Sono ovunque, si consolidano,
aumentano. I lavori flessibili, svolti dai cosiddetti "atipici",, connotano lo
scenario del mercato del lavoro nostrano già adesso che gli interventi legislativi del
centrodestra non sono ancora divenuti realtà. E chi sa cosa succederà tra pochi mesi,
quando il governo emanerà i decreti attuativi della legge 848 e quando il Parlamento
approverà la 848bis. Quando scenderanno in campo ulteriori tipologie contrattuali sotto
il segno della flessibilità più spinta, come il lavoro a progetto o il lavoro a
chiamata. Già adesso, ad ogni modo, gli atipici sfiorano i cinque milioni nel nostro
Paese. Lo testimonia l'annuale Rapporto curato dall'Ires (l'Istituto di ricerca della
Cgil) per Nidil Cgil (il sindacato delle nuove identità di lavoro). Il dato (valido per
il 2002) si divide tra i circa 2 milioni e 400 mila collaboratori coordinati e
continuativi (CoCoCo) e quasi 1 milione 580 mila lavoratori a termine.
Complessivamente, se si considera l'insieme dei contratti non standard (a tempo pieno e
indeterminato) e se si tiene conto anche dei lavoratori part time, i lavori flessibili
costituiscono un quarto dell'occupazione complessiva. Infatti, a fronte di una crescita
complessiva dell'occupazione tra il 2001 e il 2002 dell'1,5% (2,1% quella dipendente), i
posti di lavoro standard sono aumentati del 1,7% mentre quelli temporanei sono cresciuti
del 3,2%. Tuttavia la crescita del lavoro temporaneo, dopo aver registrato un vero e
proprio boom tra il 1997 e il 2000 (+35,5%), negli ultimi due anni è rallentata (-1% tra
il 2000 e il 2001, +3,2% tra il 2001 e il 2002).
Anche i CoCoCo sono ancora in crescita, sebbene con un ritmo meno elevato rispetto agli
anni passati. Con 2.392.527 iscritti (+11,5% sul 2001) rappresentano ormai l'11%
dell'occupazione complessiva, superando la quota del lavoro a termine (9,8% del totale).
Un dato recuperato dall'Ires elaborando le statistiche degli iscritti alla gestione
previdenziale separata dell'Inps. Innegabile l'aumento tendenziale: basti pensare che nel
1996 i CoCoCo erano poco meno di mezzo milione. E aumentano soprattutto le donne, che
rappresentano il 46,2% degli iscritti al Fondo Inps. Sfiorata dunque la parità numerica
tra i due sessi, ma l'eguaglianza salariale è molto lontana, visto che gli uomini
guadagnano in media più del doppio rispetto alle donne. La grande maggioranza di questi
lavoratori ha un solo committente (91,1% in aumento rispetto all'83,7% del 2001). Oltre il
50% si concentra in quattro regioni: Lombardia (21,7%, Lazio (11,3%), Emilia Romagna
(9,3%) e Veneto mentre uno su cinque lavora a Roma (il 9,4%) o Milano (10,7%).
CoCoCo: lavoratori maturi, ma stipendi da apprendisti
L'Ires segnala anche come il lavoro coordinato e continuativo sia sempre di più
prerogativa dei meno giovani. Gli ultra trentenni, infatti, sono largamente prevalenti
(78,9%), con oltre la metà nella fascia tra i 30 e i 49 anni. Insomma prevalgono i
lavoratori maturi, nel pieno della loro vita professionale, piuttosto che i giovani che
utilizzano le collaborazioni per entrare nel mondo del lavoro. Il dato, però, si scontra
con una media delle retribuzioni piuttosto bassa: 24 milioni e mezzo lordi di vecchie lire
lanno. Cè qualcosa che non torna, insomma, nelle buste paga dei CoCoCo.
Stiamo parlando di persone con unalta scolarizzazione spiega Davide
Imola di Nidil -; più della metà hanno la laurea e un percorso professionale maturo alle
spalle, più del 50% sono tra i 40 e i 50 anni. E evidente che i compensi medi sono
troppo bassi rispetto alle qualifiche. Con redditi simili, inoltre, non occorre la
palla di vetro per prevedere che le pensioni dei CoCoCo non basteranno neppure
lontanamente a garantirsi la sopravvivenza. E proprio sul nodo tra reddito e
pensioni future, oltre alla questione delle tutele e dei diritti, che si intrecciano le
difficoltà più scottanti per la categoria. Con un reddito simile si chiede
Imola quanto prelievo previdenziale deve avere un lavoratore per garantirsi una
pensione decente? Secondo una simulazione dellInca Cgil, mantenendo lattuale
sistema contributivo, una persona con 35 anni di versamenti al massimo dei contributi
potrebbe percepire, alla fine della vita lavorativa, il minimo della pensione sociale,
ossia il 26-27% dellultimo stipendio. Il governo vuole portare il prelievo per gli
atipici al 16,9%, puntando a un obiettivo finale del 20%, ma con questi dati ci vuole poco
a capire che, se il reddito non aumenta, il prelievo inciderà sempre su entrate troppo
basse per la costruzione di una pensione. Questi conclude Imola sono
lavoratori che, a parità di mansioni e qualifiche elevate, guadagnano molto meno rispetto
ai dipendenti o ai lavoratori autonomi. Cè insomma una battaglia sullequo
compenso (sancito dal nostro codice civile) ancora tutta da combattere.
Infine l'Ires e Nidil hanno analizzato il peso del lavoro interinale in Italia: 74.000
posizioni aperte (a tempo pieno), pari allo 0,4% dell'occupazione dipendente e al 4,7% del
lavoro a termine.
|