11 marzo 2002
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IL PONTE TRA LA POVERTA' E LA RICCHEZZA - di
Suzana Milicic - ("Reporter" [Banjaluka], 26 febbraio 2002)
Botte, prigionia, minaccie, insulti. A cosa si associano queste quattro parole? Gli amanti
dei giochi di associazione penseranno di aver trovato la soluzione: a un campo di
prigionia. Tuttavia, la gente che sta tutt'ora attraversando il secondo anno di
transizione economica in Serbia pensera' prima di tutto che queste quattro parole
descrivono un concetto differente: la privatizzazione in Serbia. Infatti, tutte e quattro
le parole sono entrate gia' nell'esperienza vissuta da molti.
Botte? L'altra primavera, quando hanno ricevuto la comunicazione che una parte di
loro era in esubero, i lavoratori di Kragujevac per poco non hanno picchiato il ministro
che aveva loro portato la nefasta notizia.
Prigionia? Per la stessa ragione, quasi dieci giorni fa tre rappresentanti del Governo
sono rimasti imprigionati per 13 ore a Bor, in compagnia dei minatori. Minaccie ed insulti
? Sono il normale benvenuto riservato ai ministri dai lavoratori nel, com'e' di moda dire
adesso, dialogo sociale.
L'ultimo esempio, la rivolta dei minatori a Bor e Majdanpek dove, dopo lo sciopero, il
blocco della citta', la presa in ostaggio dei rappresentanti del governo e interminabili
discussioni politiche a livello locale, per poco tutto non e' finito con l'intervento
delle unita' speciali della polizia. Cio' ha dimostrato che il gioco di associazione con
le quattro parole sara' ancora attuale per lungo tempo a venire.
PUNTI CALDII disordini in queste dimenticate citta' di
minatori della Serbia orientale, che hanno, a detta dei sindacati, "sofferto una
catastrofe umanitaria senza precedenti", hanno solo dimostrato in modo colorito ed
evidente come il processo di trasformazione verso una
nuova Serbia sara' un missione estermamente delicata e rischiosa.
Sulla carta geografica della Serbia troviamo molti altri di questi punti caldi. Dopo
Kragujevac e Bor, l'onda dei disordini potrebbe velocemente propagarsi verso altri luoghi
che la terminologia economica definisce "citta' fabbrica": Nis, Vranje,
Leskovac, Priboj, Sabac, Loznica, etc...Trasportando sulla carta geografica la lista delle
industrie per le quali si prevede la ristrutturazione, si capisce come infatti la
teoria e la pratica facilmente coincideranno. Infatti, la lista delle 39 imprese che
presto avvieranno il processo di ristrutturazione, come reso pubblico alla meta' di questo
febbraio, mostra come le dita della trasformazione si estenderanno proprio sopra le nostre
"citta' fabbrica" d'invenzione socialista.
"Credo che questi prossimi due anni saranno estremamente critici, in quanto si
giungera' a un radicale raddrizzamento dell'economia" commenta il professor Zoran
Popov, consulente dell'Istituto di Economia di Belgrado, il quale si aspetta che la
seconda meta' di quest'anno e tutto l'anno prossimo saranno caratterizzati da disordini
sociali a causa del processo di trasformazione.
Scorrendo velocemente tra i nomi delle imprese pubbliche che bisogna prima risanare e poi
cercar di vendere (e' questa la ristrutturazione), salta all'occhio il fatto che in piu'
della meta' di tali imprese ci si potra' legittimamente aspettare degli
shock non indfferenti. Dragan Matic, presidente del sindacato Nezavisnost (Indipendenza),
ci comunica che il sindacato ha iniziato una campagna d'informazione
per i lavoratori sul processo di privatizzazione e sulla posizione dei lavoratori e ci
presenta una definizione stretta del disordine sociale: questo inizia quando il governo
cerca di attuare decisioni che sono illegali, mentre tutto cio' che e' fatto legalmente,
anche se ha conseguenze molto pesanti, non puo' essere preso come una ragione per
ribellarsi.
Sicuramente non e' facile per lui convincere i propri colleghi dei complessi metallurgici,
ma si attiene alle definizioni sindacali e non ha problemi a definire la
rivolta dei minatori come "una reazione impulsiva". Non ha problemi nemmeno a
dichiarare che per certe fabbriche la ristrutturazione portera' dei benefici a molti,
specialmente per le imprese fallimentari, e non nasconde di temere possibli rivolte dei
lavoratori, particolarmente nelle citta' che dipendono interamente da poche fabbriche.
Dalla lista delle 39 imprese, individua quelle del gruppo chimico ed energetico come
le piu' probabili sorgenti di tensioni sociali (HIP Azotara, HIP Petrohemija di Pancevo e
Industrija hemijskih proizvoda di Prahovo).
SELEZIONE
"Queste imprese hanno un sacco da perdere, i loro lavoratori
sono abituati a degli alti standard ed a paghe alte e quando lo stato offre loro un
programma sociale di molto al di sotto del loro livello non hanno nessuna ragione per
accettarlo", spiega Matic. Per uno che per anni ha vissuto di sussistenza in un
fabbrica dove non si lavora e dove non c'e' profitto, i quasi 2000 ? offerti dal programma
sociale sono un vero e proprio profitto. Per altri lavoratori, diciamo quelli del settore
chimico, che venivano pagati tra i 300 e 350? al mese, un'offerta simile non e'
accettabile. Nella stessa situazione, dichiara Matic, e' la compagnia Satrid di Smederevo,
dove ci si prepara a "selezionare ed eliminare" prima della vendita e dove le
paghe sono nettamente al di sopra della media.
Le "citta' fabbrica" saranno comunque quelle che vedranno la parte piu' oscura
della transizione serba.
Assieme a Kragujevac e Bor, "faccia a faccia" con la transizione si troveranno
probabilmente anche Sabac (l'industria chimica Zorka e' l'attivita' economica piu'
importante della citta'), Loznica (Viskoza), Smederevo (Sartid e Gosa situate a
Smederevska Palanka), Leskovac (Leteks).
"La posizione delle "citta' fabbrica" e' critica non solo per gli effetti
immediati - licenziamenti di massa - ma anche perche' tutta la comunita' sara' gravemente
danneggiata se la trasformazione non avra' successo", commenta Milan Arandarenko
dell'Istituto G17. Secondo le raccomandazioni della Banca Mondiale sulle "citta'
fabbrica" e' meglio non attuare la ristrutturazione unicamente attraverso la
privatizzazione, in quanto il calo degli standard di vita, dopo i licenziamenti, causa una
reazione a catena: non si pagano le tasse comunali, il commercio cala, la recessione
accelera, e una tale situazione di poverta' di sicuro non favorisce ne' attrae investitori
esteri. "Un'azienda in un ambiente di poverta' totale non puo' attrarre investitori
esteri", commenta Arandarenko. E' piu' sicuro, aggiunge, passare attraverso la
rivitalizzazione della comunita' locale, cioe' il programma che il Governo Serbo sta
cercando di avviare a Kragujevac, favorendo le piccole e medie imprese. Recuperando le
PMI, commenta, non bisogna aver paura di favorire ne' un certo protezionismo locale ne' la
protezione delle imprese locali (agevolazioni varie, favorire imprese che assumono nuovi
lavoratori, preferenza ad imprese locali rispetto ad imprese pubbliche e simili).
Indipendentemente da quella che sara' la stategia scelta dal Governo, gli abitanti
delle "citta' fabbrica" non saranno al riparo dallo shock derivante dall'aver
capito che e' necessario passare dalla situazione attuale (soggetti economicamente non
produttivi e trincerati psicologicamente nell'idea di sicurezza offerta dalle imprese
statali) a qualcosa di completamente diverso. I dati della pubblicazione
"Citta'-fabbrica" del numero di ottobre del G17 mostrano come alcune di tali
citta'
abbiano goduto in passato del piu' alto sviluppo economico. Il reddito annuale per
abitante a Bor nel 1989 era piu' del 100% della media nazionale, a Nis del 12.5%. Piu' del
50% del totale dei lavoratori in quattro tipiche "citta' fabbrica" era impiegato
nel settore industriale e minerario.
AUTO UTOPIA
Il professor Popov pensa che i disagi sociali nelle grandi citta'
non potranno esser facilmente risolti. E' il caso innanzitutto del complesso metallurgico,
ubicato in gran parte nei dintorni di Belgrado: nella lista di ristrutturazione ci sono
l'IMT, l'Industrija motora 21 Maj, Ivo Lola Ribar. In quest'ultima impresa, il processo di
ristruttuazione e' quasi completato, ma al momento della firma dell'accordo ai lavoratori
e' stata imposta la limitazione del proprio diritto legale di esigere gli stipendi
arretrati. Ora sembra che il problema sia stato risolto e che non dovrebbe ostacolare il
processo di
ristrutturazione.
Popov aggiunge un altro dettaglio che alimenta ulteriormante i dubbi sui giganti per i
quali lo stato cerca una veloce soluzione.
"Si fara' sempre progressivamente piu' pressante la seguente domanda:
bisogna cambiare la varieta' della produzione? Come esempio, penso alla Zastava di
Kragujevac. Quando si sa che in Europa Occidentale si producono 9 milioni di automobili, e
che la produzione teorica e' ancora superiore di altri 4 milioni, e che a parte questo, in
Europa Orientale si posssono produrre altri 4 milioni di automobili, mi chiedo, cosa ce ne
facciamo noi della nostra produzione nazionale? Lo stesso discorso si applica all'IMT, in
quanto negli ultimi 15 anni le maggiori aziende si sono fuse e al giorno d'oggi ci sono
solo cinque, sei fabbriche di trattori al mondo."
Coinvolgere i sindacati nel processo di trattativa con il governo e' il modo migliore per
evitare potenziali conflitti sociali, crede Matic. Ci sono comunque differenti ragioni per
le quali ci si possono attendere come minimo dei malintesi. I potenziali punti caldi sono:
l'Industria Macchine di Nis (MIN), dove la ristrutturazione e' gia' iniziata, poi la Prva
petoletka di Trstenik, dove e' in atto una ristrutturazione dall'interno, con l'obiettivo
di ridurne la dimensione per poi trasformarla piu' facilmente, infine la Prvi Partizan di
U
zice, parte del complesso militare, dove il problema principale sta nell'individuare il
responsabile della ristrutturazione, essendo l'amministrazione federale responsablie per
questo tipo di produzione, e la Trudbenik di Belgrado, in procedura fallimentare gia' dal
maggio 2001. Ancora non sono state decise le priorita' nel processo di
ristrutturazione. Questo comporta un altro rischio: che certe aziende siano in uno
stato cosi' catastrofale che rischiano di fallire prima di essere salvate dall'intervento
statale, con conseguenze facili da immaginare sul piano sociale.
"Lo Stato deve avere il capitale e la conoscenza per poter ristrutturare queste
imprese e renderle attrattive per gli investitori. Non c'e' ne' il capitale ne' la
conoscenza, e nemmeno idee su come farlo" dice non ottimisticamente il professor
Popov.
Quindi non e' sorprendente che nella terminologia moderna sia entrato il partner
strategico, ponte tra la poverta' locale ed i soldi stranieri. Ecco un'altra parola chiave
della transizione serba !
(traduzione di Riccardo Chelleri)
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