Sarà
caldo l'autunno della scuola. vedi anche A che punto è la riforma della scuola? vedi anche La partita degli organici
La scuola italiana riapre tra difficoltà, confusioni, slittamenti e lotte. Durante l'estate, questioni molto delicate che interessano la vita di molti docenti precari e il diritto allo studio sono state affrontate dal ministero con un'arroganza che ha prodotto disfunzioni amministrative i cui effetti non sono ancora del tutto evidenti. A ciò si aggiunge la ripresa delle lotte, in alcune realtà già dichiarate, contro la politica governativa frutto di quel movimento nato dal basso l'inverno scorso, dapprima per opera degli studenti, poi di insegnanti e genitori, e che ha infine coinvolto anche i sindacati. E dietro l'angolo c'è la frossa partita del rinnovo contrattuale. Come abbiamo più volte argomentato, la politica scolastica del governo Berlusconi, che trova il suo fulcro nella legge-delega Moratti sul riordino dei cicli (più semplicemente riforma Moratti) ha come assi portanti il ritorno a un sistema formativo duale, di chiaro stampo classista, e lo smantellamento della scuola pubblica. La democratizzazione del sapere, cioè la possibilità per tutti di raggiungere i più alti livelli culturali, mai pienamente realizzata ma che era comunque un obiettivo della scolarizzazione di massa, viene oggi apertamente contrastata dal governo che vuole invertire la rotta e ristabilire un sistema scolastico che consenta di accedere ai più alti livelli d'istruzione praticamente in base al censo. Per fare questo è necessario ridurre drasticamente le già scarse risorse destinate alla scuola pubblica, che ha tra i suoi compiti quello fondamentale di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana..." (art. 3 della Costituzione). Pertanto, avanzamento della riforma e riduzione della spesa per l'istruzione sono due facce della stessa medaglia. Ridurre la spesa significa anzitutto tagliare gli organici, ridurre cioè il personale che lavora nella scuola. Questa operazione, oltre ad abbassare la qualità delle prestazioni di un servizio pubblico essenziale, andrebbe senz'altro nella direzione di agevolare la tanto decantata riduzione delle imposte, se il governo non avesse oggi da risolvere la grana dei conti pubblici: meno spesa sociale giustifica meno entrate fiscali. Risparmiando sul fisco le famiglie borghesi avrebbero maggiori disponibilità finanziarie per mandare i loro figli alle scuole private. E se ciò non bastasse, c'è sempre il sostegno regionale del buono-scuola, che dopo essere stato sperimentato in Lombardia trova sempre più seguaci (vedi Emilia, Lazio, Liguria), ma fortunatamente anche oppositori. Questo molto succintamente il contesto politico e ideologico in cui si muove la Moratti nella sua opera di distruzione e privatizzazione della scuola, necessario per comprendere l'importanza di una lotta come quella contro i tagli agli organici. Lotta che non va intesa come difesa corporativa di una categoria, ma come battaglia di civiltà e progresso, punto di partenza essenziale anche se da solo non sufficiente per garantire la qualità del sistema formativo italiano. In questo numero di Reds intendiamo fare il punto della situazione della (contro)riforma Moratti, e chiarire le questioni pendenti e i provvedimenti del governo in merito al personale scolastico (organici) che a pochi giorni dall'inizio delle lezioni sconvolgono il mondo della scuola e trovano vasta eco sulla stampa
A che punto è la riforma della scuola?
Il progetto di riforma scolastica della Moratti, contro il quale sono sorti spontanei movimenti nella principali città d'Italia, si è apparentemente arenato non tanto per effetto delle lotte, ma per le divergenze sorte in seno alla stessa compagine di maggioranza. Benché fosse una priorità del governo e il ministero avesse proceduto con una celerità senza pari, la legge-delega composta di soli 6 articoli, elaborata lo scorso inverno, è oggi ferma in Commissione Istruzione del Senato, che riprenderà i lavori il 17 settembre. La commissione dovrà esaminare e decidere la sorte di centinaia di emendamenti presentati sia da esponenti della maggioranza che dell'opposizione prima che la legge possa proseguire il suo iter in aula. Berlusconi, sceso in campo più volte a sostenere la stessa Moratti, è sicuro che dopo la pausa estiva si "provvederà rapidamente all'approvazione della legge di riforma" in Senato per "affrontare successivamente il dibattito alla Camera e avviare in tutte le scuole italiane l'applicazione della riforma". Ma perché ciò sia possibile, a patto che la legge-delega passi, il governo dovrà predisporre i regolamenti attuativi che riguardano i "programmi" di elementari, medie e superiori, i tempi scuola e tutta una serie di altre questioni didattiche e organizzative. E Tremonti, sempre più indaffarato a far quadrare i conti pubblici, stringe i cordoni della borsa e si dice non disponibile a concedere i finanziamenti necessari ai disegni morattiani. I rischi quindi che i tempi si allunghino più del previsto e gli ostacoli si addensino sul percorso della riforma sono più forti che mai, aldilà delle mobilitazioni sempre pronte a partire. Per questo la ministra cerca in tutti i modi di aggirare l'iter naturale della legge e mettere in atto a pezzi il suo progetto di riforma che mira essenzialmente a introdurre un doppio canale formativo (istruzione liceale e formazione professionale) e ad alleggerire la funzione e l'intervento del potere pubblico, dello stato, nel sistema scolastico a tutto vantaggio dell'istruzione privata. Da qui la volontà di annullare l'obbligo scolastico; da qui l'operazione di taglio degli organici del personale che minano la qualità della scuola pubblica Oltre a questi, altri provvedimenti ha adottato la Moratti per attuare parti della riforma e aprire così la strada a una sua adozione di fatto prima ancora che la legge sia approvata. Queste procedure sono essenzialmente due: 1) l'intesa con alcuni enti locali retti da giunte politicamente affini al governo per introdurre in via sperimentale parti della riforma; 2) l'avvio su scala nazionale di una minisperimentazione che interessa la scuola dell'infanzia e quella elementare. I protocolli d'intesa con le regioni Nella primavera scorsa il Ministro all'Istruzione ha stipulato con alcune Regioni ed enti locali protocolli d'intesa sull'applicazione di parti rilevanti e sostanziali del Disegno di legge di riforma sul sistema di istruzione e di formazione, in discussione alla Commissione Istruzione del Senato. Paradigmatiche sono quelle stipulate con la provincia di Trento e con la Regione Lombardia. Al Protocollo d'intesa tra MIUR e provincia autonoma trentina è allegato un "Progetto per l'introduzione in via sperimentale di modelli innovativi di organizzazione e di ricerca curriculare nella scuola della provincia di Trento" che è possibile applicare a partire dall'a. s. 2002-2003. In virtù di questi accordi, in tutte le scuole di ogni ordine e grado della provincia di Trento, possono essere introdotte numerose novità contenute nel disegno di legge-delega o elaborate dalla commissione Bertagna: tempo scuola di 24-25 ore settimanali obbligatorie, attività facoltative di laboratorio fino a un massimo di 35-36 ore settimanali, introduzione del sistema duale con la separazione tra istruzione liceale e formazione professionale, alternanza scuola-lavoro, ecc. Riportiamo in nota ampi stralci del progetto (1). Tra le finalità dichiarate di queste innovazioni c'è anche la volontà di adottare strumenti che risolvano l'annosa questione della dispersione scolastica, e la soluzione trovata è la separazione dei percorsi formativi: "L'elevamento dell'obbligo scolastico, introdotto dalla legge n.9 del 1999, e disciplinato anche dall'articolo 48 della legge provinciale 3 del 2001, in provincia di Trento è assolto anche con la frequenza ai corsi di qualifica dei centri di formazione professionale. Questa scelta ha aumentato di fatto la differenziazione dell'offerta formativa a garanzia di una lotta più efficace alla dispersione scolastica". E' un argomento sotteso anche in altre intese di questo tipo, ad esempio quella con la Regione Lombardia. In altre parole cosa propone di fare il centrodestra per evitare abbandoni e bocciature? Dare in mano ai ragazzi non libri ma lime e scalpelli. E poi la chiamano innovazione! Il 3 giugno 2002 Moratti e Formigoni hanno sottoscritto un accordo sulla formazione professionale che, oltre ad anticipare una parte fondamentale della legge delega non ancora approvata dal Parlamento (la separazione tra istruzione e formazione professionale), scavalca a pie pari leggi dello stato italiano, di per sé discutibili, ma pur sempre in vigore. Col risultato di peggiorare enormemente, dal punto di vista delle classi popolari, la situazione esistente (2). Secondo tale intesa è possibile assolvere l'obbligo scolastico a 15 anni (ossia l'anno successivo alla licenza media) anche in Centri di formazione professionale, sia regionali che privati, sia direttamente che grazie a convenzioni stipulate da tali centri con gli istituti scolastici superiori. In questo secondo caso si applica il modello di interazione tra istruzione e formazione professionale. Questa operazione, è chiaro, riguarda quei ragazzi e quelle ragazze che palesano cosiddette difficoltà di apprendimento, ma che in realtà sono più difficoltà di relazione e di motivazione, che in mancanza di opportuni interventi e correttivi genera bocciature e abbandoni. Per prevenire queste eventualità (in didattichese: "svolgere una azione di prevenzione, contrasto e recupero del fenomeno degli insuccessi scolastici") viene applicato un ragionamento di questo tipo: perché far perdere tempo sui libri a ragazze e ragazzi che non ne hanno voglia e sono solo causa di disturbo per compagni e insegnanti? (in gergo "cogliere lesigenza di corrispondere ad una avvertita e diffusa domanda di formazione che comprenda non solo listruzione ma la formazione professionale e continua"). Perché non indirizzare questi ragazzi, di estrazione popolare, con problemi di ogni tipo, che non hanno a casa nessuno che li segue come si deve, in centri professionali dove almeno imparano un mestiere! (in gergo: "acquisizione di conoscenze, capacità, abilità e competenze di base proprie della formazione professionale"). A scuola si viene per studiare, non per divertirsi o perdere tempo! Detto fatto: ecco il protocollo d'intesa e le convenzioni tra istituti scolastici e centri professionali (3). La minisperimentazione della Moratti La Moratti ha dovuto ridimensionare i suoi piani per quel che riguarda l'avvio di parti della riforma nelle materne ed elementari dopo i contrasti all'interno del consiglio dei ministri con Tremonti, Fini e i centristi (4), ed accontentarsi, grazie alla mediazione di Berlusconi, di un piccolo campione di scuole (circa 200) sul territorio nazionale dove avviare quella che viene chiamata la minisperimentazione. Essa dovrebbe partire a settembre al massimo in due scuole per provincia. Tra le novità principali vi sarebbero l'ingresso anticipato nella scuola per bambini che compiono tre e sei anni entro il 28 febbraio 2003; la presenza del maestro prevalente; lo studio dell'inglese fin dai primi anni. E' incredibile come si cerchi di spacciare per novità che darebbe lustro e sostanza alla scuola italiana una cosa che nella scuola elementare esiste già da tempo e che anzi proprio i tagli effettuati per ottemperare alla finanziaria hanno cercato di eliminare. Lo studio della lingua straniera in prima elementare è una pratica introdotta da vari anni in molte scuole italiane. Prova ne è che nel febbraio scorso, nel determinare i tagli agli organici, il ministero stesso abbia dato indicazione di assicurare l'insegnamento della lingua straniera solo a partire dalla terza elementare, riducendo al contempo gli insegnanti specialisti (vedi la nota 5). Si tratta caso mai di estendere una pratica già in atto, non di introdurre chissà quali novità! L'ingresso anticipato alla materna e all'elementare è negativo non per i motivi avanzati dai centristi: la concorrenza alle cattoliche private che attivano le cosiddette "primine", ma perché contrasta con le specificità psicopedagogiche e i comportamenti naturali dei bambini di quell'età. Per dirla con Loredana Fraleone, responsabile scuola del Prc, "bimbetti di due anni e mezzo, ancora col pannolino, dovrebbero entrare in una "scuola dell'infanzia" ad acquisire i primi rudimenti dell'apprendimento, ed invece che trovarsi con un operatore, in un rapporto di uno a dieci, come nei nidi, si troverebbero con un'insegnante ogni 25/28 alunni". Mentre "in una prima elementare vi potrebbero essere, stante il non obbligo della scelta per le famiglie, bambini di quasi sei anni con quelli di quasi sette, in una fascia d'età in cui la differenza di un anno o giù di lì costituisce un elemento di differenziazione pesantissima nel processo d'apprendimento" (vedi "La ministra e i pannolini", Liberazione, 25 agosto 2002). Il maestro prevalente è il ritorno o quasi al maestro unico della vecchia scuola elementare. A parte l'uso del termine maschile per indicare una professione svolta nella stragrande maggioranza da donne (è poco autorevole parlare di "maestra prevalente", come nei fatti, se dovrà essere, sarà?), ben altre sono le cose che ci preoccupano di questa "novità". Citiamo da un articolo del quotidiano telematico Il Nuovo, che riportiamo integralmente in nota (6): "Il "maestro prevalente" sarà quello con cui i bambini, solo nei primi tre anni di elementari, passeranno più tempo. A questa figura saranno affidati gli insegnamenti di base (leggere, scrivere e "far di conto") e i rapporti con i genitori dei bambini [...] avrà anche il compito di compilare un profilo ("portfolio") dellalunno in cui è registrata lintera crescita scolastica, capirne le qualità e caratteristiche individuali per orientarlo verso i "laboratori" e valorizzarne le specificità personalizzando linsegnamento. [...] Nelle ore lasciate "scoperte" dal maestro prevalente, gli alunni si ritroveranno in piccoli gruppi [in laboratori], secondo un accostamento che predilige il grado di competenze dello studente alletà. I laboratori sono previsti fin dal primo anno di età...". In pratica si comincia dalla prima elementare a introdurre la separazione tra il sapere e la manualità (l'istruzione e la formazione professionale), affidando il primo aspetto a una figura centrale e il secondo a una serie di altre figure secondarie. In questo modo si ottiene sia la gerarchizzazione tra gli insegnanti (quello/a prevalente e gli/le altri/e impegnati/e in attività di supporto), che il precocissimo incanalamento dei bambini verso un determinato destino culturale in base alle attitudini personali delle quali è giudice il maestro prevalente. Ce n'è abbastanza per far accapponare la pelle e dichiarare guerra senza quartiere alla Moratti, ai suoi accoliti e ai suoi progetti di riforma!
NOTE (1) Progetto per l'introduzione in via sperimentale di modelli innovativi di organizzazione e di ricerca curriculare nella scuola della provincia di Trento (http://www.vivoscuola.it/scuola/ministero.asp) [...] 1. Primo ciclo Organizzazione e articolazione del primo ciclo (scuola elementare e scuola media) in bienni con il terzo biennio (5° elementare e 1° media) caratterizzato da un'organizzazione del sapere di tipo secondario per realizzare la continuità educativa e didattica all'interno di un curricolo unitario e verticale dell'istituto comprensivo. Piani di studio adattati alle specificità degli studenti e dell'istituto sulla base degli ordinamenti vigenti con un tempo-scuola compreso da un minimo di 24/25 ad un massimo di 36 ore di 60', di cui - la parte obbligatoria contenuta nelle 24-26 ore di 60'; - la parte facoltativa di ampliamento del tempo scuola con attività di laboratorio per gruppi di alunni riuniti per interesse, per attitudine e mirati al recupero o all'approfondimento fino ad un massimo di 35/36 ore settimanali. Attuazione dei nuovi curricoli nel primo biennio della scuola elementare a partire dall'a.s. 2002/03 e nel primo biennio della scuola media. Valutazione del percorso di scuola elementare a conclusione del quinto anno in luogo dell'esame di licenza. 2. Secondo ciclo Il secondo ciclo si articola nel sistema dei licei e nel sistema dell'istruzione e formazione professionale. 2.1 Sistema dei LiceiIstituzione dei licei tecnologico, economico e artistico da sperimentare come evoluzione degli istituti tecnici commerciale, industriale e istituto d'arte. Organizzazione e articolazione dei licei in due bienni e in un quinto anno di completamento del percorso formativo con il rafforzamento delle discipline di indirizzo anche in funzione di un passaggio alla Formazione tecnica superiore. Piani di studio adattati alle specificità degli studenti e dell'istituto sulla base degli ordinamenti vigenti con un tempo-scuola che include: - la parte obbligatoria contenuta nelle 25-26 ore di 60' con insegnamento delle materie del curricolo obbligatorio anche raggruppate per aree (area umanistico-linguistica, area logico-matematica, area tecnologica); - la parte facoltativa di ampliamento del tempo scuola con attività opzionali per un monte annuo di 150/200 ore; - introduzione di vere opzionalità (materie a scelta degli studenti), anche all'interno di percorsi "integrati" tra istruzione liceale e percorsi professionalizzanti; - definizione del curricolo del quinto anno (del tutto autonomo dai quattro precedenti). 2.2 Sistema dell'istruzione e della formazione professionale. Organizzazione dell'istruzione professionale con l'attivazione di un quarto anno con possibilità di accedere alla Formazione tecnica superiore e di un quinto anno per l'accesso all'università e con un'articolazione interna tale da garantire un sistema di comunicazione e di passaggio da un indirizzo all'altro tramite la certificazione dei crediti. Integrazione tra l'istruzione, la formazione professionale e il lavoro mediante lo strumento delle "passerelle" attuato in base a quanto stabilito dalla deliberazione della Giunta provinciale n. 6925 del 1999 sul riconoscimento dei crediti acquisiti nei diversi contesti formativi (dell'istruzione, della formazione professionale e del lavoro). Passaggio al quarto anno dell'istruzione professionale per gli allievi della formazione professionale che risultano qualificati e hanno superato un colloquio volto ad effettuare un bilancio dei livelli di apprendimento già documentati nella cartella personale (portfolio) creata per ciascun allievo secondo la metodologia di valutazione adottata nel percorso della formazione professionale, nonché volto alla rilevazione di un giudizio di orientamento che valuti positivamente la possibile scelta di passaggio dell'alunno. Individuazione delle modalità di svolgimento del colloquio con il coinvolgimento sia dei docenti dell'istituto di istruzione professionale sia dei docenti del centro di formazione professionale. 3. Alternanza Scuola - Lavoro. Va progettata, anche tenendo conto di ipotesi approfondite dal Ministero dell'istruzione e attraverso la partecipazione a iniziative attivate dallo stesso, coinvolgendo il settore imprenditoriale, per dare concreto sbocco ai progetti che si articoleranno tenendo presente i seguenti aspetti: - individuare il modello curricolare (studio - lavoro); - preparare gli insegnanti in modo che siano in grado di "fare lezione" secondo modelli di collaborazione con la specificità dell'ambiente impresa e offrendo agli alunni gli strumenti per affrontare l'esperienza lavorativa, anche con il supporto di tutor; - definire il sistema dei crediti; - avviare la sperimentazione in settori che possano dare garanzia di successo; - preparare una adeguata campagna di comunicazione presso i destinatari (ragazzi, famiglie, scuole). torna su (2) La legge n.9 del 1999 che eleva l'obbligo scolastico a 15 anni, prevede che ciò possa avvenire solo nelle scuole di Stato, mentre l'intesa concede anche ai centri di formazione privata questa facoltà. In sede di attuazione poi del protocollo d'intesa, viene elusa anche la sciagurata legge di parità (n. 62 del 10 marzo 2000) voluta dal centrosinistra (sulla quale, è bene ricordarlo, pende un referendum abrogativo), che prevede che il sistema nazionale di istruzione sia "costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali". Con un semplice atto amministrativo infatti quale la circolare applicativa inviata alle scuole dal direttore generale dell'istruzione in Lombardia, Mario Giacomo Dutto, si inseriscono tra gli istituti che hanno facoltà di assolvere l'obbligo scolastico a 15 anni anche gli istituti superiori legalmente riconosciuti. torna su (3) Circolare inviata dal direttore regionale Dutto alle scuole lombarde per l'attuazione del Protocollo dIntesa tra MIUR, Ministero del Lavoro e Politiche Sociali e Regione Lombardia per la sperimentazione di nuovi modelli nel sistema di Istruzione e di Formazione:
(4) Tremonti, sostenuto da Fini, ha detto che le casse dello stato non consentono di affrontare una spesa in tal senso. I cattolici Buttiglione e Giovanardi sono contrari all'ingresso a scuola di bambini prima dei sei anni per ragioni di bottega: l'ingresso anticipato (le cosiddette primine) romperebbe l'attuale monopolio delle scuole cattoliche private che sfruttano in gran parte questa facoltà per attirare iscrizioni, e che si vedrebbero minacciate dalla concorrenza di altre scuole di minor costo. torna su (5) L'art. 3 del decreto interministeriale sulle dotazioni organiche del 2002-2003 recita: "Linsegnamento della lingua straniera è assicurato, prioritariamente, nellambito delle dotazioni organiche, nelle classi del secondo ciclo della scuola elementare. I dirigenti scolastici in conformità delle disposizioni contenute nellart.22, comma 5, della legge n.448/2001, utilizzano i docenti specializzati in servizio nella scuola. In via subordinata possono essere attivati altri posti da finalizzare, ai sensi dellarticolo 4 del decreto ministeriale 28 giugno 1991, alla diffusione di tale insegnamento in ragione di sei o sette classi per ciascun insegnante elementare specialista". Nella circolare esplicativa del 19 febbraio 2002, che accompagna il decreto, il Direttore generale Zucaro ribadisce:
(6) "Una figura centrale nei primi anni di insegnamento elementare, cui faranno riferimento i piccoli alunni e i loro genitori. Si chiama "maestro prevalente" ed è la novità di maggior rilievo prevista dalla riforma della scuola dellinfanzia targata Letizia Moratti che dovrebbe partire nel 2003. Non è un vero ritorno al maestro unico, sostituito con la legge del 1990 da una terna o un poker di insegnanti che ruotano con pari peso su due o tre classi, ma qualcosa di simile. Il "maestro prevalente" sarà quello con cui i bambini, solo nei primi tre anni di elementari, passeranno più tempo. A questa figura saranno affidati gli insegnamenti di base (leggere, scrivere e "far di conto") e i rapporti con i genitori dei bambini. Secondo il progetto di riforma il "maestro prevalente" passerà con gli alunni della prima elementare dalle 20 alle 21 ore delle 30 settimanali, dalle 16 alle 18 in seconda e terza. Per gli ultimi due anni di corso di base la figura diventerà facoltativa, affidando alle singole scuole la scelta se conservarla o meno. Se può apparire un ritorno al maestro tradizionale, in realtà la figura prevista dalla riforma ha anche diversi elementi nuovi che lo rendono molto simile alle caratteristiche di un tutor. Il docente avrà infatti anche il compito di compilare un profilo ("portfolio") dellalunno in cui è registrata lintera crescita scolastica, capirne le qualità e caratteristiche individuali per orientarlo verso i "laboratori" e valorizzarne le specificità personalizzando linsegnamento. I "laboratori" costituiscono unaltra delle novità previste dalla riforma. Nelle ore lasciate "scoperte" dal maestro prevalente, gli alunni si ritroveranno in piccoli gruppi, secondo un accostamento che predilige il grado di competenze dello studente alletà. I laboratori sono previsti fin dal primo anno di età. Anche il tempo scolastico viene rivisto dalla riforma. I programmi attuali non consentono altre opzioni oltre la scelta tempo pieno-tempo normale. Secondo il disegno Moratti lorario dovrebbe diventare flessibile, con una possibilità di oscillazione dalle 27 alle 40 ore. Si potrà cioè scegliere il tempo pieno, con tanto di mensa, ma solo per alcuni giorni della settimana, consentendo quindi il rientro a casa dopo il tempo normale in due o tre giorni". (La scuola elementare cambia: arriva il "maestro prevalente", Il Nuovo, 24 Luglio 2002). torna su
La partita degli organici.
La questione degli organici, cioè dei posti di lavoro di docenti e ATA della scuola pubblica, parte da molto lontano. Anche il precedente governo dell'Ulivo e i ministri Berlinguer-De Mauro hanno operato in una logica di contenimento della spesa, motivandola con le necessità di razionalizzazione e controllo dei conti pubblici. Il governo ora in carica e la ministra Moratti si sono inseriti in questa corrente, e ricorrendo anch'essi alla giustificazione delle esigenze di bilancio, hanno spinto molto più a fondo la lama del bisturi. L'esordio è stato il taglio di 20.000 posti ATA nel settembre 2001, che ha dato esecuzione a un provvedimento predisposto dal precedente governo. I tagli futuri? Uno scambio epistolare tra Moratti e Tremonti dell'estate-autunno 2001, traccia le linee programmatiche di intervento del MIUR (Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca) sul piano dei tagli e dei risparmi, ed è illuminante di alcune importanti e gravi iniziative assunte quest'estate dal ministero dell'istruzione in vista del nuovo anno scolastico (1). Il carteggio testimonia come Moratti si sia allora impegnata con il ministro dell'Economia Tremonti a ridurre la spesa corrente del MIUR intervenendo direttamente sugli organici con una serie di provvedimenti articolati in otto punti (2). Tra i provvedimenti programmati ma non ancora adottati vi è la messa in mobilità di circa 8.000 esuberi di insegnanti tecnico-pratici (ITP), di educazione fisica e di educazione tecnica. Ancor più grave è la volontà di ridurre del 15% gli organici di ogni scuola a favore di contratti d'opera. In questo modo, sotto la parvenza della "libera professione" si sancirebbe la precarizzazione definitiva di un buon numero di docenti, non più coperti dal contratto nazionale ma lasciati in balìa della concorrenza e della discrezionalità dei dirigenti scolastici. I quali avrebbero finalmente anche se solo parzialmente (per ora) la possibilità di scegliersi il personale docente. Chissà poi che le famiglie stesse non siano chiamate a contribuire al finanziamento di questi contratti d'opera! Aldilà di queste considerazioni l'effetto immediato per il Tesoro sarebbe un risparmio del 15% sul costo del personale scolastico, che a detta della Moratti costituisce il 90% del bilancio del MIUR. Tra i provvedimenti indicati nel carteggio Moratti-Tremonti per contenere la spesa vi è anche una nuova definizione dei criteri riguardanti la dimensione delle istituzioni scolastiche, che si ripercuoterà sulla contrazione dei posti. A un anno di distanza è questo uno degli argomenti che sono entrati nella polemica sulla scuola di questa estate, anche se i suoi frutti il governo li potrà cogliere solo a partire dall'a.s. 2003-2004. La rete scolastica nazionale è stata ridisegnata nel 1998-1999 dall'allora ministro Berlinguer di concerto con le Regioni, secondo logiche di risparmio che prevedevano una popolazione studentesca consolidata compresa tra le 500 e le 900 unità. Ciò ha comportato l'accorpamento spesso ardito di numerose scuole che non raggiungevano quelle dimensioni. Oggi la ministra Moratti prevede nuovi criteri secondo una logica di maggiore risparmio. La sottosegretaria Valentina Aprea, in un'intervista al Mattino di Napoli del 4 agosto 2002, annuncia l'intenzione di sanare "gli sprechi e gli automatismi", per reperire tra l'altro le risorse da destinare al finanziamento della mini-sperimentazione della riforma . La stessa Aprea ci informa che il MIUR ha recentemente monitorato "le scuole per evitare uninutile dispersione di risorse", scoprendo che "ci sono realtà scolastiche dove il rapporto alunni-docente è ben al di sotto dei parametri", stabiliti dal ministero in "un docente ogni 9,2 alunni". E aggiunge: "Il monitoraggio è indispensabile per la definizione degli organici per il prossimo anno. Se il numero superiore di docenti non è giustificato, si interverrà". L'applicazione rigida di questi criteri potrebbe portare alla sparizione o all'accorpamento di oltre 2000 scuole, secondo una lista stilata dallo stesso ministero, che include in prevalenza istituti tecnici e professionali, scuole cioè con un numero maggiore di materie (e quindi di insegnanti) rispetto ad esempio a un liceo. Con una nota del 1 agosto il MIUR ha smentito tale iniziativa (3). L'intervista dell'Aprea smentisce la smentita! Aggiungiamo a tutto ciò gli effetti che deriverebbero dall'applicazione della proposta Bertagna di ridurre il tempo scuola a 25 ore settimanali, a partire dal tempo pieno alle elementari (oggi di 40 ore settimanali), e dal tempo prolungato alle medie (in parte come vedremo già tagliati), qualora venisse approvata la legge-delega Moratti che affida al governo il compito di regolamentare questa materia. Il pericolo è tanto più grave se si pensa che tale scelta è già stata compiuta in via sperimentale dalla provincia di Trento, in accordo col governo. I tagli presenti Se questo è ciò che aspetta la scuola pubblica italiana nel prossimo futuro, il presente non è meno problematico e carico di tensioni. Quello che auspichiamo è un atteggiamento da parte dei sindacati scuola radicalmente diverso da quello piuttosto blando e incoerente finora tenuto, CGIL in primis. Con la finanziaria 2002, è stato approvato un piano triennale di riduzione di 34.000 posti di insegnamento in ogni ordine e grado di scuole, di cui 8.500 a partire dall'a.s. 2002-2003, quello che si va ad aprire. Di questi tagli, 2500 riguardano la scuola elementare, 2000 la media e 4000 la superiore. I tagli non comportano licenziamenti, ma l'adozione di una serie di meccanismi e la riduzione di certe attività (4) che, per la carenza degli organici di diritto (di personale cioè di ruolo, o per meglio dire a tempo indeterminato), è possibile effettuare solo con il massiccio ricorso a insegnanti precari. La questione dei precari, come vedremo, è assolutamente centrale nella vicenda degli organici, tanto più che la loro cronica carenza è stimata in circa 100mila posti, a fronte di un precariato spesso decennale. Sempre in Finanziaria 2002, mediante lintroduzione della cosiddetta "esternalizzazione" dei servizi ATA (affidamento in appalto a cooperative o società esterne ad esempio dei servizi di pulizia, manutenzione, ecc.), si prevede un ulteriore taglio la cui entità dipenderà da diversi fattori, ma che i sindacati stimano "in alcune decine di migliaia di posti in breve tempo". Queste prospettive, coniugate con i progetti di controriforma scolastica, hanno dato ulteriore alimento nella primavera scorsa alla mobilitazione di lavoratori della scuola, genitori, studenti. In molte città, da Roma a Napoli, da Palermo a Bari, ecc. si sono formate o si sono allargate e rafforzate reti e coordinamenti di insegnanti, e di insegnanti e genitori. Per la capacità di mobilitazione e l'intervento capillare nelle scuole, nei quartieri e nell'hinterland, si è segnalata la Rete di resistenza a difesa della scuola pubblica di Milano, che oltre a una mailing list gestisce pagine web all'indirizzo http://www.fondfranceschi.it. Queste iniziative di lotta non hanno trovato però una valido e deciso sostegno da parte delle organizzazioni sindacali. Contro i tagli sono stati indetti anche degli scioperi unitari, ma solo a livello locale: particolarmente riuscito quello del 18 marzo in Lombardia, che ha visto una grande adesione di insegnanti e ATA. Ma queste lotte sono state condotte a livello regionale e non nazionale, come le circostanze avrebbero richiesto, dando così segnali contraddittori sia ai lavoratori che alla controparte governativa, che li ha interpretati come segnali di debolezza ed ha quindi mantenuto le sue posizioni di chiusura. La scelta dei sindacati di tenere una condotta blanda, quasi arrendevole, preferendo alla lotta senza quartiere la trattativa in vecchio stile concertativo aveva poche possibilità di successo. E così è stato: il tavolo di confronto sugli organici col ministero, aperto sulla base dello sciagurato protocollo d'intesa del 4 febbraio 2002, si è chiuso praticamente con un nulla di fatto. La CGIL, nel verbale conclusivo (4 luglio 2002), "dichiara la propria insoddisfazione per le decisioni prese dal governo in merito agli organici del personale docente e ATA ed esprime un giudizio negativo in merito ad una conclusione che in molte realtà conferma tagli che colpiscono il diritto allo studio e la qualità dell'offerta formativa" (5). Laddove ci sono stati dei risultati parziali essi sono il frutto "delle numerose mobilitazioni". In realtà, con il tavolo tecnico di confronto sugli organici si è solo perso del tempo prezioso e svilito le energie profuse dai lavoratori della scuola, dagli studenti, dai genitori, che in molte città si erano mobilitati in gran parte autonomamente. Fallita la trattativa il nuovo anno scolastico si apre all'insegna della lotta. In Lombardia le lezioni riprendono il 10 settembre, e si comincia con uno sciopero unitario CGIL-CISL-UIL che interessa circa 1300 scuole, 100mila insegnanti, 25mila ATA, un milione di studenti. Sciopero che prevede l'astensione dal lavoro la prima ora di lezione per gli insegnanti e la prima ora di servizio per gli ATA. In tutta Italia i movimenti sorti dal basso e autorganizzati devono premere sui sindacati perché manifestino quella determinazione che finora è mancata e giungano finalmente alla proclamazione dello sciopero generale, più volte annunciato e mai indetto, contro l'intera politica scolastica del governo, in difesa della scuola pubblica. La situazione dei tagli è se si vuole ancor più grave di quella finora descritta. I tagli agli organici della Finanziaria 2002 probabilmente non hanno dato i frutti sperati: meno insegnanti del previsto si sarebbero lasciati allettare dall'idea di sfondare il proprio orario di cattedra oltre le 18 ore per guadagnare quattro soldi in più (vedi nota 4) e siccome alla presenza degli insegnanti in classe non è possibile rinunciare, alla fine il governo ha pensato bene di concentrare ulteriori tagli sul tempo pieno, sui nuovi posti della scuola dell'infanzia (altrimenti detta scuola materna) a fronte di un aumento delle iscrizioni, e sui progetti contro la dispersione scolastica e per favorire l'accoglienza e il successo scolastico di alunni stranieri. Così, durante i mesi estivi, su tutto il territorio nazionale, si è verificata un'operazione di tagli in quelle direzioni. Con tutti i limiti quantitativi e qualitativi della scuola pubblica, finora è stato garantito lo stanziamento, pur esiguo, di risorse per finanziare distacchi su progetti. Alcuni insegnanti cioè, nelle diverse scuole di ogni ordine e grado, anziché svolgere il lavoro "tradizionale" in aula vengono "distaccati" dalla classe (liberando così un posto per un altro insegnante, spesso precario) e svolgono attività di carattere socio-educativo: facilitare l'apprendimento linguistico degli alunni stranieri, prevenire l'insuccesso formativo, l'abbandono scolastico, ecc. Ora tutto ciò non è più possibile o è fortemente ridimensionato, con grave danno per la qualità dell'insegnamento, con l'abbandono a se stessi di bambini e giovani con difficoltà socio-ambientali, con la drastica riduzione di posti che colpiscono quei lavoratori che coprivano i distacchi. In Lombardia, regione fortemente urbanizzata e interessata da flussi immigratori, questi tagli rendono particolarmente grave la situazione scolastica: a fronte di un aumento di 12.000 unità della popolazione studentesca lombarda, ai circa 1200 posti tagliati con la finanziaria, se ne aggiungono altri 800 che colpiscono i progetti. La questione dei precari Accanto alla contrazione dei posti che, come abbiamo visto, oltre a penalizzare la qualità della scuola pubblica tocca sul piano professionale anzitutto gli insegnanti precari, quest'estate il MIUR, di concerto con il Tesoro, ha proceduto a bloccare sempre per esigenze di bilancio l'assunzione in ruolo di migliaia di precari vincitori di concorso. Era già chiaro in primavera che le 30.000 nuove immissioni in ruolo previste dalle finanziarie degli anni passati e sulle quali esisteva un impegno formale del precedente governo si sarebbero ridotte a 8-9000, nonostante le rassicuranti dichiarazioni stampa sia della Moratti che della sottosegretaria Aprea, che in febbraio garantivano almeno 20.000 assunzioni. Dopo un tira e molla di mesi, fatto di reticenze, dichiarazioni e smentite, si è giunti a fine luglio senza che il governo avesse emanato il decreto autorizzativo delle assunzioni in ruolo, passando direttamente alla fase della nomina delle supplenze (6). Il sindacato si è attivato per chiedere l'effettuazione delle nomine in ruolo in deroga al termine fissato dal ministero stesso per il 31 luglio e comunque per ottenere a favore del personale interessato la garanzia di tutti benefici giuridici ed economici, e ha promosso al contempo iniziative legali a tutela dei diritti e degli interessi dei lavoratori, a partire da un atto di diffida al governo. Questa vicenda indecorosa si intreccia con quella dei ricorsi al Tar del Lazio, che a detta di sindacati, dirigenti scolastici e funzionari locali, organi di stampa, ecc. mette seriamente a rischio il regolare avvio dell'anno scolastico in tutta Italia. Il ministero, aldilà dell'oggettività dei fatti, continua a dirsi tranquillo e sicuro di fronte a una situazione che giudica gestibile e ristretta a poche centinaia di casi. E' un fatto però che se in Lombardia si comincia con uno sciopero, in Campania e Sicilia si paventa il rinvio dell'inizio delle lezioni. In Sicilia addirittura si è prodotta una mini-crisi nella maggioranza del governo regionale tra FI e AN dopo che l'assessore all'istruzione Granata (AN) aveva deciso lo slittamento dell'apertura delle scuole al 30 settembre anziché il 17. L'intervento mediatore del presidente Cuffaro (FI) affida ai singoli istituti scolastici la decisione sulla data di riapertura. E' un fatto inoltre che tutti i giornali hanno dedicato ampio risalto alla vicenda, soprattutto nei giorni 22-23 agosto, tanto che c'è chi definisce il 23 "una giornata particolare per la scuola". Ma vediamo per gradi cosa ha determinato e fatto esplodere alla fine dell'estate "il caso scuola". Tutto ha inizio il 14 giugno scorso, quando il Tar del Lazio, accogliendo il ricorso di alcuni precari, blocca la circolare ministeriale che permette ai corsisti delle scuole di specializzazione universitaria (i cosiddetti "sissini", dall'acronimo delle scuole di specializzazione in questione) di cumulare ai 30 punti previsti per legge anche i periodi di supplenza effettuati come tirocinio. In questo modo, molti precari con svariati anni di servizio alle spalle si vedevano superati dai corsisti nella formazione delle graduatorie provinciali delle supplenze. Il MIUR rimette mano alle graduatorie, ma senza rispettare appieno il dettato della sentenza del Tar, specie per quel che riguarda il cumulo del punteggio. A questo punto parte un numero più consistente di ricorsi a opera dei precari storici. Il 20 agosto una seconda sentenza del Tar ribadisce l'obbligo della revisione delle graduatorie, in cui si trovano i corsisti. Operazione che a fronte di qualche centinaia di "sissini" interessa circa 40mila precari. E' chiaro a questo punto l'allarmismo che si produce a 10 giorni dalla riapertura delle scuole! (espressione impropria, perché che le lezioni riprendano il 10 o il 17, gli insegnanti ricominciano il 1 settembre, mentre le scuole non chiudono mai e gli ATA, a turno, sono sempre al lavoro). Allarmismo aggravato dalla decisione del ministero di non rivedere le graduatorie e di appellarsi al Consiglio di Stato. Ma secondo Natale Finocchiaro, preside in un istituto commerciale di Roma, "il consiglio di Stato, bene che vada, non si esprimerà prima di un paio di mesi. Andrà a finire che verranno confermati i supplenti ma in via provvisoria, in attesa della sentenza. Poi si vedrà. Il modo peggiore di cominciare" (vedi Repubblica, 24 agosto 2002). Rincara la dose Ignazio Sarlo, preside di una scuola media della cintura di Torino, che afferma "Non siamo ancora in grado di valutare l'impatto dell'azzeramento delle nomine". Responsabile della confusione è "l'insipienza del ministero che poteva intervenire in tempo per sanare e correggere le graduatorie, perché la prima sentenza del Tar del Lazio risale a giugno [...] Adesso ci sono persone scavalcate da altre che non avevano diritto, le quali sono già state nominate per la supplenza annuale. Un vero rebus che si somma ai tagli di cattedre già fatti dalla Moratti. S'avvicinano giorni incandescenti". (Repubblica, 24 agosto 2002). La bacchettata forse più forte alla Moratti viene nientedimeno che dal sindacato Gilda, vicino agli ambienti del ministero e particolarmente alla sottosegretaria Aprea, per bocca del coordinatore nazionale Alessandro Ameli, che afferma: "Anche in presenza del ricorso al Consiglio di Stato, il ministero dell'Istruzione deve provvedere immediatamente all'aggiornamento delle graduatorie dei docenti in attesa di assegnazione dell'incarico", e giudica "incomprensibile l'ostinazione a non voler modificare le graduatorie permanenti" (7). Tra i molteplici risvolti di questa faccenda ci sembra interessante quello colto da Giunio Luzzatto, ex direttore dei corsi di abilitazione all'insegnamento dell'Università di Genova, che sostiene: "E' difficile comprendere se le azioni ministeriali siano state determinate da insipienza o da deliberata volontà di nuocere, da colpa o da dolo. E' certo che qualcuno vuol far apparire ingestibile il sistema delle graduatorie, in linea con le posizioni di chi vorrebbe puntare ad una discrezionalità dei Presidi nel chiamare, per le supplenze, personale a propria scelta" (Vedi Repubblica, 23 agosto 2002). Come si vede una guerra tra poveri, sulla quale il governo inserisce i suoi giochi e le sua furbesca arroganza, allo scopo di screditare sempre più il sistema scolastico pubblico e di aprire nuovi solchi tra i lavoratori, lasciati senza diritti (con le mancate assunzioni) e messi gli uni contro gli altri. Solo con il mantenimento dell'unità e la compattezza dei lavoratori della scuola, già manifestata in precedenti occasioni, e la ripresa su vasta scala delle mobilitazioni, alle quali i sindacati e in primo luogo la CGIL devono dare un apporto sostanziale e deciso, si potrà sperare di stoppare il governo nella sua opera sistematica di demolizione della scuola pubblica.
Note (1). Questo scambio di missive è trapelato su un paio di giornali ed è apparso poi su alcuni siti sindacali. In una lettera protocollata a Moratti e Frattini del 9 novembre 2001 (Prot. n. 10567), Tremonti si sentiva obbligato a "evidenziare un tendenziale andamento crescente delle dotazioni organiche del personale del Ministero dellistruzione" e si appellava al rispetto "dellimpegno assunto dal Governo di contenere la spesa corrente". Pertanto richiamava Moratti a dare luogo "alle iniziative compendiate in otto punti nella lettera del Ministro dellistruzione in data 2 agosto 2001, indirizzata a me e al Ministro per la funzione pubblica". In quella lettera infatti, Moratti illustrava le linee della programmazione triennale (2000-2003) delle dotazioni organiche della scuola. Dopo aver giustificato la necessità di incrementare le assunzioni [sic!] per coprire gli oltre 100.000 posti vacanti tra docenti e ATA (di cui 40.000 autorizzati per il 2000-2001 e 37.700 richiesti per il 2001-2002) immettendo "sia pure gradualmente" in ruolo i vincitori del concorso del 1999, si impegna o onorare il contenimento della spesa con una serie di provvedimenti i più importanti dei quali sono riportati nell'articolo. Un impegno formale del ministero coi sindacati avrebbe dovuto portare all'immissione in ruolo di 30.000 lavoratori, docenti e ATA, nel corso dell'a.s. 2002-2003, per sanare parzialmente i 60.000 posti a tutt'oggi ancora vacanti. torna al testo (2) I provvedimenti indicati nella lettera del 2 agosto sono: 1. la ridefinizione dei criteri di dimensionamento delle istituzioni scolastiche, dintesa con le Regioni e con gli Enti locali; 2. la promozione della mobilità professionale e intercompartimentale del personale appartenente a ruoli che presentano situazioni di esubero (per esempio: insegnanti tecnico pratici, docenti di educazione tecnica e di educazione fisica). Le posizioni di esubero ammontano a oltre 8.000 unità; 3. la destinazione di una quota percentuale dellorganico di ciascuna istituzione scolastica (tale percentuale potrebbe corrispondere alla "quota locale" del curricolo che il DPR n. 275/99 quantifica nel 15% dellorario complessivo settimanale) preferibilmente a contratti dopera; 4. la trasformazione, per i docenti dellistruzione secondaria, dellorario di cattedra in "orario annuale di lavoro" rispetto al quale dovrebbero essere previste, ove necessarie, prestazioni aggiuntive obbligatorie, da retribuire in eccedenza, e il consequenziale contenimento delle supplenze brevi; 5. la razionalizzazione delle classi di concorso per una utilizzazione ottimale del personale; 6. la ridefinizione del profilo professionale dellassistente tecnico e della funzione docente dellinsegnante tecnico pratico, creando le condizioni per eliminare o ridurre i tempi di compresenza; 7. la riduzione del numero dei docenti "specialisti" (circa 11.000) impegnati nellinsegnamento delle lingue straniere nella scuola elementare facendo ricorso in misura più ampia alla formazione del personale e favorendo il reclutamento di docenti che abbiano superato la prova di lingua straniera; 8. la ridefinizione dei compiti e dei ruoli del personale Ata, nel quadro dellautonomia degli istituti, attraverso un miglior impiego delle tecnologie informatiche e lesternalizzazione delle funzioni strumentali. torna al testo (3) "Quanto a notizie di stampa su una presunta chiusura di 2000 scuole, il Ministero precisa che si tratta di notizie destituite di ogni fondamento". Comunicato stampa del MIUR, 1 agosto 2002. torna al testo (4) I tagli degli organici si effettuano in vario modo. Una circolare ministeriale del febbraio scorso indica, tra gli altri, i seguenti (vedi circ. n. 16, del 19 febbraio 2002, con relative indicazioni operative del Direttore Generale del MIUR, Zucaro):
(5) Il confronto governo-sindacati ha dato come unico risultato l'istituzione di nuovi posti in organico di fatto, cioè la possibilità per un anno di derogare dalle cifre prestabilite affidando dei pacchetti di posti ad ogni regione (ad esempio 220 in Lombardia). Ben misera cosa, visto che questi pacchetti sono garantiti solo per l'a.s. 2002-2003, sono esigui (basti dire che il funzionario ministeriale della Lombardia ne chiedeva il doppio di quelli ricevuti) e i loro effetti compensativi sono totalmente annullati, come si è visto, dal taglio dei progetti. torna al testo (6) Da una nota della CGIL del 17 luglio 2002 si apprende che quello stesso giorno, in un incontro coi sindacati "il Direttore Generale del Personale ha reso noto che non sono più possibili assunzioni a tempo indeterminato entro il 31 luglio. Le ragioni sono da addebitare al ritardo nellemanazione del Decreto della Presidenza del Consiglio contenente il contingente di posti su cui effettuare le assunzioni, ritardo dovuto a verifiche finanziarie imposte dal Ministero dellEconomia. Effettuare le assunzioni a tempo indeterminato dopo il 31 luglio significa che avranno solo la decorrenza giuridica in questo anno scolastico, mentre la presa di servizio e la decorrenza economica avranno effetto dallanno scolastico 2003/04". Così commenta il sindacato: "La decisione di non assumere o di assumere in modo limitato rispetto agli oltre 100.000 posti vacanti è una scelta sbagliata che produce risparmi irrisori per lo Stato (comunque si devono pagare i supplenti), danneggia i lavoratori che hanno maturato il diritto allassunzione, aumenta il precariato e dequalifica la scuola pubblica. È, inoltre, inaccettabile che il Governo non sia in grado di rispettare le scadenze che esso stesso si è dato: il decreto Moratti (poi convertito nella legge 333/01) un anno fa ha introdotto la scadenza del 31 luglio per concludere le operazioni di utilizzazione e assunzione del personale. In un anno lamministrazione non è stata in grado di riorganizzarsi e di coordinarsi con il Ministero dellEconomia ed ora le conseguenze le pagano tutti i precari che saranno assunti solo con decorrenza giuridica e non anche economica". torna al testo (7) Riportiamo integralmente l'intervento del coordinatore della Gilda, reperibile insieme a quelli di altri esponenti politici di maggioranza e di opposizione, su una rubrica web della CGIL-scuola del 24 agosto (http://www.cgilscuola.it/rubriche/politica/23_agosto.htm): "Anche in presenza del ricorso al Consiglio di Stato, il ministero dell'Istruzione deve provvedere immediatamente all'aggiornamento delle graduatorie dei docenti in attesa di assegnazione dell'incarico. E' quanto sostiene, in sintesi, il coordinatore nazionale del sindacato della scuola Gilda, Alessandro Ameli in una nota nella quale giudica 'incomprensibile' quella che definisce 'l'ostinazione' del ministero dell'istruzione 'a non voler modificare le graduatorie permanenti. Secondo Ameli lo stesso ministero, in riferimento alle recenti sentenze del Tar, ha ripetutamente affermato che si tratta di pochi casi isolati, ma se ciò è vero allora perché non si provvede rapidamente a sanare la situazione e a ripristinare la situazione di diritto così come la sentenza del Tar Lazio ha sancito? Sentenza che al contrario di quanto affermato da alcuni non è una normale sentenza di un qualsiasi TAR regionale, ma ha valore 'erga omnes', il giudice regionale infatti non si è limitato a dare ragione ai ricorrenti, ma ha parzialmente annullato la circolare ministeriale n. 69 per la parte che consentiva il cumulo di punteggi. In pratica - a parere del leader della Gilda - tutti gli atti conseguenti alla applicazione della circolare annullata sono da considerare nulli e questo vale per tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalla volontà del ministero. In teoria - afferma ancora Ameli - tutte le graduatorie dovrebbero essere rifatte, seguendo la normale procedura e almeno formalmente anche tutte le nomine già fatte andrebbero rifatte, anche quelle di candidati non interessati a modifiche di posizione in graduatoria. A dover risolvere il problema non è solo il ministero, lo sono anche i dirigenti scolastici regionali e provinciali ed i capi di istituto che sono in ultima istanza coloro che debbono firmare i decreti di assunzione. Alcune regioni oltretutto avevano già opportunamente disatteso le indicazioni della circolare ministeriale n. 69, palesemente illegittima, ed avevano correttamente applicato i criteri dettati dalla prima sentenza del Tar Lazio, così è stato in Sardegna e in Basilicata, così sembra si apprestano a fare Sicilia e Campania. A complicare la faccenda c'è il fatto che la mancata applicazione di una sentenza del TAR è un reato penale e i dirigenti scolastici periferici e i presidi saranno disponibili ad incorrere nel rischio di una condanna penale per far contento il ministero? L'allarme della Associazione nazionale presidi nasce evidentemente proprio da questa preoccupazione. Il ricorso al Consiglio di Stato per di più non modifica la situazione, la sentenza del Tar Lazio è immediatamente esecutiva e va applicata se poi il ministero dell'istruzione avrà ragione ci sarà sempre la possibilità dei ricorsi al giudice ordinario per gli eventuali danni dei singoli e il caos sarà totale, oppure il Consiglio di Stato, come è prevedibile darà torto al Ministero, che si troverà ad anno scolastico iniziato a dover rifare tutto daccapo creando a questo punto danni pesanti e disagi agli studenti. La soluzione più logica e meno dolorosa è che il Ministro dia seguito alla sentenza con rapidità, colmando il vuoto normativo determinatosi, i tempi ci sono ancora. D'altronde non si governa la cosa pubblica con l'ostinazione determinata, quando sono in ballo gli interessi di molti, soprattutto degli studenti, è necessario ricorrere alla forza dell'umiltà".
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