Il lavoro e la guerra / La controriforma del ministero della Difesa

Il governo punta al modello americano

di Stefano Iucci

Ministero della Difesa o della Guerra? A giudicare dagli ultimi avvenimenti di cronaca, il dubbio è più che lecito. Il 7 marzo a Pavia il direttore dello stabilimento militare ha negato l’autorizzazione a svolgere un’assemblea dei lavoratori sulla pace. Qualche giorno dopo, a Noceto di Parma, al rappresentante Cgil è stato ordinato di rimuovere dalla bacheca sindacale il vessillo arcobaleno. L’episodio più grave, tuttavia, è avvenuto a Cagliari, lo scorso 18 marzo: il segretario generale della Funzione pubblica Cgil è stato fermato e identificato dai carabinieri per aver riaffisso in bacheca la bandiera della pace, rimossa in precedenza dai vertici militari del centro di medicina legale della città sarda. “Con le nostre iniziative – spiega Fabrizio Rossetti, responsabile della Difesa per la Fp Cgil nazionale – ci battiamo per la tutela dei valori sanciti dalla Costituzione, che prevede un sistema di difesa nazionale e non la partecipazione, più o meno mascherata, con la formula della “non belligeranza”, ai conflitti nel mondo”.

Le carte scoperte del centro-destra
Ma quale natura deve avere un ministero che sia, appunto, della “Difesa” e non della “Guerra”? Il dramma Iraq s’incrocia con la vertenza che da più di un anno Cgil, Cisl e Uil hanno aperto con il governo sulla riforma del dicastero. Le carte del centro-destra sono scoperte. Non appena insediatasi, a luglio 2001, la nuova maggioranza ha approvato una legge delega di riforma del ministero della Difesa. La delega scade nel 2003 e, nonostante che la maggioranza non abbia accettato alcun confronto con le parti sociali, le linee generali che trapelano dalle azioni concrete messe in atto sono chiare: azzeramento del processo riformatore avviato dall’esecutivo di centro-sinistra (con la legge 549/95), ricorso massiccio a privatizzazioni ed esternalizzazioni, rimilitarizzazione degli apparati civili, taglio agli investimenti in formazione, infrastrutture e tecnologie, soprattutto nell’area industriale (quella della manutenzione e delle riparazioni), che dà lavoro a 14 mila addetti sui 40 mila complessivi. Per molti aspetti, il modello targato Usa. “Ma il modello di Difesa che abbiamo in mente – commenta Rossetti – non può essere quello americano, in cui quasi tutto è privatizzato. In questo modo, diminuisce il controllo democratico sugli apparati e, parallelamente, aumenta la pressione delle industrie belliche”.

Non si tratta di facili allarmismi. Basta aprire la pagina dei bandi nel sito del ministero per scorrere serie sempre più numerose di gare d’appalto, che vanno dalla logistica ai servizi. Già oggi nei grandi bacini degli arsenali di La Spezia e Taranto, nei due poli di manutenzione dei mezzi dell’esercito di Piacenza e Nola (Napoli), dove gli addetti civili lavorano sui mezzi blindati e sui carri Leopard e Ariete, e in tanti altri siti industriali la strategia è la stessa: impoverire le professionalità interne per privatizzare funzioni e servizi. Dai vigilantes che sorvegliano le polveriere ai servizi mensa, fino alle manutenzioni più sofisticate, che vengono ormai riservate alle grande industrie private, mentre agli addetti del ministero sono spesso lasciate le lavorazioni residuali: “A Piacenza – dice Maurizio Lanza, della Funzione pubblica nazionale – sui carri ormai intervengono soprattutto gli addetti Fiat. La revisione dei velivoli aerei non la fa più il centro di manutenzione, ma i privati della Falcon. Stesso discorso per gli arsenali marini, dove i controlli dei laser e dei radar sono appannaggio delle aziende”. In verità, le imprese fornitrici di mezzi e apparecchi dovrebbero per contratto trasferire ai tecnici della Difesa il know how necessario per la revisione e manutenzione delle macchine: ma nessuno controlla che ciò avvenga realmente e, naturalmente, alle imprese non conviene farlo. In parallelo, l’impoverimento professionale del comparto è evidente negli inquadramenti: 30 mila dei 40 mila addetti civili del dicastero sono ancora tra il terzo e il quinto livello e, di questi, ben 2.800 al terzo livello, che è praticamente scomparso nel resto della pubblica amministrazione. Ancora: i dirigenti sono solo 180 e, a guidare arsenali e stabilimenti non ci sono ingegneri, ma militari poco motivati e vicini alla pensione.

I casi di La Spezia, Nola e Piacenza
Nell’arsenale di La Spezia lavorano 1.560 addetti. Nelle immense officine galleggianti si manutengono alcune delle navi più importanti della flotta italiana (a cominciare dalla Garibaldi). Ma le ultime leggi finanziarie hanno tagliato quasi 50 miliardi di vecchie lire per gli arsenali: con conseguenze che Emanuele Nerino, della segretaria provinciale della Fp della città ligure, spiega così: “Le manutenzioni ora si fanno a intervalli sempre più distanti e questo compromette il buon funzionamento delle navi. Non s’investe sulle tecnologie e non si fa formazione continua: se continua così, in due o tre anni non saremo in grado d’operare sulle navi sempre più sofisticate di Fincantieri. A quel punto, sarà difficile fermare l’ingresso dei privati”. Stessa musica nei due “poli di mantenimento pesante” dell’esercito a Nola e a Piacenza. Nello stabilimento in provincia di Napoli operano 600 addetti civili. L’ente è nato nel 2000 dall’accorpamento del vecchio arsenale del capoluogo campano con la Staveco di Nola: “Il progetto era ambizioso – osserva Sabatino Pellegrino, coordinatore Difesa dell’Fp di Napoli –, doveva generare uno stabilimento che operasse a 360 gradi, per ora si tratta solo di una sommatoria di cose diverse. C’è un quadro dirigenziale che fa acqua da tutte le parti, non si programma nulla e spesso mancano addirittura i pezzi di ricambio. Si va avanti solo grazie alla buona volontà dei lavoratori, nonostante i corsi di riqualificazione siano in costante ritardo”. Recentemente, c’è stato un tentativo d’esternalizzare alcune lavorazioni: un contratto da 105 miliardi di vecchie lire con il consorzio Iveco e Oto Melara, che non è andato in porto per mancanza di fondi. Ma cosa potrà succedere domani?

A Piacenza (700 addetti) succedono più o meno le stesse cose. Con l’aggravante che qui risorse per investire si potrebbero trovare anche in loco. “Ci sono tantissime aree abbandonate che appartengono al ministero della Difesa – dice Fabrizio Ratti, coordinatore regionale della Difesa per la Fp –. Si dice che potrebbero essere vendute per costruire appartamenti per i militari che arrivano da Milano. Noi crediamo, invece, che un’eventuale vendita dei “gioielli di famiglia” dovrebbe servire a trovare risorse per investire negli stabilimenti. Da noi praticamente non si fa più aggiornamento professionale, mentre non si rinnovano da tempo le dotazioni tecnologiche”. Già, ma a che servono queste cose se i vertici hanno deciso di “condannare” il pezzo industriale della Difesa?

(Rassegna sindacale, n.14, 10 - 16 aprile 2003)