Comitato Direttivo CGIL Lombardia 
Mantova, 25 e 26 settembre 2003

 

Relazione del Segretario regionale CGIL Lombardia Nino Baseotto
“Prime linee di impostazione della Conferenza di Organizzazione
della CGIL Lombardia”

Care compagne e cari compagni,

come certamente ricorderete, il documento conclusivo del nostro VIII° Congresso regionale ci impegna a tenere la Conferenza di Organizzazione della CGIL Lombardia a metà dell’attuale vigenza congressuale.
Questa decisione era ed è attuale ed opportuna.
Infatti, ci pare diffusa e sentita l’esigenza di una riflessione organica sulle politiche organizzative, qui in Lombardia come a livello nazionale.
Questa esigenza sta nelle cose.
La CGIL è da tempo in campo per una partita difficilissima e complessa quale quella di coniugare la rivendicazione dell’estensione e modulazione dei diritti delle persone con l’affermazione di politiche di sviluppo fondate sulla qualità, il valore delle risorse umane e l’equità.
Una partita che anzitutto deve fare i conti con le scelte e gli atti del governo di centro destra e la linea confindustriale, entrambi fondati sulle logiche del neoliberismo sfrenato in economia e sulla legge del più forte in campo sociale, nonché sulla scelta di ledere prerogative, funzioni e ruolo delle parti sociali.
Le gravissime divisioni e le rotture prodottesi in questi anni con CISL e UIL sul merito dei problemi costituiscono un profondo vulnus alla nostra strategia dell’unità ed un oggettivo indebolimento.
Abbiamo cioè alle spalle anni nei quali, non per nostra responsabilità, ci siamo visti costretti ad accantonare le nostre agende di lavoro, i nostri programmi ordinari, perché via via il succedersi di fatti straordinari ed imprevisti ha imposto a noi e non solo priorità diverse.
E in questi anni profondi e rapidi sono stati i cambiamenti e la stessa CGIL è chiamata a fare i conti con novità rilevanti che la riguardano molto da vicino.
È cambiato il mondo dei lavori: sono mutati i pesi relativi dei vari settori, si sono affacciati alla ribalta nuovi lavori e nuove professionalità, la disarticolazione del mercato del lavoro ha prodotto nuove flessibilità ma anche nuove e più durature precarietà.
Sono cambiati i lavoratori, in parte la stessa cultura del lavoro e – conseguentemente – sono cambiati i nostri iscritti, il loro stare nell’organizzazione, le attese ed i bisogni che ne hanno motivato e ne motivano l’iscrizione.
È cambiato l’approccio al sindacato: il peso crescente di coloro che si iscrivono alla CGIL per ottenere un servizio, una prestazione professionale specifica è un dato di fatto che ha determinato l’evolvere dei nostri servizi che si sono moltiplicati nel numero, accresciuti negli organici e nelle professionalità, affermati in ogni ganglo dell’organizzazione, hanno acquisito tratti non ancora compiuti di vero e proprio “sistema”.
È cambiato, forse più di quanto non ci diciamo, lo stesso sindacato: alla stagione dei grandi accordi concertativi  è succeduta la fase delle grandi mobilitazioni di massa e, purtroppo, degli accordi separati, con la proclamazione separata di impegnative scadenze di lotta, sino alla fase odierna.
In questo contesto, si è consolidato in CGIL un gruppo dirigente capace di governare fasi così complesse e controverse, ma che appare oggi destinato ad invecchiare senza che una nuova generazione di dirigenti sia organicamente pronta a prenderne gradualmente il posto.  Ma su questo punto torneremo più avanti.
Penso che la stagione dei diritti abbia inciso a fondo sul modo di essere della Confederazione, abbia segnato il sentire comune di molte persone anche al di fuori di noi, abbia rigenerato il legame e la sintonia tra milioni di iscritti, di lavoratori, di pensionati, di semplici cittadini e la CGIL.
Anche per queste ragioni si avverte l’esigenza di aprire una riflessione su di noi, sul nostro profilo e sulle nostre politiche organizzative.
Un’organizzazione grande e radicata come la nostra è per se stessa orientata alla continuità, a processi evolutivi lenti e complessi: per questo un gruppo dirigente avveduto e capace di guardare avanti ha il dovere di sollecitare e determinare quei cambiamenti nelle politiche e nell’organizzazione utili e necessari a far sì che non si divarichi mai troppo la forbice tra velocità dei mutamenti e delle tendenze esterne e propensione alla continuità ed alla conservazione (nel senso buono del termine), caratteristica di un’organizzazione complessa come la nostra.
Ai cambiamenti intervenuti intorno a noi – cui ho brevemente accennato prima – non ha corrisposto da molto tempo un’adeguata riflessione di politica organizzativa: l’ultima Conferenza di Organizzazione risale infatti ad oltre 10 anni fa.
Aprire una riflessione ed un dibattito, assumere le decisioni necessarie e condivise pare a noi un’esigenza di tutta la CGIL.
Lo abbiamo sottolineato nell’ambito del Comitato Direttivo nazionale di luglio e lo rimarchiamo oggi, avviando la discussione ed il percorso che ci porteranno alla nostra Conferenza di Organizzazione regionale.
L’intento è quello di compiere una ricognizione a 360 gradi sul nostro stato di salute, sull’adeguatezza degli strumenti che quotidianamente attuiamo in Lombardia, sul funzionamento di quella che è la più grande organizzazione regionale della CGIL.
L’ambizione è quella di sapere decidere le modifiche necessarie al nostro assetto, le sperimentazioni utili per assumere in futuro ulteriori decisioni, il consolidamento di tutto ciò che risulterà adeguato alle nostre esigenze ed alla situazione data.
Tutto questo avendo e scegliendo di avere a riferimento il contesto del dibattito e delle scelte nazionali.
La nostra Conferenza di Organizzazione guarderà alla Lombardia nel contesto della CGIL nazionale, deciderà con spirito autonomo ma anche con senso di responsabilità costruttivo e dialettico nei confronti del Centro Confederale.
Abbiamo l’ambizione di far giocare alla CGIL Lombardia il ruolo che le compete e di svolgere con altri una funzione dirigente in ambito nazionale.
Siamo peraltro convinti che alla CGIL non servono né fughe in avanti, ma nemmeno strutture incapaci di esprimere, di far vivere proprie specificità o prive di volontà di dare il proprio autonomo ed originale contributo al dibattito complessivo e di concorrere attivamente alle scelte di carattere nazionale.
Per questo, moduleremo contenuti, scelte e conclusioni della nostra Conferenza di Organizzazione in ragione dell’evolvere del dibattito nazionale.
Ad oggi sappiamo che, anche e soprattutto grazie alle opinioni espresse dalla nostra e da altre strutture, vi è l’impegno a tenere un appuntamento nazionale di discussione – presumibilmente un’assemblea organizzativa – nell’autunno del prossimo anno.
In questa prospettiva, che va ovviamente specificata e definita con più precisione, si colloca la nostra Conferenza di Organizzazione regionale.
Con essa ci proponiamo di prendere le decisioni che attengono solo alla nostra volontà e competenza e di stare, come detto, nel dibattito nazionale, con le nostre idee e proposte, magari anche attraverso l’avvio di specifiche sperimentazioni.
Un primo compito di questa riunione del Comitato Direttivo ci pare sia quello di esprimere chiaramente un’opzione ed un auspicio: che la CGIL nazionale consolidi, precisi ed articoli l’orientamento a tenere – nei tempi che insieme decideremo – un momento di dibattito e riflessione sulle politiche organizzative che sappia coinvolgere l’insieme della nostra Organizzazione.
Altre realtà regionali quali l’Emilia Romagna ed il Veneto, hanno come noi deciso di convocare la propria Conferenza di Organizzazione.
A maggior ragione vorremmo – come è evidente – che fosse convocata a livello nazionale, ma riteniamo che anche un’assemblea organizzativa nazionale possa servire, a condizione che sia preceduta dalla identificazione ed esplicitazione dei temi su cui discutere e da un percorso di discussione vero e che impegni tutte le strutture, con un significativo coinvolgimento degli iscritti e dei delegati.
In secondo luogo, questo Comitato Direttivo non ha oggi il compito di approvare il documento per la Conferenza di Organizzazione, bensì di svolgere una prima discussione, molto aperta, sulla base di una traccia che abbiamo visto in Segreteria e che un gruppo di lavoro ha discusso e arricchito.
Vorremmo raccogliere oggi gli spunti critici e propositivi che verranno dal dibattito, per poi proseguire un lavoro di approfondimento in commissione, con il fine di giungere più avanti a presentare allo stesso Direttivo una proposta di documento da portare alla discussione delle strutture e del quadro attivo secondo modalità che insieme decideremo.
La traccia di discussione è quindi soprattutto un’elencazione di argomenti, di problematicità, di possibili priorità e scelte che vi proponiamo con lo spirito di chi vuol aprire e non certo chiudere un dibattito.

Un primo ambito di ragionamento riguarda il nostro insediamento in Lombardia.
Negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 1999, abbiamo registrato un costante incremento del numero di iscritti alla CGIL Lombardia. 
Tale incremento, sia pure in quantità differenti, ha riguardato e riguarda tutti i Comprensori della Regione, mentre più articolato è stato il trend evidenziato dalle Categorie.
Sono cresciuti in modo più che considerevole i pensionati, ma – negli ultimi due anni – il saldo sugli attivi è stato positivo ed il trend di crescita ha, nel 2002, leggermente superato persino quello dello SPI.   I dati disponibili dicono, inoltre, che – a metà del 2003 – avanziamo ancora in modo considerevole, tanto che il superamento della soglia dei 900.000 iscritti appare vicino.
Ciò indica certamente un’Organizzazione in buona salute, capace di crescere e di far fronte ai grandi processi di ristrutturazione che hanno attraversato – in modi, quantità e qualità diversi – tutti i settori produttivi ed anche terziari lombardi con una crescente capacità di fare proselitismo, consolidando nel tempo il dato di ben oltre 100.000 nuovi iscritti ogni anno.
Grazie a tutto ciò, la CGIL Lombardia si conferma e si consolida come la più grande e forte struttura regionale di tutta la CGIL e come l’organizzazione socialmente più rappresentativa nella Regione.
Pur tuttavia, sarebbe un errore fermarsi a crogiolarsi per questo trend positivo e sugli ottimi risultati raggiunti.
Come è a tutti evidente, permangono criticità e limiti nel nostro insediamento ed a questi vogliamo guardare per recuperare ritardi, superare difficoltà, allargare la nostra forza organizzata.
Pensiamo a settori come l’artigianato e, in generale, al vasto mondo della piccola e piccolissima impresa; a figure come quelle dei lavoratori stranieri o quelle dei pensionati giovani.
Sono ambiti nei quali occorre lavorare, accrescere la nostra presenza, sperimentare anche strumenti e forme nuove, siano essi di carattere contrattuale o riferiti alla sfera organizzativa.
Ma la prima delle criticità e delle priorità che qui vogliamo suggerire riguarda senza alcun dubbio i cd nuovi lavori, dove permane un deficit grave nel nostro insediamento, mentre il loro numero è cresciuto enormemente in questi ultimi anni.
Qui il nostro insediamento è del tutto marginale e ciò mette in evidenza un ritardo da colmare, linguaggi da modificare, specifiche strategie contrattuali e rivendicative da mettere a punto, strumenti di comunicazione da modellare su queste realtà.
Avvertiamo la necessità impellente di una marcata riconversione di una parte importante delle energie disponibili per impegnare l’Organizzazione in uno sforzo straordinario per avviare un duraturo ed efficace processo di insediamento e radicamento in questi nuovi settori.
Se ciò è necessario a livello nazionale, tanto più è urgente in Lombardia dove i processi di mutamento dei e nei lavori e l’affacciarsi di queste nuove figure sono elementi più marcati, consistenti e spesso anticipatori di tendenze destinate a divenire caratteri nazionali della nostra economia e del mondo del lavoro.
Il tema dei nuovi lavori suggerisce, forse più di altri, tre filoni di riflessione cui voglio solo schematicamente accennare, ma che hanno attinenza con l’insieme delle politiche di insediamento che vogliamo attuare:

  • anzitutto il nesso non eludibile tra politiche dell’insediamento e la strategia dei diritti che perseguiamo;

  • in secondo luogo, la necessità di articolare e sviluppare un’analisi molto puntuale sulle nuove professioni che si vanno affermando per capirne i tratti peculiari, i bisogni, le attese;

  • infine, il nodo fondamentale della fidelizzazione degli iscritti, soprattutto in settori e per figure professionali soggetti a mutamenti molto rapidi ed improvvisi.

Un secondo ambito di ragionamento riguarda assetto e numero delle Categorie.

A livello nazionale, è stata avviata su questo una riflessione, che ha portato ad alcune prime decisioni da parte del CD nazionale.

È una discussione non nuova in CGIL che ci pare ormai matura per produrre anche un più organico e complessivo disegno di riorganizzazione.
Vi è la necessità di dare a questa discussione un profilo articolato che non si limiti a semplici seppur necessarie novazioni della nostra architettura organizzativa, bensì che ragioni sugli assetti contrattuali (quelli odierni, quelli in divenire e quelli che vogliamo costruire).
In questa ottica, la riflessione che si sta avviando sul modello contrattuale – anche in ragione delle verifiche negoziali previste – è un riferimento importante.
Una discussione che tenga assieme il dato della riprogettazione organizzativa con quello delle politiche sindacali e che si connetta fortemente all’analisi puntuale dei cambiamenti del e nel lavoro (primi fra tutti i cd nuovi lavori), dell’evolvere dell’organizzazione delle imprese e si ancori anche alla dimensione europea della contrattazione.
Pensiamo ad una articolazione semplificata delle categorie che confermi e rafforzi la centralità del territorio allo scopo di privilegiare i punti più vicini ai luoghi di lavoro e che affermi ancor più il criterio della tendenziale unicità dei settori, a partire dall’utilità che i lavoratori ai quali si applica un determinato contratto siano rappresentati solo ed unicamente dalla Categoria firmataria di quel CCNL (fatto importante, anche se non esaustivo).
Dall’altro lato, l’eccessiva parcellizzazione delle nostre strutture – che si va accentuando in questi ultimi anni – produce evidenti fragilità politiche ed organizzative che depotenziano la nostra capacità di contrattazione e rappresentanza.
Se guardiamo ai dati del tesseramento, ci accorgiamo subito che le nostre strutture comprensoriali – vuoi confederali, vuoi di categoria – sono mediamente molto sopra la media dimensionale nazionale.
Eppure molti nostri comprensori di categoria non hanno sufficiente consistenza organizzativa e, conseguentemente, soffrono di scarsa autonomia politico-finanziaria.
Sono infatti strutture a volte alle prese con puri e crudi problemi di sopravvivenza, altre volte tendenzialmente in grado di garantire solo l’esistente o poco di più, ma prive delle condizioni minime per investire sull’allargamento della propria base organizzativa.
Probabilmente non solo in Lombardia, convivono realtà di categoria ove gli organici sono forzatamente insufficienti rispetto alle realtà organizzate ed alle potenzialità accertate ed altre che denunciano situazioni di esubero dovute all’oggettivo declino di alcuni settori e/o comparti.
Tali situazioni producono la tendenza a realizzare – senza alcuna ratio o coordinamento – accorpamenti funzionali tra strutture di categoria, che rispondono spesso all’unico criterio della sopravvivenza delle strutture, indebolendo così la riconoscibilità dell’organizzazione.
In questo senso, consideriamo solo un inizio, l’indice di una volontà, le decisioni che il Comitato Direttivo della CGIL ha recentemente assunto in tema di accorpamento di Categorie.
Pensiamo che si debba partire da tale deliberato per avviare un vero e proprio percorso di riprogettazione organizzativa che – attraverso tappe successive – ridisegni profondamente la mappa dei confini delle categorie, riducendone il numero attuale.
Forse occorre andare oltre la logica di qualche ulteriore accorpamento, ancor meno utile sarebbe affidarsi alla filosofia secondo cui la struttura più forte è destinata ad inglobare quella più debole.
Non abbiamo come è ovvio ipotesi precostituite e definite.  Vogliamo approcciare ad un dibattito necessariamente nazionale ragionando anzitutto sui criteri di fondo cui potrebbe essere opportuno riferirsi.
A questo proposito la cosa su cui tutti abbiamo insistito e convenuto è  la necessità di costruire un percorso riorganizzativo, di perseguire un disegno nel quale anzitutto si valorizzino e trovino nuova forza le ragioni della confederalità.
Poi vorremmo ragionare di un possibile modello che incroci meglio di oggi il dato della rappresentanza verticale o aziendale con quello delle nostre funzioni negoziali e della nostra presenza sul territorio, che affronti il tema di come organizziamo quei siti produttivi o terziari dove agiscono lavoratori che fanno riferimento a due o più contratti di lavoro.
In una parola, e semplificando molto, vorremmo ragionare ed approfondire meglio cosa significhino oggi riferimenti spesso astratti a termini quali industria, terziario, pubblico impiego, servizi, infrastrutture, reti, grandi opere, nuovi lavori, pensionati e come rileggere questi nostri riferimenti in funzione di quel disegno organico di riassetto delle Categorie che ci pare un obiettivo da perseguire.
Nel contesto di queste riflessioni sappiamo che – in sede di Confederazione Europea dei Sindacati, ma anche al nostro interno – emerge a volte un dibattito su come debbano essere organizzati i pensionati.
E’ indubbio che nel corso degli anni si è consolidata in CGIL l’esperienza peculiare dello SPI.
La considero un’esperienza positiva, soprattutto per alcuni aspetti: la forte connotazione confederale che lo SPI ha sempre avuto; il radicamento organizzativo e territoriale che ha saputo realizzare; l’intensa attività di negoziazione sociale che ha via via sviluppato.
Chi ha lavorato o lavoro in una qualsiasi CdLT conosce bene tutti questi aspetti.
La peculiarità di questa esperienza consiglia, a mio parere, non già una discussione sul confermare o meno un’organizzazione specifica dei pensionati, bensì l’opportunità di una verifica della realtà odierna, riferita soprattutto a ruolo e funzioni dello SPI ed al suo rapporto con la Confederazione e le Categorie degli attivi, a partire da quanto attualmente definito dall’articolo 12 dello Statuto della CGIL.

Un terzo tema è quello della centralità del territorio.
Va prioritariamente ribadito il ruolo centrale delle Camere del Lavoro Territoriali come primo e nevralgico punto di direzione sul territorio.
In questo senso è auspicabile che si indirizzino, tra le altre, scelte peculiari sulla politica delle risorse e sulla formazione dei gruppi dirigenti.  Ragioneremo più avanti di alcune nostre ipotesi e proposte in merito.
Vogliamo sottolineare, cioè, come questo ruolo nevralgico delle Camere del Lavoro non vada solo dichiarato, bensì anche concretamente perseguito ed agito.
Inoltre, l’esperienza di questi anni in Lombardia ci dice che il dato della negoziazione territoriale su temi quali i servizi, le tariffe ed il welfare locale e – forse in misura minore – la programmazione negoziata e lo sviluppo locale costituisce ormai una realtà positiva da cui non si può prescindere al pari che dal dato della contrattazione aziendale.
Ciò implica e presuppone la scelta di fondo, l’opzione di presidiare il territorio, di curare con attenzione la nostra presenza capillare, di favorire il decentramento qualificato delle nostre strutture.
Sarebbe per questo utile non dimenticare ma anzi valutare attentamente esperienze come quella dell’istituzione della Camera del Lavoro di Malpensa, nata per rispondere all’esigenza di presidiare e coordinare confederalmente l’intervento delle categorie in un sito dove sono concentrati molti lavori e ancor più contratti di lavoro.
In questo contesto, e nell’ottica di perseguire un reale decentramento di funzioni e di poteri verso i territori, segnaliamo la necessità politica che i Comprensori interessati dalle cosiddette politiche e scelte dell’area metropolitana si diano come vincolo la necessità di coordinarsi per portare di fronte ai nostri interlocutori istituzionali o datoriali l’immagine e la sostanza di una CGIL coordinata e coesa.
Ciò senza voler in nessun modo prefigurare una diminuzione delle prerogative congressuali e statutarie di ciascuna struttura e tanto meno l’idea di voler immaginare la creazione di nuove strutture o sovrastrutture.
Questi compiti di coordinamento oggi spettano istituzionalmente alla struttura regionale, ma pensiamo che compiremmo un passo in avanti nella direzione della valorizzazione del ruolo e dell’attribuzione di poteri ai territori se il vincolo del coordinarsi tra territori sulle materie che trasversalmente li coinvolgono potesse esercitarsi anzitutto al loro livello.
Nell’ambito poi della riflessione sulla centralità dei territori, si inserisce il tema del ruolo e delle funzioni anche congressuali dei regionali di categoria.
Restiamo convinti che un livello congressuale ha ragione di essere tendenzialmente laddove si esplicano funzioni negoziali e / o contrattuali.
Peraltro, se pensiamo ad un assetto delle Categorie più organico e ad una sostanziale riduzione del loro numero, probabilmente dobbiamo immaginare la necessità oggettiva della sussistenza del livello congressuale regionale di Categoria.
In ogni caso, la discussione su questo punto ci darà certamente l’opportunità di costruire insieme un’opinione di merito da portare nel dibattito nazionale.
In tale contesto, merita inoltre una valutazione compiuta l’esperienza degli intrecci tra strutture regionali di categoria e comprensorio metropolitano.
Infine, pensiamo che la nostra Conferenza di Organizzazione dovrà decidere tempi e modalità attuative della decisione congressuale di superamento dei Comprensori a scavalco provinciale, che per noi significa il superamento del Comprensorio Valle Camonica e Sebino.
Diffusa è la preoccupazione che un semplice atto burocratico di scioglimento del Comprensorio porterebbe, nel volgere di poco tempo, ad un indebolimento del nostro insediamento.
Sarebbe quindi utile e significativo discutere ed approfondire fra noi l’opportunità che la Conferenza regionale di Organizzazione sancisca, in modo formale e politicamente vincolante, precise forme di autonomia politica ed organizzativa del territorio camuno, così da preservare l’insediamento realizzato sino ad ora e l’esperienza positiva maturata in questi anni.

Un quarto tema riguarda il sistema dei servizi.
Deve secondo noi essere riconfermato e ulteriormente articolato l’obiettivo di realizzare compiutamente un sistema integrato dei servizi a direzione confederale, così come indicato dalla Conferenza nazionale dei Servizi nel 1999.
I servizi sono oggi una realtà importante della e nella CGIL, una “gamba” fondamentale delle nostre attività di tutela individuale e collettiva.
Nei servizi operano risorse professionali preziose che vanno adeguatamente valorizzate e motivate ed alle quali è affidato spesso il compito decisivo di essere prima interfaccia dell’Organizzazione nei confronti della persona che si rivolge a noi.
Abbiamo bisogno quindi di un sistema dei servizi, fortemente confederale, fondato sostanzialmente su tre aree:

  • quella dei servizi di patronato e della tutela vertenziale e legale;

  • quella del servizio fiscale;

  • e l’area dei servizi diversi (Federconsumatori, sportelli immigrati, SUNIA, ecc.).

ed arricchito da ambiti di intervento trasversali quali:

  • la formazione e l’aggiornamento degli addetti;

  • la comunicazione;

  • il sistema informativo;

  • il rapporto con l’utenza, con la realizzazione degli sportelli unici.

E’ inoltre necessario ribadire, anche a fronte dell’emergere di tendenze contraddittorie, che la CGIL lombarda sceglie con convinzione l’opzione di un sistema federale dei servizi, fondato sulla scelta complessiva del decentramento di poteri, ruoli e funzioni.
In questo senso, va riletta l’esperienza dei Coordinamenti dei Servizi, a partire dall’istanza nazionale, apportando eventualmente quei correttivi che ne sostanzino ruolo e funzioni.
In primo luogo, la politica dei servizi va ricondotta alla responsabilità primaria di Segreteria e, in secondo luogo, proprio per favorire un reale decentramento, vanno meglio definite competenze e prerogative non ripetibili dei vari livelli di direzione: nazionale, regionale e territoriale.

Il quinto tema riguarda le risorse.
E’, con ogni evidenza, un tema difficile, spinoso, che richiede molta prudenza ed equilibrio per essere affrontato ed il ricorso anche al contributo tecnico delle buone professionalità amministrative di cui disponiamo.
Risulta però chiara l’esigenza di una riflessione profonda sul tema delle risorse, della loro razionalizzazione, gestione e distribuzione.
In questo senso, il punto più complesso è quello della canalizzazione, sistema che si fonda su criteri di carattere nazionale (che vanno riconsiderati a quel livello) e decisioni regionali (che sono quindi disponibili ad una rivisitazione da parte nostra).
Ricordo che l’ultima delibera di questo Direttivo in materia di canalizzazione risale al 1985.
Diciotto anni fa: un’altra CGIL, altri problemi, altra realtà del mondo del lavoro, altre dimensioni organizzative delle nostre strutture.
Il buon senso dice che una rivisitazione, una rilettura di quelle decisioni è oggi utile ed opportuna, pur sapendo che, su una materia come questa, eventuali modifiche vanno valutate con estrema attenzione, sia per il loro impatto diretto sia per gli effetti indiretti che potrebbero determinare.
In ogni caso, in questa fase di apertura della discussione, riteniamo si possano indicare – come sul resto – alcuni punti utili per un approfondimento del tema.
Anzitutto, va ribadito l’obiettivo, peraltro non nuovo, di portare all’1% la percentuale di trattenuta per tutti i nostri iscritti.
Poi vorremmo rimarcare l’esigenza di una canalizzazione che, più di oggi, privilegi nei fatti e non solo in teoria le istanze territoriali.
In terzo luogo, sarebbe utile rileggere le regole della canalizzazione pensando ad una serie di criteri condivisi; ne citiamo alcuni e forse la discussione ne evidenzierà anche altri.

Primo: una canalizzazione che tenga conto del rapporto tra numero di iscritti e numero di unità locali collegate; cioè un sistema capace di cogliere il grado di parcellizzazione della nostra forza organizzata e che sia quindi in grado di rispondere alle esigenze delle strutture che sono chiamate a farvi fronte. 

Secondo: una canalizzazione che consideri anche il grado di decentramento territoriale delle nostre strutture, nell’ottica di privilegiare la scelta di un forte radicamento sul territorio.

Terzo: una canalizzazione che, almeno in parte, si modifichi in ragione del modificarsi della tipologia degli apparati a tempo pieno di ciascuna struttura.  Infatti, è palesemente diverso gestire una struttura senza l’apporto di distacchi retribuiti e gestirne un’altra che si avvale quasi esclusivamente di tali distacchi.

Infine, vorremmo pensare  ad un meccanismo di canalizzazione che determini le condizioni per generare, in via permanente, quote di risorse a disposizione delle CdLT da destinare ad investimenti nei nuovi settori ed al reinsediamento.
Se la canalizzazione è il primo e più delicato punto di riflessione, è però utile ragionare anche intorno a forme di incentivazione al proselitismo.
In particolare, in direzione del tesseramento allo SPI da parte delle Categorie degli attivi e rispetto alle iscrizioni con delega da parte del sistema dei servizi.
Infine, pensiamo sia necessario cercare di accrescere le capacità di lettura, intervento e creazione di sinergie rispetto al complesso delle strutture della nostra Regione.
Per questo, pensiamo che la nostra Conferenza di Organizzazione potrebbe decidere tempi e modalità di adozione del bilancio consolidato della CGIL Lombardia prima e, in tempi successivi, delle CdLT e dei Regionali di Categoria.

 

Un altro tema che proponiamo è quello della politica dei quadri e della formazione sindacale.
Le nuove complessità organizzative che contraddistinguono la CGIL impongono una più alta e coordinata attenzione ai processi di formazione dei gruppi dirigenti, alla loro formazione ed aggiornamento sindacale.
Unitamente a ciò si avverte l’esigenza di promuovere una nuova leva di dirigenti sindacali che possa consentire un graduale rinnovamento dell’attuale gruppo dirigente.
Pensiamo che questa sia una delle nostre prime priorità.
La CGIL ha un bisogno urgente di una nuova leva di dirigenti, perché oggi – salvo rare e preziose eccezioni – manca una vera e propria generazione di dirigenti nati dopo il 1960.
Donne, giovani al di sotto dei 30 anni e migranti sono i soggetti ai quali rivolgersi e sui quali investire per costruire il gruppo dirigente di domani.
Occorrono coraggio politico, misure organizzative ed anche disponibilità individuali per promuovere un rinnovamento di questo tipo.
Curare di più il messaggio che di noi e del nostro lavoro diamo all’esterno, per offrire motivazioni, per convincere giovani quadri e militanti che fare il sindacalista a tempo pieno è una scelta utile e positiva.
Rendere ancor più inclusiva l’Organizzazione; saper comprendere ed accogliere il portato di esperienze ed approcci nuovi, spesso diversi da quelli che hanno mosso noi e quelli venuti prima di noi.
In questo ambito e nell’ottica del rinnovamento, un contributo significativo è venuto dalle regole sul doppio mandato, che vanno considerate, precisate e rese uniformemente esigibili anche in presenza di mutamenti della struttura organizzativa che comportino un parziale e non decisivo cambiamento della platea congressuale di riferimento.
Un ruolo fondamentale a questo proposito compete alla formazione ed aggiornamento sindacale.
Vi è una sorta di “analfabetismo di ritorno” tra i nostri quadri e nei gruppi dirigenti che non può non essere motivo di seria preoccupazione.
Assolutamente marginale ed insufficiente è la fruizione da parte dei nostri apparati a tempo pieno e degli stessi dirigenti di momenti di formazione ed aggiornamento sindacale, che sono anzi visti spesso come una non priorità e, quasi sempre, come un qualcosa che riguarda gli altri.
Ciò però non spiega e non basta.
Vi è anche una pericolosa dicotomia tra il percorso di un quadro o di un dirigente all’interno dell’organizzazione, l’offerta che l’organizzazione gli fa di formazione e aggiornamento, la sua stessa propensione e disponibilità ad “imparare” e ad “aggiornarsi”.
È certo un problema anche di accrescere in modo significativo l’offerta formativa e questo dovrà essere fatto.
Ma forse è anche giunto il momento di pensare a rendere cogente il dato della formazione e dell’aggiornamento per ciascun militante o dirigente dell’organizzazione.
Pensiamo ad un sistema ove la assunzione di ruoli dirigenti nell’organizzazione, ai vari livelli, sia collegata anche alla frequentazione di corsi di formazione e/o aggiornamento.
Come detto, va potenziata l’offerta formativa disponibile.
La formazione, il cui coordinamento e progettazione va riconfermato al livello regionale confederale, deve rivolgersi – in forme, tempi e modalità opportunamente diversi – ai gruppi dirigenti, agli apparati ed al quadro attivo dell’organizzazione.
A questo proposito, si può pensare all’utilità di attivare un coordinamento dei formatori e di lavorare alla messa in rete delle esperienze formative nella Regione.
In questo senso, fondamentale è l’intreccio tra le attività formative e la capacità più complessiva della CGIL Lombardia di sapersi organicamente rapportare con il mondo della cultura e del sapere esterno a noi.
Momenti di riflessione e confronto, non episodici, con interlocutori esterni debbono accompagnare l’attività formativa e stimolare il dibattito stesso all’interno all’Organizzazione.
In tale direzione, si potrebbe istituire un appuntamento annuale di approfondimento tematico riservato al gruppo dirigente regionale ed aperto ad apporti e contributi esterni.
Infine, pensiamo debba essere resa esplicita la scelta di affidare alle istanze territoriali il coordinamento della formazione dei gruppi dirigenti locali, verificando con la CGIL nazionale la possibilità (anche regolamentare) di sperimentare l’attribuzione di una delega permanente alle Segreterie delle CdLT e delle Categorie Regionali a svolgere le funzioni di Centri Regolatori per ciò che riguarda l’indicazione e le proposte per la funzione di Segretario Generale delle Categorie comprensoriali e nella composizione delle relative Segreterie.
Ciò sottende da parte nostra l’idea dell’utilità di pensare, in tempi congrui ed opportuni, ad una modifica dello Statuto su questo punto, che sostanzi anche così l’opzione del decentramento di funzioni e poteri.

Un altro punto riguarda il tema dell’informazione e della comunicazione.
In una società mediatica come è ormai la nostra la capacità di informare e comunicare a tanti e con tempestività è uno degli elementi decisivi per un’organizzazione come la CGIL.
In questo campo, molta è la strada fatta, ma moltissima è quella da fare.
Alcune Categorie e CdLT hanno ad esempio scelto di dotarsi di strumenti cartacei d’informazione che raggiungono grande parte degli iscritti con una qualche periodicità.
Questo è possibile a fronte di sforzi economici ed organizzativi a volte molto pesanti.
Altre strutture non hanno questa possibilità, oppure non la considerano efficace e si affidano ad altri strumenti oppure al tradizionale canale di informazione che ci viene fornito dai nostri delegati in azienda.
Ancora: sul piano dell’informazione in rete, se ricostruissimo la mappa e l’impostazione dei siti on line delle nostre strutture, ci ritroveremmo di fronte ad un quadro disomogeneo, variegato, a volte anche caratterizzato da una qualche incongruenza.
In questi campi come in altri, cioè, il quadro che ne risulta è quello di interventi non omogenei, spesso episodici e sicuramente poco coordinati.
Prevale l’esigenza di sottolineare ed enfatizzare il proprio particolare più che la valorizzazione di un linguaggio comune e integrato.
La nostra capacità informativa è quindi ben al di sotto delle nostre teoriche possibilità e, soprattutto, delle nostre necessità.
Lo stesso vale per gli strumenti – spesso onerosi – che utilizziamo per predisporre e veicolare la nostra comunicazione.
Non abbiamo un’immagine coordinata, né siamo strutturalmente predisposti a mettere in sinergia le strutture non già per appiattire le peculiarità, bensì per razionalizzare costi ed “efficentare” il nostro sistema comunicativo.
L’esperienza ci dice che su questo tema, come su tanti altri, non sono le decisioni di carattere coercitivo che risolvono i problemi.
Le autonomie formali e sostanziali delle strutture non si aggirano con ordini di servizio o decisioni burocratiche.  Oltre a tutto, noi siamo per valorizzarle e per operare affinché si mettano in rete, decidano di “fare sistema”.
In questa ottica, è forse più utile ragionare su come creiamo delle opportunità e delle convenienze e su come incentiviamo le strutture ad usufruirne.
Si intrecciano a questo proposito elementi di efficacia politica dei messaggi che la CGIL Lombardia mette in campo con considerazioni di ordine economico relative alla creazione di possibili sinergie da offrire alle strutture interessate a stare nel sistema, non solo per dovere, ma anche e soprattutto per interesse e scelta.
Su queste materie un uso razionale e diffuso delle nuove tecnologie ci può aiutare, a partire da quanto già esiste come la nostra rete privata virtuale che, pur avendo la necessità di essere potenziata, resta una delle poche reti private funzionanti nel panorama nazionale, non della CGIL ma dell’intero sistema delle aziende private.
In questo ambito potremmo discutere l’opportunità di creare un periodico web della CGIL Lombardia che possa costituire un momento informativo e di dibattito rivolto non solo al gruppo dirigente, ma anche alle migliaia di iscritti e simpatizzanti che abitualmente frequentano il nostro sito.

Infine, vorremmo approfondire il tema della democrazia di organizzazione e dell’unità.
I mesi convulsi della mobilitazione per i diritti e la dignità delle persone hanno visto la CGIL sviluppare un rapporto stretto e positivo con milioni di persone.
Una forte sintonia si è verificata tra le posizioni della Confederazione ed il comune sentire di tanti lavoratori, pensionati e cittadini.
In una fase così straordinaria, il dibattito interno alla Confederazione ha assunto caratteristiche peculiari e normalmente non ripetibili.
In questo senso, si pone oggettivamente il problema di individuare modalità di rapporto con il corpo dell’organizzazione tali da assicurare un efficace esercizio della nostra democrazia interna, che si coniughi – anche attraverso un opportuno utilizzo delle nuove tecnologie – con la necessità di assumere orientamenti e decisioni in modo tempestivo e rapido.
Peraltro, è necessario individuare nuove forme partecipative che consentano un più collegiale apporto alla vita della CGIL Lombardia da parte di delegati e militanti.
In questo senso, l’organizzazione del lavoro per dipartimenti può essere uno spunto positivo, a condizione che venga arricchita ed integrata dall’attivazione di gruppi di lavoro su progetti o commissioni del Comitato Direttivo.
Il rafforzamento degli strumenti e delle prassi partecipative interne alla nostra organizzazione, in una parola l’arricchimento della democrazia di organizzazione, deve strettamente integrarsi con iniziative utili a rafforzare le prospettive dell’unità con CISL e UIL in Lombardia.
Si pone qui il tema della verifica dell’esperienza delle RSU e, su altro piano, dei CAE: verifica che vogliamo fare – è superfluo dirlo – per rilanciare e rafforzare il ruolo delle rappresentanze unitarie dei lavoratori.
Restando ovviamente ferma per noi l’opzione di operare per una definizione legislativa di regole della rappresentanza e di misurazione della rappresentatività di ciascuna Organizzazione, intendiamo verificare se vi siano le condizioni unitarie per decidere – anche sul piano organizzativo e della rappresentanza – iniziative comuni che mirino alla ricerca di regole condivise tra le Organizzazioni utili a rafforzare il rapporto democratico con coloro che rappresentiamo.
Pensiamo ad esempio all’individuazione di un protocollo minimo di regole che precisino e rendano esigibile l’esercizio della rappresentanza nei luoghi di lavoro (vedi il modello oggi applicato al pubblico impiego), consentano l’individuazione di una o più sedi per prevenire e possibilmente dirimere in modo positivo eventuali contrasti tra le Organizzazioni, sperimentino forme di ulteriore e più organico rafforzamento della già importante unità di azione che si svolge al livello delle strutture regionali.  In tal senso, il comparto dell’artigianato potrebbe costituire un utile terreno di sperimentazione di più avanzate forme di unità di azione riferite alla gestione del livello territoriale di contrattazione.
Così come il nodo delle modalità di rapporto con la Regione Lombardia dovrebbe essere auspicabilmente terreno di riflessione insieme a CISL e UIL.

Come vedete, proponiamo un ventaglio ampio e complesso, dentro al quale possono e debbono intrecciarsi ragionamenti di carattere generale con proposte specifiche che abbiano la possibilità, se confortate da ampio consenso, di divenire decisioni effettive da parte della nostra Conferenza di Organizzazione.
Alla quale noi guardiamo come ad un appuntamento, da collocare tra la primavera e l’autunno prossimi, che consenta una discussione articolata nelle strutture, con l’ambizione di coinvolgere davvero il nostro quadro attivo a partire dai luoghi di lavoro e dalle leghe dei pensionati.
Come già detto all’inizio questa è una griglia che, se confermata ed integrata dal Direttivo, può e deve essere il riferimento per un lavoro puntuale in commissione, la quale potrà operare anche avvalendosi di volta in volta di contributi specifici.
A tempo opportuno il lavoro di approfondimento dovrà essere riportato in questa sede per la definizione di un documento organico di discussione.
Ci vorrà un po’ di tempo per lavorare così ed in questo periodo avremo anche modo di raccordare le nostre riflessioni all’evoluzione del dibattito nazionale su questo argomento.
Non vogliamo e non serve a nessuno una Conferenza di Organizzazione avulsa dal dibattito nazionale, o peggio ancora vissuta da qualcuno addirittura in contrapposizione ad esso.
Vorremmo insomma realizzare una Conferenza che serva alla CGIL Lombardia, sappia parlare positivamente anche a CISL e UIL e dia in modo costruttivo un contributo all’elaborazione nazionale, in coerenza con le linee e le strategie sancite unitariamente dal XIV° Congresso della CGIL.