1.
Questa ricerca dellIres appare tempestivamente in un momento di bilanci, rivolti in
particolare a soppesare la struttura contrattuale regolata e formalizzata dal Protocollo
del 1993.
I diversi contributi qui raccolti forniscono un ritratto completo e non acritico dellandamento
degli assetti contrattuali nellultimo decennio. Confermandone la validità di fondo,
insieme alla loro migliorabilità. Testimoniano della centralità del contratto nazionale,
anche se dotata di una minore capacità di governare la dinamica complessiva dei salari.
Ci ricordano la vitalità della contrattazione aziendale, ma anche la sua irregolare
distribuzione: che non ha però impedito la crescita di accordi innovativi e capaci di
gestire la flessibilità. Ci confermano la bontà dellimpianto contrattuale previsto
nel 1993. Ma nello stesso tempo segnalano lesigenza di perfezionarlo dal lato del
lavoro, a causa della tenuta problematica delle retribuzioni contrattuali lorde, oltre a
indicare nello scostamento accresciuto negli ultimi anni tra inflazione programmata e
inflazione effettiva un problema che richiede adeguati aggiustamenti salariali (e quindi
del modello stesso).
2. Stiamo assistendo a una fase di passaggio nelle relazioni industriali che segnala
mutamenti strutturali, i quali richiedono capacità di adattamento da parte degli attori
sociali (e istituzionali), oltre che la produzione di nuovi sistemi di regole. Questi
mutamenti si ripercuotono sicuramente, ma con percorsi ed esiti non ancora nitidi, sulla
contrattazione e sullazione sindacale.
Allinizio degli anni ottanta prendeva corpo allinterno di una analoga
fase di passaggio la spinta neo-liberista, che puntava a ridimensionare il ruolo
delle regole centralizzate (e quindi della concertazione) a favore di un decentramento
più marcato delle relazioni industriali. Che in quanto tale costruiva un ambiente più
favorevole alliniziativa manageriale. Ne è derivato, almeno nellimmediato, un
ridimensionamento della concertazione e del ruolo del sindacato, nei paesi in cui questo
era meno solido, o più forte è stato il consenso verso politiche neo-conservatrici. A
questo trend si è accompagnato un declino delle garanzie fordiste ed è proseguita in
modo drastico la riduzione delloccupazione operaia nelle grandi imprese già avviata
nel decennio precedente.
Loscuramento in molti paesi della regolazione basata sugli accordi con le parti
sociali sembrava preludere allabbandono definitivo del livello centrale e delle
politiche dei redditi, come preconizzato da osservatori e studiosi. In realtà nella
maggioranza dei paesi europei (e quindi non nelle economie anglosassoni) i parametri di
Maastricht e la strada verso lEuro hanno spinto verso una stagione di patti sociali
e la ripresa di politiche dei redditi. E quindi verso una nuova, moderata centralizzazione
dei rapporti tra le parti. Per usare lespressione adottata da alcuni studiosi è
più opportuno parlare diversamente da quanto fa con una certa approssimazione il
Libro Bianco del governo Berlusconi di un «decentramento centralizzato» o
«controllato». Ma quello che più conta è che in questo modo si assisteva a una ripresa
dinfluenza dei sindacati nellarena politico-istituzionale. Qualche volta
come nel caso italiano collegata anche a una ripresa di forza sociale,
attraverso la crescita della membership o attraverso il rilancio di altre forme di
mobilitazione dei lavoratori.
Ora gli scenari, con lintroduzione dellEuro, risultano
ancora modificati. Una competizione più stringente si lega nei paesi dellUnione a
un tasso di innovazione modesto (e comunque inferiore a quello americano) e a una
capacità di creazione del lavoro ancora differenziata e non adeguata. Dopo le politiche
di moderazione salariale dellultimo decennio in tutti i paesi si manifestano
tensioni retributive, mentre non viene meno il bisogno di regole condivise, e
possibilmente non solo nazionali, di politica dei redditi. Dati che segnalano lesigenza
di un recupero di posizioni dei redditi da lavoro dipendente, di cui si è fatta
portatrice la Confederazione europea dei sindacati, attraverso la richiesta di sommare il
recupero dellinflazione alla crescita della produttività. I successi elettorali
delle destre hanno riportato in superficie scenari sociali meno favorevoli al lavoro
dipendente e al ruolo politico dei sindacati (anche se non mancano le eccezioni), e
caratterizzati anche da un clima di incertezza sul futuro del lavoro, favorito dalla
crescita dei lavori temporanei e dalla individualizzazione del mercato del lavoro.
Queste tendenze sono tutte enfatizzate nel nostro paese, nel quale gli
indici di competitività sono declinanti (e sono anche peggiori le performance sul
versante del controllo dellinflazione). Un paese nel quale il ritorno al governo del
centro-destra di Berlusconi è stato contrassegnato dallesplicita derubricazione
della concertazione e da un periodo, non concluso, di aspri conflitti intorno al tema dei
diritti.
Qui si avverte maggiormente lesigenza di regole capaci di
stabilire una continuità positiva con lesperienza dellultimo decennio e di
dare vita a una coesione sociale indispensabile per raggiungere performance più elevate.
Eppure linaffidabilità dellattore governo insieme al suo orientamento
sicuramente non pro-Union rendono difficile mettere in campo una discussione vera
sulle regole del gioco, in grado di collegarle coerentemente con unidea di beni
pubblici condivisi.
3. Quanto poi al merito del problema, il dibattito relativo alla struttura della
contrattazione non sempre è chiaro sulle soluzioni proposte, salvo che per la richiesta,
di matrice confindustriale, di maggiore decentramento. Il decentramento delle relazioni
industriali non costituisce una novità, e viene segnalato ormai da anni come una tendenza
crescente, e in certa misura necessaria nelle nuove condizioni di uneconomia
globalizzata. È importante però sottolineare come questo decentramento decisionale
a certe condizioni possa consentire non solo una maggiore flessibilità
organizzativa (come chiedono le imprese), ma anche una regolazione della condizione di
lavoro migliore perché più vicina alle domande e ai problemi posti dai diretti
interessati. E in effetti le organizzazioni sindacali, sia pure con differenze
significative, non si oppongono a un maggiore decentramento, ancorandolo però a regole
universalistiche e a meccanismi di controllo di tipo selettivo.
Il compromesso materializzatosi nel 1993 ha fornito una particolare
versione dello scambio tra ragioni dellefficienza e ragioni dellequità. Tra
regole generali e universalistiche, che servono a mantenere la solidarietà allinterno
del mondo del lavoro (e a questo scopo serve soprattutto la funzione del contratto
nazionale), e criteri che incentivano la specificità e la adattabilità che si
manifestano tipicamente a un livello micro (di singole unità produttive): ruolo questo
che dovrebbe essere assolto dalla contrattazione aziendale, e in particolar modo dallancoraggio
del salario a indici di risultato variamente determinati.
Un compromesso che le aziende provano attualmente a rinegoziare in una
direzione a loro più favorevole, ma anche più incerta negli strumenti e negli esiti, con
una sottovalutazione forse dei rischi di toccare un equilibrio delicato.
In realtà la ricerca dellIres, oltre a dimostrare che il
compromesso ha sostanzialmente funzionato bene, mette in luce la sua migliorabilità su
entrambi i versanti, a cui tengono i due principali attori organizzati. In effetti il
contratto nazionale ha svolto un ruolo di cornice e di garanzia, ma non espansivo, come è
dimostrato anche dallaumento della quota di retribuzione distribuita extra contratto
nazionale. La distribuzione irregolare della contrattazione aziendale e la frammentarietà
di quella territoriale, oltre a coprire in modo differenziato (e non sufficiente) i
lavoratori è stata utilizzata da molte imprese per recuperare in termini congiunturali e
di costi (grazie alla distribuzione molto modesta della produttività, peraltro confermata
anche a livello europeo), ma non a rilanciare la capacità competitiva del sistema
produttivo italiano che sembra deficitaria dopo il 1998, la fatidica data dellingresso
nellUem.
Si sono così prodotti i rischi di una solidarietà «debole», che
non ha coperto adeguatamente una parte di mondo del lavoro, senza tradursi neppure in
maggiore efficienza del sistema delle imprese. Lingresso nellEuro è stato
vissuto come uno sforzo comune per il raggiungimento di obiettivi condivisi. E in questo
decennio ha prevalso lottica di una regolazione congiunta dellassetto
contrattuale, che ne ha permesso la stabilità sostanziale e la buona efficacia. Lo
scenario che deriva dallintroduzione dellEuro porta a ripensare quel
compromesso, che in forme diverse ha attraversato la maggioranza dei paesi dellUnione
Europea. La posta in gioco è la definizione di regole capaci di combinare equità e
flessibilità nellepoca dellEuro. Cè la tentazione di alcuni settori
imprenditoriali di rompere lidea stessa di compromesso, in direzione di una
regolazione più unilaterale del lavoro. Questa opzione, oltre ad apparire difficoltosa
nella sua praticabilità, non appare neppure idonea a migliorare le performance aziendali
(salvo forse sul lato dei costi). Laltra strada possibile, che coinvolge
direttamente limpegno del movimento sindacale e delle forze politiche di sinistra,
consiste nella definizione di un compromesso sociale più ambizioso, dopo levidente
usura di quello socialdemocratico classico, che si è cercato di rianimare negli anni
novanta. È una strada che serve però a ribadire la superiorità tanto in termini
di equità sociale che di efficacia dei risultati della regolazione congiunta
rispetto a strategie di tipo unilaterale.
Un compromesso che parta dalla constatazione che le ragioni
costitutive dei diversi interessi in campo appunto lequità e lefficienza
ricevono un trattamento subottimale rispetto alle sfide e alle opportunità, poste
dal nuovo scenario economico. E che possono trovare entrambe una più appropriata
promozione in un quadro regolativo, capace di conciliare il bisogno di stabilità insieme
a quello di flessibilità, incontrando così la domanda dei lavoratori insieme a quella
degli imprenditori. La deregolazione non si è affermata in modo nitido in nessun paese
europeo, salvo forse la Gran Bretagna, e in generale leconomia dellinnovazione
ha bisogno di regole condivise e di un ruolo attivo anche degli attori pubblici. I
meccanismi europei di regolazione congiunta delle relazioni industriali sono stati
costruiti in epoca fordista e successivamente adattati, ma si dimostrano sempre più
inadeguati a contenere i lavori plurali e la pluralizzazione dei contratti di impiego che
contrassegnano una fase socio-economica post-fordista.
Di qui lesigenza non di un semplice compromesso, ma di un
«grande compromesso» (come fu a suo tempo quello socialdemocratico), che dia sicurezze
ai lavoratori stimolando nel contempo la capacità competitiva delle imprese. Ma il
compromesso fordista ebbe bisogno dello Stato keynesiano per potersi realizzare
compiutamente e diventare un sistema di regolazione sociale (e non solo del lavoro o della
grande impresa, che pure ne erano la parte costitutiva).
Anche in questa fase appare difficile rimodulare la contrattazione, senza ripensare
parallelamente la cittadinanza sociale modellandola sui lavori discontinui e rendendola
per questa via più inclusiva, cioè in grado di toccare linsieme del mondo dei
lavori: come insegnano i francesi della scuola regolazionista è difficile pensare solo
cambiamenti settoriali; se si vuole modificare la regolazione sociale è indispensabile
trovare un collegamento tra produzione, lavoro e welfare. Ma per unimpresa di questo
genere cè bisogno di interlocutori pubblici e governativi (oltre che di
imprenditori intelligenti). Proprio questa sponda appare carente attualmente nel nostro
paese, con implicazioni negative per qualunque architettura che provi a connettere in modo
più proficuo lavori e imprese. È importante però che le altre forze sociali
organizzate, quelle che rappresentano i lavoratori, mantengano ferma anche in una fase di
contrapposizioni e conflitti la barra in direzione dellestensione dei diritti e
della cittadinanza su basi universalistiche.
(27 giugno 2003) |