| UNA PROPOSTA BIPARTISAN
Cancellare per tutti l'art.18
CARLA CASALINI
Un evento inatteso?
No, un luminoso disvelamento. Si è prodotto ieri, occasione una tavola rotonda
organizzata dal Riformista, protagonisti esponenti del centrodestra e dell'Ulivo,
dal sottosegretario al welfare Maurizio Sacconi al responsabile economico della Margherita
Enrico Letta, all'economista dell'area liberal dei Ds Nicola Rossi. L'argomento,
«Articolo 18: un referendum sbagliato», è stato lo spunto per parlare della scadenza
referendaria, ma anche del dopo, ed è proprio disegnando le coordinate
dell'imminente futuro che dal cappello è uscito il `coniglio', una proposta bipartisan:
la soluzione è cancellare l'art.18 per tutti, anche chi oggi presta l'opera sua nelle
aziende sopra i 15 dipendenti e dunque, a norma dello Statuto dei lavoratori, può
difendersi dai licenziamenti individuali illegittimi. «Rimuovere questo referendum», che
pretende di estendere tale difesa nelle aziende minori, dunque, come si vede, non è solo
un bene in sé ma un primo passo sulla via delle riforme, «riaprendo il dialogo
tra maggioranza e opposizione».
Si
può, «una volta sconfitto definitivamente chi porta avanti una logica esclusivamente
antagonista, una contrapposizione ideologica», concordano Sacconi e Letta. Conviene
Nicola Rossi, sì, si può ricominciare a insieme purché il governo tolga dal suo decreto
quelle «modifiche sperimentali all'art.18» concordate nel Patto per l'Italia con Cisl,
Uil, padronato. «Norme visibilmente inadeguate ai problemi», sottolinea Rossi; altre
sono le priorità delle riforme, «a partire dal Libro bianco», rincara Enrico Letta. E
si capisce che, nel merito, quelle modifiche paiono agli interlocutori addirittura troppo
parziali (mentre portano nella forma la sgradevole eco della rottura a sinistra e nel
sindacato); infatti Letta per il futuro lavoro bipartisan esplicita la soluzione sul punto
rovente dell'art.18: «L'accoppiata arbitrato-risarcimento può essere la modalità giusta
su cui raccogliere un largo consenso».
Insomma,
l'alleanza di oggi tra la maggioranza berlusconiana e l'Ulivo per fare fallire il
referendum del 15 giugno, non è improvvisata, bensì radica da una convergenza di fondo:
estendere il potere degli imprenditori sui prestatori d'opera, fino alla libertà dei
licenziamenti ad personam.
A
Enrico Letta si deve riconoscere il merito di enunciare la verità della posizione
dell'Ulivo sull'art.18: va cancellato per tutti, quindi nel mirino ci sono direttamente
quei milioni di donne e uomini che oggi pensano di essere parzialmente al riparo dai
fulmini delle riforme,
perché lavorano nelle aziende di dimensioni maggiori. E si capisce bene, di qui, anche il
grande consenso nel centrosinistra contro il referendum del 15 giugno: non si tratta
affatto solo
di impedire che la difesa dai licenziamenti personali ingiusti si estenda nelle piccole
aziende, in realtà c'è un contesto precedente, una presa di posizione più radicale che
ora viene alla luce, e usa la battaglia contro il referendum ,«l'astensionismo
militante», anche come pretesto per l'obiettivo della cancellazione generale
dell'«art.18».
Così
si opera il disvelamento. A confermarlo, c'è lo sperato dialogo col centrodestra sulle riforme
«a partire dal Libro bianco»: ossia proprio quel testo su cui si sono costruite le
deleghe berlusconiane (concorde il Patto per l'Italia) che nella legge 30 già
sanciscono la libertà per le imprese di frantumarsi all'infinito, in unità più piccole
finte, in catene di subappalti, con addetti che non appaiono tali perché noleggiati
presso altre società, onde ribassare il prezzo del lavoro-merce, e cancellare, in forza
di legge, i diritti elementari di donne e uomini nel lavoro.
Questo
è già avvenuto: se si «riparte» di qui, per le «riforme», allora si capisce che è
perfettamente congruo il proposito della maggioranza dell'Ulivo di eliminare per tutti
l'art.18.
( Il Manifesto 18-05-03 ) |