Ad uno ad uno, tutti i nodi della disastrata chimica italiana
vengono al pettine. Giusto un mese fa, anche a Gela, la contraddizione tra lavoro e
ambiente è esplosa in maniera eclatante: blocchi stradali e scioperi per l'occupazione,
tra chiusura degli impianti da parte della magistratura e decreti legge governativi
miracolistici.
Il petrolchimico
A Gela esiste un petrolchimico di proprietà dell'Eni. Nato per
volontà di Enrico Mattei: prevedeva la creazione di un polo di sviluppo nel triangolo
Catania-Augusta-Gela, che avrebbe dovuto creare sinergia con l'industria locale e con le
attività agricolo-artigianali in quel territorio.
Tutto finì con l'uccisione di Mattei ed il petrolchimico di Gela, come nella migliore
tradizione italiana, rimase una cattedrale nel deserto. Una cattedrale con l'occupazione
in caduta libera, dai circa 12.000 addetti di qualche anno fa ai 4.500 attuali, comprese
le industrie dell'indotto.
È proprio l'Eni che in questa vicenda ha avuto una posizione defilata, di basso profilo,
mentre è il principale responsabile. L'Eni, che ha spremuto Gela come un limone, dopo
aver sfruttato il petrolio, inquinato l'ambiente e sconvolto l'ecosistema costiero, senza
attivare minimamente il progetto originario!
Dopo mezzo secolo di industrializzazione senza sviluppo, in cui ha accumulato enormi
profitti, sotto la pressione di una legislazione europea più stringente medita di
andarsene, prima o poi, lasciando una città senza alternative occupazionali reali.
La vicenda
Dalla magistratura sono state contestate ai dirigenti del
petrolchimico ben undici violazioni delle norme vigenti: cinque riguardano le
autorizzazioni e sei le violazioni alla Legge 22 del 1997, la "Legge Ronchi".
Le violazioni riguardano il trattamento delle acque, la sicurezza dei serbatoi installati
ed il monitoraggio degli inquinanti. Inoltre il "pet coke", rifiuto della
lavorazione del petrolio che contiene metalli pesanti cancerogeni, non potrebbe essere
utilizzato come combustibile per la centrale del petrolchimico.
Alla decisione della magistratura di porre i sigilli alla centrale
dell'impianto, sono succeduti blocchi stradali che hanno isolato la città, proteste varie
ed uno sciopero generale di Gela, con alla testa il sindacato. Quattromila famiglie devono
mangiare, i commercianti pure, hanno commentato i sindacati ed i politici locali.
Al Governo di destra, non è parso vero, che gli si presentasse l'occasione di fare un
decreto che riafferma che il rifiuto (pet coke) non è più rifiuto speciale ma
combustibile, eliminando il problema con il plauso pure del sindacato.
Ma l'ambiente?
Le norme in Italia, specie in materia ambientale, non sono mai
state un problema neppure con il centrosinistra, figurarsi con l'attuale governo di
destra!
La cittadinanza che protesta da decenni per la situazione ambientale, nei giorni dello
sciopero generale è sparita totalmente.
Non così le percentuali più alte della media nazionale delle morti per tumore in tutta
l'area circostante il petrolchimico.
Infatti secondo uno studio dell'OMS nel comune di Gela:
"si registrano eccessi significativi per il tumore allo
stomaco e per il tumore al colon. Inoltre si registra nell'intera area, un aumento del
rischio di contrarre tumori polmonari, tra gli uomini delle generazioni più giovani. Tale
tendenza, presente anche in altre forme tumorali, è in contrasto con la mortalità
generale, in diminuzione... Lo studio suggerisce anche che gli effetti sulla salute legati
ad esposizioni professionali nei decenni passati non vadano sottovalutati..."
Lo scontro tra posto di lavoro ed ambiente e salute, è stato....
evitato, ancora una volta si è preferito non vedere il problema e soprattutto non vedere
colpevoli.
Un solo principio: chi inquina paga!
Cittadini inquinati e lavoratori inquinati subiscono entrambi le
cause dei metodi di produzione del capitale, ed invece di combattersi tra loro dovrebbero
rivolgere le loro rimostranze verso l'unico responsabile della vicenda: l'Eni, a cui sono
state contestate anche tra l'altro evasioni delle norme di sicurezza dei serbatoi di
stoccaggio.
È dal profitto, che debbono derivare i capitali per investire in
sicurezza e per la bonifica delle aree inquinate.
Sui controlli ambientali, qui ed in tutte le altre parti del
paese, dobbiamo domandarci se le varie Arpa (Agenzie Regionali Protezione Ambiente) sono
all'altezza e soprattutto sono messe in condizione di svolgere efficacemente le proprie
mansioni.
Del sindacato va rilevato che dopo la soluzione (dal suo punto di
vista) anche temporanea del problema occupazionale, continua sempre a proclamarsi
"ambientalista" e "legalista", senza però proporre una reale
alternativa all'approccio padronale ai problemi ambientali.
Solo l'alleanza tra lavoratori e cittadini, tra sindacati e
ambientalisti potrà portare all'elaborazione di un progetto alternativo rispetto alla
chimica italiana, che parta dalla volontà di disinquinare i danni del padronato, che deve
essere inchiodato alle proprie responsabilità. Come l'Eni in questo caso.
L'Eni way... quel modo un po' speciale di affrontare i
problemi... con profitto!
Una pubblicità di questi giorni in Tv, ci tormenta con
"l'ENI's way" la diversità della nostra multinazionale nell'affrontare i
problemi, con uno stile sconosciuto alle altre aziende.
Ma basta non andare lontano, né come luogo né come tempo, e
ricordare che nel novembre 2001 il direttore del Petrolchimico di Gela ed altre sei
persone furono arrestate per associazione a delinquere e truffa allo Stato, all'Unione
Europea, alla Regione Sicilia, all'INPS e all'INAIL.
La vicenda in questione mette in luce come nel sistema industriale
e delle imprese siciliane esista un miscuglio di affari e di illegalità. A Gela,
laboratorio di sperimentazioni di progetti di flessibilità del mercato del lavoro, questo
terreno pare particolarmente fertile.
A Gela il lavoratore non conta niente: può essere infatti
licenziato da un'azienda e riassunto da un consorzio con meno diritti e tutele, ed
ottenere inoltre per questa operazione soldi ed incentivi pubblici.
Sempre secondo la magistratura i dirigenti dell'Agip avrebbero
dichiarato fittiziamente condizioni economiche disagiate, ponendo temporaneamente i
lavoratori in mobilità, allo scopo di poter accedere agli sgravi previsti dalla
legislazione statale regionale ed europea, che vengono erogati dall'Inps e dall'Inail.
Dopo questa prima operazione, sarebbero stati costituiti nuovi consorzi che avrebbero
riassorbito sempre gli stessi lavoratori a basso costo. Con questo sistema nel biennio
2000/2001 sarebbero stati incamerati illegalmente più di cinque milioni di Euro.
È evidente che al padronato non può essere delegata la cura
dell'ambiente, come in pratica finisce per fare il sindacato in quasi tutte le situazioni.
Come è altrettanto evidente da queste vicende che la contraddizione ambientale non può
essere sussunta nella contraddizione capitale-lavoro. Il ricatto salute-lavoro può essere
affrontato solo con l'unione su obiettivi specifici tra cittadini e lavoratori, al fine di
evitare che il vero responsabile glissi le proprie responsabilità.
Si deve partire da una politica diversa in tema di inquinamenti del territorio,
altrimenti, come ha sentenziato nel caso Gela il "fine filosofo" berlusconiano,
riferendosi all'azione del governo, "Con questo procedimento cerchiamo di evitare il
dilemma: morire di fame o morire di cancro".
Noi meno filosoficamente auspichiamo che non si debba morire per lavorare e che i costi
ambientali del capitale, li ripaghi il capitale.
da REDS Aprile 2002