| Ritornare al 23 luglio 1993 ? A differenza del mio caro amico Maurizio Zipponi, il 23
luglio 1993 votai contro l'accordo e non sono pentito di quella scelta. L'intesa, in
realtà, fu definita il 3 luglio del 1993. Essa fu poi sottoscritta il 23 luglio, perché
in mezzo ci fu la consultazione referendaria dei lavoratori. La maggioranza approvò, tra
i metalmeccanici i No superarono il 40%, ma è bene ricordare che allora, pur tra molti
pasticci, si votò nelle fabbriche. Quello che oggi Cisl e Uil rifiutano di fare, anche
quando fanno accordi assieme alla Cgil. L'accordo
leniva il disastro dell'anno precedente. Il 31 luglio del 1992 la Cgil, assieme a Cisl e
Uil, firmava il peggiore accordo della sua storia del dopoguerra. In un solo pomeriggio si
rinunciava alla scala mobile e si bloccavano i contratti nazionali e la contrattazione
aziendale. Questo alla vigilia di una pesante svalutazione della lira e di una conseguente
inflazione che avrebbe massacrato i salari. La Cgil si era inizialmente pronunciata contro
quell'intesa, voluta fortemente dalla Cisl, dal presidente del Consiglio Giuliano Amato,
dalla Confindustria. Poi crollò tra pressioni esterne e rotture interne. E' bene
ricordare, perché così si coglie di più il valore della scelta della Cgil di non
sottoscrivere il Patto per l'Italia, nel 2002. Nell'ottobre
1992 ci fu la rivolta nelle piazze. Scioperi e manifestazioni di grande portata si
trasformarono in durissime contestazioni a tutti i dirigenti Cgil, Cisl e Uil, che furono
costretti a parlare protetti dagli scudi di plexiglass della polizia. Come è
avvenuto varie volte in questi ultimi vent'anni, la crescita di un movimento generale di
lotta fa sì che il mondo delle imprese cambi di spalla al fucile. Allora si doveva
recuperare ruolo e spazio per un sindacato confederale che rischiava di essere preso in
mezzo tra contestazione dal basso e delegittimazione dall'alto. Ma, naturalmente, non si
voleva certo rinunciare alla vittoria strategica segnata con l'accordo dell'anno
precedente. Da qui nacque il 23 luglio. L'intesa
registrava meticolosamente la nuova situazione. Si istituzionalizzavano i meccanismi della
contrattazione, con procedure di limitazione degli scioperi, facendo sì che le imprese
rinunciassero ad una linea puramente thatcheriana di rifiuto del sindacato. Ma in cambio
si affermava un secco ridimensionamento dell'autonomia della contrattazione, a danno del
salario e soprattutto delle condizioni di lavoro. Tre i punti
fondamentali dell'accordo. Il via libera alla flessibilità totale del mercato del lavoro,
che avrebbe avuto come primo sbocco il Pacchetto Treu. L'applicazione al salario nazionale
della metafora di "Achille e la tartaruga". Obbligando i salari a inseguire
un'inflazione programmata, sempre più bassa di quella reale, il salario inseguiva
l'inflazione come l'eroe greco l'animale: senza mai raggiungere l'obbiettivo. Infine, la
contrattazione aziendale veniva ridimensionata alla definizione di premi aziendali, in
gran parte collegati ai bilanci aziendali. La stesura
formale dell'accordo in realtà conteneva ambiguità politiche e lessicali che avrebbero
permesso qualche spazio in più. Tuttavia solo i metalmeccanici hanno davvero tentato più
volte di forzare la situazione. E i risultati sono stati gli accordi separati. Gran parte
del corpo sindacale, nella contrattazione reale, ha applicato l'interpretazione più
restrittiva di quell'intesa. Il risultato paradossale è un progressivo venir meno delle
ragioni del compromesso di allora. Mancando la
spinta dal basso e i rischi di una conflittualità più aspra, le imprese hanno trovato
sempre meno conveniente il sistema di regole definito dieci anni fa. E' la costante di
tutti gli accordi di concertazione e patto sociale. Essi contengono un riconoscimento
istituzionale al sindacato, che le imprese concedono perché pensano in questo modo di
governare meglio il conflitto. Ma se, proprio a causa dell'accordo, il conflitto si
spegne, le imprese non hanno più interesse a quel compromesso e ne pretendono uno più
vantaggioso, a danno del sindacato e dei lavoratori. Questo è
quanto si sta prefigurando ora con la crisi "da destra" della concertazione,
innestata dall'accordo separato del 2001 dei metalmeccanici, e prima di esso
dall'assemblea di Parma della Confindustria che, alla vigilia della vittoria alle elezioni
di Berlusconi, aveva deciso di rimettere in discussione tutti gli equilibri sindacali e
sociali del decennio. Per questo
ha poco senso pensare al ripristino degli equilibri di dieci anni fa. Questi sono stati
compromessi dalle stesse linee guida dell'intesa e dalla pratica sindacale che in gran
parte ne è seguita. Ora gli industriali sono indecisi. Una parte di loro accarezza di
nuovo il disegno thatcheriano di liquidazione totale del sindacato. Un'altra parte punta a
riscrivere di nuovo le regole. La
presidenza D'Amato ha rappresentato la prima opzione. Ora però quell'impostazione è in
crisi, per il declino industriale, per le debolezze di Berlusconi, per le lotte politiche
e sociali di questi due anni. Tra gli industriali sta di nuovo nascendo l'intenzione di
tornare a una linea più moderata. Con l'elezione nel prossimo anno del nuovo presidente
della Confindustria, è probabile che si affermi una linea meno brutalmente aggressiva
verso il sindacato e in particolare verso la Cgil. La concertazione nazionale deve
trasformarsi in aziendalismo corporativo e in consociativismo a livello di provincie e
regioni. Su questo piano è possibile una riscrittura delle intese, non è vero che gli
industriali siano così radicalmente estremisti da rifiutare qualsiasi accordo. Se la Cgil
fosse disposta a muoversi nella direzione indicata dall'accordo per il turismo, che ha
eliminato il recupero biennale del salario a favore di un accordo che "spalma"
su 4 anni tutti gli aumenti, accollando totalmente ai lavoratori il rischio d'inflazione.
Se il Contratto nazionale si riducesse ad una tenue cornice applicativa della legge, come
avviene nell'accordo separato di Fim e Uilm, e gli adeguamenti salariali nazionali fossero
ridotti a poco più dell'inflazione programmata, allora ci si potrebbe accordare. A quel
punto sarebbe l'impresa, con i nuovi poteri che le conferisce la Legge 30, a stabilire le
regole fondamentali del gioco. E il sindacato sarebbe costretto a rinunciare ad essere un
vero agente contrattuale per trasformarsi in uno strumento di assistenza mutualisitica
verso i lavoratori. Per evitare
questo sbocco, non bastano più i no, né il rimpianto di quel passato che è causa del
presente. Né serve inseguire una mitica politica di tutti i redditi, mai realizzata in
Italia e possibile in un paese industrialmente avanzato solo per brevi periodi di
emergenza nazionale. Occorre invece ricostruire una politica contrattuale autonoma sul
salario, sulle condizioni di lavoro, e soprattutto nella lotta alla precarietà. E'
necessaria un'iniziativa contrattuale e conflittuale diffusa che vada ben oltre gli schemi
e le regole del passato. Se questo avverrà, per adesso ci stanno provando solo i
metalmeccanici, allora si aprirà davvero una fase diversa e positiva. Altrimenti, tra un
anno, il nuovo anniversario dell'accordo del '93 sarà celebrato con un'intesa peggiore di
quella di dieci anni fa. Giorgio Cremaschi |