Premessa: Da un punto di vista strettamente formale non si può
dire che la proposta berlusconiana sia anticostituzionale, poiché non viene del tutto
abolita la progressività delle imposte, ma "solo" drasticamente ridotta. In
altre parole se non nella forma certamente nella sostanza questa riduzione ai minimi
termini della progressività mina un principio cardine della Costituzione repubblicana
ancorché borghese (art. 53)
Fin dalla campagna elettorale e già dai primi giorni di
insediamento, il governo Berlusconi ha sempre cercato di rendere esplicite le linee lungo
le quali si sarebbe mosso sulle questioni riguardanti il fisco, le pensioni e il mercato
del lavoro.
La linea guida è stata ed è quella di proporsi come garante del trasferimento delle
ricchezze monetarie dalle mani di lavoratori e pensionati a quelle dei capitalisti.
La ragione, dal suo punto di vista, della necessità di questo
trasferimento è molto semplice. In campagna elettorale Berlusconi ha spiegato a più
riprese e promesso (altro che "non mantiene le promesse"!) che intendeva dare
impulso allo "sviluppo", e con ciò il ragionamento che sviluppava era più o
meno in questi termini:
- Se io, da capo del governo, emano una serie di leggi tese a far sì che i padroni
possano disporre di capitali molto più elevati di quanti non ne dispongano oggi, questi
(i padroni) potranno fare maggiori investimenti e creare in questo modo più posti di
lavoro. Così facendo ci saranno più lavoratori che acquisteranno merci e questa crescita
della domanda porterà di pari passo alla crescita della produzione e del volume dei
profitti. Lo stato, da parte sua, incasserà più tasse grazie al maggior gettito dell'IVA
e delle imposte sui salari. Queste tasse che copiose entreranno nelle casse del fisco
consentiranno una più elevata spesa da parte dello Stato che così potrà garantire
servizi e assistenza sempre migliori ed efficienti.
Questo a grandi linee il progetto di Silvio.
Come si può vedere punto di partenza e premessa di questo
fantastico progetto che fa aumentare l'occupazione, i consumi, la produzione, i profitti,
il gettito fiscale e la qualità dei servizi offerti dallo stato, stanno lì: bisogna che
i padroni possano disporre immediatamente e rapidamente di una quantità maggiore di
denaro.
Dopo di che basta lasciarli fare che ci pensano loro a farci stare bene!
In perfetta coerenza con questa filosofia il Governo ha già
provveduto a mettere in atto importanti provvedimenti in campo previdenziale con lo sconto
di un quarto dei contributi pagati dagli imprenditori alle casse dell'INPS (leggi: La
decontribuzione affonda l'Inps
e massacra le pensioni pubbliche). Inoltre ha messo a
punto anche una serie di nuove regole (leggi: Difendiamo l'art. 18) per rendere ancora
più flessibile il mercato del lavoro; i padroni possono godere quindi di un duplice
aiuto: avere riduzioni dei costi monetari, e libertà di lasciare a casa i lavoratori non
compatibili (perché troppo costosi o con troppe pretese) con le esigenze della produzione
e del mercato.
A questo punto l'ultimo tassello per completare l'opera è quello
della riduzione delle tasse sul reddito (il reddito dei padroni naturalmente).
Ed ecco allora la proposta del Governo di riforma del prelievo fiscale.
La bozza prevede l'accorpamento e la riduzione di una serie di
imposte che riguardano essenzialmente chi ha un'attività di tipo imprenditoriale e
artigiana, e un ulteriore accorpamento delle varie tasse che il governo impone su una
serie di pratiche burocratiche. Già con questi provvedimenti gli imprenditori (grandi e
piccoli) si troveranno ad avere sostanziosi sconti sul terreno fiscale; ma quello che è
destinato a produrre il più forte risparmio per costoro è costituito dalla riforma delle
aliquote dell'Irpef e la sostanziale abolizione della progressività dell'imposta.
Viene cioè praticamente abolito il principio sancito dall'art.53 della Costituzione
secondo cui chi guadagna di più deve essere tassato con delle percentuali più alte,
principio che intende affermare che chi guadagna di più deve contribuire maggiormente
alla spesa sociale.
Le percentuali Irpef oggi in vigore per i corrispondenti scaglioni
di reddito, (18% per redditi fino a 20 milioni di lire, 24% per i redditi compresi tra i
20 e i 30 milioni, 32% fino a 60 milioni, 39% fino a 135 milioni e 45% per i redditi
superiori ai 135 milioni) saranno sostituite da due sole aliquote: la prima al 23% fino a
100mila euro (circa 200 milioni) di reddito, la seconda al 33% per tutti i redditi
superiori a questa somma.
Se si fanno bene i conti e li si depurano di detrazioni e sconti
vari per rendere i dati meglio confrontabili, si può vedere con chiarezza la logica che
ha guidato chi ha avuto questa pensata.
| REDDITO |
|
IRPEF ATTUALE |
|
IMPOSTA FUTURA |
|
DIFFERENZA |
| 20.000.000 |
|
3.600.000 |
|
4.600.000 |
|
1.000.000 |
| 25.000.000 |
|
4.800.000 |
|
5.750.000 |
|
950.000 |
| 30.000.000 |
|
6.000.000 |
|
6.900.000 |
|
900.000 |
| 35.000.000 |
|
7.600.000 |
|
8.050.000 |
|
450.000 |
| 40.000.000 |
|
9.200.000 |
|
9.200.000 |
|
0 |
| 50.000.000 |
|
12.400.000 |
|
11.500.000 |
|
-900.000 |
| 100.000.000 |
|
31.200.000 |
|
23.000.000 |
|
-8.200.000 |
| 135.000.000 |
|
44.850.000 |
|
31.050.000 |
|
-13.800.000 |
La logica è quella che abbiamo detto sopra: togliere ai poveri
per dare ai ricchi, o più correttamente, togliere ai lavoratori per dare ai padroni.
Ma anche nella fascia dei redditi alti, come ad esempio quella attorno ai 100 milioni, si
vede chiaramente la volontà di questa destra governativa di accattivarsi le simpatie di
questi contribuenti appartenenti per lo più al ceto medio.
Una riforma pensata quindi per stringere il rapporto sia con la grande che la piccola
borghesia.
Per tentare di ammorbidire il tutto va detto però che il governo
sta cercando di introdurre dei correttivi; e poiché questa operazione sembra abbastanza
complicata si è già deciso che queste nuove tasse andranno in vigore nel 2003.
Nella maggioranza c'è però chi sostiene che già da subito, per i redditi superiori ai
50 milioni si potrebbero applicare le nuove aliquote. Insomma il dibattito è aperto e i
ragionamenti si stanno facendo su come fare in modo che chi ha i redditi più bassi non
venga eccessivamente massacrato, piuttosto che su come fare in modo che i regali fatti ai
più ricchi siano meno sfacciati.
Per tutto il 2002 assisteremo a un teatrino in cui si alterneranno
esperti economisti che faranno proposte di modifica che non andranno a ridurre la massa di
denaro complessiva che dovrà essere tolta dalle tasche dei lavoratori, ma cercheranno di
ridistribuire il prelievo a seconda delle condizioni dei vari contribuenti sotto i 50
milioni.
Con l'aumento a 1 milione delle detrazioni per i figli a carico (praticamente vengono
raddoppiate) il governo sta cercando di rispondere all'esigenza di non pesare troppo sui
lavoratori con famiglia. Questa cosa potrebbe apparire giusta, ma in effetti serve solo a
confermare che se un contribuente non ha figli sarà comunque gravato da un aumento delle
tasse; questa potrebbe essere la situazione dei pensionati che nella stragrande
maggioranza non hanno figli da mantenere. L'unico carico di famiglia potrebbe essere il
coniuge; ma per questo non è previsto nessun aumento della detrazione di imposta.
Ma la sorpresa vera, per quanto riguarda le detrazioni per figli a carico, sta nel fatto
che queste saranno rapportate al reddito complessivo della famiglia, per cui per i
genitori che lavorano entrambi e hanno un reddito normale non ci sarà nessun beneficio. I
benefici a prescindere dal reddito ci saranno a partire dai 4 figli in poi.
I veri risparmi fiscali per i lavoratori ci saranno con il
meccanismo delle deduzioni dal reddito, concentrate su alcuni "valori e
criteri": famiglia, casa, sanità, istruzione, previdenza, ecc
In pratica sarà possibile dedurre dal proprio reddito le spese (in che misura non è
ancora chiaro) che le famiglie sosterranno per le scuole private, le pensioni private, e
la sanità privata; viene introdotto sostanzialmente un potente incentivo a usufruire
delle strutture private che piacciono tanto alla destra.
Come però abbiamo già detto, a oggi non è ancora possibile dire con esattezza quanto
pagheranno i lavoratori a riforma varata, mentre i motivi ispiratori e le linee lungo cui
concretamente la riforma si articolerà sono molto chiare e sono riassunte nel titolo.
Pesa comunque l'assenza di iniziativa dei Sindacati su questo
tema.
L'azione, come è giusto, è concentrata sulla questione dell'articolo 18, ma sarebbe
profondamente sbagliato non intraprendere una lotta sul terreno complessivo dell'attacco
alle condizioni dei lavoratori; e quindi le pensioni e il fisco. Vediamo invece che dopo
una fase in cui i Sindacati chiedevano lo stralcio delle misure sulle pensioni e
l'articolo 18, sono passati a chiedere solo quello su quest'ultimo, e per quanto riguarda
il fisco non sembrano nutrire grandi interessi.
È importante invece non perdere di vista questo importante problema, che per sua natura
riguarda tutti, lavoratori e pensionati, e che pertanto può costituire un grosso elemento
unificante delle lotte contro il Governo.
I lavoratori che il 5 aprile incroceranno le braccia e scenderanno in sciopero generale
avranno sicuramente in mente anche l'obbiettivo della lotta contro un fisco che per come
è pensato tutela l'interesse degli sfruttatori.