| RELAZIONE MAGGIO 2003 Questa volta, invece di soffermarci su quanto fatto, visto e sentito in ciascuna città, scuola o fabbrica visitata per la consegna delle nostre borse di studio- di nuovo, come al solito, a Backa Topola, Krivaja, Novi Sad, Belgrado-Rakovica, Kragujevac, Nis, Niska Banja, Rogatica, Pale, Lukavica -, vogliamo riferire sulla situazione generale che abbiamo trovato, in Serbia e in Bosnia, durante il nostro ultimo giro, dal 17 al 29 maggio u.s Dopo lassassinio del premier Zoran Djindjic, avvenuto il 12
marzo, lo ha sostituito il suo vice Zoran Zivkovic e si è decretato lo stato di
emergenza, che è durato fino a poco prima del nostro viaggio. Noi di ABC ci siamo sempre
astenuti - e continueremo a farlo da giudizi politici che non ci riguardano;
non però dal dare quelle informazioni, anche politiche, che sono necessarie per
mettere in grado i nostri soci e sostenitori di rendersi meglio conto del clima in cui
vivono i bambini e ragazzi affidati, con le loro famiglie. Latmosfera che si respira attualmente in Serbia è pesante. Lo stato di emergenza non è servito soltanto ad emarginare personalità sgradite, a liquidare bande politico-mafiose (ad es. quella di Zemun, roccaforte dei radicali-nazionalisti intransigenti alla periferia di Belgrado) e formazioni politico-militari (ad es. i Berretti rossi) sospettate di residui legami col vecchio regime E servito anche quel che più importa a sottoporre la popolazione a misure economiche ancor più restrittive ed onerose, reprimendo le proteste e cercando quasi di mettere il bavaglio alla gente.
Malgrado ciò, i nostri amici sindacalisti di Kragujevac e di Nis ci hanno parlato
fuori dai denti, permettendoci di intravedere un quadro aggiornato della situazione
economico-sociale. Cercheremo di
comunicarvela meglio che possiamo, dandovene almeno qualche significativa
pennellata.
Secondo le statistiche, su dieci milioni di cittadini i disoccupati, in Serbia,
sono quasi un milione, cioè un decimo non della popolazione attiva, ma di
quella totale. Ma che cosa sintende per disoccupato e che cosa, di
conseguenza, per occupato? Alla Zastava di Kragujevac lavoravano,
prima, 36.000 operai, provenienti in parte dalle campagne della Sumadia, la grande regione
agricola di cui appunto Kragujevac è capoluogo, in parte dal resto della Serbia
meridionale e specialmente dal non lontano Kosovo. Adesso i dipendenti della
Zastava sono ridotti a meno della metà, tanto è vero che, considerando
linsieme della città di Kragujevac, che conta 172.000 residenti, i disoccupati
ufficiali sono 19.000. Ma vi vanno aggiunti
i 7.000 che sono comunque usciti anche loro, di fatto, dalla Zastava, in quanto hanno accettato - secondo la Legge
sul lavoro precedente a quella emanata durante la emergenza o un
magro sussidio per due anni al massimo (da 58 a 62 euro mensili a seconda della
qualifica), ovvero un compenso una tantum pari a 100 euro per ogni anno di
lavoro effettivamente prestato. Gli uni e gli altri sono ancora in lista per un ipotetico
nuovo impiego e perciò non sono considerati come disoccupati, ma solo in
mobilità. Vanno aggiunti inoltre
4.000 lavoratori stagionali, adibiti alla raccolta della frutta e simili, che
possono esser definiti come occupati solo in maniera impropria, per non dire
beffarda. Tirando le somme, i non realmente occupati sono, a Kragujevac, ben più
di un decimo della popolazione complessiva: sono tra un quinto e un sesto. Se poi si
aggiungono ancora 30.000 profughi registrati e un numero imprecisabile di non
registrati, arrivati nella città e dintorni fuggendo dalle varie guerre jugoslave degli
anni 1992-95, nonché quelli dal Kosovo nel 1999, si può concludere che a Kragujevac la
situazione occupazionale effettiva è da due a tre volte peggiore di quella, già di per
sé disastrosa, indicata dalle statistiche nazionali.
A Nis, peraltro, le cose non sono migliori. Alla Mascinska Industria
(MIN), su 15.000 dipendenti soltanto 5.000 sono rimasti in servizio e scenderanno presto a
3.500 in seguito alla più che probabile chiusura di 10 delle 36 imprese riunite nella
holding. Ma come, in che senso si parla, alla MIN, di operai rimasti in servizio?
Se ne parla nello stesso senso in cui lo si fa, sempre nella città di Nis, alla
Elektronska Industria (EI). Qui cerano 12.800 operai; ne sono rimasti
4.800. Ma abbiamo chiesto ai sindacalisti almeno questi lavorano
regolarmente, cioè a tempo pieno, otto ore al giorno per tutti i giorni dellanno,
escluse ferie e festività? Risposta negativa. A tempo pieno sono soltanto 500. Gli altri
stanno in servizio per modo di dire, cioè in un senso che potremmo definire
ridotto, anzi, il più delle volte, addirittura nominale: vengono a lavorare
saltuariamente, quando serve, quando li chiamano, vengono insomma più che altro per fare
atto di presenza, per timbrare ogni tanto il cartellino, cosicchè il loro nome continui a
figurare negli elenchi della fabbrica. Per questa cosiddetta prestazione
lavorativa ricevono compensi che si aggirano, nei casi migliori, intorno ai 100
euro annuali. In tal modo, comunque, nelleventualità (per ora remota) di
qualche ingresso di capitale estero che consenta una certa ripresa produttiva, questi
operai per finta potranno tornare
ad essere operai veri. Le direzioni aziendali possono intanto far figurare un numero di
dipendenti ridotto ma non proprio come è nei fatti al lumicino, e dalle
statistiche possono risultare cifre di disoccupazione certo gravissime ma molto inferiori
alle realtà.
Dobbiamo dire ancora una cosa. Durante lo stato di emergenza la Legge sul
lavoro nazionale è stata modificata in peggio, e fortemente. Chi oggi è
considerato in eccesso, viene semplicemente
licenziato e può scegliere tra due tipi di ammortizzatori sociali, ambedue
ridotti al minimo: o nove mesi di sussidio (anziché due anni) con 70 euro mensili, ovvero
una liquidazione pari, mediamente, a 1.650
euro.
Si conserva comunque il diritto allassistenza medica, ma è un principio
giuridico che trova poco riscontro nella pratica, date le condizioni attuali della sanità
in Serbia. A Kragujevac, per esempio, lospedale cè, gli ambulatori ci sono,
ma il più delle attrezzature diagnostiche e terapeutiche o non funziona o è troppo
obsoleto, dagli apparecchi per le ecografie a quelli per la chemioterapia (dei quali, dopo
i bombardamenti alluranio del 1999, è aumentato il bisogno). Chi ne necessita deve
andare a Belgrado, dove pagherà tutto, più le spese di viaggio.
Da questa situazione in due grandi città industriali serbe, si può agevolmente
desumere quale sia lo stato delle cose a livello nazionale. E cè da dire ancora del
rincaro delle tariffe per elettricità, acqua ecc., del rigore ormai inesorabile
nellesigerne il pagamento, pena non solo lo stacco, ma in certi casi
perfino il tribunale. La nostra amica Vesna se si vuole un altro esempio ,
segretaria amministrativa del sindacato della MIN, si
è vista intimare il pagamento di arretrati dellelettricità per 150.000 dinari,
cioè 2.300 euro. Glie li hanno rateizzati lungo alcuni anni, ma non potrà mai farcela, lei che non raggiunge 100 euro al mese di
stipendio! Si capisce allora come la maggior parte di coloro che, estromessi dal lavoro,
hanno ricevuto i magri compensi di cui sopra, ben lontani dal poterli utilizzare
come suggerito dalla propaganda ufficiale per qualche nuova attività,
per mettersi in proprio, semplicemente
ci pagano appunto gli arretrati delle varie bollette.
Parliamo adesso di salari, stipendi e prezzi. Il salario medio di un operaio a
tempo pieno uno dei pochi equivale al massimo a 100 euro mensili; lo
stipendio di un insegnante di scuola elementare a 150, di scuola superiore a 200, quello
di un medico a 500. Vanno però detratte le trattenute. Sui salari lordi ci hanno
precisato a Kragujevac il 14% va per tasse governative, il 9,8% per pensione e
invalidità, il 5,95% per la sanità (funzionante come sopra accennato), infine lo 0,55%
per
. solidarietà con i disoccupati (!). Totale: 30,3%.
Quanto ai prezzi, possiamo riferire che attualmente in Serbia un kg. di pane costa
35 dinari, di zucchero 45, di farina 35. Un litro di olio di mais 65, di latte 25. Un hg
di caffè 25, di thè 40. Un kg di carne di pollo 120, di maiale 250, di vitello 270, di
formaggio bovino 150, ovino 220. Patate, pomodori e altri ortaggi costano 100 dinari in
media, la frutta normale 50. I detersivi 120-150. Un tailleur per donna
3000-4000, scarpe donna minimo 1200. Per uomo: giacca e pantaloni minimo 4500, camicia
1500, scarpe da 2000 a 4000, giaccone 5000, maglione da 1500 a 3000. Ce lo hanno detto le
massaie e lo abbiamo visto nei negozi, vuoti o semivuoti. Laffitto di un piccolo
appartamento è di 10.000-15.000 dinari al mese, lacqua
costa 600 dinari, lelettricità 2500-3000, anche perché serve non solo
allilluminazione, ma, generalmente, per cucina e riscaldamento Posto che un euro si scambia attualmente con 66-67
dinari e presto, perciò, si scambierà con 70, fate voi il conto di quanto costa
lessenziale per vivere, espresso nella nostra moneta.
E per la scuola? Solo i libri di testo costano lequivalente di 25-30 euro per
ogni classe da frequentare, e per lo più vanno cambiati ogni anno. Uno zainetto costa 6-8
euro. Si aggiungano quaderni, penne, matite, colori e quantaltro. In totale
ci ha detto una direttrice didattica occorrono 50-60 euro solo per le cose
strettamente scolatiche. Ma bambini e ragazzi non possono andare a scuola vestiti da
straccioni, e poi per sei mesi allanno fa freddo: quindi, dati i prezzi
dellabbigliamento poco sopra esemplificati, la spesa quanto meno si raddoppia.
Bisogna inoltre tener conto del fatto che nella maggior parte delle scuole serbe si
svolgono anche attività post-scolastiche, come corsi di danza, di canto, di ginnastica,
sport vari dal calcio al basket alla palla a volo, perfino gli scacchi. Sono cose
facoltative, ma sarebbe ben triste per un alunno dover restarne fuori.. Ora, per queste
attività non può non occorrere qualche spesa aggiuntiva. Tutto sommato, le borse di studio di ABC sono provvidenziali, per chi le riceve: bastano
per la scuola e ne può avanzare per altre
necessità familiari. A
conclusione di questa breve ma angosciante carrellata, resta da domandarsi
come facciano i serbi a sopravvivere. E quel che abbiamo chiesto ai nostri amici
sindacalisti, con riferimento ai loro operai o ex operai. La risposta è stata che una
parte di loro si arrangia con lavoretti occasionali, ovviamente al nero, o con
traffici vari, dalla compra-vendita di roba usata ad altre attività magari al limite del
lecito. Ma la maggior parte beneficia del fatto di aver conservato qualche pezzo di terra
al villaggio di provenienza, o comunque di avere lì parenti e amici: può dunque andarvi a coltivare lorto, ad
allevare il maiale, i polli e simili, onde risparmiarsi di comprare molta roba al mercato
cittadino. Alla MIN, per esempio, gli operai
si vantano di essere più adatti al lavoro particolarmente pesante che vi si svolge (o vi
si svolgeva), proprio per la loro origine contadina, che li aveva abituati alla fatica
della zappa e della vanga, e sfottono quelli della EI, le cui lavorazioni sarebbero più leggere e quasi, al confronto, da signorini.
Ecco dunque la grande risorsa del popolo serbo: il ritorno, almeno parziale e
temporaneo, allagricoltura! E non manca chi teorizza invece un ritorno definitivo,
come la vera strada per un futuro migliore. Solo che non tutta la Serbia è come la
Vojvodina, con le sue pianure sterminate e le sue coltivazioni a livello tecnico
relativamente progredito. Bisognerebbe estendere la meccanizzazione dellagricoltura,
e le altre misure per la sua modernizzazione, anche alle regioni del Centro e del Sud: non è certo cosa di un giorno.
Tuttaltra è comunque, la strada scelta dagli attuali dirigenti della
politica economica serba, per il risollevamento del Paese. Si fa affidamento, piuttosto,
su una ripresa industriale, dipendente però essenzialmente
da massicci investimenti esteri. E per favorirli che, nellattesa, le
fabbriche vengono in parte de-strutturate, in parte vendute allasta (generalmente a
strani acquirenti serbi), e si manda via un così forte numero di operai. Ma di tali
investimenti, per adesso, se ne vedono ben pochi, e di fronte a episodi come
lassassinio di Djindjic, è logico ritenere che qualsiasi
multinazionale, grande o piccola che sia, ci pensi su non due ma tre volte.
Intanto, e malgrado tutto, anche il nuovo
premier va ribadendo la certezza dello staff dirigente in una prossima entrata della
Serbia nellUnione Europea. Sarà
; anzi speriamo tutti che così sia, ma ci
vuole ben altro.
Bosnia Qui ciò che possiamo riferire è più breve e più
semplice, anche se dal punto di vista politico e da quello umano ancora più
triste. Gli accordi di Dayton, ratificati a Parigi nel dicembre del 1995, prevedevano la
reintegrazione inter-etnica e una progressiva riunificazione della Bosnia-Erzegovina, solo
provvisoriamente suddivisa tra le due entità serba e croato-musulmana. A
ormai oltre sette anni di distanza, nulla di ciò è stato realizzato. Alla nostra domanda
su chi comandi effettivamente sullinsieme del Paese, la risposta nelle scuole
dove continuiamo a recarci è la stessa: comanda la Comunità
internazionale, vale a dire lAlto Commissario dellONU preposto appunto
(e la cosa comincia ormai a essere amaramente comica) allapplicazione dei trattati
di Dayton-Parigi. Ma allora quale soluzione è possibile, se non a breve almeno a medio
termine? Anche qui, la risposta unanime e costante è: i serbi con Belgrado, i croati con
Zagabria e i musulmani sotto uno statuto speciale che li garantisca in qualche modo.
Quanto
alla situazione economica, si nota una certa ripresa di attività produttive (a Pale, per
esempio, è ben visibile nel campo edilizio). Ma essa è dovuta essenzialmente agli aiuti
internazionali, più cospicui, peraltro, sul versante croato-musulmano che su quello
serbo. Di questa sperequazione qualche governo dei Paesi avanzati comincia ad
accorgersi: quello giapponese, ad esempio, ha deciso di costruire due nuovi edifici
scolatici nel primo versante e tre nellaltro. Di questi tre, uno è andato proprio
alla Sveti Sava, cioè allelementare di Lukavica dove consegnamo le
nostre borse di studio. Il direttore ci ha portati a visitarlo: effettivamente è una
meraviglia, manca solo la palestra, perché i giapponesi nelle loro scuole non ce
lhanno.
Cè da aggiungere che comunque, quel tanto di ripresa economica che cè
anche sul versante serbo, sta determinando bensì aumenti degli stipendi (un ruolo
trainante hanno quelli dati alle numerose persone impiegate direttamente dai vari
organismi internazionali - politici, militari, umanitari), ma anche aumenti dei prezzi.
Non a caso i serbo-bosniaci si recano spesso ad acquistare viveri al di là della Drina,
cioè del confine che li separa dai cugini delle vicine città serbe,
intasando le dogane coi loro autobus. RELAZIONE MAGGIO 2003 Questa volta, invece di soffermarci su quanto fatto, visto e sentito in ciascuna città, scuola o fabbrica visitata per la consegna delle nostre borse di studio- di nuovo, come al solito, a Backa Topola, Krivaja, Novi Sad, Belgrado-Rakovica, Kragujevac, Nis, Niska Banja, Rogatica, Pale, Lukavica -, vogliamo riferire sulla situazione generale che abbiamo trovato, in Serbia e in Bosnia, durante il nostro ultimo giro, dal 17 al 29 maggio u.s.
Serbia
Dopo lassassinio del premier Zoran Djindjic, avvenuto il 12 marzo, lo ha
sostituito il suo vice Zoran Zivkovic e si è decretato lo stato di emergenza, che è
durato fino a poco prima del nostro viaggio. Noi di ABC ci siamo sempre astenuti - e
continueremo a farlo da giudizi politici che non ci riguardano; non però
dal dare quelle informazioni, anche politiche, che sono necessarie per mettere in
grado i nostri soci e sostenitori di rendersi meglio conto del clima in cui vivono i
bambini e ragazzi affidati, con le loro famiglie. Latmosfera che si respira attualmente in Serbia è pesante. Lo stato di emergenza non è servito soltanto ad emarginare personalità sgradite, a liquidare bande politico-mafiose (ad es. quella di Zemun, roccaforte dei radicali-nazionalisti intransigenti alla periferia di Belgrado) e formazioni politico-militari (ad es. i Berretti rossi) sospettate di residui legami col vecchio regime E servito anche quel che più importa a sottoporre la popolazione a misure economiche ancor più restrittive ed onerose, reprimendo le proteste e cercando quasi di mettere il bavaglio alla gente.
Malgrado ciò, i nostri amici sindacalisti di Kragujevac e di Nis ci hanno parlato
fuori dai denti, permettendoci di intravedere un quadro aggiornato della situazione
economico-sociale. Cercheremo di
comunicarvela meglio che possiamo, dandovene almeno qualche significativa
pennellata.
Secondo le statistiche, su dieci milioni di cittadini i disoccupati, in Serbia,
sono quasi un milione, cioè un decimo non della popolazione attiva, ma di
quella totale. Ma che cosa sintende per disoccupato e che cosa, di
conseguenza, per occupato? Alla Zastava di Kragujevac lavoravano,
prima, 36.000 operai, provenienti in parte dalle campagne della Sumadia, la grande regione
agricola di cui appunto Kragujevac è capoluogo, in parte dal resto della Serbia
meridionale e specialmente dal non lontano Kosovo. Adesso i dipendenti della
Zastava sono ridotti a meno della metà, tanto è vero che, considerando
linsieme della città di Kragujevac, che conta 172.000 residenti, i disoccupati
ufficiali sono 19.000. Ma vi vanno aggiunti
i 7.000 che sono comunque usciti anche loro, di fatto, dalla Zastava, in quanto hanno accettato - secondo la Legge
sul lavoro precedente a quella emanata durante la emergenza o un
magro sussidio per due anni al massimo (da 58 a 62 euro mensili a seconda della
qualifica), ovvero un compenso una tantum pari a 100 euro per ogni anno di
lavoro effettivamente prestato. Gli uni e gli altri sono ancora in lista per un ipotetico
nuovo impiego e perciò non sono considerati come disoccupati, ma solo in
mobilità. Vanno aggiunti inoltre
4.000 lavoratori stagionali, adibiti alla raccolta della frutta e simili, che
possono esser definiti come occupati solo in maniera impropria, per non dire
beffarda. Tirando le somme, i non realmente occupati sono, a Kragujevac, ben più
di un decimo della popolazione complessiva: sono tra un quinto e un sesto. Se poi si
aggiungono ancora 30.000 profughi registrati e un numero imprecisabile di non
registrati, arrivati nella città e dintorni fuggendo dalle varie guerre jugoslave degli
anni 1992-95, nonché quelli dal Kosovo nel 1999, si può concludere che a Kragujevac la
situazione occupazionale effettiva è da due a tre volte peggiore di quella, già di per
sé disastrosa, indicata dalle statistiche nazionali.
A Nis, peraltro, le cose non sono migliori. Alla Mascinska Industria
(MIN), su 15.000 dipendenti soltanto 5.000 sono rimasti in servizio e scenderanno presto a
3.500 in seguito alla più che probabile chiusura di 10 delle 36 imprese riunite nella
holding. Ma come, in che senso si parla, alla MIN, di operai rimasti in servizio?
Se ne parla nello stesso senso in cui lo si fa, sempre nella città di Nis, alla
Elektronska Industria (EI). Qui cerano 12.800 operai; ne sono rimasti
4.800. Ma abbiamo chiesto ai sindacalisti almeno questi lavorano
regolarmente, cioè a tempo pieno, otto ore al giorno per tutti i giorni dellanno,
escluse ferie e festività? Risposta negativa. A tempo pieno sono soltanto 500. Gli altri
stanno in servizio per modo di dire, cioè in un senso che potremmo definire
ridotto, anzi, il più delle volte, addirittura nominale: vengono a lavorare
saltuariamente, quando serve, quando li chiamano, vengono insomma più che altro per fare
atto di presenza, per timbrare ogni tanto il cartellino, cosicchè il loro nome continui a
figurare negli elenchi della fabbrica. Per questa cosiddetta prestazione
lavorativa ricevono compensi che si aggirano, nei casi migliori, intorno ai 100
euro annuali. In tal modo, comunque, nelleventualità (per ora remota) di
qualche ingresso di capitale estero che consenta una certa ripresa produttiva, questi
operai per finta potranno tornare
ad essere operai veri. Le direzioni aziendali possono intanto far figurare un numero di
dipendenti ridotto ma non proprio come è nei fatti al lumicino, e dalle
statistiche possono risultare cifre di disoccupazione certo gravissime ma molto inferiori
alle realtà.
Dobbiamo dire ancora una cosa. Durante lo stato di emergenza la Legge sul
lavoro nazionale è stata modificata in peggio, e fortemente. Chi oggi è
considerato in eccesso, viene semplicemente
licenziato e può scegliere tra due tipi di ammortizzatori sociali, ambedue
ridotti al minimo: o nove mesi di sussidio (anziché due anni) con 70 euro mensili, ovvero
una liquidazione pari, mediamente, a 1.650
euro.
Si conserva comunque il diritto allassistenza medica, ma è un principio
giuridico che trova poco riscontro nella pratica, date le condizioni attuali della sanità
in Serbia. A Kragujevac, per esempio, lospedale cè, gli ambulatori ci sono,
ma il più delle attrezzature diagnostiche e terapeutiche o non funziona o è troppo
obsoleto, dagli apparecchi per le ecografie a quelli per la chemioterapia (dei quali, dopo
i bombardamenti alluranio del 1999, è aumentato il bisogno). Chi ne necessita deve
andare a Belgrado, dove pagherà tutto, più le spese di viaggio.
Da questa situazione in due grandi città industriali serbe, si può agevolmente
desumere quale sia lo stato delle cose a livello nazionale. E cè da dire ancora del
rincaro delle tariffe per elettricità, acqua ecc., del rigore ormai inesorabile
nellesigerne il pagamento, pena non solo lo stacco, ma in certi casi
perfino il tribunale. La nostra amica Vesna se si vuole un altro esempio ,
segretaria amministrativa del sindacato della MIN, si
è vista intimare il pagamento di arretrati dellelettricità per 150.000 dinari,
cioè 2.300 euro. Glie li hanno rateizzati lungo alcuni anni, ma non potrà mai farcela, lei che non raggiunge 100 euro al mese di
stipendio! Si capisce allora come la maggior parte di coloro che, estromessi dal lavoro,
hanno ricevuto i magri compensi di cui sopra, ben lontani dal poterli utilizzare
come suggerito dalla propaganda ufficiale per qualche nuova attività,
per mettersi in proprio, semplicemente
ci pagano appunto gli arretrati delle varie bollette.
Parliamo adesso di salari, stipendi e prezzi. Il salario medio di un operaio a
tempo pieno uno dei pochi equivale al massimo a 100 euro mensili; lo
stipendio di un insegnante di scuola elementare a 150, di scuola superiore a 200, quello
di un medico a 500. Vanno però detratte le trattenute. Sui salari lordi ci hanno
precisato a Kragujevac il 14% va per tasse governative, il 9,8% per pensione e
invalidità, il 5,95% per la sanità (funzionante come sopra accennato), infine lo 0,55%
per
. solidarietà con i disoccupati (!). Totale: 30,3%.
Quanto ai prezzi, possiamo riferire che attualmente in Serbia un kg. di pane costa
35 dinari, di zucchero 45, di farina 35. Un litro di olio di mais 65, di latte 25. Un hg
di caffè 25, di thè 40. Un kg di carne di pollo 120, di maiale 250, di vitello 270, di
formaggio bovino 150, ovino 220. Patate, pomodori e altri ortaggi costano 100 dinari in
media, la frutta normale 50. I detersivi 120-150. Un tailleur per donna
3000-4000, scarpe donna minimo 1200. Per uomo: giacca e pantaloni minimo 4500, camicia
1500, scarpe da 2000 a 4000, giaccone 5000, maglione da 1500 a 3000. Ce lo hanno detto le
massaie e lo abbiamo visto nei negozi, vuoti o semivuoti. Laffitto di un piccolo
appartamento è di 10.000-15.000 dinari al mese, lacqua
costa 600 dinari, lelettricità 2500-3000, anche perché serve non solo
allilluminazione, ma, generalmente, per cucina e riscaldamento Posto che un euro si scambia attualmente con 66-67
dinari e presto, perciò, si scambierà con 70, fate voi il conto di quanto costa
lessenziale per vivere, espresso nella nostra moneta.
E per la scuola? Solo i libri di testo costano lequivalente di 25-30 euro per
ogni classe da frequentare, e per lo più vanno cambiati ogni anno. Uno zainetto costa 6-8
euro. Si aggiungano quaderni, penne, matite, colori e quantaltro. In totale
ci ha detto una direttrice didattica occorrono 50-60 euro solo per le cose
strettamente scolatiche. Ma bambini e ragazzi non possono andare a scuola vestiti da
straccioni, e poi per sei mesi allanno fa freddo: quindi, dati i prezzi
dellabbigliamento poco sopra esemplificati, la spesa quanto meno si raddoppia.
Bisogna inoltre tener conto del fatto che nella maggior parte delle scuole serbe si
svolgono anche attività post-scolastiche, come corsi di danza, di canto, di ginnastica,
sport vari dal calcio al basket alla palla a volo, perfino gli scacchi. Sono cose
facoltative, ma sarebbe ben triste per un alunno dover restarne fuori.. Ora, per queste
attività non può non occorrere qualche spesa aggiuntiva. Tutto sommato, le borse di studio di ABC sono provvidenziali, per chi le riceve: bastano
per la scuola e ne può avanzare per altre
necessità familiari. A
conclusione di questa breve ma angosciante carrellata, resta da domandarsi
come facciano i serbi a sopravvivere. E quel che abbiamo chiesto ai nostri amici
sindacalisti, con riferimento ai loro operai o ex operai. La risposta è stata che una
parte di loro si arrangia con lavoretti occasionali, ovviamente al nero, o con
traffici vari, dalla compra-vendita di roba usata ad altre attività magari al limite del
lecito. Ma la maggior parte beneficia del fatto di aver conservato qualche pezzo di terra
al villaggio di provenienza, o comunque di avere lì parenti e amici: può dunque andarvi a coltivare lorto, ad
allevare il maiale, i polli e simili, onde risparmiarsi di comprare molta roba al mercato
cittadino. Alla MIN, per esempio, gli operai
si vantano di essere più adatti al lavoro particolarmente pesante che vi si svolge (o vi
si svolgeva), proprio per la loro origine contadina, che li aveva abituati alla fatica
della zappa e della vanga, e sfottono quelli della EI, le cui lavorazioni sarebbero più leggere e quasi, al confronto, da signorini.
Ecco dunque la grande risorsa del popolo serbo: il ritorno, almeno parziale e
temporaneo, allagricoltura! E non manca chi teorizza invece un ritorno definitivo,
come la vera strada per un futuro migliore. Solo che non tutta la Serbia è come la
Vojvodina, con le sue pianure sterminate e le sue coltivazioni a livello tecnico
relativamente progredito. Bisognerebbe estendere la meccanizzazione dellagricoltura,
e le altre misure per la sua modernizzazione, anche alle regioni del Centro e del Sud: non è certo cosa di un giorno.
Tuttaltra è comunque, la strada scelta dagli attuali dirigenti della
politica economica serba, per il risollevamento del Paese. Si fa affidamento, piuttosto,
su una ripresa industriale, dipendente però essenzialmente
da massicci investimenti esteri. E per favorirli che, nellattesa, le
fabbriche vengono in parte de-strutturate, in parte vendute allasta (generalmente a
strani acquirenti serbi), e si manda via un così forte numero di operai. Ma di tali
investimenti, per adesso, se ne vedono ben pochi, e di fronte a episodi come
lassassinio di Djindjic, è logico ritenere che qualsiasi
multinazionale, grande o piccola che sia, ci pensi su non due ma tre volte.
Intanto, e malgrado tutto, anche il nuovo
premier va ribadendo la certezza dello staff dirigente in una prossima entrata della
Serbia nellUnione Europea. Sarà
; anzi speriamo tutti che così sia, ma ci
vuole ben altro.
Bosnia Qui ciò che possiamo riferire è più breve e più
semplice, anche se dal punto di vista politico e da quello umano ancora più
triste. Gli accordi di Dayton, ratificati a Parigi nel dicembre del 1995, prevedevano la
reintegrazione inter-etnica e una progressiva riunificazione della Bosnia-Erzegovina, solo
provvisoriamente suddivisa tra le due entità serba e croato-musulmana. A
ormai oltre sette anni di distanza, nulla di ciò è stato realizzato. Alla nostra domanda
su chi comandi effettivamente sullinsieme del Paese, la risposta nelle scuole
dove continuiamo a recarci è la stessa: comanda la Comunità
internazionale, vale a dire lAlto Commissario dellONU preposto appunto
(e la cosa comincia ormai a essere amaramente comica) allapplicazione dei trattati
di Dayton-Parigi. Ma allora quale soluzione è possibile, se non a breve almeno a medio
termine? Anche qui, la risposta unanime e costante è: i serbi con Belgrado, i croati con
Zagabria e i musulmani sotto uno statuto speciale che li garantisca in qualche modo.
Quanto
alla situazione economica, si nota una certa ripresa di attività produttive (a Pale, per
esempio, è ben visibile nel campo edilizio). Ma essa è dovuta essenzialmente agli aiuti
internazionali, più cospicui, peraltro, sul versante croato-musulmano che su quello
serbo. Di questa sperequazione qualche governo dei Paesi avanzati comincia ad
accorgersi: quello giapponese, ad esempio, ha deciso di costruire due nuovi edifici
scolatici nel primo versante e tre nellaltro. Di questi tre, uno è andato proprio
alla Sveti Sava, cioè allelementare di Lukavica dove consegnamo le
nostre borse di studio. Il direttore ci ha portati a visitarlo: effettivamente è una
meraviglia, manca solo la palestra, perché i giapponesi nelle loro scuole non ce
lhanno.
Cè da aggiungere che comunque, quel tanto di ripresa economica che cè
anche sul versante serbo, sta determinando bensì aumenti degli stipendi (un ruolo
trainante hanno quelli dati alle numerose persone impiegate direttamente dai vari
organismi internazionali - politici, militari, umanitari), ma anche aumenti dei prezzi.
Non a caso i serbo-bosniaci si recano spesso ad acquistare viveri al di là della Drina,
cioè del confine che li separa dai cugini delle vicine città serbe,
intasando le dogane coi loro autobus. |