Se si vuole ragionare
sullaccordo del 23 luglio del 1993, occorre vederlo nel suo complesso e inserirlo
nel contesto dellItalia di quegli anni.
Laccordo del 23 luglio non è soltanto un sistema di regole per la contrattazione.
Era una proposta di politica economica e di politica industriale, una costruzione per
molti versi inediti della politica dei redditi, un sistema di regole e procedure
contrattuali. Ma, insieme, anche un accordo sulla rappresentanza sindacale.
La forza e lunicità di quellaccordo risiedono esattamente nellinsieme
di questi elementi.
In campo di politica economica, ad esempio, laccordo definiva lesigenza di
operare per lo sviluppo, la ricerca e linnovazione, verso una politica di
infrastrutture materiali e immateriali che riecheggiavano il Libro Bianco di Delors. Per
quanto riguardava la politica dei redditi, esso definiva meccanismi di controllo e
verifica di prezzi e tariffe particolarmente innovativi. Infine il sistema contrattuale
doveva garantire la difesa dei redditi reali, senza la presenza della scala mobile, e la
funzione, non ripetitiva, dei due livelli di contrattazione.
Limportanza storica di quellaccordo sta, quindi, nella forza di quegli
obiettivi e nel fatto che costituirono al tempo stesso una strada per portare il Paese
fuori dalla grave crisi di quel tempo, assicurando però anche un forte principio di
equità ed una equilibrata distribuzione del reddito.
La grande svalutazione della lira del 1992 fece il resto: per tre anni lindustria
italiana crebbe, crebbero le esportazioni, linflazione si abbassò e il sistema
contrattuale funzionò senza particolari problemi.
Passati dieci anni, oggi possiamo dire come, sotto il profilo della politica dei redditi,
le condizioni economiche generali e i contenuti di quellaccordo abbiano consentito
la difesa del potere dacquisto dei salari e delle retribuzioni, ma non la loro
crescita, visto che è accertato che i 4/5 della ricchezza prodotta in questi anni sono
andati in direzione di profitti e tasse.
Cosa resta e cosa va cambiato di quellaccordo. La grave crisi e il rischio di
declino industriale e produttivo richiedono che lidea già contenuta nellaccordo
di dieci anni fa di investimenti in ricerca, innovazione e formazione venga
ripresa, potenziata e attuata. Di tutti gli obiettivi indicati dieci anni fa, questo è
sicuramente quello più disatteso: lItalia di oggi investe meno in questi settori
rispetto allinizio degli anni 90. Laccordo recentemente firmato con
Confindustria riprende e indica correttamente i contenuti di politica industriale per
sostenere lo sviluppo del Paese, che in caso contrario sarà destinato - come oramai tutti
affermano - ad una progressiva emarginazione nel commercio mondiale.
Così come ci sarebbe bisogno di una politica dei redditi, ma non se ne vedono le
condizioni nella politica del governo: non ci sono controlli su prezzi e tariffe, mentre
è evidente che la nostra inflazione viaggia su una media più alta di quella europea e,
con la moneta unica, questo svantaggia le imprese del nostro Paese.
Infine bisognerà fare una verifica del modello contrattuale, senza stravolgimenti di cui
non si avverte alcuna necessità, migliorando soprattutto la parte di qualità, tenendo
conto dei modelli produttivi, della necessità di ampliare la rappresentanza a nuovi
lavori e figure professionali e rendere più forti le tutele.
Lidea di ridurre il peso del contratto nazionale, per rendere più forte il secondo
livello di contrattazione, per ridurre costi e diritti, è priva di senso, dato che la
dinamica retributiva è stata sostanzialmente moderata. Occorrerebbero invece una maggiore
redistribuzione della produttività che si genera, una politica salariale che accresca il
valore medio delle retribuzioni, un lavoro innovativo sulle professionalità, una politica
di intervento e di governo degli orari, la capacità di accrescere la sicurezza sul
lavoro, una riduzione dei livelli di precarietà, la capacità di estendere norme e
diritti con caratteristiche più generali, un governo delle filiere produttive che le
aziende tendono a separare, una contrattazione permanente del rapporto fra lavoro e
formazione.
In questo contesto può essere utile una qualificazione del secondo livello di
contrattazione, come livello più vicino ai processi di trasformazione produttiva e alle
caratteristiche delle prestazioni di lavoro e di determinazione della produttività. In
sostanza, si può immaginare un rafforzamento del secondo livello di contrattazione, per
recuperare rappresentanza laddove si determinano davvero i cambiamenti, ma non come modo
per ridurre qualità e livelli delle tutele previste nel contratto nazionale.
Così come andrebbe ripensato il tema degli accorpamenti contrattuali, per grandi filiere
omogenee, riducendo il numero sproporzionato dei contratti collettivi nazionali di lavoro
esistenti (ad oggi oltre 300). Questo lavoro fu avviato con Confindustria, ma fu fatto
cadere rapidamente.
Per questo, se si vuole guardare al futuro, bisogna cogliere il carattere alto della sfida
di quellaccordo di dieci anni fa, al quale è legato - ovviamente - il ruolo e il
protagonismo che il sindacato ha avuto in una fase così difficile e drammatica della
storia e della vita del Paese. |