Appello al
sindacato per iniziative contro Bilanci di guerra, esportazioni di morte e a difesa della L.185/90 Noi, sottoscrittori di questo appello, lavoratori o ex lavoratori dellindustria bellica e cittadini membri di associazioni che aspirano alla costruzione di un nuovo mondo fondato sui diritti umani, la pace e la giustizia, di un mondo in cui la guerra in tutte le sue forme sia bandita, chiediamo a Voi dirigenti sindacali di Cgil, Cisl, Uil, Cub, Cobas, Sin e Slai-Cobas, delle organizzazioni di categoria e in particolare di Fim, Fiom, Uilm, Flmu, di considerare quanto sta accadendo in termini di aumento della spesa militare e liberalizzazione del mercato delle armi e di riprendere su questi temi uniniziativa allaltezza dei problemi. Il bilancio dello stato federale americano del prossimo quinquennio, stanzia una spesa militare che raggiunge quella dell'era Reagan, allora giustificata con quello che fu chiamato equilibrio del terrore con la superpotenza sovietica, e oggi indicata come necessità inderogabile per fronteggiare Bin Laden, le organizzazioni terroristiche e gli stati canaglia che le coprirebbero (Iraq, Iran, Corea del Nord, Somalia). Così, la sola spesa per il Pentagono
salirà da 329 miliardi del 2002 a oltre 450 nel 2007, raggiungendo la cifra astronomica
di quasi 1 milione di miliardi di lire. Se a queste spese si sommano i circa 115 miliardi di dollari -erogati: al Dipartimento energia, per sistemi di gestione dell'arsenale nucleare, alla Cia, ai nuovi corpi di "sicurezza della patria" e ai veterani- si ricava il quadro complessivo: quasi un quarto del budget federale Usa va al militare. Il forte aumento della spesa per armamenti
che arriverà a circa 100 miliardi di dollari annui (quasi il doppio del 2000) -
indica che si vogliono prepare nuove guerre giustificate con il termine "Libertà
duratura". Anche i paesi europei della NATO, che spendono nel bellico più di 140 miliardi di dollari annui, si apprestano ad aumentare i loro bilanci militari per sviluppare - si dice - effettive capacità di gestione delle crisi" e per superare quella che viene definita la situazione di un Europa militarmente sottodimensionata". Complessivamente i Paesi europei spenderanno per lo strumento militare 250 miliardi di dollari annui, che, sommati a quelle che saranno le spese militari americane, portano la spesa bellica delloccidente a 750 miliardi di dollari, una cifra che va oltre i 3/4 della spesa militare mondiale (circa 900 Mld $), di modo che, come dice Padre Zanotelli i ricchi usano la loro netta superiorità militare per mantenere un sistema economico che permette loro di consumare l83 % delle ricchezze lasciando ai poveri le briciole. I poveri sono i nuovi nemici. Solo i bombardamenti aerei in Afghanistan sono costati 350 miliardi di lire al giorno, una follia, quando con 13 miliardi di dollari si potrebbero risolvere il problema della fame e della sanità nel mondo per un anno (dati Banca Mondiale). Così anche il nostro paese da qualche anno, anche per implementare il Nuovo Modello di Difesa del 1991, ha invertito la rotta intrapresa dopo il dissolvimento dellUnione Sovietica ed ha ripreso ad aumentare le sue spese militari e, in particolare, le spese per armamenti. Già dal 2000 al 2001 il bilancio della difesa era aumentato del 4,23% raggiungendo i 34.235 miliardi di lire, ora, nelle previsioni per il 2002, è balzato a 36.500 miliardi di lire, aumentando ancora dello 6,04%. A ciò vanno aggiunti gli stanziamenti, per missioni operative e per il sostegno a programmi ed industrie militari, che non trovano posto nella Tabella per la Difesa. Ultimo esempio, il Disegno di Legge di 500 miliardi destinato a coprire tre mesi di missioni allestero: più di 5 miliardi al giorno. Ciò mentre si profilano tagli allo Stato sociale. Le spese per armamenti sono passate da circa 5500 miliardi di lire anno nel 2000 a circa 6500 nel 2002 (+ 18%) e, ritenute insufficienti, puntano ai 9000 miliardi lanno per garantire lo sviluppo, tra laltro, di una nuova portaerei e di nuovi super caccia-bombardieri, sistemi darma capaci di proiettare le nostre attività militari ovunque nel mondo siano messi a rischio gli interessi economici dei paesi industrializzati, in barba allarticolo 11 della Costituzione. Anche in tema di esportazioni di armi si segnala una forte ripresa dei mercati dove la fanno da padroni gli USA, seguiti dai principali paesi europei. Anche lItalia si colloca al 5° posto di questo mercato di morte e punta ora, con il DDL 1927 - approfittando di un accordo sopranazionale in tema di ristrutturazione e cooperazione nella produzione di armamenti - a smantellare la trasparenza, i controlli e le limitazioni previste dalla legge 185 del 1990. Una legge frutto della mobilitazione nella seconda metà degli anni 80 di tante associazioni cattoliche organizzate nella Campagna "Contro i mercanti di morte" (ACLI, MLAL, Mani Tese, Missione Oggi, Pax Christi), pacifiste, ambientaliste e dello stesso sindacato. Così, in nome della "razionalizzazione", della "competitività" e della "identità europea" verrà stravolta una legge ritenuta da tutti "severa e rigida" e che ha fatto del nostro Paese uno dei più avanzati al mondo per aver provveduto a regolare il commercio delle armi nel rispetto dei diritti umani, della promozione della pace e della trasparenza. I conflitti attualmente in corso sono
anche il frutto delle sconsiderate politiche di esportazioni di armi del recente passato.
Lintensità, la durata, latrocità e la pericolosità dei futuri conflitti
dipende anche dalle esportazioni belliche di oggi e di domani. E altrettanto vergognoso che si
faccia così ricadere, di fatto e di nuovo, sui lavoratori dellindustria militare,
la responsabilità di collaborare a traffici di morte; essi venivano quanto meno
parzialmente tutelati dalle limitazioni poste dalla 185/90. Vi chiediamo di riprendere quella strada contribuendo, con le iniziative più adeguate, ad invertire la direzione di marcia dei fenomeni descritti, individuando le vie più opportune per la riduzione della spesa militare, della ricerca e della produzione bellica, per difendere e semmai estendere le limitazioni alle esportazioni di armi previste nella 185/90, per promuovere la riconversione al civile della produzione militare (a partire per esempio da quanto previsto proprio dalla L.185/90 e dalla rivitalizzazione dellAgenzia per la riconversione dellindustria bellica lombarda istituita dalla L.R.6/94), per tutelare lobiezione professionale alla produzione militare, per dare ai lavoratori gli strumenti per opporsi alla guerra, e a quella sua forma che oggi va sotto il nome di guerra permanente, ed agire per la prevenzione dei conflitti e la diffusione di una cultura di pace.
I
promotori (lavoratori o ex lavoratori Industria bellica):
Franca Faita (Cavaliere della Repubblica,
lavoratrice Valsella, Rappr.Sind. Fiom-Cgil)
Le
adesioni: Associazioni e gruppi, Individui (sono in fase di raccolta) |