Venticinque anni fa veniva approvata la legge 194 sull'interruzione volontaria di
gravidanza comunemente detta legge sull'aborto. A ricordarne il valore simbolico tuonano
ancora una volta le prevedibili parole di condanna del Papa che rilancia sul terreno
fertile delle destre al governo la necessità di un'azione politica contro l'aborto a
partire dal riconoscimento giuridico dell'embrione. Il Vaticano mira all'approvazione in
tempi rapidi della legge sulla fecondazione assistita il cui iter parlamentare è
momentaneamente fermo al Senato dopo un acceso dibattito alla Camera che ne ha messo in
luce obbrobrio giuridico e soprattutto in forza dell'opposizione di buona parte del mondo
scientifico. Una legge contro le donne, contro il primato femminile nella riproduzione che
va nella direzione di colpire l'autodeterminazione sul proprio corpo e di mettere in
discussione la legge 194, che su questo principio si fonda come elemento costituente della
cittadinanza delle donne. Non a caso la proposta legislativa ripropone con una invasività
aberrante sul terreno delle scelte individuali un modello di stato etico che dispone del
corpo femminile come di un contenitore fino a concepire un vero e proprio conflitto fra la
salute della donna e il diritto alla vita del nascituro. L'attacco alla 194 è evidente
proprio lì dove il primato femminile è messo in discussione. Il Papa fa certamente
"il suo mestiere" anche quando afferma che il principio dell'aborto mette in
pericolo la pace nel mondo, ma diversamente va valutata l'ingerenza verso il Parlamento
per la presenza di una maggioranza parlamentare determinata a calpestare i principi laici
della Costituzione. Il richiamo del Papa non cadrà nel vuoto e le reazioni politiche lo
confermano tra un coro di consensi a destra e l'imbarazzo silenzioso di parte della
sinistra, quando non si tratta di subalternità in nome della conquista del centro
moderato. La spinta regressiva comporta la perdita di valori che avevano ispirato un'idea
di etica pubblica condivisa contro il progetto di un monopolio dell'etica, come fondamento
del patto di cittadinanza.
La 194 è stata il frutto di un decennio importante di lotte e di conflitto sociale, in
cui il movimento femminista è stato uno straordinario soggetto di trasformazione. C'era
già stato il divorzio, poi nel '71 il riconoscimento legale della propaganda
contraccettiva, nel '75 la nascita dei consultori familiari e la sentenza con cui la Corte
Costituzionale sancì il primato femminile nella riproduzione. La legge sull'aborto era
stata accompagnata da un intenso dibattito sociale politico che aveva attraversato lo
stesso movimento femminista. Nel dibattito sulla legge 194 il femminismo italiano si era
diviso così come è accaduto più recentemente sulle proposte di legge che riguardano la
violenza sessuale, la parità e le pari opportunità. Il nodo politico è rappresentato
dalla opportunità o meno di ricorrere a delle leggi e alle modalità di questo ricorso.
Una parte riteneva e ritiene tutt'ora che il diritto abbia un'efficacia simbolica e
pratica e che sia importante ottenere norme che assicurino giustizia e maggiori
opportunità di uguaglianza sostanziale fra uomini e donne. Un'altra parte del femminismo
riteneva invece che, vista l'inefficacia pratica di molte leggi e della loro
contraddittorietà anche sul piano simbolico, i diritti siano da depotenziare a luoghi
pratici e simbolici dell'agire delle donne. Questo dibattito è ancora presente nel
tessuto politico femminile le cui radici affondano nell'esperienza di lotta degli anni
Settanta, nelle forme di relazione e di autonomia che queste hanno individuato e nella
discussione su temi fondamentali del sapere femminile quali il corpo e la sessualità.
Dopo l'esperienza emancipativa del dopoguerra, con il dibattito sulla 194, le donne si
sono inoltrate su un nuovo terreno sconfinando dalla discussione sulla parità e mettendo
al centro la questione rilevante delle relazioni intraumane, dei diritti e, sul piano
etico, della libertà e dell'autodeterminazione femminile. Nel confronto che portò nel
'78 all'approvazione della legge 194 le considerazioni prevalenti nella sinistra,
condivise anche da molti cattolici, furono di ordine sociale: la legge si prefiggeva di
sconfiggere la piaga sociale dell'aborto clandestino e di proteggere le donne che ne erano
più colpite perché più deboli socialmente e culturalmente. Tra le forze politiche solo
i radicali riprendevano dal movimento delle donne seppure con accenti diversi, i temi
della libertà femminile. In questi venticinque anni le considerazioni sociali che avevano
fatto da sfondo alla legalizzazione dell'aborto hanno lasciato il posto a preoccupazioni
di ordine morale che non provengono solo dai conservatori o dai cattolici, ma sembrano
condivise anche in ambienti della sinistra. Oggi l'autodeterminazione delle donne rispetto
alla maternità rischia di essere percepita come un eccesso di responsabilità che bisogna
limitare e controllare al di là dei limiti già consistenti che la 194 prevede. In questi
quattro lustri grazie alla legge (nel 1981 il referendum abrogativo promosso dalla Dc
venne battuto con il 63% dei voti), all'opera dei consultori familiari e alla prevenzione,
gli aborti sono diminuiti vertiginosamente facendo strada ad responsabile scelta di
maternità e di sessualità. Ma l'efficacia della 194 è stata aggredita soprattutto
dall'avanzata delle politiche neoliberiste che hanno ridimensionato lo Stato sociale e
ridotto la funzione dei consultori familiari. Questa spinta regressiva ha diverse matrici
ideologiche che si combinano in un mix pericoloso. Da un lato l'etica religiosa, quella
cattolica, che dentro il processo di globalizzazione punta alla difesa integrale dei
propri principi etici e, specialmente in Europa, vuole vincolare la Costituzione alle
radici giudaiche-cristiane. L'intreccio tra fondamentalismo liberista e ideologie sessiste
sessuofobiche e omofobiche è micidiale e rischia di informare il ruolo dello Stato sulla
base di un forte controllo sociale. Un'idea invasiva sempre maggiore che esclude,
discrimina, ristabilisce una concezione proprietaria dei corpi (basti pensare alla
Bossi-Fini) sul terreno della produzione e della riproduzione. Se portato alle sue estreme
conseguenze l'attacco alla 194 richiede un'opposizione radicale in Parlamento e nel Paese,
a partire dai movimenti e dalle soggettività del femminismo e della cultura di genere,
che hanno ancora poca visibilità nel movimento dei movimenti, anch'esso non immune dalla
riproduzione di forme di cultura patriarcale. Le destre possono perdere a confronto con i
processi culturali reali che attengono la libertà femminile e la sessualità.
Non illudiamoci. La strada non è in discesa, spetta ancora alle donne la maggior parte
della fatica e della lotta quando sono in gioco la loro autodeterminazione e la loro
libertà senza le quali nessun mondo migliore è possibile.