«Il numero
di persone che vivono al di sotto della linea di povertà e che si trovano in situazione
di esclusione sociale allinterno dellUnione Europea è inaccettabile. Occorre
prendere provvedimenti che abbiano un impatto decisivo nella direzione di un vero e
proprio sradicamento della povertà attraverso la fissazione di obiettivi specifici»
(Consiglio straordinario dei capi di stato e di governo, Lisbona, marzo 2000). Unaffermazione
del tutto adeguata alla situazione italiana. Le dimensioni e le caratteristiche della
povertà in Italia sono, anche e ancora nel 2002, allarmanti. La povertà - assoluta
(determinata sulla base di un paniere di beni ritenuti indispensabili per una famiglia) e
relativa (si definisce povera una famiglia di due persone la cui spesa mensile per consumi
è pari o inferiore al consumo medio pro-capite del Paese) - non ha registrato alcun
significativo miglioramento, nonostante le innovazioni legislative in materia di strumenti
assistenziali adottate dal 1998. Landamento disegnato dallISTAT, nella sua
indagine sulla povertà in Italia nel 2001, parla di 2.663.000 famiglie - 7.828.000
persone - in situazione di povertà relativa (il 12% delle famiglie, il 13,6% delle
persone) e di 940.000 famiglie - 3.028.000 persone - in condizione di povertà assoluta
(il 4,2% delle famiglie, il 5,3% delle persone).
I più poveri tra i poveri
In questa sostanziale stabilità, tuttavia, qualcuno è sempre più povero. Se nelle
Regioni del Nord e del Centro si assiste a un modesto decremento tra il 2000 e il 2001
(rispettivamente dal 5,7% al 5% e dal 9,7% all8,4%), nel Sud si passa dal 23,6% al
24,3% per la povertà relativa e dal 9,% al 9,7% per quanto concerne la povertà assoluta.
Sempre più esposte al rischio povertà sono le famiglie numerose: il 25% di quelle con
più di 5 membri, a livello nazionale, che salgono al 36% nel Mezzogiorno; e se i figli
sono minorenni, le percentuali salgono rispettivamente al 28% e al 37%. Insieme ai minori,
gli anziani sono maggiormente penalizzati: se in una famiglia cè un anziano, la
percentuale di povertà relativa sale al 13,8% (al 17,8% se ve ne sono due), mentre al Sud
oltre un terzo delle famiglie con uno o più persone anziane è sotto la soglia della
povertà. Anche se si considera il genere, il Mezzogiorno è in svantaggio: se i dati
nazionali non segnalano particolari differenze, al Sud una donna capofamiglia è povera
nel 25,8% dei casi, un uomo nel 23,9%. Per quanto riguarda la povertà assoluta, il 2001
ha rappresentato un peggioramento netto per le famiglie - dal 7,6% all8,7% - e se
hanno 3 o più figli la situazione è anche peggiore - dall11,5% al 14,5%. Il
genere, qui, conta: a fronte di un 4,2% di poveri assoluti maschi, cè
un 4,5% di femmine, anche se si manifesta un lieve calo rispetto al 2000 (4,7%).
Dal Rapporto ISTAT, emerge con forza la centralità del
dato geografico: vivere al Nord o al Sud fa la differenza. Diverse tipologie di famiglie
settentrionali vedono una seppur leggera diminuzione dellincidenza di povertà:
quelle con un solo componente o con più di 4; quella con un anziano qualora non sia
capofamiglia. Al Centro, la situazione è più stabile, peggiora solo per le famiglie con
più di 4 componenti. Il Sud, vede invece un peggioramento delle condizioni sociali per
alcune precise tipologie: le famiglie più numerose e, allopposto, quelle di un solo
componente o quelle con membri aggregati.
Anche per lIstituto di studi politici, economici e
sociali (EURISPES) la povertà è connessa alle aree geografiche. Il Rapporto Italia 2003
parla di unItalia a tre velocità, in cui il 19,9% delle famiglie settentrionali ha
un reddito superiore ai 40.000 euro, contro il 13% delle famiglie residenti al Centro e
appena il 7,1% di quelle meridionali. È il Sud dItalia a registrare la più alta
percentuale di famiglie aventi un reddito inferiore ai 5000 euro (il 6,7%, contro l1,2%
del Nord e Centro). La povertà è anche maggiore se la persona di riferimento della
famiglia ha meno di 35 anni, un dato particolarmente allarmante.
(25 giugno 2003) |