referendum
articolo 18
tutte le ragioni per dire SIPARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
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1. Premessa
Il referendum nel contesto sociale
Il referendum per lestensione dellarticolo 18 dello statuto dei diritti dei
lavoratori (obbligo della riassunzione in caso di licenziamento senza giusta causa o
giustificato motivo) va inserito dentro il conflitto sociale, anzi ne rappresenta un primo
sbocco politico concreto.
Il referendum è una risposta in avanti allo straordinario movimento di lotta che è sceso
in campo contro la pretesa di governo e Confindustria di peggiorare le norme di tutela dei
licenziamenti e, al tempo stesso, indica una risposta più complessiva alla crisi sociale
che stiamo vivendo. La proposta è, in sostanza, che i diritti sociali si difendono
estendendoli a tutte e a tutti; che è possibile passare, dalla difesa delle conquiste dei
decenni passati dallincalzare arrembante delle politiche neoliberiste,
alloffensiva, cercando di riunificate quelle realtà del mondo del lavoro e quei
soggetti sociali che in questi anni sono stati divisi, disarticolati o addirittura
contrapposti.
Ci sono, a volte, passaggi decisivi che segnano il cambio di fase e vi sono battaglie che
assumono un enorme valore simbolico proprio perché identificano quel momento di svolta.
Il referendum per lestensione dellarticolo 18 ha, quindi, un grande
significato : può divenire elemento catalizzatore di una nuova stagione politica.
Per questo, il referendum riguarda i diritti dei lavoratori, ma assieme a quelli, parla di
una nuova stagione di diritti sociali. In un recente dossier sulla legge finanziaria,
abbiamo analizzato compiutamente i dati della sofferenza sociale e la critica alle
politiche neoliberiste imposte dal governo delle destre. Ricapitoliamo qui, sommariamente,
quelle valutazioni, rimandando a quel lavoro gli elementi di approfondimento.
L Italia: un Paese che si sta impoverendo
Stiamo vivendo un significativo impoverimento della popolazione del nostro Paese, un
impoverimento non neutro socialmente (colpisce, in particolare, i redditi popolari da
lavoro dipendente e da pensione, aggravando le già violente discriminazioni, di genere,
di nazionalità, di condizioni particolari legate all'età, alle infermità, alle
disabilità) e non neutro geograficamente (si insedia con particolare asprezza nel sud e
acuisce le differenze tra le diverse aree del Paese).
Levidenza di questo fenomeno è tale che ormai neanche i dati ufficiali degli
Istituti di ricerca riescono a nasconderla.
Quasi 2 milioni e 700 mila famiglie vivono al di sotto del limite di povertà, pari a
quasi 8 milioni di persone.
Di queste, il 66 % vivono nel Meridione, con una marcata tendenza allacuirsi delle
distanze tra il centro nord e il sud del Paese (fonte ISTAT: La povertà in Italia nel
2001).
Verso la recessione economica
Leconomia italiana, al pari di quella internazionale, è entrata in una fase di
stagnazione che minaccia di trasformarsi in aperta recessione.
Nel corso del primo semestre di questanno la crescita economica è stata pari a
zero. Le previsioni (ottimistiche) ipotizzano una crescita annua per il 2002 dello
0,4%-0,6%.
Causa principale del forte rallentamento economico è il basso livello dei consumi delle
famiglie, a cui fa seguito una dinamica negativa degli investimenti delle imprese.
Le esportazioni sono in calo per la debole domanda estera. Siamo ad un passo da una crisi
economica profonda e duratura.
E questo il risultato di un decennio di politiche neoliberiste. In tutta larea
delleuro il tasso di disoccupazione è tornato a salire (8,3% ad agosto, + 0,3%
rispetto allanno precedente).
In Italia la situazione è ancora peggiore con un tasso di disoccupazione pari
all8,7%, concentrato in particolare nel Mezzogiorno (17,9%) e tra i giovani tra i 15
e i 24 anni (26,1% in Italia, addirittura 49% nel Sud). Il Governo Berlusconi è stato
colto completamente impreparato dal peggioramento delleconomia. Lanno scorso
il Governo prevedeva una crescita addirittura del 3% per il 2002 e fino al luglio scorso
le stime governative indicavano una crescita più che doppia (1,3%) rispetto a quella
reale.
I prezzi tornano a salire
Sul fronte dei prezzi, la crescita segnalata dai dati ISTAT descrive una tendenza che,
nella realtà, è assai più marcata, come dimostra lesperienza reale di milioni di
famiglie di lavoratori e pensionati. La polemica, rilanciata da tutte le associazioni dei
consumatori, riguarda la composizione del paniere sulla cui base lISTAT rileva le
variazioni dei prezzi e la diversa incidenza sociale e territoriale che gli aumenti hanno
in relazione ai livelli di reddito familiare (in particolare a causa del peso maggiore che
hanno determinati generi di consumo, quali lalimentazione e la casa, per le fasce di
redditi bassi).
e i salari e le pensioni rimangono al palo
Negli ultimi dieci anni il valore reale delle retribuzioni nette è diminuito di oltre
il 5%, mentre la produttività del lavoro (cioè la ricchezza prodotta da ogni lavoratore)
aumentava in media del 2% allanno (dati Banca dItalia). Ad appropriarsi della
nuova ricchezza prodotta sono stati esclusivamente il profitto e la rendita. Infatti,
negli ultimi 20 anni, la quota del monte salari sul PIL diminuisce di quasi il 10% (dati
Eurostat) e raggiunge i livelli degli anni 50. E stato questo il frutto perverso per
i lavoratori e per i pensionati dellabolizione della scala mobile. Fissando un tasso
di inflazione programmata falso (pari all1,4% nel 2003, contro uninflazione
reale attuale del 2,7%), a cui dovranno adeguarsi le dinamiche contrattuali, il Governo
continua a ridurre il potere dacquisto dei lavoratori e dei pensionati.
Per il Mezzogiorno la situazione è ancora peggiore. Tra il 1989 e il 1998, le differenze
nelle retribuzioni nette tra il centro nord e il sud passa dal 2% a quasi il 15%,
lincidenza dei bassi salari sul monte retribuzioni è cresciuta in tutto il Paese,
ma in particolare nel Sud: si passa dall8% omogeneo sullintero territorio
nazionale nel 1989 al 14% nel centro nord e al 28% nel Mezzogiorno alla fine degli anni 90
(Indagine di Banca dItalia sui bilanci delle famiglie italiane).
In Europa: moneta e prezzi uguali, salari diversi
Le differenze salariali tra il nostro Paese e i principali Paesi europei sono molto
grandi e sono divenute evidentissime dopo lentrata in vigore delleuro,
testimoniando una acuta differenza di potere di acquisto dei salari.
Ormai, come dicono i dati sopra indicati, abbiamo prezzi omogenei a quelli dei principali
Paesi europei mentre i nostri salari sono inferiori di circa un terzo.
La politica industriale
Si ripropone nel nostro Paese una grave situazione occupazionale che la propaganda del
governo ormai non riesce a nascondere. Aumenta solo la precarietà del lavoro (gli
incrementi delloccupazione segnalano questa tipologia di assunzioni temporanee,
attraverso le varie forme di precarietà introdotte in questi anni). Diminuisce, invece,
il lavoro buono, quello stabile.
Il caso FIAT mette in luce l assenza di una politica industriale nel nostro Paese,
che non sia quella di favorire la finanziarizzazione dei capitali, le privatizzazioni
delle industrie e dei servizi pubblici, i progetti di grandi opere inutili se non dannose
per la vita sociale e per lambiente, la facilitazione per lingresso dei
capitali delle multinazionali.
La legge finanziaria
La legge finanziaria aggrava ulteriormente tutti i dati della crisi: è una finanziaria
che ha tagliato lo stato sociale direttamente (attraverso i tagli alla sanità e alla
scuola) e indirettamente (attraverso i tagli alle regioni e agli enti locali), è una
finanziaria che ha finto di dare qualcosa con la riduzione dellIRPEF (aumenti
ridicoli per i redditi più bassi, rimangiati con gli interessi dallaumento dei
prezzi, dai tagli allo stato sociale, dalla riduzione del potere di acquisto dei salari e
delle pensioni) e ha dato largamente alle imprese con risorse a fondo perduto e con i
condoni, è una finanziaria immorale e che ha avvantaggiato gli speculatori e chi ha
imbrogliato, attraverso il varo del condono fiscale tombale e delle altre
sanatorie (a partire da chi la illegalmente esportato i capitali allestero), è una
finanziaria recessiva perché non ha previsto alcun intervento in favore
delloccupazione e non ha proposto minimamente, a partire dalla vicenda emblematica
della FIAT, alcun ruolo dellintervento pubblico.
Ma gli italiani non ci stanno
Una recente indagine del CNEL Lagenda degli italiani 2002, i cui dati
sono stati anticipati lo scorso 20 gennaio, getta una luce assai interessante sulle reali
opinioni degli italiani in merito agli interventi necessari nelle politiche economiche e
sociali. Esce uno spaccato del Paese reale assai diverso da quello
rappresentato dal cosiddetto Paese legale.
Dai dati del CNEL, emerge come la principale preoccupazione degli italiani sia il lavoro,
che aumenta lopposizione a una maggiore flessibilità delle imprese di licenziare o
assumere (si passa dal 45% del 2001 al 52% nel 2002), mentre i favorevoli scendono dal 39%
al 32%. Il 52% degli intervistati sono convinti che lo Stato debba garantire il lavoro
mentre solo il 37% pensano che le imprese debbano essere libere di operare. Ben il 63% dei
cittadini, ritiene che non si debba intervenire con modifiche sul sistema previdenziale e
il 65% sono per il mantenimento della gestione pubblica della sanità contro le ipotesi di
privatizzazione. Sulle dismissioni pubbliche e le privatizzazioni, i fautori sono appena
il 16% e i contrari ben il 71%.
Possiamo, così, comprendere come il senso profondo del referendum (lestensione dei
diritti del lavoro e di quelli sociali) vada incontro a un vero e proprio sentimento
popolare. Dentro quel sentimento profondo, dobbiamo calare le nostre iniziative per il
referendum.
2. Lo statuto dei diritti dei lavoratori
Lo statuto dei lavoratori è il risultato degli anni di grande fermento sociale e
civile che vanno sotto il nome di autunno caldo.
Sono gli anni del conflitto e del grande protagonismo operaio e della contestazione
giovanile e studentesca, gli anni dei grandi conflitti industriali nelle fabbriche, gli
anni della partecipazione, della spontaneità e della radicalità. Le lotte hanno come
principali protagonisti: loperaio massa, il lavoratore dequalificato impiegato nella
produzione taylor-fordista, spesso immigrato dal sud, la cui rabbia e il cui disagio
sociale si incontra con lavanguardia operaia che ha resistito agli anni 50, grazie a
una travagliata rielaborazione politica e alla capacità di proporre un coraggioso
dibattito interno e lo studente massa, proveniente dalle classi meno abbienti, fino a poco
tempo prima escluse dallaccesso allistruzione superiore.
Sono gli anni dellunità sindacale. Il primo maggio del 1970, per la prima volta dal
1948, le tre confederazioni celebrano insieme la festa dei lavoratori e preparano, dopo
decenni di aspri conflitti, il processo che nel 1972 porterà allunificazione
organizzativa.
Sono gli anni dei consigli di fabbrica. La struttura sindacale vive in questi anni un
processo di profonda trasformazione da cui nascono forme di rappresentanza dirette dei
lavoratori, in grado di intervenire efficacemente nella messa in discussione dei livelli
di sfruttamento nel posto di lavoro.
La Statuto dei lavoratori garantisce il rispetto delle libertà costituzionali in
fabbrica, promovendo e sostenendo la piena cittadinanza del sindacato nei luoghi di
lavoro.
Larticolo 18 integra la disciplina prevista dalla legge 604 del 1966 in materia di
licenziamento individuale.
Esso prevede che il giudice, rilevando linefficacia di un licenziamento perché
privo di giusta causa o giustificato motivo possa ordinare al datore di lavoro di
reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
Il valore principale dellarticolo 18 è nella sua funzione di contenere
preventivamente un utilizzo disinvolto della procedura di licenziamento individuale da
parte dei datori di lavoro. Anche se in Italia il numero dei licenziamenti individuali
impugnati e conclusi con sentenza di accoglimento attraverso la reintegrazione è
relativamente scarso, è evidente che labolizione dellarticolo 18, esporrebbe
i lavoratori alla privazione delle tutele fondamentali e alla minaccia alla dignità
personale.
La tutela in materia di licenziamento rappresenta un principio di emancipazione e un
valore decisivo ed è condizione essenziale per garantire il processo di sindacalizzazione
nei posti di lavoro. Esso regola i rapporti di potere allinterno dellimpresa e
attenua in parte lo squilibrio tra lavoratori e datori di lavoro.
3. Larticolo 18
In Italia non si licenzia?
Non è assolutamente vero che in Italia non si licenzino i lavoratori. Secondo
lIstat, negli ultimi 10 anni, vi sono stati 2 milioni e mezzo di licenziamenti, con
una media, quindi, di 250 mila licenziamenti allanno. Questi licenziamenti rientrano
nella stragrande maggioranza nella fattispecie dei licenziamenti collettivi, derivanti da
processi di ristrutturazione aziendali.
Va ricordato, invece, che larticolo 18 può essere attivato esclusivamente nei casi
dei licenziamenti individuali.
Le norme sui licenziamenti
Le norme che, nel nostro Paese, regolano i licenziamenti individuali dei lavoratori
dipendenti, si differenziano a seconda della soglia dimensionale del datore di
lavoro (il numero dei dipendenti dellimpresa), ad esclusione di situazioni assai
particolari per le quali sussiste il cosiddetto regime di libera recedibilità
(i dirigenti, i prestatori di lavoro domestico, gli sportivi professionisti, i lavoratori
assunti in prova).
La disciplina vigente distingue tra tutela reale, prevista dallarticolo
18 dello statuto dei diritti dei lavoratori e tutela obbligatoria, prevista
dalla precedente normativa (la legge 604 del 1966).
Nel primo caso (tutela reale), il datore di lavoro, nellipotesi di licenziamento
illegittimo o ingiusto, ha lobbligo di reintegrare il lavoratore (a meno che,
questultimo non preferisca farsi liquidare unindennità sostitutiva della
reintegrazione), nel secondo caso è il datore di lavoro che può scegliere tra
reintegrazione e corresponsione di unindennità, stabilita tra un minimo di 2,5 fino
a un massimo di 6 mensilità dellultima retribuzione.
Il primo caso (obbligo della reintegrazione - la cosiddetta tutela reale) si
applica nei confronti dei datori di lavoro che occupino più di 15 dipendenti (ovvero 5
dipendenti per gli imprenditori agricoli) in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio
o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento.
Il secondo caso (cosiddetta tutela obbligatoria), si applica per le imprese
fino a 15 dipendenti nonché ai datori di lavoro non imprenditori, che svolgono attività
di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o culto.
A proposito di giusta causao giustificato motivo
Larticolo 18 parla di licenziamenti senza giusta causa o giustificato
motivo.
Cosa vogliono dire questi termini?
Per giusta causa (art.2119 del codice civile), si intende il verificarsi di una causa
chenon consente la prosecuzione anche provvisoria del rapporto di lavoro. Il
medesimo articolo del codice civile, stabilisce che non costituisce giusta causa il
fallimento o la liquidazione dellazienda (le due fattispecie rientrano nel concetto
di giustificato motivo).
La giusta causa, quindi, fa riferimento al ricorrere di fatti che, valutati
oggettivamente e soggettivamente, sono tali da configurare una grave ed irrimediabile
negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro (possono, quindi, verificarsi
anche esternamente alla sfera del contratto, per esempio una condanna penale del
lavoratore).
Per giustificato motivo (art. 3 della legge 604 del 1966) si intende un notevole
inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore (cosiddetto giustificato motivo
soggettivo) ovvero ragioni inerenti lattività produttiva, lorganizzazione del
lavoro e il regolare funzionamento della stessa, come per esempio la soppressione di un
reparto o di una lavorazione (cosiddetto giustificato motivo oggettivo).
Frequentemente, nei contratti di lavoro di categoria si è provveduto alla tipizzazione
delle condotte che legittimano il licenziamento per giusta causa o per giustificato
motivo.
E, comunque, sempre lautorità giudiziaria a valutare la legittimità o la
giustificazione del licenziamento, dopo aver sentito le parti in causa.
Il valore deterrente dellarticolo 18
Possiamo citare a tale proposito la valutazione dei giuristi della consulta giuridica
della CGIL a commento della delega al governo per il mercato del lavoro. Essi parlano di
triplice valenza positiva dellarticolo 18:
tTutela della dignità e della sicurezza del lavoratore al momento in cui perde il lavoro
per un motivo ingiusto. Un licenziamento arbitrario non può essere compensato con un
rimborso meramente economico (in più assai modesto e tale da non poter compensare il
danno del licenziamento);
tTutela preventiva del lavoratore contro la rappresaglia datoriale per esercizio da parte
del lavoratore degli altri diritti sanciti dalle leggi e dai contratti di lavoro. In
pratica, solo chi ha la ragionevole certezza di non subire la rappresaglia del
licenziamento, possiede le condizioni oggettive per richiedere altri diritti negati
(riconoscimento di mansioni, pagamento straordinari, misure di sicurezza ecc.);
tEfficacia diffusiva delle migliori condizioni di lavoro. Lesercizio del
fondamentale diritto a non essere licenziato ingiustamente favorisce la diffusione di
norme di protezione e tutela anche in altri ambiti che regolano la vita lavorativa
(salute, orario, agibilità sindacale ecc.)
Come funziona in pratica?
La reintegrazione è ordinata dal giudice con lemanazione di una sentenza che
dichiara inefficace il licenziamento per mancanza della forma scritta o della
comunicazione, sempre in forma scritta, delle motivazioni del licenziamento o annulla il
licenziamento, perché intimato senza giusta causa o giustificato motivo o, infine,
dichiara nullo il licenziamento in quanto discriminatorio (perché motivato da ragioni di
credo politico, religioso, razziali, di lingua, sesso ecc.). Con la medesima sentenza, che
è immediatamente esecutiva, il datore di lavoro è condannato al risarcimento del danno,
che non può essere inferiore a 5 mensilità di retribuzione globale. Fermo restando il
suddetto risarcimento economico, il lavoratore ha la facoltà di chiedere, al posto della
reintegrazione in servizio, la liquidazione di unulteriore indennità pari a 15
mensilità di retribuzione globale.
Cosa cambierebbe con il referendum
La vittoria del referendum estenderebbe anche alle imprese fino a 15 dipendenti
lapplicazione della cosiddetta tutela reale, ovvero lobbligo della
reintegrazione in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
Inoltre, si eliminerebbe la deroga prevista per partiti, sindacati, ordini religiosi e
così via. Quindi, di fronte alla medesima ingiustizia, di un licenziamento senza giusta
causa o giustificato motivo (decretata da una sentenza emessa da un giudice), si avrebbe
il medesimo diritto al risarcimento del danno reale, ovvero il reintegro in
servizio (salvo la facoltà per il lavoratore di optare per unindennità di 15
mensilità).
Le modifiche del governo peggiorative allarticolo 18
Come è noto, le destre al governo vogliono modificare in peggio larticolo 18,
introducendo una deroga alle tutele attualmente previste, che, nella sostanza prefigurano
la cancellazione del diritto.
Questo è il testo delle modifiche allarticolo 18, contenute nel cosiddetto
Patto per lItalia e che sono in discussione al Parlamento:
Ai fini del sostegno della occupazione regolare e della crescita dimensionale delle
imprese, il governo è delegato ad emanare in via sperimentale uno o più decreti
legislativi, entro il termine di un anno dalla data di entrata in vigore della presente
legge, nel rispetto dei seguenti principi e direttive:
tAi fini della individuazione del campo di applicazione dellarticolo 18 della legge
20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, non computo nel numero dei dipendenti
occupati dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, anche se a tempo parziale, o con
contratto di formazione lavoro, instaurati nellarco di tre anni dalla data di
entrata in vigore dei decreti legislativi.
Tradotto in termini più semplici, ciò vuol dire che unimpresa che, in forza di
nuove assunzioni, nellarco del prossimo triennio, superi la soglia dei 15 dipendenti
è comunque esclusa dal campo di applicazione dellarticolo 18.
Si crea un vulnus gravissimo nella normativa esistente (a parità di
dipendenti, non vi sarebbe più unuguaglianza dei trattamenti) che prepara,
evidentemente, una manomissione ancora più profonda della tutela della reintegrazione in
servizio in caso di ingiusto o illegittimo licenziamento. Non solo, ma i dipendenti
esclusi dal computo rimarrebbero tali anche una volta scaduto il periodo di
sperimentazione. Ciò significa che verrebbe stabilita in modo permanente una differenza
di trattamento e di diritti tra i lavoratori. Questo testo (disegno di legge 848 bis) è
stato stralciato dalla delega sul mercato del lavoro, e deve essere ancora approvato dal
Parlamento.
Anche qui, il referendum sarebbe risolutivo: eliminando la soglia dei 15, cadrebbe la
possibilità di qualsiasi deroga. Il si al referendum per lestensione
dellarticolo 18 allarga i diritti, affossa il patto per lItalia e
impedisce definitivamente la manomissione prevista nelle proposte di legge che il governo
vuole fare approvare dal Parlamento.
Il campo di applicazione dellarticolo 18 e della sua estensione
A fronte di una media annua di 250 mila licenziamenti, le sentenze per la
reintegrazione nel posto di lavoro sono meno di 1800 allanno in tutta Italia (lo
0,72% del totale dei licenziamenti emessi). Questa cifra non deve trarre in inganno in
quanto i licenziamenti individuali senza giusta causa o giustificato trovano una forte
limitazioni proprio dallesistenza dellarticolo 18 che li rende inefficaci .
E evidente, inoltre, il significato simbolico connesso alla limitazione (o, al
contrario, come vuole il referendum, allallargamento) delle tutele previste
dallarticolo 18 è fortissimo.
Per fare un esempio, basti ricordare lintervento di Craxi per leliminazione
dei 4 punti di scala mobile congelati, agli inizi degli anni 80. Dal punto di vista
economico, erano in gioco cifre modeste (infatti, per minimizzare, veniva affermato che si
trattava di un caffè al giorno). Dal punto di vista simbolico, però, la cosa
era incredibilmente importante: infatti, da quella prima manomissione, si è passati dopo
pochi anni alleliminazione totale della scala mobile e, quindi, a un più deciso
attacco al potere di acquisto delle retribuzioni.
Oggi si vuole percorrere la stessa strada della scala mobile: si inizia con una parziale
manomissione oggi, per giungere alla cancellazione domani.
Il referendum che estende le tutele dellarticolo 18, al di là del numero dei
lavoratori coinvolti e delle sentenze che saranno emesse in futuro per la reintegrazione
dei lavoratori ingiustamente e illecitamente licenziati, ha un fortissimo impatto
simbolico: aumentare le tutele e le garanzie per una nuova stagione dei diritti sociali
estesi a tutti.
Quanti lavoratori sono coinvolti dallestensione dellarticolo 18?
In Italia, circa il 92% delle imprese conta meno di 15 dipendenti, quota di 2,23 volte
superiore alla media europea, (e anche questo dovrebbe dire qualcosa circa
larretratezza della struttura economica e della polverizzazione della produzione).
La maggior parte delle imprese con meno di 15 dipendenti è collocata al sud (95% in
Calabria, 94% in Sardegna e Sicilia), mentre i settori più interessati sono quelli delle
costruzioni e delledilizia (il 60,6% dei dipendenti è in imprese sotto la soglia
delle 15 unità). Lestensione dellarticolo 18 non si applicherebbe a tutte le
microimprese, essendo moltissime di queste costituite da liberi
professionisti, coadiuvanti familiari, con contrattazione atipica e così via.
Lestensione dellarticolo 18 riguarderebbe direttamente le figure di lavoro
dipendente in imprese con meno di 16 dipendenti (secondo le varie stime tra 3 milioni e 3
milioni e 500 mila lavoratori, che si aggiungerebbero ai circa 9 milioni oggi tutelati).
Naturalmente, lestensione dellarticolo 18 non ha solo un enorme valore
politico simbolico.
Riguarda direttamente una porzione di lavoratori (circa tre milioni e mezzo) ma parla,
più generalmente, del tema dellallargamento dei diritti a tutti i lavoratori
esclusi dalle tutele (circa 14 milioni, il 62% del totale degli occupati),
indipendentemente dalla tipologia contrattuale con la quale sono stati assunti.
4. A proposito del referendum, ma è proprio vero che
si irrigidirebbe il mercato del lavoro mentre invece serve maggiore flessibilità
La flessibilità del lavoro con il referendum non centra nulla. Il tema del
referendum, infatti, riguarda esclusivamente la disciplina dei licenziamenti individuali
mentre il tema della flessibilità è regolato da altre norme e leggi.
E chiaro, però, che il referendum solleva un problema più generale. Qui, lo
scontro contro i liberisti di destra e di centro sinistra deve essere condotto a viso
aperto. C'è già troppa flessibilità: in Italia è tra le più elevate d'Europa e noi la
contrastiamo per affermare i diritti sul lavoro e del lavoro. Attraverso il referendum si
vuole, quindi, affrontare criticamente il tema della precarizzazione delle condizioni di
lavoro. Il tema dellallargamento delle tutele dellarticolo 18 alle piccole
imprese parla dellapertura di una nuova stagione di diritti del lavoro e di diritti
sociali. Si collega, per esempio, alla proposta di salario minimo intercategoriale e allo
stabilire una soglia di diritti di cui debbono godere tutti i lavoratori, a prescindere
dalla tipologia del contratto (deve riguardare, quindi, i cosiddetti co.co.co, i soci
lavoratori ecc.). Effettivamente, quindi, proponiamo lintroduzione di nuove
rigidità contro la precarietà determinate dalle politiche neoliberiste.
Nel Parlamento è stata approvata la legge delega sul mercato del lavoro,
tratta dal cosiddetto libro bianco del ministro Maroni. E un intervento
totalmente destrutturante dellinsieme delle garanzie e delle tutele del lavoro. Con
la sua approvazione la precarietà si estende fino a farne lelemento sostanziale di
qualsiasi rapporto di lavoro: si liberalizza il collocamento, si cancella la norma che
vieta lintermediazione di mano dopera e si introducono nuove flessibilità
come il lavoro a chiamata, il lavoro in affitto viene ulteriormente ampliato e
reso condizione stabile di lavoro. In uno stesso stabilimento, addirittura nel medesimo
reparto, potranno essere impiegati perennemente lavoratori con stipendi, orari, condizioni
di lavoro e tutele del tutto differenti tra loro. In pratica, si arriva allobiettivo
di eliminare il contratto nazionale di lavoro. Anche, rispetto a questo intervento, il
referendum costituisce un argine di grande valore politico proprio perché indica una
strada opposta: rendere il lavoratore titolare di diritti fondamentali e inalienabili,
indipendentemente dal tipo di azienda e dalla condizione contrattuale.
aumenterebbe il lavoro nero
Il lavoro nero in Italia cè ed è due volte superiore a quello di Francia e
Germania. Secondo i dati forniti dagli istituti di ricerca, leconomia che è
sorretta dal lavoro nero si aggira a quasi il 25% del Prodotto Interno Lordo.
Levasione contributiva in Italia è di alcune decine di migliaia di miliardi di
vecchie lire (almeno 20 milioni di euro) e i dati delle poche ispezioni che vengono
effettuate dimostrano che, specialmente nelledilizia, il ricorso al lavoro nero è
superiore al 50%.
Non è un caso che lItalia è, tra i Paesi con maggiore ricchezza in Europa, quello
con la più alta incidenza di incidenti e morti sul lavoro (oltre 1000 lanno).
Eppure, oggi, non cè lestensione dellarticolo 18.
Il lavoro nero, in realtà, si va estendendo a causa della politica del governo delle
destre. Quando si approvano in Parlamento tutta una serie di condoni e di sanatorie in
favore dellevasione fiscale, anche di quella contributiva, il messaggio è chiaro:
è un incentivo ad evadere e ad aggirare le normative sulla regolarità del lavoro. Il
risultato di tutte le sanatorie e dei cosiddetti incentivi allemersione è stato
insignificante. Il lavoro nero si contrasta con le leggi, gli strumenti per applicarle,
gli Ispettorati del lavoro, la sindacalizzazione, efficaci politiche del lavoro, ecc.
Inoltre, purtroppo, esistono molte forme giuridiche di rapporto di lavoro diverso dal
tempo indeterminato, ma neppure a queste accedono quanti sfruttano il lavoro nero. La
vittoria del referendum non estenderà l'area del lavoro nero, al contrario estendendo la
tutela fondamentale del diritto al reintegro se licenziato ingiustamente, favorirà la
sindacalizzazione e, quindi, lintroduzione di tutele maggiori.
Servirà, anche, solo per fare un esempio molto concreto, a dare la possibilità a un
lavoratore di una piccola impresa (quelle dove si condensano il maggior numero di morti
bianche) di poter rivendicare le norme sulla sicurezza senza correre il rischio di essere
licenziato.
danneggerebbe leconomia
Questa critica è veramente assurda. Cosa centra, infatti, una norma che tutela i
lavoratori dai licenziamenti ingiustificati con lo sviluppo economico del Paese? In
realtà, chi avanza questa obiezione lo fa in nome di un ragionamento che possiamo così
sintetizzare: lo sviluppo economico ha bisogno che vengano tolti tutti i lacci e
laccioli che vincolano la libertà dellimpresa di competere sul mercato
globale.
Parliamo, quindi, dellimpianto fondamentale delle politiche neoliberiste:
privatizzare qualsiasi forma di intervento pubblico, liberalizzare il mercato da qualsiasi
regola, inseguire il costo del lavoro al più basso livello possibile, deregolamentare
tutele e garanzie del lavoro, estendendo ogni forma di precarietà possibile.
Contro questa impostazione, anche con il referendum, avanziamo una critica di fondo e
lanciamo una sfida aperta.
Questa politica, infatti, è allo stesso tempo iniqua e sbagliata, crea ingiustizie e
disuguaglianze e neanche è in grado di saper affrontare i nodi di fondo dello sviluppo
economico.
Infatti, come abbiamo già detto precedentemente, siamo entrati in fase di stagnazione e
di vera e propria recessione. In Europa sale il tasso di disoccupazione e si riduce la
domanda a causa della perdita del potere di acquisto delle retribuzioni, cresce la fascia
della popolazione che vive sotto la soglia della povertà (ormai 8 milioni di persone) che
comprende, ormai, non solo i disoccupati e i pensionati al minimo ma, anche, porzioni
crescenti di lavoratori dipendenti (basta leggere i dati recenti dellindagine
dellEurispes).
Il caso della FIAT è emblematico. Lazienda torinese, in questi anni, ha potuto fare
ciò che voleva: attraverso le ristrutturazioni ha potuto drasticamente ridurre la forza
lavoro e ha introdotto forme estreme di flessibilità (vedi Melfi), ha goduto di ingenti
finanziamenti pubblici: il risultato è sotto locchio di tutti, la crisi e il
fallimento. Il punto di fondo è che le politiche neoliberiste hanno fallito nella
promessa fondamentale che, tagliando regole e garanzie e ogni forma di controllo pubblico,
si sarebbe assicurato sviluppo e progresso.
Occorre cambiare quella politica: un nuovo intervento pubblico, regole e garanzie per
tutti i lavoratori, sottrarre alla logica del profitto i beni e i servizi essenziali
(lacqua, lenergia, i trasporti ecc.).
Lestensione dellart. 18, inoltre, coglie un elemento fondamentale collegato ai
processi di ristrutturazione dellapparato produttivo: diminuiscono gli occupati
nelle grandi imprese e le produzioni vengono sempre di più polverizzate (a questo
proposito, si vedano i dati dellallegato 1) sono sempre meno i lavoratori tutelati
dal diritto al reintegro in caso di licenziamento ingiustificato e si espande larea
della non tutela. Il referendum coglie, quindi, un elemento fondamentale delle
modificazioni intervenute nel mondo del lavoro. A chi, poi, parla tanto di Europa, va
ricordato che la Carta Europea, approvata a Nizza (malgrado i limiti e i difetti che
contiene e che sono tali da determinare la nostra opposizione), prevede che :
"OGNI LAVORATORE HA DIRITTO ALLA TUTELA CONTRO OGNI LICENZIAMENTO
INGIUSTIFICATO" e non fa alcuna distinzione tra pubblico e privato, tra aziende con
più o meno di 15 dipendenti, tra lavoratori a termine o a tempo indeterminato, tra
subordinati e atipici. Inoltre afferma, art.51,1, che l'esercizio del diritto deve essere
effettivo e non mera enunciazione di principio.
si creerebbero enormi difficoltà alle piccole imprese, che non potrebbero più
licenziare
E assolutamente falso che estendere larticolo 18 impedirebbe alle imprese
di licenziare. Chi usa questo argomento fa disinformazione. In Italia, si fanno circa
250.000 licenziamenti lanno e, di questi, meno dell1% è sanzionato attraverso
lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Larticolo 18, infatti, riguarda solo i
licenziamenti individuali senza giusta causa o giustificato motivo, circostanza che viene
accertata dal giudice attraverso unudienza nella quale le parti hanno la facoltà di
far sentire le proprie ragioni.
Come ricordato, il valore principale dellarticolo 18 consiste nel prevenire
comportamenti scorretti da parte dei datori di lavoro.
Se, come dicono le associazioni di categoria delle piccole imprese e delle associazioni
artigiane: Nelle microimprese, al di sotto dei 15 dipendenti, a differenza di quanto
sostengono i referendari, non sono mai venuti meno i diritti fondamentali e non ci sono
stati licenziamenti individuali indiscriminati (comunicato del 17 gennaio 2003 della
Cgia - Associazione artigiani e piccole imprese), perché tanta ostilità
allestensione dellarticolo 18 che si applica esclusivamente a quella tipologia
di licenziamenti?
Se, inoltre, dalla propaganda si passa alla realtà dei fatti (si veda lallegato n.
2), si vede come, in realtà, lestensione dellarticolo 18 riguarda
direttamente solo i lavoratori dipendenti in imprese sotto i 16 dipendenti (compresi tra
circa 3 milioni e 3 milioni e mezzo di lavoratori), mentre la maggior parte delle imprese
artigiane, commerciali e dei lavoratori autonomi (le piccolissime imprese) hanno rapporti
di lavoro che non rientrano nella categoria lavoratori dipendenti.
Quindi, anche laccusa contenuta in un recente articolo di Eugenio Scalfari
(diverrebbe impossibile rompere il rapporto di lavoro nellazienda familiare
della fioraia che divorzia dal marito) rimane solo una battutaccia un po
misogina ma, nel merito, è irrisoria e pretestuosa.
Esiste certamente un problema di aiuto alle piccole imprese e allartigianato. La
questione, però, non può essere risolta con la diminuzione dei diritti. Al contrario,
sono necessarie misure di politica economica e industriale a favore delle piccole e medie
imprese come, ad esempio, la creazione di utili infrastrutture sul territorio, la riforma
dellaccesso al credito bancario, lestensione degli ammortizzatori sociali nei
periodi di crisi, la garanzia di una formazione dei lavoratori garantita dal sistema.
divide le sinistre
Potremmo semplicemente rispondere che sarebbe importante che tutte le sinistre si
unissero per sostenere il si, tanto più che il governo ha deciso di scendere in campo
direttamente guidando i comitati per il no. Se, infatti, si è condotta la battaglia
contro il governo, sostenendo che l'art. 18 è un elemento di civiltà, perché non è
giusta la battaglia per estenderlo a quella metà di forza lavoro che non ha mai avuto
questa protezione? La civiltà non si ferma al di sotto di una soglia.
In realtà il centro sinistra è diviso sulle questioni del lavoro, del mercato del lavoro
e della democrazia sui luoghi di lavoro. Le ipotesi di D'Alema e quelle contenute nella
proposta di legge Amato-Treu non sono alternative a quelle del libro bianco di Maroni e
sono assai diverse da quelle avanzate dalla CGIL e da altri esponenti dei DS.
Il centro sinistra si è diviso nel giudizio sullo sciopero generale della Cgil. Le
divisioni attraversano i sindacati, Cgil e Cisl Uil e anche quelli dei meccanici.
La CGIL ha scelto di dividersi dalla CISL e dalla UIL e ha fatto degli scioperi generali
in contrasto con gli altri sindacati confederali.
La FIOM ha presentato una piattaforma sindacale per il rinnovo del contratto differente da
quella presentata dagli altri sindacati metalmeccanici.
Tutto questo avviene indipendentemente dall'esistenza o meno del referendum. Anche nei
confronti del referendum, le posizioni del centro sinistra sono assai diversificate (si va
da un no secco di Fassino e Rutelli, al ritenere valide le finalità dei referendari senza
condividere lo strumento del referendum, come nel caso di Cofferati, alla dichiarazione a
favore del si di molti esponenti della sinistra DS per giungere al sostegno pieno, fin
dallinizio, di unaltra parte della sinistra DS, larea di Salvi e dei
Verdi).
Lunità tra le sinistre non si costruisce sulla base di uno schieramento
pregiudiziale e a prescindere dai contenuti concreti ma, al contrario, sulla base delle
scelte di fondo, va costruita la più ampia unità. I promotori del referendum
appartengono già a uno schieramento pluralistico (Rifondazione Comunista, i Verdi,
Socialismo 2000, la FIOM, la sinistra della CGIL, i COBAS, le RdB, altre organizzazioni
sindacali di base, associazioni e comitati). Questo schieramento si è ulteriormente
allargato e sono già diversi gli esponenti della sinistra politica, sindacale e di
movimento che si sono schierati. Nelle realtà territoriali, interi settori di delegati di
posti di lavoro e di strutture territoriali sindacali si pronunciano per il si. Anche le
organizzazioni sindacali confederali, in primo luogo la CGIL, pur nella distinzione della
posizione, mantengono unattenzione e hanno rifiutato di fare la campagna per il no.
Il referendum esprime, quindi, una grande spinta unitaria per il cambiamento.
non tutela i lavoratori con contratti atipici
Questa critica è davvero un po pelosa allorché ci viene rivolta da
quanti (è il caso di molti esponenti del centro sinistra) non hanno alcuna intenzione di
estendere le tutele.
Noi sappiamo bene che l'effetto giuridico, in caso di vittoria del referendum, amplia i
diritti solo al lavoro a tempo indeterminato ( e si parla di una cifra consistente, tra i
3 e 3 milioni e mezzo di lavoratori). Ma, questo, per noi, è solo il primo passo: fin
dall'inizio il referendum è stato promosso con l'obiettivo di unificare sul terreno dei
diritti tutto il mondo del lavoro, incluso quello con contratti atipici. Consideriamo il
SI al referendum, quindi, un passo concreto e gigantesco verso un si ad una legge che
estenda le tutele ai lavoratori e lavoratrici con contratti diversi dal tempo
indeterminato. Sono presenti proposte di legge in Parlamento, presentata da Rifondazione e
da altri esponenti della sinistra DS, e la Cgil ha raccolto circa 5 milioni di firme con
l'impegno a proporre una legge di iniziativa popolare per estendere un arco di diritti ai
lavoratori oggi non tutelati.
Questo obiettivo, per ragioni sociali e politiche, di materiali condizioni di vita di
milioni di persone (in particolare, giovani e donne) con lavori incerti , senza diritto al
posto di lavoro, previdenza, ferie, malattia, salario minimo garantito, è sicuramente
importante quanto la stessa estensione dell'art.18 e certamente altrettanto dirompente.
Questo obiettivo è, però, lontanissimo dalla possibilità di essere recepito da un
Parlamento dominato dalle destre e, nel quale, anche una parte consistente del centro
sinistra è ostile.
Oggi, grazie al referendum, è veramente possibile imprimere una svolta.
La vittoria al referendum è una vittoria per tutti perché apre una nuova stagione dei
diritti: questo è il messaggio decisivo che il referendum consegna alle coscienze dei
lavoratori e dei cittadini italiani, in altre parole, i diritti si estendono a tutti e
tutte o verranno complessivamente ridotti.
Votare Si è primo passo in questa direzione, va controcorrente perché estende diritti
quando il Governo vuole comprimerli anche nelle grandi fabbriche e pone le basi per
estenderli a tutti e tutte.
lo strumento del referendum è sbagliato, sarebbe meglio una legge
E unargomentazione assai pretestuosa e del tutto fuori tempo: oggi che il
referendum c'è, che senso ha la separazione tra obiettivo e strumento?
Inoltre, il referendum è uno strumento dato dalla Costituzione per abrogare leggi
esistenti o parti di esse: il voto popolare può quindi svolgere una vera funzione
legislativa in forma che viene definita di democrazia diretta in quanto può pronunciarsi
anche in contrasto con le rappresentanze elette, cioè il Parlamento. Esiste una proposta
maggiormente realistica? Non sarebbe meglio, oggi che il referendum è stato dichiarato
valido e manca solo lindicazione della data, che tutti coloro che condividono le
intenzioni del referendum si uniscano per far vincere il SI?
La vittoria del SI al nostro referendum non lascia alcun vuoto legislativo: la tutela del
reintegro si applica semplicemente a tutti i lavoratori dipendenti, senza, quindi, alcun
riguardo al numero degli addetti.
Le proposte di legge presentate dal centro sinistra, occorre ricordarlo di nuovo, sono tra
loro assai diverse e si muovono in direzioni contrastanti: per fare un solo esempio, la
proposta contenuta nel disegno di legge Amato - Treu è assai diversa da quella presentata
da alcuni esponenti della sinistra DS e dalla medesima proposta CGIL. In ogni caso (oltre
alla valutazione nel merito) è evidente che, con l'attuale maggioranza parlamentare,
nessuna legge proposta dall'opposizione può essere approvata . Lunica legge che
lattuale Parlamento, visti i rapporti di forza, potrebbe essere costretto ad
approvare è quella peggiorativa che il governo ha presentato, come la legge delega che
estende la precarietà del lavoro, recentemente approvata, dimostra chiaramente. Quindi,
anche chi preferirebbe un intervento legislativo per aumentare le tutele del lavoro in
caso di licenziamento illegittimo non può che convenire che lunica possibilità è
data dalla vittoria referendaria.
5. Conclusione
Al fondo delle critiche, cè una valutazione politica che va affrontata
direttamente: tutti gli argomenti a favore del referendum sono giuste, però alla fine si
perde.
E la sindrome della sconfitta, malattia senile di una sinistra che ha smarrito la
propria identità e ha deciso di non proporsi come alternativa di fondo alle destre,
finendo per assumerne i riferimenti di fondo nelle grandi scelte di politica economica e
sociale.
Senza voler parlare a nome dei lavoratori, è lecito affermare che la grande maggioranza
è favorevole all'estensione del diritto a non essere licenziato ingiustamente e che, se
correttamente informata, possiamo conquistare il consenso della maggioranza dei cittadini.
Nel contenuto, chi mai può essere favorevole ad un licenziamento e per giunta
ingiustificato? Tutti i sondaggi, finora pubblicati, parlano chiaramente di una
maggioranza favorevole a recarsi al voto e di un orientamento degli elettori assai diverso
da quello del cielo della politica.
Dunque, esiste una maggioranza sociale favorevole al SI e una grande attenzione sul
terreno dei diritti, prodotta dalle mobilitazioni dello scorso anno, (dalla manifestazione
del 23 marzo a Roma agli scioperi generali , promossi dalla Cgil).
Il governo, al contrario, è sceso direttamente in campo per guidare direttamente i
comitati per il no. Già questa circostanza, non chiarisce le cose?
Allinizio di questo documento, abbiamo parlato di una recente ricerca del CNEL,
Lagenda degli italiani 2002 in cui si rende chiaro come il Paese reale
la pensa assi diversamente dal Paese legale nel merito di scelte fondamentali come il
sistema previdenziale, la sanità, le privatizzazioni. Così come sulla guerra, la
maggioranza degli italiani, la pensa diversamente da chi la governa.
Sarebbe necessario che tutte le sinistre, e più in generale le opposizioni, si mettessero
in sintonia con questo vero sentimento popolare. Questo facciamo con il referendum per
lestensione dellarticolo 18 contro i licenziamenti ingiustificati.
Il nodo dello scontro è chiaro e semplice: andare nella direzione dellestensione
dei diritti sociali o, al contrario, alla loro ulteriore compressione e a un ulteriore
inasprimento delle politiche neoliberiste che già tanti danni hanno recato alle classi
popolari e allintera società.
Un nuovo mondo possibile, nel nostro Paese, passa anche dallesito del
referendum.
Allegato A
Settori, imprese e dipendenti per regione
interessati direttamente dallestensione dellart. 18
Incidenza percentuale rispetto al totale delle imprese e dipendenti
Classe
dimensionale da 1 a 15 dipendenti |
|
n. dipendenti |
n. imprese |
| Calabria |
53,28% |
95,09% |
| Sardegna |
49,18% |
94,35% |
| Molise |
48,78% |
92,68% |
| Valle DAosta |
48,58% |
95,05% |
| Sicilia |
45,86% |
94,14% |
| Puglia |
45,21% |
93,22% |
| Toscana |
43,89% |
92,44% |
| Trentino Alto Adige |
43,82% |
92,62% |
| Umbria |
43,47% |
92,93% |
| Campania |
41,48% |
92,93% |
| Basilicata |
41,31% |
93,74% |
| Liguria |
40,02% |
94,04% |
| Marche |
39,63% |
90,28% |
| Abruzzo |
39,39% |
91,92% |
| Veneto |
36,20% |
89,22% |
| Friuli Venezia Giulia |
34,62% |
91,15% |
| Emilia Romagna |
34,51% |
90,66% |
| Lombardia |
28,73% |
89,60% |
| Piemonte |
26,98% |
91,16% |
| Lazio |
23,62% |
92,72% |
| ITALIA |
34,17% |
91,49% |
| Classe dimensionale
da 1 a 15 dipendenti |
|
n. dipendenti |
n. imprese |
| Ind. costruzioni e
installazione impianti edilizia |
60,6% |
94,9% |
| Commercio, pubblici esercizi e
alberghi; riparazione beni consumo |
54,8% |
95,7% |
Servizi pubblici e privati
(escl. Pubblica Amministrazione) |
38,0% |
94,5% |
| Ind. manifatt., alimentari,
tessili, pelli e cuoio, abbigl. legno e mobilio |
33,0% |
85,2% |
| Credito e assicurazione,
servizi alle imprese, noleggio |
24,6% |
94,1% |
Ind. manifatt., lavorazione e
trasformazione metalli.
Meccanica precisione |
24,3% |
83,2% |
| Trasporti e comunicazioni |
16,9% |
87,1% |
Ind. estrattive e manifatt. e
trasf. metalli non energetici
Ind. chimiche |
16,5% |
78,3% |
| Energia, gas e acqua |
2,3% |
61,5% |
| TOTALE |
34,2% |
91,5% |
Elaborazioni Ufficio Studi CGIA di Mestre su dati INPS
Allegato B
| LItalia senza
articolo 18 |
| Occupati totali nel 2000 |
23.494.600 |
| di cui, non coperti
dallarticolo 18: |
|
| lavoratori irregolari |
3.538.000 |
| lavoratori autonomi |
6.470.000 |
| dipendenti delle imprese sotto
i 16 dipendenti |
2.900.000 |
| lavoratori a termine |
1.530.000 |
| altri |
45.400 |
TOTALE
(62% delloccupazione totale) |
14.483.000 |
Elaborazione CsC su dati ISTAT |