Metalmeccanici: quale contratto? (*)
di Massimo Roccella

 

(*) Pubblicato ne l’Unità del 13 maggio 2003 con il titolo Un contratto da rottamare



 

     Vittoria del sindacalismo “riformista”? Rottura imputabile ad un sindacalismo “estremista”?   Come troppo spesso accade in un’epoca in cui la politica sembra sempre più ridursi a pura declamazione verbale, i giudizi che si sono sprecati all’indomani dell’accordo separato fra Federmeccanica e Fim ed Uilm prescindono dall’esigenza di un supporto minimo di argomentazione. Forse la cattiva stampa di cui gode la Fiom induce qualcuno a pensare che nel caso specifico se ne possa fare a meno: eppure chi è convinto di stare dalla parte della ragione non dovrebbe avere remore ad illustrare, tanto più a fronte di una così grave rottura sindacale, le proprie ragioni. Proviamo dunque a ragionare, innanzi tutto ricapitolando i fatti.

       La vicenda del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici era partita col piede sbagliato, con tre piattaforme distinte, poi ridotte a due a seguito dell’unificazione delle richieste di Fim ed Uilm. La piattaforma di questi due sindacati, distante dall’impostazione della Fiom in particolare sull’entità degli aumenti salariali richiesti e sulla questione del controllo della precarietà nel mercato del lavoro, presentava comunque aspetti (ovviamente discutibili ma) sicuramente interessanti. Soprattutto per impulso Cisl, v’erano state inserite due rivendicazioni di rilievo cruciale: da una parte l’entità contenuta della richiesta salariale ascrivibile al livello nazionale di contrattazione risultava bilanciata dalla richiesta di un meccanismo che rendesse certa la contrattazione salariale al secondo livello, sul piano territoriale ove non fosse possibile svolgerla in sede aziendale (richiesta importante, considerato che oggi questo livello di contrattazione è praticato solo in poco più di un terzo delle imprese); dall’altra si ipotizzava un completo rivolgimento dei criteri di classificazione del personale, rimasti immutati dai primi anni settanta.

       Sono stati conseguiti, seppure in parte, i risultati prefigurati? Sulla questione salariale non è stato ottenuto alcunché. In compenso l’aumento concordato (mediamente 69 euro lordi nel biennio, più 21 a titolo di anticipo sugli incrementi attribuibili al futuro biennio; meno ancora per gli operai di terzo livello) si colloca nella fascia più bassa dei rinnovi di questa tornata contrattuale e non pare garantire neppure l’obiettivo di salvaguardare il potere d’acquisto delle retribuzioni (ovvero l’obiettivo minimo che caratterizza l’accordo tripartito del 23 luglio 1993), considerato che l’incremento ottenuto risulta commisurato su un’inflazione programmata notoriamente di gran lunga inferiore a quella reale. Nel tourbillon delle contrapposte dichiarazioni si può continuare a sostenere, com’è ovvio, che quell’aumento difenda il valore reale delle retribuzioni: a patto che non si abbia la pretesa di convincere coloro che con quelle retribuzioni devono arrivare a fine mese. Va da sé che in circostanze difficili, quando i rapporti di forza sono o paiono sfavorevoli, si può anche concludere un accordo modesto: nella memoria storica dei metalmeccanici, del resto, è ben presente la firma apposta, obtorto collo, al contratto nazionale del 1966. Purché però si sappia riconoscere il dato di realtà: che, nel caso di specie, induce a pensare, al di là di ogni artificio polemico, che tecnicamente si sia in presenza di un accordo che sembra incidere in negativo sul salario reale dei metalmeccanici.

      Quanto al nuovo sistema di classificazione, che rappresentava il punto davvero caratterizzante ed in apparenza irrinunciabile dell’impostazione Fim, lo smacco non avrebbe potuto essere più cocente. Averne affidato la definizione ad una commissione mista destinata a lavorare per i prossimi quattro anni, significa infatti che nulla davvero è stato conquistato con questo contratto e tutto è rinviato al prossimo (sempre che un’intesa sia stata nel frattempo raggiunta nell’ambito della istituenda commissione). Il che, del resto, considerato dal punto di vista delle imprese appare perfettamente ragionevole: non si può infatti pensare seriamente di costruire un nuovo sistema di classificazione del personale con un accordo separato, siglato con sindacati di minoranza, se non si vuol correre il rischio di andare incontro ad un mare di controversie giudiziarie.

       Nel merito, dunque, l’accordo raggiunto costituisce in primo luogo una secca sconfitta delle posizioni sindacali di Fim ed Uilm, che non può essere compensata dalle poche e limitate innovazioni normative che pur vi compaiono, né tanto meno dalla mera circostanza dell’apposizione di una firma in calce al testo dell’accordo stesso.

        E’ ben possibile, naturalmente, che le considerazioni sin qui espresse siano anche del tutto errate; è possibile soprattutto che la piattaforma Fiom fosse, come sostengono gli altri sindacati, stravagante ed irrealistica (anche se è difficile crederlo: nel settore del commercio, ad esempio, i tre sindacati confederali hanno elaborato una piattaforma unitaria di netto ed inequivocabile contrasto alle politiche di precarizzazione del lavoro volute dalle imprese e varate dal governo della destra). Resta il fatto che, soprattutto quando le scelte di merito sono obiettivamente difficili e controverse, tanto più bisognerebbe avvertire l’esigenza che esse non siano assunte soltanto nel chiuso dei gruppi dirigenti. La verità è che, dietro il dissenso di merito, la vicenda dei metalmeccanici cela un non meno grave problema di metodo. Mai come in questo caso, in effetti, il metodo è sostanza: trattandosi, né più né meno, della questione della democrazia sindacale. Da qui bisogna ripartire per rimettere la questione dei metalmeccanici coi piedi per terra: assumendola come un indice rivelatore di un problema che non può più essere stralciato dalla piattaforma programmatica dell’opposizione.