adeguatamente valorizzate e
motivate ed alle quali è affidato spesso il compito decisivo di essere prima interfaccia
dellOrganizzazione nei confronti della persona che si rivolge a noi.
Abbiamo bisogno quindi di un sistema dei servizi, fortemente confederale, fondato
sostanzialmente su tre aree:
quella dei servizi di patronato e della tutela vertenziale e legale;
quella del servizio fiscale;
e larea dei servizi diversi (Federconsumatori, sportelli immigrati, SUNIA,
ecc.).
ed arricchito da ambiti di intervento trasversali quali:
la formazione e laggiornamento degli addetti;
la comunicazione;
il sistema informativo;
il rapporto con lutenza, con la realizzazione degli sportelli unici.
E
inoltre necessario ribadire, anche a fronte dellemergere di tendenze
contraddittorie, che la CGIL lombarda sceglie con convinzione lopzione di un sistema
federale dei servizi, fondato sulla scelta complessiva del decentramento di poteri, ruoli
e funzioni.
In questo senso, va riletta lesperienza dei Coordinamenti dei Servizi, a partire
dallistanza nazionale, apportando eventualmente quei correttivi che ne sostanzino
ruolo e funzioni.
In primo luogo, la politica dei servizi va ricondotta alla responsabilità primaria di
Segreteria e, in secondo luogo, proprio per favorire un reale decentramento, vanno meglio
definite competenze e prerogative non ripetibili dei vari livelli di direzione: nazionale,
regionale e territoriale.
Il quinto tema riguarda le risorse.
E, con ogni evidenza, un tema difficile, spinoso, che richiede molta prudenza ed
equilibrio per essere affrontato ed il ricorso anche al contributo tecnico delle buone
professionalità amministrative di cui disponiamo.
Risulta però chiara lesigenza di una riflessione profonda sul tema delle risorse,
della loro razionalizzazione, gestione e distribuzione.
In questo senso, il punto più complesso è quello della canalizzazione, sistema che si
fonda su criteri di carattere nazionale (che vanno riconsiderati a quel livello) e
decisioni regionali (che sono quindi disponibili ad una rivisitazione da parte nostra).
Ricordo che lultima delibera di questo Direttivo in materia di canalizzazione risale
al 1985.
Diciotto anni fa: unaltra CGIL, altri problemi, altra realtà del mondo del lavoro,
altre dimensioni organizzative delle nostre strutture.
Il buon senso dice che una rivisitazione, una rilettura di quelle decisioni è oggi utile
ed opportuna, pur sapendo che, su una materia come questa, eventuali modifiche vanno
valutate con estrema attenzione, sia per il loro impatto diretto sia per gli effetti
indiretti che potrebbero determinare.
In ogni caso, in questa fase di apertura della discussione, riteniamo si possano indicare
come sul resto alcuni punti utili per un approfondimento del tema.
Anzitutto, va ribadito lobiettivo, peraltro non nuovo, di portare all1% la
percentuale di trattenuta per tutti i nostri iscritti.
Poi vorremmo rimarcare lesigenza di una canalizzazione che, più di oggi, privilegi
nei fatti e non solo in teoria le istanze territoriali.
In terzo luogo, sarebbe utile rileggere le regole della canalizzazione pensando ad una
serie di criteri condivisi; ne citiamo alcuni e forse la discussione ne evidenzierà anche
altri.
Primo: una canalizzazione che tenga conto del rapporto tra numero di iscritti e numero di
unità locali collegate; cioè un sistema capace di cogliere il grado di parcellizzazione
della nostra forza organizzata e che sia quindi in grado di rispondere alle esigenze delle
strutture che sono chiamate a farvi fronte.
Secondo: una canalizzazione che consideri anche il grado di decentramento
territoriale delle nostre strutture, nellottica di privilegiare la scelta di un
forte radicamento sul territorio.
Terzo: una canalizzazione che, almeno in parte, si modifichi in ragione del modificarsi
della tipologia degli apparati a tempo pieno di ciascuna struttura. Infatti, è palesemente diverso gestire una
struttura senza lapporto di distacchi retribuiti e gestirne unaltra che si
avvale quasi esclusivamente di tali distacchi.
Infine, vorremmo pensare ad un
meccanismo di canalizzazione che determini le condizioni per generare, in via permanente,
quote di risorse a disposizione delle CdLT da destinare ad investimenti nei nuovi settori
ed al reinsediamento.
Se la canalizzazione è il primo e più delicato punto di riflessione, è però utile
ragionare anche intorno a forme di incentivazione al proselitismo.
In particolare, in direzione del tesseramento allo SPI da parte delle Categorie degli
attivi e rispetto alle iscrizioni con delega da parte del sistema dei servizi.
Infine, pensiamo sia necessario cercare di accrescere le capacità di lettura, intervento
e creazione di sinergie rispetto al complesso delle strutture della nostra Regione.
Per questo, pensiamo che la nostra Conferenza di Organizzazione potrebbe decidere tempi e
modalità di adozione del bilancio consolidato della CGIL Lombardia prima e, in tempi
successivi, delle CdLT e dei Regionali di Categoria.
Un altro tema che proponiamo è quello della politica dei quadri e della
formazione sindacale.
Le nuove complessità organizzative che contraddistinguono la CGIL impongono una più alta
e coordinata attenzione ai processi di formazione dei gruppi dirigenti, alla loro
formazione ed aggiornamento sindacale.
Unitamente a ciò si avverte lesigenza di promuovere una nuova leva di dirigenti
sindacali che possa consentire un graduale rinnovamento dellattuale gruppo
dirigente.
Pensiamo che questa sia una delle nostre prime priorità.
La CGIL ha un bisogno urgente di una nuova leva di dirigenti, perché oggi salvo
rare e preziose eccezioni manca una vera e propria generazione di dirigenti nati
dopo il 1960.
Donne, giovani al di sotto dei 30 anni e migranti sono i soggetti ai quali rivolgersi e
sui quali investire per costruire il gruppo dirigente di domani.
Occorrono coraggio politico, misure organizzative ed anche disponibilità individuali per
promuovere un rinnovamento di questo tipo.
Curare di più il messaggio che di noi e del nostro lavoro diamo allesterno, per
offrire motivazioni, per convincere giovani quadri e militanti che fare il sindacalista a
tempo pieno è una scelta utile e positiva.
Rendere ancor più inclusiva lOrganizzazione; saper comprendere ed accogliere il
portato di esperienze ed approcci nuovi, spesso diversi da quelli che hanno mosso noi e
quelli venuti prima di noi.
In questo ambito e nellottica del rinnovamento, un contributo significativo è
venuto dalle regole sul doppio mandato, che vanno considerate, precisate e rese
uniformemente esigibili anche in presenza di mutamenti della struttura organizzativa che
comportino un parziale e non decisivo cambiamento della platea congressuale di
riferimento.
Un ruolo fondamentale a questo proposito compete alla formazione ed aggiornamento
sindacale.
Vi è una sorta di analfabetismo di ritorno tra i nostri quadri e nei gruppi
dirigenti che non può non essere motivo di seria preoccupazione.
Assolutamente marginale ed insufficiente è la fruizione da parte dei nostri apparati a
tempo pieno e degli stessi dirigenti di momenti di formazione ed aggiornamento sindacale,
che sono anzi visti spesso come una non priorità e, quasi sempre, come un qualcosa che
riguarda gli altri.
Ciò però non spiega e non basta.
Vi è anche una pericolosa dicotomia tra il percorso di un quadro o di un dirigente
allinterno dellorganizzazione, lofferta che lorganizzazione gli fa
di formazione e aggiornamento, la sua stessa propensione e disponibilità ad
imparare e ad aggiornarsi.
È certo un problema anche di accrescere in modo significativo lofferta formativa e
questo dovrà essere fatto.
Ma forse è anche giunto il momento di pensare a rendere cogente il dato della formazione
e dellaggiornamento per ciascun militante o dirigente dellorganizzazione.
Pensiamo ad un sistema ove la assunzione di ruoli dirigenti nellorganizzazione, ai
vari livelli, sia collegata anche alla frequentazione di corsi di formazione e/o
aggiornamento.
Come detto, va potenziata lofferta formativa disponibile.
La formazione, il cui coordinamento e progettazione va riconfermato al livello regionale
confederale, deve rivolgersi in forme, tempi e modalità opportunamente diversi
ai gruppi dirigenti, agli apparati ed al quadro attivo dellorganizzazione.
A questo proposito, si può pensare allutilità di attivare un coordinamento dei
formatori e di lavorare alla messa in rete delle esperienze formative nella Regione.
In questo senso, fondamentale è lintreccio tra le attività formative e la
capacità più complessiva della CGIL Lombardia di sapersi organicamente rapportare con il
mondo della cultura e del sapere esterno a noi.
Momenti di riflessione e confronto, non episodici, con interlocutori esterni debbono
accompagnare lattività formativa e stimolare il dibattito stesso allinterno
allOrganizzazione.
In tale direzione, si potrebbe istituire un appuntamento annuale di approfondimento
tematico riservato al gruppo dirigente regionale ed aperto ad apporti e contributi
esterni.
Infine, pensiamo debba essere resa esplicita la scelta di affidare alle istanze
territoriali il coordinamento della formazione dei gruppi dirigenti locali, verificando
con la CGIL nazionale la possibilità (anche regolamentare) di sperimentare
lattribuzione di una delega permanente alle Segreterie delle CdLT e delle Categorie
Regionali a svolgere le funzioni di Centri Regolatori per ciò che riguarda
lindicazione e le proposte per la funzione di Segretario Generale delle Categorie
comprensoriali e nella composizione delle relative Segreterie.
Ciò sottende da parte nostra lidea dellutilità di pensare, in tempi congrui
ed opportuni, ad una modifica dello Statuto su questo punto, che sostanzi anche così
lopzione del decentramento di funzioni e poteri.
Un altro punto riguarda il tema dellinformazione e della comunicazione.
In una società mediatica come è ormai la nostra la capacità di informare e comunicare a
tanti e con tempestività è uno degli elementi decisivi per unorganizzazione come
la CGIL.
In questo campo, molta è la strada fatta, ma moltissima è quella da fare.
Alcune Categorie e CdLT hanno ad esempio scelto di dotarsi di strumenti cartacei
dinformazione che raggiungono grande parte degli iscritti con una qualche
periodicità.
Questo è possibile a fronte di sforzi economici ed organizzativi a volte molto pesanti.
Altre strutture non hanno questa possibilità, oppure non la considerano efficace e si
affidano ad altri strumenti oppure al tradizionale canale di informazione che ci viene
fornito dai nostri delegati in azienda.
Ancora: sul piano dellinformazione in rete, se ricostruissimo la mappa e
limpostazione dei siti on line delle nostre strutture, ci ritroveremmo di fronte ad
un quadro disomogeneo, variegato, a volte anche caratterizzato da una qualche
incongruenza.
In questi campi come in altri, cioè, il quadro che ne risulta è quello di interventi non
omogenei, spesso episodici e sicuramente poco coordinati.
Prevale lesigenza di sottolineare ed enfatizzare il proprio particolare più che la
valorizzazione di un linguaggio comune e integrato.
La nostra capacità informativa è quindi ben al di sotto delle nostre teoriche
possibilità e, soprattutto, delle nostre necessità.
Lo stesso vale per gli strumenti spesso onerosi che utilizziamo per
predisporre e veicolare la nostra comunicazione.
Non abbiamo unimmagine coordinata, né siamo strutturalmente predisposti a mettere
in sinergia le strutture non già per appiattire le peculiarità, bensì per
razionalizzare costi ed efficentare il nostro sistema comunicativo.
Lesperienza ci dice che su questo tema, come su tanti altri, non sono le decisioni
di carattere coercitivo che risolvono i problemi.
Le autonomie formali e sostanziali delle strutture non si aggirano con ordini di servizio
o decisioni burocratiche. Oltre a tutto, noi
siamo per valorizzarle e per operare affinché si mettano in rete, decidano di fare
sistema.
In questa ottica, è forse più utile ragionare su come creiamo delle opportunità e delle
convenienze e su come incentiviamo le strutture ad usufruirne.
Si intrecciano a questo proposito elementi di efficacia politica dei messaggi che la CGIL
Lombardia mette in campo con considerazioni di ordine economico relative alla creazione di
possibili sinergie da offrire alle strutture interessate a stare nel sistema, non solo per
dovere, ma anche e soprattutto per interesse e scelta.
Su queste materie un uso razionale e diffuso delle nuove tecnologie ci può aiutare, a
partire da quanto già esiste come la nostra rete privata virtuale che, pur avendo la
necessità di essere potenziata, resta una delle poche reti private funzionanti nel
panorama nazionale, non della CGIL ma dellintero sistema delle aziende private.
In questo ambito potremmo discutere lopportunità di creare un periodico web della
CGIL Lombardia che possa costituire un momento informativo e di dibattito rivolto non solo
al gruppo dirigente, ma anche alle migliaia di iscritti e simpatizzanti che abitualmente
frequentano il nostro sito.
Infine, vorremmo approfondire il tema della democrazia di organizzazione e
dellunità.
I mesi convulsi della mobilitazione per i diritti e la dignità delle persone hanno visto
la CGIL sviluppare un rapporto stretto e positivo con milioni di persone.
Una forte sintonia si è verificata tra le posizioni della Confederazione ed il comune
sentire di tanti lavoratori, pensionati e cittadini.
In una fase così straordinaria, il dibattito interno alla Confederazione ha assunto
caratteristiche peculiari e normalmente non ripetibili.
In questo senso, si pone oggettivamente il problema di individuare modalità di rapporto
con il corpo dellorganizzazione tali da assicurare un efficace esercizio della
nostra democrazia interna, che si coniughi anche attraverso un opportuno utilizzo
delle nuove tecnologie con la necessità di assumere orientamenti e decisioni in
modo tempestivo e rapido.
Peraltro, è necessario individuare nuove forme partecipative che consentano un più
collegiale apporto alla vita della CGIL Lombardia da parte di delegati e militanti.
In questo senso, lorganizzazione del lavoro per dipartimenti può essere uno spunto
positivo, a condizione che venga arricchita ed integrata dallattivazione di gruppi
di lavoro su progetti o commissioni del Comitato Direttivo.
Il rafforzamento degli strumenti e delle prassi partecipative interne alla nostra
organizzazione, in una parola larricchimento della democrazia di organizzazione,
deve strettamente integrarsi con iniziative utili a rafforzare le prospettive
dellunità con CISL e UIL in Lombardia.
Si pone qui il tema della verifica dellesperienza delle RSU e, su altro piano, dei
CAE: verifica che vogliamo fare è superfluo dirlo per rilanciare e
rafforzare il ruolo delle rappresentanze unitarie dei lavoratori.
Restando ovviamente ferma per noi lopzione di operare per una definizione
legislativa di regole della rappresentanza e di misurazione della rappresentatività di
ciascuna Organizzazione, intendiamo verificare se vi siano le condizioni unitarie per
decidere anche sul piano organizzativo e della rappresentanza iniziative
comuni che mirino alla ricerca di regole condivise tra le Organizzazioni utili a
rafforzare il rapporto democratico con coloro che rappresentiamo.
Pensiamo ad esempio allindividuazione di un protocollo minimo di regole che
precisino e rendano esigibile lesercizio della rappresentanza nei luoghi di lavoro
(vedi il modello oggi applicato al pubblico impiego), consentano lindividuazione di
una o più sedi per prevenire e possibilmente dirimere in modo positivo eventuali
contrasti tra le Organizzazioni, sperimentino forme di ulteriore e più organico
rafforzamento della già importante unità di azione che si svolge al livello delle
strutture regionali. In tal senso, il
comparto dellartigianato potrebbe costituire un utile terreno di sperimentazione di
più avanzate forme di unità di azione riferite alla gestione del livello territoriale di
contrattazione.
Così come il nodo delle modalità di rapporto con la Regione Lombardia dovrebbe essere
auspicabilmente terreno di riflessione insieme a CISL e UIL.
Come vedete, proponiamo un ventaglio ampio e complesso, dentro al quale possono e
debbono intrecciarsi ragionamenti di carattere generale con proposte specifiche che
abbiano la possibilità, se confortate da ampio consenso, di divenire decisioni effettive
da parte della nostra Conferenza di Organizzazione.
Alla quale noi guardiamo come ad un appuntamento, da collocare tra la primavera e
lautunno prossimi, che consenta una discussione articolata nelle strutture, con
lambizione di coinvolgere davvero il nostro quadro attivo a partire dai luoghi di
lavoro e dalle leghe dei pensionati.
Come già detto allinizio questa è una griglia che, se confermata ed integrata dal
Direttivo, può e deve essere il riferimento per un lavoro puntuale in commissione, la
quale potrà operare anche avvalendosi di volta in volta di contributi specifici.
A tempo opportuno il lavoro di approfondimento dovrà essere riportato in questa sede per
la definizione di un documento organico di discussione.
Ci vorrà un po di tempo per lavorare così ed in questo periodo avremo anche modo
di raccordare le nostre riflessioni allevoluzione del dibattito nazionale su questo
argomento.
Non vogliamo e non serve a nessuno una Conferenza di Organizzazione avulsa dal dibattito
nazionale, o peggio ancora vissuta da qualcuno addirittura in contrapposizione ad esso.
Vorremmo insomma realizzare una Conferenza che serva alla CGIL Lombardia, sappia parlare
positivamente anche a CISL e UIL e dia in modo costruttivo un contributo
allelaborazione nazionale, in coerenza con le linee e le strategie sancite
unitariamente dal XIV° Congresso della CGIL.
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