GUERRA USA CONTRO L’IRAQ: LETTERA APERTA AL SEGRETARIO GENERALE DELL'ONU

La lettera che segue (di cui diamo il testo integrale nella traduzione italiana), è stata promossa dagli intellettuali americani Edward S. Herman, Anthony Arnove, Rahul Mahajan e David Peterson, e sta attualmente circolando per la firma.

Lettera aperta al Segretario Generale dell’Onu Kofi Annan e ai rappresentanti degli Stati membri , sulla intenzione dichiarata degli Stati Uniti di compiere una aggressione contro l’Iraq

Signore e Signori,

benché il governo americano progetti apertamente una guerra contro l’Iraq, i funzionari delle Nazioni Unite non hanno né parlato contro né intrapreso alcuna azione che possa impedire agli Stati Uniti di imbarcarsi in questa strada violenta.

Le Nazioni Unite furono create esplicitamente per "salvare le generazioni future dal flagello della guerra" (Preambolo, Carta dell’ Onu) e "per prendere misure collettive efficaci per prevenire ed eliminare le minacce alla pace …" (Articolo 1, 1). La Carta dell’Onu condanna gli attacchi unilaterali ad altri paesi se non giustificati dall’autodifesa, riferita alla necessità di respingere un attacco in corso o chiaramente imminente. Altrimenti, è obbligatorio ottenere l’approvazione del Consiglio di Sicurezza per qualunque azione militare di questo tipo.

Quando un paese semplicemente si arroga il diritto di rimuovere un regime che disapprova con la forza delle armi, questa è aggressione, definita dal rappresentante Usa ai processi di Norimberga, Robert Jackson, come "il crimine internazionale supremo che differisce da altri crimini di guerra per il fatto che contiene in sé il male accumulato dell’insieme."

La recente affermazione degli Usa di un diritto a intraprendere attacchi "preventivi" contro stati, compreso l’Iraq, non evita queste considerazioni – è un’altra espressione di una intenzione di violare il diritto internazionale.

Le affermazioni relative alla ricerca o all’effettivo possesso da parte dell’Iraq di "armi di distruzione di massa" (WMD) non possono giustificare un attacco Usa, più di quanto un attacco iracheno agli Stati Uniti potrebbe essere analogamente giustificato sulla base del possesso di tali armi da parte degli Usa (e di una assai maggiore minaccia del loro impiego).

Le risoluzioni esistenti che affrontano questo argomento, come la risoluzione 687 del Consiglio di Sicurezza, non danno agli Stati Uniti il diritto di lanciare un attacco senza una autorizzazione specifica del Consiglio di Sicurezza. L’idea che gli Stati Uniti siano minacciati dal presunto possesso di WMD da parte dell’Iraq è insostenibile. Non ci sono prove che l’Iraq possieda sistemi di lancio a lunga gittata, o che la sua leadership sia così irrazionale da progettare azioni che scatenerebbero tutta la forza della potenza militare americana sul loro paese.

Gli Stati Uniti inoltre non hanno le mani pulite su questo argomento, dato che assieme alla Gran Bretagna facilitarono l’acquisizione e l’impiego da parte dell’Iraq di WMD negli anni ’80 – compresa la fornitura da parte degli Usa di materiale seminale di alta qualità per l’antrace e altre malattie mortali – quando l’Iraq stava combattendo una guerra contro l’Iran e serviva gli interessi degli Usa.

Gli Stati Uniti hanno inoltre compromesso il lavoro della Commissione speciale dell’Onu per le ispezioni sugli armamenti (UNSCOM), usandola a fini di spionaggio e ritirandola in previsione del bombardamento Usa sull’Iraq del dicembre 1998.

Più di recente, gli Stati Uniti, mentre cercano di difendere la loro giustificazione logica per andare alla guerra, hanno respinto seccamente offerte dall’Iraq di negoziare la riammissione degli ispettori.

Sotto una forte pressione da parte di Usa e Gran Bretagna, le Nazioni Unite hanno imposto e mantenuto sanzioni all’Iraq negli ultimi 12 anni nel presunto interesse di impedire all’Iraq di acquisire WMD.

Ma il prezzo di queste sanzioni è stato pagato da milioni di civili innocenti, non dal regime o dai suoi leader. L’embargo ha reso difficile per l’Iraq riprendersi dalla guerra del Golfo del 1991, indebolendo la sua capacità di ricostruire i sistemi per lo smaltimento e il trattamento delle acque designati come obiettivi e distrutti dai bombardamenti Usa.

Quei bombardamenti intenzionali hanno violato l’articolo 54 del Protocollo addizionale alla Convenzione di Ginevra del 1977.

Benché l’allora Presidente George Bush affermasse nel 1991 che "noi non vogliamo … punire il popolo iracheno per le decisioni e le politiche dei suoi leader .. (e) stiamo facendo il possibile e con grande successo per ridurre al minimo i danni collaterali " (New York Times, 6 febbraio 1991), gli effetti necessariamente devastanti di tali bombardamenti sui civili furono compresi all’epoca e in effetti voluti dai pianificatori Usa.

Il Washington Post scrisse poco dopo la guerra che "i pianificatori adesso dicono che la loro intenzione era quella di distruggere o danneggiare impianti di gran valore che Baghdad non potesse riparare senza un aiuto dall’estero" (23 giugno 1991). Non si sa se queste comprendessero gli impianti per il trattamento delle acque, la cui mancanza si capì "avrebbe portato, se non a epidemie, a maggiori incidenze di malattie" (Defense Intelligence Agency, "Iraq Water Treatment Vulnerabilities", 21 gennaio 1991, citato in Thomas Nagy, "The Secret Behind the Sanctions: How the U.S. Intentionally Destroyed Iraq’s Water Supply", The Progressive, settembre 2001).

Distruggere questi impianti e impedire la loro riparazione avrebbe dato un maggiore potere di contrattazione ,intensificando gli effetti sfavorevoli delle sanzioni sul benessere dei civili .

Come messo in evidenza nel recente rapporto di oltre 12 gruppi religiosi e per i diritti umani, "Iraq Sanctions: Humanitarian Implications and Options for the Future" (6 agosto 2002), "I protocolli del 1977 alle Convenzioni di Ginevra sul diritto bellico comprendono un divieto di assedi economici contro i civili come metodo di guerra." Nelle loro azioni rispetto all’Iraq, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, e le Nazioni Unite hanno violato queste leggi di guerra in un modo che non ha precedenti nella storia.

In un articolo su Foreign Affairs ("Sanctions of Mass Destruction", 78: 3, maggio-giugno 1999), John e Karl Mueller sostengono che "le sanzioni economiche possono benissimo essere state una causa essenziale della morte di più persone in Iraq di quante siano state uccise da tutte le cosiddette armi di distruzione di massa in tutta la storia." L’UNICEF ha documentato un aumento del tasso mortalità infantile sotto i cinque anni in Iraq dal 56 al 131per mille negli anni delle sanzioni che vanno dal 1990 al 1998, con un tributo di vite di bambini stimato in diverse centinaia di migliaia.

Dopo aver contribuito a queste morti di massa attraverso una guerra economica, le Nazioni Unite ora rimangono in silenzio di fronte a una guerra di aggressione contro l’Iraq apertamente pianificata.

La guerra sarà sanguinosa e avrà ripercussioni molto più ampie, potenzialmente disastrose. Se il Segretario Generale e i membri delle Nazioni Unite non alzano la voce, non si oppongono, e tentano di fermare quella che sarebbe una aggressione flagrante, non sarà chiaro che le Nazioni Unite non sono una istituzione che serve a impedire la guerra ma piuttosto uno strumento politico degli Stati Uniti e di alcuni loro alleati?

Esortiamo il Segretario Generale e i membri delle Nazioni Unite ad agire adesso o a essere condannati come complici di aggressione, nel disprezzo sia del chiaro linguaggio della Carta dell’Onu che dei desideri della vasta maggioranza dei popoli del mondo.

DUE NUOVI RAPPORTI SULLE SANZIONI ALL’IRAQ

di Ornella Sangiovanni

Sono stati pubblicati di recente due rapporti sulle sanzioni all’Iraq.

I. Il primo, dal titolo "Iraq Sanctions: Humanitarian Implications and Options for the Future" (Sanzioni all’Iraq: implicazioni umanitarie e opzioni per il futuro), è uscito simultaneamente a New York, Londra, Parigi e Berlino il 6 agosto scorso, in coincidenza con il 12° anniversario dell’imposizione delle sanzioni all’Iraq.

Redatto da un gruppo di 12 Ong, del quale fanno parte il Global Policy Forum, il Mennonite Central Committee, il Quaker UN Office, Fellowship of Reconciliation, l’ Arab Commission for Human Rights e Save the Children UK, il rapporto – 55 pagine provviste di accurate note e riferimenti – analizza in dettaglio le sanzioni economiche che da 12 anni colpiscono l’Iraq, esaminandone i gravissimi effetti sulla situazione umanitaria della popolazione civile e le responsabilità internazionali, per concludere con alcune raccomandazioni per il superamento della situazione attuale.

Particolarmente duro, nella parte relativa alle responsabilità, l’attacco al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Anche se il governo iracheno ha una gran parte di responsabilità per la sofferenza della sua popolazione – dice il rapporto - il Consiglio di Sicurezza è in chiara violazione dei suoi obblighi in base al diritto internazionale "specialmente per il fatto di non aver protetto i bambini che hanno sofferto in modo sproporzionato sotto le sanzioni."

"Il Consiglio di Sicurezza ha commesso violazioni sia procedurali che sostanziali, non conducendo valutazioni periodiche sull’impatto umanitario delle sanzioni, e violando direttamente diversi diritti importanti, compreso il diritto dei bambini alla protezione e lo stesso diritto alla vita."

Un duro attacco anche a Stati Uniti e Gran Bretagna "che usano il loro potere di veto [all’interno del Consiglio] per prolungare le sanzioni" e che "hanno una particolare responsabilità nel perpetuare le sanzioni contro i desideri della grande maggioranza dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza".

Secondo gli estensori del rapporto, è la sofferenza della popolazione civile irachena che deve avere la priorità: il Consiglio di Sicurezza non dovrebbe continuare a perseguire obiettivi di controllo degli armamenti attraverso un meccanismo che esige un tributo umano così alto.

Quanto alla sofferenza della popolazione, essa non è stata sostanzialmente migliorata dal programma Oil for Food, che è oggetto di una discussione dettagliata, come pure le cosiddette "sanzioni intelligenti".

Il programma – si legge nel rapporto - non ha risolto la crisi umanitaria, e tanto meno fornito una soluzione a lungo termine per l’Iraq. Esso non ha migliorato a sufficienza la situazione alimentare e sanitaria degli iracheni, che continuano a soffrire di condizioni drasticamente peggiori di quelle del periodo precedente le sanzioni.

Anche la risoluzione 1409 (2002) approvata di recente (vedi Notizie dal Ponte no.6) è largamente inadeguata come soluzione alla crisi irachena, mentre una disputa sui meccanismi per i prezzi del greggio ha ridotto drasticamente i fondi del programma umanitario. Tutto questo, in un momento in cui Stati Uniti minacciano di attaccare l’Iraq e imporre un cambio di regime.

Secondo gli autori del rapporto, una soluzione della crisi irachena deve essere basata su un accordo globale fra le Nazioni Unite e il governo dell’Iraq che affronti molti problemi importanti e collegati fra loro.

Dal canto loro le Nazioni Unite dovrebbero iniziare con cinque provvedimenti:

  1. Togliere le sanzioni economiche totali
  2. Eliminare l’escrow account [è il conto bancario vincolato sotto supervisione Onu in cui l’Iraq deve depositare i fondi che provengono dalle vendite del suo petrolio NdR]
  3. Ripristinare il libero commercio (fatta eccezione per le merci a carattere militare)
  4. Permettere gli investimenti stranieri in Iraq e
  5. Sbloccare i fondi iracheni congelati all’estero in modo da permettere al paese di normalizzare le sue relazioni economiche con l’esterno.

Al tempo stesso occorrerà reintrodurre un vigoroso monitoraggio sugli armamenti, per assicurare il disarmo ed eliminare la produzione di programmi per armi di distruzione di massa e completare il disarmo dell’Iraq con approcci regionali al disarmo, in particolare l’eliminazione di armi di distruzione di massa (e programmi relativi) negli altri stati della regione.

Inoltre, se l’Iraq deve tornare alla normalità e se deve essere persuaso a dare il suo consenso ad accordi internazionali, esso deve essere liberato da una pressione militare costante, da minacce e intimidazioni.

Le decisioni del Consiglio di Sicurezza, conclude il rapporto, non una azione unilaterale da parte di una o due potenze, devono prevalere.

Per il testo integrale del rapporto: http://www.globalpolicy.org/security/sanction/iraq1/2002/paper.htm

II. "Iraq, Sanctions and the War on Terrorism" (L’Iraq, le sanzioni e la guerra al terrorismo), pubblicato il 9 agosto scorso, è un Policy Paper della CAFOD (Catholic Agency for Overseas Development – Agenzia Cattolica per lo sviluppo estero).

Esso contiene per cominciare una dura critica al nuovo meccanismo delle sanzioni introdotto con la risoluzione 1409 (2002) approvata dal Consiglio di Sicurezza il 14 maggio 2002 (vedi Notizie dal Ponte no.6).

I cambiamenti al meccanismo delle sanzioni introdotti 10 settimane fa – scrive il rapporto – stanno sortendo l’effetto contrario a quello dichiarato: rendere più difficile per Saddam Hussein procurarsi armi di distruzione di massa, alleggerendo l’impatto delle sanzioni sulla popolazione irachena. Il risultato della nuova politica di sanzioni sono carenze che colpiscono ogni aspetto della vita del popolo iracheno: - le famiglie, le strutture per l’istruzione, la produzione agricola e l’industria.

Secondo il rapporto, con il nuovo meccanismo introdotto in maggio, il numero di merci considerate "a duplice uso" [civile e militare NdR] è raddoppiato. L’elenco di queste merci è di ben 332 pagine e comprende scaldabagni, turbine, pompe, compressori, cavi, trasformatori e altri articoli vitali per la manutenzione delle forniture elettriche irachene. Anche i prodotti chimici e le attrezzature per il trattamento delle acque sono vietati.

"Le interruzioni di elettricità sono particolarmente pericolose in strutture come ospedali e impianti per il trattamento delle acque", dice il rapporto, aggiungendo che l’Iraq attualmente opera a meno della metà delle sue necessità energetiche.

Mentre il programma Oil for Food non funziona, sostiene il CAFOD, "Le sanzioni imposte all’Iraq (…) hanno provocato sofferenze indicibili a milioni di persone – fisiche, mentali e culturali (…)

Gli effetti delle sanzioni – anche se venissero tolte oggi – si farebbero certamente sentire per molti anni a venire. Sono impressi in modo indelebile nella psiche degli iracheni. Una nazione un tempo prospera – che ha le seconde riserve petrolifere del mondo – viene sistematicamente de-sviluppata, privata delle sue competenze e ridotta alla povertà".

Le conclusioni del rapporto denunciano con forza la prospettiva di una azione militare contro l’Iraq.

"Il pericolo di una azione unilaterale, sotto forma di un attacco preventivo da parte degli Stati Uniti (forse con il sostegno della Gran Bretagna) non può essere sottovalutato. Sarebbe difficile immaginare un modo più efficace di infliggere ulteriori devastazioni a un paese già devastato – e di creare una grave crisi umanitaria con centinaia di migliaia di vittime innocenti."

CAFOD – che ha sede in Gran Bretagna - ha iniziato a lavorare in Iraq, assieme all’agenzia-sorella francese Confrerie de la Charité, durante la guerra del Golfo. Negli ultimi cinque anni si è occupata principalmente di programmi di nutrizione rivolti in particolare ai gruppi vulnerabili, come i bambini e i neonati affetti da malnutrizione.

Per il testo integrale del rapporto: http://www.cafod.org.uk/policy/iraq_sanctions20020809.shtml

IRAQ: ECONOMIA IN REGRESSO NEL 2002

Malgrado la consistenza delle riserve petrolifere del paese, i dati dicono che nel 2002 l’economia irachena ha fatto passi indietro. Il Prodotto Nazionale Lordo si è ridotto del 6% lo scorso anno e probabilmente si ridurrà ancora quest’anno, secondo le previsioni dell’Economist Intelligence Unit.

Ciò significa che per i 23 milioni di iracheni il reddito pro capite è oggi inferiore a quello che era tre anni fa.

Ad aggravare le prospettive sfavorevoli è il tasso di inflazione, che è attualmente al 50% l’anno: un miglioramento rispetto al 100% di cinque anni fa, ma pur sempre un pesante salasso del potere d’acquisto.

Secondo il Dipartimento all’Energia Usa, la produzione petrolifera media irachena lo scorso anno è stata di 2,45 milioni di barili al giorno. Il periodico specializzato Middle East Economic Survey ha scritto di recente che quest’anno la produzione è stata sinora inferiore ai 2 milioni di barili al giorno.

Gli esperti ritengono che oggi l’Iraq sia in grado di produrre circa 2,8 milioni di barili al giorno: cifra di molto inferiore ai 3,5 milioni di barili del luglio 1990, prima dell’invasione del Kuwait.

Per aumentare la produzione il paese avrebbe bisogno di ammodernare la sua industria estrattiva, che ancora porta le conseguenze dei danni subiti durante la guerra del Golfo: cosa che è resa assai difficile dalle sanzioni economiche tuttora in vigore.

BAKER: USA CHIEDANO RISOLUZIONE ONU SULL’IRAQ

New York, 25 agosto 2002 – Gli Stati Uniti non dovrebbero attaccare l’Iraq senza un sostegno internazionale, e dovrebbero chiedere una risoluzione dell’Onu "semplice e diretta" che imponga all’Iraq ispezioni "invasive" sugli armamenti, con la minaccia di una azione militare in caso di inadempienza.

E’ la proposta di James A. Baker III, Segretario di Stato Usa sotto la presidenza di Bush padre, che ne scrive sul New York Times.

Baker, favorevole all’uso della forza militare, che definisce "l’unico modo realistico per provocare un cambiamento di regime in Iraq", scrive tuttavia che "anche se gli Usa potrebbero certamente vincere, dovremmo fare del nostro meglio per non farlo da soli, e il Presidente dovrebbe rifiutare i consigli di coloro che lo consigliano in questo senso." Questo perché – prosegue – "i costi in tutti i campi sarebbero assai maggiori, come pure i rischi politici, sia interni che internazionali, se finissimo per farlo da soli o assieme a uno o due altri paesi soltanto."

Secondo Baker, gli Usa "dovrebbero sostenere l’adozione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di una risoluzione semplice e diretta che ordini all’Iraq di sottoporsi a ispezioni invasive in qualunque momento, in qualsiasi luogo, senza eccezioni, e che autorizzi tutti i mezzi necessari per imporla."

ARCIVESCOVO DI CANTERBURY: OPINIONE PUBBLICA SI MOBILITI CONTRO LA GUERRA

Londra, 25 agosto 2002 – La mobilitazione dell’opinione pubblica può impedire una guerra contro l’Iraq.

Lo ha dichiarato il nuovo arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, intervenendo a un festival d’arte cristiano a Cheltenham.

"Penso che già nelle ultime due o tre settimane abbiamo visto uno spostamento piuttosto significativo in quella che si pensava fosse una corsa automatica verso la guerra", ha detto Williams, aggiungendo che coloro che sono contrari a una azione militare hanno "una straordinaria opportunità" ora che le divisioni e la mancanza di chiarezza nella politica americana sono diventate più chiare.

"E’ chiaro che l’opinione pubblica qui e negli Stati Uniti può cambiare, sta cambiando e può cambiare ancora", ha detto fra gli applausi di fronte a centinaia di presenti. Gli organizzatori del festival stanno pensando di lanciare una petizione contro la guerra fra i 10.000 partecipanti al festival da consegnare al Primo Ministro Tony Blair.

Fonte: Sunday Times

SONDAGGIO USA: CALA SOSTEGNO A GUERRA IRAQ

Washington, 23 agosto 2002 – Cala notevolmente il sostegno degli americani a una azione militare contro l’Iraq. Secondo i risultati di un sondaggio Gallup, l’appoggio all’impiego di truppe di terra per rimuovere Saddam Hussein è sceso al 53% dal 74% del novembre 2001. Inoltre solo il 20% degli americani appoggerebbe un attacco condotto senza sostegno internazionale, mentre il 75% è contrario.

Fonte: Usa Today

BLIX (UNMOVIC): DISARMO IRAQ PRIMO PASSO PER DISARMO MEDIO ORIENTE

Cairo, 22 agosto 2002 – Lo smantellamento delle armi di distruzione di massa dell’Iraq deve essere un primo passo verso la creazione di una zona libera da armi di distruzione di massa in tutto il Medio Oriente.

Lo ha dichiarato il capo dell’UNMOVIC – Hans Blix – in una intervista alla televisione egiziana, precisando che le risoluzioni dell’Onu applicate nel breve termine all’Iraq dovranno, a lungo termine, essere applicate anche a Israele.

Una iniziativa per la creazione di una zona libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente (secondo quanto previsto dal paragrafo 14 della risoluzione 687 del Consiglio di Sicurezza) era stata proposta dal presidente egiziano Hosni Mubarak già nel 1991, assieme alla convocazione di una conferenza internazionale sull’argomento.

Fonte: Agenzia di stampa MENA (Egitto)

STRAW (MINISTRO ESTERI): ISPEZIONI PRIORITA’ DELLA GRAN BRETAGNA

Londra, 22 agosto 2002 - La ripresa delle ispezioni sugli armamenti e non un "cambiamento di regime" in Iraq è la priorità della Gran Bretagna. E’ quanto dichiarato dal ministro degli esteri britannico, Jack Straw, in una intervista radio alla BBC.

"La questione cruciale sono le ispezioni", ha detto Straw, sottolineando che il problema è la minaccia posta da Saddam Hussein alla sicurezza della regione e del mondo, e che il modo migliore "per cercare di isolare e ridurre questa minaccia è l’introduzione di ispezioni sugli armamenti". Ne deriva che l’obiettivo primario della Gran Bretagna è far tornare gli ispettori in Iraq.

"Dobbiamo dire che l’azione militare rimane una opzione … data la minaccia posta da Saddam Hussein. Ma se c’è un altro modo di affrontare questa minaccia allora la giustificazione per una azione militare chiaramente si allontana", ha dichiarato.

Fonte: Reuters

GENERALE SCHWARZKOPF: MEGLIO NON FARE LA GUERRA DA SOLI

Sydney, 20 agosto 2002 - Gli Stati Uniti non dovrebbero fare la guerra all’Iraq da soli. A sostenerlo è il generale Norman Schwarzkopf, comandante delle forze alleate durante la guerra del Golfo, citato dal quotidiano australiano The Australian. Secondo Schwarzkopf, il successo dell’operazione Desert Storm fu dovuto quasi interamente all’esistenza di una ampia coalizione internazionale contro l’Iraq.

"Non sarà una battaglia facile ma sarebbe molto più efficace se non dovessimo farla da soli", ha detto, sottolineando i pericoli di una invasione Usa priva di consenso e sostegno militare internazionale.

GENERALE CLARK: GUERRA ALL’IRAQ, NON DA SOLI MA CON LA NATO

Washington, 20 agosto 2002 – Anche Wesley Clark, il generale americano che guidò la guerra della NATO contro la Jugoslavia nel 1999, ha messo in guardia contro l’eventualità di una invasione dell’Iraq da parte degli Usa senza un sostegno internazionale.

"I primi successi (in Afghanistan NdR) sembrano avere rafforzato la convinzione di alcuni all’interno dell’amministrazione americana secondo cui la guerra al terrorismo si fa meglio al di fuori delle strutture delle istituzioni internazionali. Questo è un giudizio fondamentalmente errato. Più questa guerra si prolunga … più il nostro successo dipenderà dalla cooperazione volontaria e dalla partecipazione attiva dei nostri alleati", ha scritto in un articolo pubblicato sul numero di settembre della rivista The Washington Monthly.

Nel caso dell’Iraq, scrive Clark, "Non abbiamo necessariamente bisogno del pieno sostegno militare dell’Europa per una guerra contro Saddam. Ma abbiamo bisogno del suo sostegno diplomatico ora e della sua assistenza nel periodo successivo."

Non sorprendentemente, tuttavia, l’ "istituzione internazionale" a cui Clark pensa è nientemeno che la NATO.

Una NATO – conclude – che non è troppo tardi per coinvolgere nella guerra al terrorismo, e la cui partecipazione si deve chiedere in una eventuale operazione militare contro l’Iraq.

CONTRO LA GUERRA: "GENERAZIONI PER LA PACE" IN IRAQ

I Christian Peacemakers Teams (gruppi cristiani di costruttori di pace) – una organizzazione americana sostenuta da vari gruppi di ispirazione cristiana, fra cui i mennoniti e la Church of Brethen, hanno lanciato, in cooperazione con Voices in the Wilderness, la proposta di inviare delegazioni di pace in Iraq, in previsione di un attacco militare Usa.

I partecipanti staranno a Baghdad o in altre città irachene e, in caso di attacco, si posizioneranno a difesa delle strutture necessarie alla vita civile, come ospedali, scuole, ponti, mercati impianti per il trattamento delle acque. Essi inoltre viaggeranno sulle strade che collegano le varie città.

L’iniziativa, chiamata "Generazioni per la pace" vuole coinvolgere persone di tutte le età (limite minimo per la partecipazione 21 anni, nessun limite massimo), ma si rivolge in particolare ai più anziani, riconoscendo che il fatto che "nonne e nonni" siano disposti a sfidare le bombe Usa assume un diverso peso morale.

NUOVA PETIZIONE USA CONTRO LA GUERRA

L’organizzazione americana MoveOn ha lanciato una petizione contro la guerra all’Iraq.

" Senza prove concrete che l’Iraq costituisce una minaccia chiara e attuale per gli Usa, il Congresso deve agire per impedire una guerra all’Iraq", dice il testo rivolto ai parlamentari Usa.

La petizione, che in una settimana ha già raccolto 115.000 firme, verrà consegnata in occasione della "giornata nazionale di azione", indetta per il 28 agosto 2002, nel corso della quale in tutti gli Stati Uniti si terranno incontri fra delegazioni di attivisti e i senatori, che si trovano attualmente nei loro collegi per il periodo delle vacanze.

PACIFISTI USA: UNA PAGINA (A PAGAMENTO) CONTRO LA GUERRA PER COMMEMORARE 11 SETTEMBRE

L’8 settembre prossimo sul quotidiano americano San Jose Mercury News, all’interno di un inserto speciale in commemorazione dell’11 settembre, comparirà una intera pagina a pagamento promossa dal Peninsula Peace and Justice Center, una organizzazione pacifista che ha sede a Palo Alto, in California.

Il testo, dal titolo "Onorateli con la pace", si propone di avere un impatto significativo sul dibattito in corso sulla guerra all’Iraq e la "guerra al terrorismo" nel suo insieme.

Secondo la Columbia Journalism Review, il San Jose Mercury News – con circa 380.000 lettori - è fra i primi 10 quotidiani degli Usa in termini di influenza, pubblico e qualità.

Di seguito il testo del messaggio, nella traduzione italiana:

Il nostro dolore non è un grido di guerra …

Mentre il nostro paese ricorda le vittime dei terribili eventi dell’11 settembre, invitiamo i nostri vicini e i rappresentanti da noi eletti a fermarsi e a riflettere su quanto è accaduto nell’anno trascorso, e su ciò che riserva il futuro.

Non possiamo proteggere la nostra libertà limitando le nostre libertà civili.

Non possiamo celebrare la nostra diversità con l’odio e la paura.

Non possiamo conquistare alleati attraverso l’azione unilaterale.

Non possiamo trovare la pace con i fucili e le bombe.

Il futuro dipende da noi . Alzate la voce oggi contro la guerra.

Onorateli con la pace

RAMSEY CLARK IN IRAQ

L’ex-ministro della giustizia Usa, Ramsey Clark, è arrivato in Iraq alla guida di una delegazione di cinque persone .

Scopo della delegazione è raccogliere dati sugli effetti più recenti delle sanzioni e portare solidarietà al popolo iracheno in un momento in cui esso ha di fronte la prospettiva di una guerra di aggressione lanciata dagli Usa.

La delegazione, oltre a visitare ospedali e centri per la distribuzione del cibo, incontrerà anche alti esponenti governativi. A Bassora, Clark e gli altri quattro componenti del gruppo hanno fatto visita in ospedale ai feriti durante il recente bombardamento del 26 agosto, che ha ucciso otto civili. E’ previsto anche un incontro con i familiari delle vittime.

Dall’Iraq, Clark ha lanciato un forte appello per una azione urgente che fermi una nuova guerra contro l’Iraq prima che questa inizi. Ha esortato i cittadini americani a partecipare alle azioni organizzate dalla Coalizione Internazionale A.N.S.W.E.R. (Act Now to Stop War & End Racism – Agire adesso per fermare la guerra e porre fine al razzismo) in tutto il paese dal 14 al 16 settembre prossimo, e alla giornata internazionale di protesta indetta per il 26 ottobre.