Lavoratori atipici / Il Rapporto Ires 2003

I flessibili toccano quota 5 milioni

di Davide Orecchio

Sono ovunque, si consolidano, aumentano. I lavori flessibili, svolti dai cosiddetti "atipici",, connotano lo scenario del mercato del lavoro nostrano già adesso che gli interventi legislativi del centrodestra non sono ancora divenuti realtà. E chi sa cosa succederà tra pochi mesi, quando il governo emanerà i decreti attuativi della legge 848 e quando il Parlamento approverà la 848bis. Quando scenderanno in campo ulteriori tipologie contrattuali sotto il segno della flessibilità più spinta, come il lavoro a progetto o il lavoro a chiamata. Già adesso, ad ogni modo, gli atipici sfiorano i cinque milioni nel nostro Paese. Lo testimonia l'annuale Rapporto curato dall'Ires (l'Istituto di ricerca della Cgil) per Nidil Cgil (il sindacato delle nuove identità di lavoro). Il dato (valido per il 2002) si divide tra i circa 2 milioni e 400 mila collaboratori coordinati e continuativi (CoCoCo) e quasi 1 milione 580 mila lavoratori a termine.

Complessivamente, se si considera l'insieme dei contratti non standard (a tempo pieno e indeterminato) e se si tiene conto anche dei lavoratori part time, i lavori flessibili costituiscono un quarto dell'occupazione complessiva. Infatti, a fronte di una crescita complessiva dell'occupazione tra il 2001 e il 2002 dell'1,5% (2,1% quella dipendente), i posti di lavoro standard sono aumentati del 1,7% mentre quelli temporanei sono cresciuti del 3,2%. Tuttavia la crescita del lavoro temporaneo, dopo aver registrato un vero e proprio boom tra il 1997 e il 2000 (+35,5%), negli ultimi due anni è rallentata (-1% tra il 2000 e il 2001, +3,2% tra il 2001 e il 2002).

Anche i CoCoCo sono ancora in crescita, sebbene con un ritmo meno elevato rispetto agli anni passati. Con 2.392.527 iscritti (+11,5% sul 2001) rappresentano ormai l'11% dell'occupazione complessiva, superando la quota del lavoro a termine (9,8% del totale). Un dato recuperato dall'Ires elaborando le statistiche degli iscritti alla gestione previdenziale separata dell'Inps. Innegabile l'aumento tendenziale: basti pensare che nel 1996 i CoCoCo erano poco meno di mezzo milione. E aumentano soprattutto le donne, che rappresentano il 46,2% degli iscritti al Fondo Inps. Sfiorata dunque la parità numerica tra i due sessi, ma l'eguaglianza salariale è molto lontana, visto che gli uomini guadagnano in media più del doppio rispetto alle donne. La grande maggioranza di questi lavoratori ha un solo committente (91,1% in aumento rispetto all'83,7% del 2001). Oltre il 50% si concentra in quattro regioni: Lombardia (21,7%, Lazio (11,3%), Emilia Romagna (9,3%) e Veneto mentre uno su cinque lavora a Roma (il 9,4%) o Milano (10,7%).


CoCoCo: lavoratori maturi, ma stipendi da apprendisti
L'Ires segnala anche come il lavoro coordinato e continuativo sia sempre di più prerogativa dei meno giovani. Gli ultra trentenni, infatti, sono largamente prevalenti (78,9%), con oltre la metà nella fascia tra i 30 e i 49 anni. Insomma prevalgono i lavoratori maturi, nel pieno della loro vita professionale, piuttosto che i giovani che utilizzano le collaborazioni per entrare nel mondo del lavoro. Il dato, però, si scontra con una media delle retribuzioni piuttosto bassa: 24 milioni e mezzo lordi di vecchie lire l’anno. C’è qualcosa che non torna, insomma, nelle buste paga dei CoCoCo. 

“Stiamo parlando di persone con un’alta scolarizzazione – spiega Davide Imola di Nidil -; più della metà hanno la laurea e un percorso professionale maturo alle spalle, più del 50% sono tra i 40 e i 50 anni. E’ evidente che i compensi medi sono troppo bassi rispetto alle qualifiche”. Con redditi simili, inoltre, non occorre la palla di vetro per prevedere che le pensioni dei CoCoCo non basteranno neppure lontanamente a garantirsi la sopravvivenza. E’ proprio sul nodo tra reddito e pensioni future, oltre alla questione delle tutele e dei diritti, che si intrecciano le difficoltà più scottanti per la categoria. “Con un reddito simile – si chiede Imola – quanto prelievo previdenziale deve avere un lavoratore per garantirsi una pensione decente? Secondo una simulazione dell’Inca Cgil, mantenendo l’attuale sistema contributivo, una persona con 35 anni di versamenti al massimo dei contributi potrebbe percepire, alla fine della vita lavorativa, il minimo della pensione sociale, ossia il 26-27% dell’ultimo stipendio. Il governo vuole portare il prelievo per gli atipici al 16,9%, puntando a un obiettivo finale del 20%, ma con questi dati ci vuole poco a capire che, se il reddito non aumenta, il prelievo inciderà sempre su entrate troppo basse per la costruzione di una pensione. Questi – conclude Imola – sono lavoratori che, a parità di mansioni e qualifiche elevate, guadagnano molto meno rispetto ai dipendenti o ai lavoratori autonomi. C’è insomma una battaglia sull’equo compenso (sancito dal nostro codice civile) ancora tutta da combattere”.

Infine l'Ires e Nidil hanno analizzato il peso del lavoro interinale in Italia: 74.000 posizioni aperte (a tempo pieno), pari allo 0,4% dell'occupazione dipendente e al 4,7% del lavoro a termine.