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«Vogliono solo far cassa»
L'economista Gianni Geroldi evidenzia le contraddizioni del governo
sulle pensioni
P. A.
Martedì il governo illustrerà la finanziaria e la riforma delle
pensioni alle parti sociali. Manca poco, quindi, al momento della verità. Nel frattempo
si accavallano le anticipazioni e le smentite, anche se le linee di intervento del governo
sono ormai chiare. Abbiamo chiesto a Gianni Geroldi, docente di economia all'università
di Parma, che è stato consulente del governo ai tempi della riforma Dini, quali saranno
gli effetti prevedibili dell'innalzamento dell'età pensionabile e la decisione di
eliminare l'istitututo delle pensioni di anzianità.
Professore qual è il suo giudizio sulla riforma delle pensioni del governo Berlusconi?
Prima di tutto bisogna chiarire che non si tratta di una riforma, perché è in realtà
una sommatoria di interventi diversi, alcuni perfino in contraddizione tra loro, che
puntano a un unico obiettivo: quello di ridurre i costi del sistema previdenziale
pubblico. Anche se non si farà cassa con le pensioni da subito come era stato
preannunciato, è evidente che lo scopo principale delle misure proposte è quello di
ridurre la spesa per pensioni. Inoltre, non si tratta di una riforma perché non è
inserita in nessun quadro di insieme, come invece dovrebbe essere se fosse una riforma
vera. Si vuole per esempio aumentare l'età pensionabile, ma non si sa che cosa fare per
aumentare davvero la partecipazione dei lavoratori cinquantenni e ultracinquantenni al
mercato del lavoro, che invece li espelle. E questo è solo uno dei tanti esempi di misure
contraddittorie.
Gli interventi del governo partono dal presupposto, dato per oggettivo e rilanciato
dall'Ocse e dal G7, che i sistemi pubblici non reggono l'invecchiamento progressivo delle
nostre società.
In Europa esiste uno strumento di coordinamento delle politiche del welfare e delle
pensioni, un osservatorio e un punto di riferimento per gli interventi nazionali. Ebbene,
sia in quella sede, che in tutte le altri sedi europee si sono stabiliti i tre punti su
cui devono poggiare tutte le riforme dei sistemi previdenziali. Il primo punto è la
sostenibilità finanziaria, il secondo l'adattabilità (ovvero il superamento delle
rigidità delle prestazioni che fino a oggi sono state nazionali e che invece ora
potrebbero avere bisogno di flessibilità, visto che i lavoratori si possono spostare da
un paese all'altro). Infine, il terzo punto è l'adeguatezza. Quando si parla di pensioni,
si parla solo ed esclusivamente di sostenibilità finanziaria, in altre parole della
capacità dei sistemi di reggere l'invecchiamento. In realtà, sono fondamentali anche i
problemi dell'adattabilità (versare i contributi in un paese e trasferirli poi in un
altro) e i problemi dell'adeguatezza. Anzi, io penso che quest'ultimo sia il punto più
delicato e più strategico per gli anni a venire, proprio perché mette in gioco l'aumento
del tasso di dipendenza degli anziani legato all'invecchiamento. Per cercare di
contrastare i fenomeni demografici c'è il grave rischio di accentuare il pericolo di
esclusione sociale per le carriere di lavoro e per le fasce più deboli.
Aumentare la permanenza al lavoro è diventato ormai un punto su cui tutti concordano,
mentre si sostiene che in Italia si fugge troppo presto. E' vero?
In realtà anche questo è un luogo comune che non è suffragato dai dati. La media
europea di uscita dal lavoro è infatti sui 59 anni. E l'Italia è perfettamente in media.
Il governo italiano scambia però una manovra strutturale con una manovra per tagliare la
spesa pubblica. Aumentare l'età è solo un pezzo del discorso, ma da solo non è
sufficiente e soprattutto non risolve i problemi. Io penso che se da una parte è duro per
i sindacati contrastare la politica degli incentivi del ministro Maroni, sarebbe però
anche sbagliato accettarla senza mettere in campo una vera politica del lavoro che aumenti
la partecipazione effettiva dei lavoratori ultracinquantenni al mercato del lavoro. Nel
Regno unito l'età è più alta, e il tasso di attività è maggiore, ma se si guardano
bene le statistiche si scopre che è anche il paese dove è più alta la disoccupazione
degli anziani e dove sono più necessari i trasferimenti monetari per le fasce di età tra
i 50 e i 55 anni. Così, una politica di incentivi slegata dal resto, cioè da un
inserimento effettivo dei lavoratori anziani, risulta fasulla.
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