Ottavio Di Loreto

Il trattamento pensionistico 
in caso di invalidità o inabilità

Fino a giugno 1984, nell’Assicurazione Generale Obbligatoria (AGO), gestita dall’INPS, il trattamento pensionistico, in caso di invalidità, era disciplinato dall’articolo 10 del RDL 14 aprile 1939, n. 636, convertito, con modificazioni, in legge 6 luglio 1939, n. 1272. Tale articolo, nel testo modificato dall’articolo 24 della legge 3 giugno 1975 n. 160, dispone che si considera invalido l’assicurato la cui capacità di guadagno, in occupazioni confacenti alle sue attitudini, sia ridotta in modo permanente, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, a meno di un terzo. La disposizione, pur attribuendo rilevanza a menomazioni fisiche o mentali, faceva derivare il diritto alla pensione di invalidità dalla riduzione della "capacità di guadagno" determinando, così, un’ampia discrezionalità nell’attribuzione della prestazione.

Il requisito minimo di contribuzione, per poter ottenere la pensione di invalidità, era fissato in cinque anni ed era richiesto anche che l’assicurato potesse far valere almeno un anno di contribuzione nel quinquennio precedente la data di presentazione della domanda. L’importo della pensione veniva determinato con il normale sistema di calcolo delle pensioni sulla base della retribuzione pensionabile, ovvero del reddito pensionabile, e l’anzianità contributiva utile che l’assicurato poteva far valere. Con l’articolo 8 del DL 12 settembre 1983, n. 463, convertito, con modificazioni, in legge 11 novembre 1983, n. 638, fu stabilito che se il titolare della pensione di invalidità percepisce redditi da lavoro per un ammontare superiore a tre volte l’importo del trattamento minimo (per l’anno 2002 pari a 392,69 euro, corrispondente a 760.353 lire al mese), il pagamento della pensione di invalidità viene sospeso.

La riforma del 1984

Con la legge 12 giugno 1984, n. 222, entrata in vigore il 1° luglio 1984, è stata operata una radicale riforma della invalidità pensionabile: il riconoscimento del diritto allo specifico trattamento pensionistico è stato subordinato esclusivamente al grado di riduzione della capacità di lavoro e sono state introdotte due distinte prestazioni (l’assegno di invalidità e la pensione di inabilità) attribuibili con riferimento al grado della riduzione della capacità di lavoro.

L’assegno di invalidità è attribuibile all’assicurato la cui capacità di lavoro, in occupazioni confacenti alle sue attitudini, sia ridotta in modo permanente, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, a meno di un terzo; la pensione di inabilità è attribuibile all’assicurato (o titolare di assegno di invalidità) il quale, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, si trovi nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Per l’una e per l’altra prestazione è richiesta una anzianità contributiva minima di cinque anni e almeno tre anni di contribuzione nel quinquennio precedente la data di presentazione della domanda. Qualora le infermità che danno titolo alla prestazione sono dipendenti da cause di lavoro, si prescinde dal requisito contributivo.

La normativa previgente continua ad essere applicata alle pensioni di invalidità attribuite prima dell’entrata in vigore della legge n. 222 del 1984.

L’assegno di invalidità

L’assegno di invalidità è attribuito per un periodo di tre anni e, a richiesta dell’interessato, può essere confermato per un successivo triennio. Se la richiesta di conferma è presentata nel semestre precedente la scadenza del triennio, la conferma ha effetto dalla stessa data di scadenza del triennio; se la richiesta di conferma è presentata nei 120 giorni successivi la scadenza, la conferma ha effetto dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della richiesta. Dopo tre conferme consecutive, l’assegno è attribuito in modo definitivo, salva restando la facoltà per la normale revisione dello stato invalidante.

L’importo dell’assegno viene determinato con il normale sistema di calcolo delle pensioni, sulla base della retribuzione pensionabile, ovvero del reddito pensionabile, e l’anzianità contributiva utile che l’assicurato può far valere. Se l’importo dell’assegno di invalidità è inferiore al trattamento minimo, può essere intergrato fino a tale limite. L’integrazione non spetta ai soggetti non coniugati che abbiano redditi propri per un importo superiore al doppio dell’assegno sociale né ai soggetti coniugati che abbiano redditi, cumulati con quelli del coniuge, per un importo superiore al triplo dell’assegno sociale; i limiti di reddito da non superare, per avere diritto all’integrazione, sono indicati nella seguente Tabella. L’importo dell’integrazione deve essere tale che, sommato all’importo dell’assegno di invalidità, non faccia superare l’importo del trattamento minimo e, comunque, non può essere maggiore dell’importo dell’assegno sociale, come indicato nell’ultima colonna della Tabella.

ANNO

LIMITI DI REDDITO

IMPORTO MASSIMO DELL’INTEGRAZIONE

PENSIONATO NON
CONIUGATO

PENSIONATO

CONIUGATO

2000

16.749.200

25.123.800

8.374.600

2001

17.150.900

25.726.350

8.575.450

2002*

9.114,82

(17.648.752)

13.672,23

(26.473.128)

4.557,41

(8.824.376)

 

(*) Gli importi relativi all’anno 2002 sono indicati in euro e, tra parentesi,
è indicato il corrispondente valore in lire.

La contribuzione accreditata dopo la decorrenza dell’assegno di invalidità dà diritto alla liquidazione di supplementi di pensione e concorre a determinare l’importo del trattamento nel caso di liquidazione di nuovo assegno di invalidità o pensione di anzianità o pensione di vecchiaia.

L’assegno di invalidità non è reversibile ai superstiti. In caso di decesso del titolare dell’assegno di invalidità, ai superstiti spetta il trattamento previsto per i "superstiti di assicurato" e non di pensionato. Ai fini dell’anzianità contributiva per il diritto alla pensione da parte dei superstiti di assicurato, si considerano utili i periodi di godimento dell’assegno di invalidità, nei quali non sia stata prestata attività lavorativa.

Al compimento dell’età stabilita per il diritto alla pensione di vecchiaia, l’assegno di invalidità si trasforma in pensione di vecchiaia, sempre che sussista il prescritto requisito dell’anzianità contributiva. A tal fine i periodi di godimento dell’assegno, nei quali non sia stata prestata attività lavorativa, si considerano utili ai fini del diritto (e non anche della misura) della pensione di vecchiaia.

La pensione di inabilità

La pensione di inabilità differisce dall’assegno di invalidità essenzialmente per due aspetti: nella natura della prestazione, in quanto si tratta di una pensione e non di un assegno, e dalla determinazione del suo importo.

L’importo della pensione di inabilità è costituito da due quote:

- una quota pari all’importo determinato con riferimento alla retribuzione pensionabile, ovvero al reddito pensionabile, e all’anzianità contributiva che l’assicurato può far valere, così come è previsto per determinare l’importo dall’assegno di invalidità;

- una quota, denominata maggiorazione, pari alla differenza tra quello che sarebbe stato l’assegno di invalidità e quello che gli sarebbe spettato, sulla base della retribuzione pensionabile (ovvero del reddito pensionabile), con una anzianità contributiva aumentata di un periodo pari a quello compreso tra la data di decorrenza della pensione di inabilità e la data di compimento dell’età pensionabile. In ogni caso, non potrà essere computata una anzianità contributiva superiore a 40 anni.

Se l’inabilità è causata da infortunio sul lavoro o da malattia professionale da cui derivi il diritto anche alla relativa rendita vitalizia a carico dell’INAIL, la maggiorazione è corrisposta soltanto per la parte eventualmente eccedente l’ammontare della rendita stessa.

La pensione di inabilità, se d’importo inferiore al trattamento minimo, può essere integrata fino a tale trattamento con i normali criteri sulla integrazione al trattamento minimo delle pensioni; non è cumulabile con redditi da lavoro; non è compatibile con la iscrizione negli elenchi anagrafici degli operai agricoli e negli elenchi nominativi dei lavoratori autonomi e dagli albi professionali, né con la percezione di trattamenti a carico dell’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione o altro trattamento sostitutivo o integrativo della retribuzione.

In caso di recupero delle capacità lavorative, cessa il diritto alla pensione di inabilità. In tale circostanza, al soggetto, già titolare di pensione di inabilità, è riconosciuta la contribuzione figurativa per tutto il periodo durante il quale ha usufruito della pensione stessa.

La pensione di reversibilità è reversibile a favore dei superstiti.

Ai pensionati per inabilità, che si trovino nella impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore o, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita, abbisognano di un’assistenza continua, spetta un assegno mensile non reversibile.

La riforma del 1995

Con la legge 8 agosto 1995, n. 335, di riforma del sistema pensionistico, è stato introdotto il sistema di calcolo contributivo. Tale nuovo sistema di calcolo si applica ai lavoratori che hanno iniziato, o che iniziano, l’attività dopo il 31 dicembre 1995 e privi di anzianità contributiva alla stessa data. Lo stesso sistema di calcolo si applica anche per determinare l’importo della quota di pensione relativa all’anzianità contributiva acquisita dopo il 31 dicembre 1995 per i lavoratori che a quella data possono far valere una anzianità contributiva inferiore a 18 anni.

Per determinare l’importo della pensione di inabilità con il sistema di calcolo contributivo, al montante individuale, maturato dal lavoratore interessato all’atto del pensionamento, si aggiunge un’altra quota di contribuzione relativa al periodo mancante dalla data di decorrenza della pensione alla data di compimento dei 60 anni di età, tenendo presente che l’anzianità complessiva (costituita dalla somma dell’anzianità contributiva maturata e del periodo di anzianità relativa alla quota di contribuzione da aggiungere) non può superare i 40 anni. Per determinare la quota di contribuzione da aggiungere, si procede come segue: individuare le ultime 260 settimane di contribuzione (o il minor numero esistente) antecedenti la decorrenza della pensione; sommare le retribuzioni corrispondenti alle settimane di contribuzione comprese in ciascun anno solare del periodo individuato; rivalutare le retribuzioni di ciascun anno in misura corrispondente alla variazione, tra l’anno solare di riferimento della retribuzione e quello precedente la decorrenza della pensione, dell’indice annuo dei prezzi al consumo calcolati dall’ISTAT aumentato di un punto percentuale per ogni anno solare considerato; sommare le retribuzioni rivalutate e dividerle per 260 (o il minor numero esistente); alla retribuzione media settimanale così ottenuta si applica l’aliquota di computo del 33 per cento determinando, in tal modo, la contribuzione media settimanale che va moltiplicata per il numero delle settimane intercorrenti tra la data di decorrenza della pensione di inabilità e la data di compimento del sessantesimo anno di età. Al montante contributivo individuale complessivo si applica il coefficiente di trasformazione relativo ai 57 anni di età nel caso di iscritto di età inferiore.

Con la stessa legge n. 335/1995, sono state introdotte due disposizioni che interessano, in modo particolare, i trattamenti per invalidità o inabilità.

Con il comma 42 dell’articolo 1 è stato disposto che all’assegno di invalidità, nei casi di cumulo con redditi da lavoro dipendente, autonomo o di impresa, si applicano le riduzioni di cui alla Tabella G, allegata alla stessa legge, e che il trattamento derivante dal cumulo dei redditi con l’assegno di invalidità ridotto non può essere comunque inferiore a quello che spetterebbe allo stesso soggetto qualora il reddito risultasse pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente quella nella quale il reddito posseduto si colloca. Le misure più favorevoli per i trattamenti in essere alla data di entrata in vigore della legge n. 335/1995 sono conservate fino al riassorbimento con i futuri miglioramenti.


Tabella G

REDDITI

PERCENTUALE
DI RIDUZIONE

Reddito superiore a 4 volte il trattamento minimo annuo del FPLD, calcolato in misura pari a 13 volte l’importo in vigore al 1° gennaio

25 per cento dell’importo dell’assegno

Reddito superiore a 5 volte il trattamento minimo annuo del FPLD, calcolato in misura pari a 13 volte l’importo in vigore al 1° gennaio

50 per cento dell’importo dell’assegno


Con il comma 43 dello stesso articolo 1 è stato disposto che le pensioni di inabilità, di reversibilità o l’assegno ordinario di invalidità a carico dell’Assicurazione Generale Obbligatoria, liquidati in conseguenza di infortunio sul lavoro o malattia professionale, non sono cumulabili con la rendita vitalizia liquidata dall’INAIL per lo stesso evento invalidante, fino a concorrenza della rendita stessa. Sono fatti salvi i trattamenti previdenziali più favorevoli in godimento alla data di entrata in vigore della legge n. 335/1995 con riassorbimento sui futuri miglioramenti.

Successivamente, con l’art. 1, comma 2, del DL 24 novembre 2000, n. 346, con l’art. art. 73, comma 1, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, e con l’art. 78, comma 20 e comma 33, della stessa legge n. 388/2000, è stato disposto che dal 1° luglio 2000 il divieto di cumulo di cui all’art. 1, comma 43, della legge 8 agosto 1995, n. 335, non opera tra il trattamento di reversibilità a carico dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, nonché delle forme esclusive, esonerative e sostitutive della stessa, e la rendita ai superstiti erogata dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro spettante in caso di decesso del lavoratore conseguente ad infortunio sul lavoro e malattia professionale ai sensi dell’art. 85 del DPR 30 giugno 1965, n. 1124, anche se la pensione stessa è stata liquidata in data anteriore.


(aprile 2002)