| Il Patto per
l'Italia. Patto per lItalia è il nome che il Governo con le parti sociali hanno voluto dare allaccordo firmato il 5 luglio scorso. Come sappiamo, non è stato firmato dalla Cgil, che invece immediatamente dopo la stipula ha proclamato lo sciopero generale da attuarsi in ottobre. La Cgil inoltre ha messo in campo una serie di iniziative tese a rimettere in discussione il patto stesso e a sostenere delle leggi di iniziativa popolare su diritti e ammortizzatori sociali. Il Patto per lItalia è una riedizione al ribasso della concertazione che ha trovato nellaccordo del 23 luglio 1993 il punto topico e che per i successivi nove anni ha dettato le regole che hanno caratterizzato le relazioni sindacali con particolare riferimento alla contrattazione. Nonostante questaccordo abbia danneggiato pesantemente le condizioni dei lavoratori e non abbia consentito una reale difesa delloccupazione, questo stesso accordo ha mostrato negli ultimi due anni, ad avviso dei padroni, la sua inadeguatezza alla soluzione dei problemi di competitività del sistema economico italiano, tant'è che la Confindustria da tempo ne sollecitava una profonda revisione (che non ha trovato una sua definizione durante il governo DAlema) per rendere più esplicite le questioni che dovevano favorire una più elevata liberalizzazione delle politiche contrattuali, della flessibilità del lavoro, e un ulteriore abbattimento del carico fiscale delle imprese. Laccordo del 93 (firmato anche dalla Cgil) ha svolto la funzione di apripista per gli altri provvedimenti che sono come vedremo contenuti nel Patto per lItalia. Fisco, mezzogiorno e mercato del lavoro: sono questi gli argomenti trattati nel documento, ma in realtà il ragionamento è unico, e cioè lo sforzo che viene fatto è quello di fare in modo che, in presenza di una situazione che in prospettiva sarà a licenziamento libero (abolizione dellart.18), linsieme della società non debba subire contraccolpi sul piano della stabilità dei suoi rapporti interni, e leconomia, nello stesso tempo, possa avere una poderosa ripresa e conquistare competitività rispetto le altre economie concorrenti. La filosofia quindi è sempre la medesima, e può essere riassunta nello slogan: forza lavoro usa e getta per maggiori investimenti al sud e al nord per lo sviluppo. Questo ovviamente non è detto così esplicitamente, ma lo si evince con chiarezza nella lettura dei passaggi del documento. IL FISCO
Per quanto riguarda i provvedimenti in materia di fisco sul lavoro dipendente, vi sono due questioni su cui riflettere. La prima. Non si dice che il Governo intende rilanciare i consumi e difendere i redditi più bassi con una riduzione delle tasse che gravano su questi; si dice invece che il Governo intende attuare una politica di sviluppo e di aumento della produttività del lavoro che, se produrranno risorse disponibili, saranno utilizzate, grazie a una manovra finanziaria, per una riduzione del carico fiscale ai lavoratori e pensionati. La premessa-condizione quindi per una detassazione del salario è laumento della produttività del lavoro. Ma questo, lo sappiamo benissimo, significa più sfruttamento sui luoghi di lavoro. Infatti, livelli maggiori di produttività sono ottenibili aumentando il prodotto pro-capite, e questo i padroni lo perseguono riducendo il numero degli organici, o calibrandolo rigorosamente con gli alti e bassi della capacità del mercato di assorbire la produzione; quando cioè il mercato tira fa marciare gli impianti al massimo tirando il collo anche ai lavoratori, e magari anche assumendone altri, e quando le cose non vanno benissimo riducono i ritmi e lascia a casa gli esuberi. La seconda. Lo strumento utilizzato è quello della deduzione dal reddito tassabile. In pratica al lavoratore verrà considerato un reddito più basso di quello effettivamente percepito su cui calcolare le tasse. Non ci sarà più quindi una detrazione di imposta (uno sconto sulle tasse) ma un abbattimento (deduzione) del reddito che sarà inizialmente in forma forfettaria e legata ai carichi di famiglia. Con lo strumento della deduzione si introduce il principio che una riduzione delle tasse il lavoratore la potrà ottenere dimostrando di avere sostenuto delle spese per i propri famigliari (per sanità, scuola, ecc..) e solo in questo caso ne avrà diritto; in caso contrario, nulla. Col sistema precedente (che pure non brillava per giustizia), per il semplice fatto di avere dei carichi di famiglia si aveva diritto a un abbattimento delle tasse, anche senza dimostrare di avere sostenuto spese particolari. Vi è inoltre da sottolineare che il nuovo sistema fiscale, così come è stato congegnato, prevede una aumento delle tasse per i redditi bassi e medio bassi, per cui le deduzioni non faranno altro che restituire (parzialmente) quanto il governo aveva deciso di togliere. Per il lavoratore non cambia (nelle migliori delle ipotesi) nulla, solo che, in compenso, come vedremo, ha meno tutele e meno democrazia sul posto di lavoro. MEZZOGIORNO
IL LAVORO Ma ora cosa accadrà dopo i tre anni, a quellazienda che da 15 dipendenti è arrivata ad esempio a 20 o 30? Attorno a questa domanda, nei giorni immediatamente successivi la firma del Patto si è scatenata la solita bagarre delle interpretazioni. Da una parte i sindacalisti (forse rendendosi conto di avere fatto una cazzata) che si sono divisi tra chi diceva che dopo i tre anni larticolo 18 veniva ripristinato per tutti (invitando in modo velato i padroni a licenziare per scendere sotto la soglia dei 15, prima della scadenza dei 3 anni) e chi invece molto più prudentemente sosteneva che ci sarebbe stato un confronto per valutare la nuova situazione (prospettando quindi la possibilità di una proroga). Dallaltra parte invece i giuristi indipendenti e i legali dassalto della Confindustria, oltre che naturalmente i ministri più zelanti (Marzano in testa), i quali hanno sostenuto che i lavoratori assunti in un regime in cui larticolo 18 non era efficace, se fossero rimasti nella stessa azienda per tutta la vita, larticolo 18 avrebbe continuato a non essere inefficace. Solo in caso di ulteriori assunzioni larticolo 18 sarebbe tornato nella sua efficacia per tutti i lavoratori. A oggi questa diatriba, evidentemente importantissima e fondamentale, non è ancora risolta e nonostante ciò Cisl e Uil continuano a sostenere la positività di tale accordo. Ma al di la di queste questioni è difficile tentare di descrivere la situazione che si verrà a delineare nei prossimi mesi, quando questaccordo verrà applicato; potrebbero verificarsi casi limite abnormi, come quello di una società che passa da 14 a 200 dipendenti con conseguente libertà di licenziare tutti, o unazienda che si smembra in 4 o 5 piccole aziende per avere i vantaggi di questaccordo. È veramente tutto molto difficile e complicato. Una cosa è certa tuttavia: sicuramente nelle previsioni dei firmatari cè un aumento dei licenziamenti, altrimenti non si spiegherebbe la necessità che le parti hanno avuto di andare a una ridefinizione degli ammortizzatori sociali (vedi: La riforma degli ammortizzatori sociali) con particolare riferimento allindennità di disoccupazione che viene quasi raddoppiata. Vi sono inoltre una serie di provvedimenti che in teoria dovrebbero rendere più semplice il reinserimento del mercato del lavoro: ci riferiamo al collocamento dato in gestione ai privati, i corsi di riqualificazione per adulti, varie forme di sostegno al reddito con fondi che si dovrebbero formare con accordi tra le parti sociali a livello locale e gestiti da enti bilaterali (sindacati e padroni). Ma tutte queste cose sono lì a dimostrare che, ripetiamo, chi ha firmato il Patto sa che dovrà fare i conti con numeri consistenti di espulsioni dai posti di lavoro. Ciò non significa che aumenteranno i disoccupati, anzi, forse ci sarà uninversione di tendenza (non certo nelle grandi fabbriche dove invece continua lemoregia di posti di lavoro), certo è che però questi lavoratori assunti senza tutele avranno una ridottissima forza contrattuale e saranno incapaci di lottare per un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Sicuramente migliorerà la competitività del sistema produttivo italiano, ma questo avverrà con un poderoso aumento dello sfruttamento e a scapito dei diritti dei lavoratori. Non ci sembra ci sia molto altro da aggiungere visto che gran parte degli argomenti trattati sono già da noi stati analizzati in occasioni precedenti (vedi: "Articolo 18: nessuno scambio, nessuna sperimentazione, nessuna svendita" ; e ancora "Difendiamo lart.18") merita invece una riflessione su come la Cgil sta gestendo questa fase dello scontro di classe. La Cgil ha in corso una raccolta di firme (vuole raccoglierne 5 milioni) per abrogare i provvedimenti legislativi che deriveranno dallaccordo appena stipulato da Cisl e Uil, e a sostegno di leggi di iniziativa popolare sui diritti per i lavoratori atipici e (tranne la Fiom) ha ribadito la sua contrarietà al referendum proposto da Rifondazione Comunista per estendere larticolo 18 a tutti i lavoratori. La Cgil ha deciso inoltre la proclamazione di uno sciopero generale di cui la data si conoscerà dopo il 20 settembre, quando cioè Cofferati lascerà a Epifani la patata bollente della guida del maggiore sindacato italiano. Tutto ciò ci sembra piuttosto confuso e di scarsa efficacia. Come è possibile infatti raccogliere firme per abrogare una legge che non è stata ancora approvata? Bisognerà in un momento successivo, quando questa sarà approvata, ritornare a raccogliere le firme, con un dispendio di energie gigantesco, mentre sarebbe stato più semplice ed efficace per la Cgil investire i suoi quadri e militanti a sostegno del referendum del PRC, e nella preparazione di iniziative di lotta cercando il coinvolgimento anche dei lavoratori della Cisl e della Uil, cercando di dare loro voce ed evidenziando così le contraddizioni con il proprio gruppo dirigente che fin dai primi giorni si sono manifestate sui posti di lavoro. Queste perplessità non devono implicare certo il boicottaggio della raccolta di firme: essa si sta già dimostrando, nonostante i limiti su esposti, una maniera per ricostruire il rapporto tra la massa dei salariati e movimento sindacale. La percezione che abbiamo però è che la direzione Cgil, più che andare decisamente allo scontro con la Confindustria e il Governo sia invece più preoccupata di incanalare la lotta e lo scontento dei lavoratori lungo percorsi più controllabili e gestibili politicamente. Anche lo sciopero (che, sia chiaro, dobbiamo tutti impegnarci perché riesca) ci appare più come una "testimonianza", per tener alto il morale delle truppe, che una lotta tesa a "far male sul serio" all'avversario. Altrimenti si sarebbe pensato a scioperi prolungati, a scacchiera, al blocco delle ore straordinarie, al blocco degli accordi decentrati sulla flessibilità, ecc. Se non ci si mette nell'ottica cioé di far perdere molti soldi ai padroni si resiste ma non si vince. Il problema che però nasce è questo: riusciranno le burocrazie sindacali a portare a termine questa vicenda nella direzione da loro voluta? Nelle prossime settimane i metalmeccanici e altre importanti categorie di lavoratori cominceranno a discutere sulle loro piattaforme rivendicative per i rinnovi contrattuali che partiranno alla fine dellanno, per cui lo scontro sullarticolo 18 si andrà a sommare a quello sui contratti, e probabilmente lesito del secondo dipenderà dal primo. È importante quindi per i lavoratori non perdere la consapevolezza della partita in gioco ed è altrettanto importante non abbassare la guardia su tutti i terreni dello scontro in corso: democrazia, diritti e salario.
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