| Molti articoli relativi al referendum per l'estensione dell'art. 18 a
tutti i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e non solo a quelli che lavorano in
imprese con più di 15 addetti osservano che un'eventuale successo dei "Sì"
potrebbe avere conseguenze disastrose per il sistema delle piccole imprese in Italia. E'
notorio infatti che l'Italia, a differenza degli altri paesi europei, presenta una quota
di piccole imprese relativamente molto elevata. Secondo i dati Eurostat, riferiti al
1997, la quota di piccole imprese in Italia è di 2,23 volte superiore alle media europea.
Anche in articoli apparsi su quotidiani di sinistra si fa riferimento al grande numero di
piccoli imprenditori presenti in Italia. Rossana Rossanda, ad esempio, su "Il
manifesto" parla di 4.800.000 piccole imprese e conseguentemente piccoli
imprenditori. Credo che al riguardo ci sia un po' di disinformazione. Innanzitutto, coloro
che non hanno un contratto di lavoro subordinato, non sono tutti piccoli imprenditori
indipendenti. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, i lavoratori indipendenti sono
circa 6.050.000, di cui 2.130.000 con contratto di co. co. co (ben 470mila nella sola
Lombardia, dati 31 ottobre 2002 dell'Inps), dai quali circa il 12-13% sono amministratori
(di condominio, di proprietà, ecc.).
Dei restanti 4.200.000, un milione circa sono liberi professionisti, iscritti ad un
ordine professionale (avvocati, notai, ingegneri, dentisti, giornalisti (!!!), ecc.),
500mila sono coadiuvanti (ovvero familiari di titolari di ditte e attività
prevalentemente agricole e di piccolo commercio, figura prefordista in via di estinzione,
erano quasi 4 milioni negli anni '50), 400-500mila sono soci di cooperative e solo 440mila
sono considerati dall'Istat imprenditori (sulla base della definizione giuridica dell'art.
2082 del codice civile, secondo il quale è imprenditore chi organizza lavoro altrui con
libertà di decidere quanto produrre, come produrre e il prezzo a cui produrre). Infine ci
sono 1.700.000 di "lavoratori per conto terzi", una categoria che per l'Istat è
residuale.
La tediosità dei dati è utile per rilevare che dei sei milioni e passa di lavoratori
indipendenti e parasubordinati, in teoria solo 3.100.000 (il 50% del totale dei lavoratori
indipendenti) potrebbero assumere una persona a tempo indeterminato, a cui potrebbe essere
applicata l'estensione dell'art.18: ovvero la totalità degli imprenditori, dei liberi
professionisti e dei "lavoratori per conto terzi". Mai poiché circa il 40% di
costoro lavora individualmente, solo 1.800.000 hanno almeno un dipendente. La maggior
parte di costoro ha addetti alle dipendenze con contrattazione atipica (quindi fuori
dall'estensione art. 18). Questo è il caso, ad esempio, della maggior parte degli studi
professionali (contratti di apprendistato, co. co. co, tempo determinato, stage, borse
lavoro, ecc.). Difficilmente la moglie del fioraio, citata da D'Alema, ha un contratto di
lavoro a tempo indeterminato, a prescindere dall'esistenza o meno dell'art. 18. Solo le
imprese manifatturiere e terziarie con più di 8-10 dipendenti possono essere quindi
soggette all'estensione dell'art.18, non più di 350mila unità complessivamente.
E' quindi demagogico oltre che falso affermare che un'eventuale applicazione
dell'art.18 a tutti i lavoratori/trici dipendenti a tempo indeterminato comporti effetti
disastrosi per l'insieme del lavoro indipendente. Si tratta della stessa disinformazione,
propagandata ad arte dai "mass-media", all'epoca della revisione dell'art.18
dello Statuto dei Lavoratori, secondo la quale la soglia dei 15 dipendenti impedirebbe
alle piccole imprese di crescere: se si vedono i dati statistici, si scopre che le imprese
subito sopra i 15 dipendenti sono più numerose di quelle con 13-14 dipendenti. Il
problema, piuttosto, è che il referendum lascia del tutto insoluta la questione del
precariato. Infatti, anche se i "Sì" al referendum vincessero, nulla cambia per
chi ha non dispone di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. La vera bomba sociale
per "caporali", imprenditori e capitalisti vari sarebbe la libera estensione di
tutele e garanzie (dal posto di lavoro, alla previdenza, salute, ferie, malattie, al
reddito, ecc.) a tutti coloro che oggi sono precari, parasubordinati, eterodiretti, ecc.
Quindi l'importanza del referendum e della sperabile vittoria del "Sì" sta
soprattutto nella sua valenza simbolica e politica. Una vittoria di questo referendum,
infatti, oltre a rappresentare per la prima volta dalla sconfitta operaia del 1980 non
solo un fenomeno di resistenza ma anche di contrattacco, potrebbe innescare positive
ricadute anche sulla lotta del precariato sociale, per un reddito e una vita dignitosa. E,
infine, credo che grazie a questo referendum si scoprirà chi è a favore dei diritti e
delle garanzie "senza se e senza ma" anche nei fatti e non solo a parole.
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