Dpef 2003-2006
La nuova società fondata su "pubblico-privato e bilateralismo"

Luglio 2002

Roberto Romano, Ufficio Studi Cgil Lombardia 

 Tratti principali del Dpef 2003-2006

Il Dpef (documento di programmazione economico finanziaria) è un documento economico-politico di un certo rilievo, nel senso che è il primo documento "finanziario" di indirizzo della politica economica e finanziaria che la pubblica amministrazione e il governo adottano in ordine cronologico. Infatti, nella evoluzione dei documenti finanziari il Dpef arriva subito dopo la relazione trimestrale di cassa e poco prima della presentazione del bilancio preventivo, della legge finanziaria e della relazione previsionale e programmatica. Sostanzialmente il Dpef ordina i caratteri e le modalità, nonché l'entità, della manovra economica e finanziaria del governo al fine di agevolare, aiutare o contenere determinati fenomeni economici e particolari esigenze di alcune categorie sociali. Tanto è invero che attraverso l'attività finanziaria pubblica, lo stato e gli enti pubblici si procurano i mezzi economici per sostenere le spese necessarie alla produzione di beni e servizi destinati alla soddisfacimento dei bisogni collettivi.

Naturalmente il ruolo della pubblica amministrazione nella economia reale del paese si è molto evoluto nel corso degli ultimi dieci anni, ed ha spesso mutato le proprie caratteristiche di "governance" in ragione di determinati equilibri politici, ma è proprio nel pensiero economico liberale che è valorizzato il ruolo del bilancio pubblico anche per assolvere ai principi della Costituzione italiana e in parte per assolvere alla prima parte del trattato di Maastricht (articolo 3 della Costituzione italiana e trattato Uem-Up).

Sostanzialmente si è consolidata una impostazione funzionale del bilancio pubblico, cioè si considera il bilancio in relazione alla sua influenza sulla economia nazionale e sulla società. Sicuramente il bilancio funzionale se non viene applicato con accortezza può rivelarsi molto pericolosa perché può condurre a un disavanzo cronico, in questo senso il trattato di Maastricht ha una sua ragionevolezza, ma le azioni adottate fino ad oggi hanno solo in parte risposto ai limiti dello stato e alla necessità di garantire determinati servizi.

Comunque sia, il bilancio pubblico in tutte le sue declinazioni è considerato da economisti liberali, riformisti, un po' meno per quelli di estrazione socialista, uno strumento prezioso per rispondere ai bisogni della società.

Questa lunga premessa è una condizione necessaria, ancorché insufficiente, per dotarsi degli strumenti necessari per interpretare in modo corretto l'impostazione del Dpef 2003-2006. Senza questa premessa sarebbe difficile capire la differenza tra gli obiettivi del governo e gli strumenti adottati. Detta in altre parole, occorre domandarsi quale sia il provvedimento "ordinamentale" su cui il governo intende piegare la propria azione.

Enrico De' Mita, secondo chi scrive, ha centrato il vero modo su cui ruota tutta la politica economica del governo: la delega fiscale.

Infatti, la delega fiscale non è solo tesa a modificare le aliquote, ma soprattutto è tesa a modificare i presupposti di imposta e per questa via "ritraguardare" il bilancio pubblico da una idea di "bilancio funzionale" a una "bilancio aziendale".

Questa azione del governo, non a caso priorità nel Dpef, affonda le sue radici in una concezione della legge fiscale come legge "odiosa" (citazione), intesa come mera limitazione della libertà economica (citazione) e non come doveroso concorso della spesa pubblica in base ai principi costituzionali.

In questo senso occorre valutare con attenzione il contesto entro cui si dovrebbe muovere il Dpef, innanzitutto l'Europa che in più di una occasione ha espresso dei severi moniti alla gestione del bilancio pubblico italiano, ma soprattutto il presidente di Ecofin è stato chiaro su un nodo: se si vogliono tagliare le tasse occorre fare delle azioni strutturali in quanto la riduzione della pressione fiscale non può essere finanziata con l'indebitamento pubblico.

Evidentemente non si tratta di aderire o meno a questa affermazione, ma piuttosto dì cogliere la sua portata, cioè che la riduzione della pressione fiscale può essere realizzata solo attraverso la compressione, riduzione e in alcuni casi soppressione di alcuni importanti servizi universalistici.

Chi scrive pensa che le mutue sanitarie sostitutive, il contenimento della spesa sanitaria non siano l'obiettivo ultimo del governo, ma piuttosto gli strumenti necessari per ridurre la pressione fiscale e per questa via la presenza dello stato nella economia, ovvero si sta consolidando l'idea della spesa statale come "vincolo" e non come opportunità per la collettività al fine di ridurre le diversità reddituali e attutire i fallimenti del mercato. È di una qualche utilità riprendere un passaggio del Governatore Greenspan fatto al Senato degli Usa il 16 luglio 2002: "ammetto di essermi sbagliato: il mercato non si cura da solo". Sostanzialmente riafferma la tesi dei fallimenti del mercato e la necessità dell’intervento pubblico nell’economia per correggere le più gravi degenerazioni del mercato (economia del benessere, Samuelson).

Soprattutto, occorre domandarsi come il governo intende realizzare gli obiettivi del consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000 che assegnava alle politiche "strutturali" un ruolo centrale per trasformare l'Unione Europea nella economia più innovativa e competitiva del mondo, capace di garantire una crescita sostenibile, una migliore dinamica della occupazione e il rafforzamento della coesione sociale.

E’ difficile che credere che il sistema economico privato nazionale possa, liberato dallo Stato e dai lacci del sindacato, competere con gli altri paesi europei con l'attuale struttura. Il peso attribuito alla flessibilità del lavoro e della cosa pubblica ai fini dello sviluppo rischia di rivelarsi un alibi che aiuta a un non discutere di altri temi se non più importanti almeno parimenti.

Negli ultimi anni più che un avvicinamento della Italia alla Europa si sta registrando un progressivo allontanamento soprattutto per quanto interessa la struttura dei principali indicatori ed economici e la cosiddetta "governance" delle imprese. In particolare preoccupa la dinamica degli investimenti e il progressivo allargamento della forbice della bilancia tecnologica come di quella commerciale (saldo attivo sempre più ridotto) rispetto alla media dei paesi europei. Nonostante l'Italia abbia il trend più alto di investimenti è anche il paese che utilizza meno di tutti gli impianti, che produce di meno e che alloca peggio il risparmio dei cittadini, nel senso che le imprese nazionali hanno rinunciato al mercato della borsa evitando di quotarsi e per questa via "perso" il risparmio che nel frattempo si è dirottato dai titoli di stato alle azioni (ricerca dell’Ufficio studi CGIL Lombardia in fase di stesura finale). Per dirla con parole molto più semplici, in Italia si manifesta un classico caso di fallimento del mercato, ma è, purtroppo, proprio attraverso il mercato che il governo intende risolvere i vincoli economici del paese.

Probabilmente il mercato troverà anche le sue soluzioni e quindi il suo equilibrio, ma un equilibrio di sottooccupazione è auspicabile per una società industrializzata come quella italiana?

Nel Dpef 2003-2006 sostanzialmente è declinata questa azione di svuotamento della pubblica amministrazione che attraverso il "Patto per l'Italia" ha nei fatti non solo ridimensionato i diritti fondamentali del lavoro, ma anche prefigurato una particolare società, cioè un "pubblico privato" che può fare a meno della pubblica amministrazione e del suo ruolo di intermediazione sociale. Sostanzialmente si supera il modello capitalistico liberale e si gettano le basi per un capitalismo mutualistico e bilaterale senza la presenza di soggetti collettivi di intermediazione.

Il tratto caratteristico di questo Dpef è proprio questo, ed è invero impressionante come la sinistra non abbia colto la discontinuità dell’attuale fase politico-economica: oggi si prefigura non una declinazione del capitalismo liberale, ma piuttosto una modalità di relazioni economiche, politiche e sociali che non hanno nessun paradigma nella storia economica, se non nella società precapitalistica (rivoluzione industriale).

 

Gli assi del DPEF 2003-2006

Nel sommario e conclusione del DPEF si afferma: "… l'accordo con le Parti Sociali sulle riforme non è l'esito di un negoziato, ma è un vero "Patto per l'Italia".

Occorre "stressare" questa presa di posizione e sottolineare come il Patto sia sostanzialmente un accordo sulle "riforme", cioè sugli strumenti che il Governo adotterà, mentre non c'è nessun riferimento per quanto riguarda altri parimenti importanti obiettivi.

La puntualizzazione è dirimente. Infatti, negli obiettivi indicati dal Governo ci sono quattro assi che dovrebbero orientare l'azione dello stesso Governo. In ordine sono:

  1. La stabilità che interessa un certo equilibrio dei conti pubblici, cioè un saldo strutturale del bilancio prossimo allo zero;
  2. Le riforme (sempre in ordine di rilievo) del fisco, della previdenza, del mercato del lavoro, del mercato dei capitali e dei prodotti, assieme ad un rafforzamento delle politiche territoriali;
  3. Uno sviluppo equo e vigoroso;
  4. L'equità, realizzata attraverso la riforma del fisco e dello stato sociale.

Questi 4 oggetti hanno aperto un dibattito che ha coinvolto le Parti Sociali e le Forze Politiche, ma solo pochi hanno colto la dicotomia tra l'accordo sulle riforme (fisco lavoro, previdenza e capitali) e gli obiettivi di stabilità, sviluppo ed equità indicati dal governo.

Infatti, nel Patto per l'Italia come nel DPEF è difficile trovare elementi di efficacia dei provvedimenti che si intendono adottare, ed entrambi i documenti - certamente il DPEF ha un maggiore significato giuridico ed economico/finanziario - evitano con cura di "indagare" la stabilità del bilancio pubblico, la possibilità di uno sviluppo vigoroso in ragione dei vincoli del sistema economico-industriale, e l'equità come a volere segnare l'importanza delle riforme rispetto agli esiti che dovrebbero in qualche modo conseguire.

Indipendentemente dalle caratteristiche e dalle implicazioni delle riforme è comunque indiscutibile l’impatto macroeconomico e finanziario. Comunque la si veda la riforma fiscale e previdenziale andranno a "stressare" la stabilità dei conti pubblici, mentre le vere o presunte risorse economiche aggiuntive per la domanda di consumo privata, ma anche di investimenti, solo in parte contribuiranno allo sviluppo del Paese. Infatti, quando in Italia aumentano gli investimenti e la domanda finale, la curva dell'importazione cresce fino a pregiudicare l'equilibrio estero del Paese.

In fondo questo è proprio l'esito dell'allargamento del mercato, cioè non è assolutamente vero, o detto, che un aumento della spesa pubblica come di quella privata si trasformi in crescita economica o sviluppo.

Infatti, la spesa pubblica diretta ha dei vantaggi su quella indiretta (agevolazioni al reddito o riduzione del prelievo fiscale) in quanto i beni e i servizi effettuati dalla Pa sono con certezza realizzati interamente sul territorio, cosa che non è assolutamente certa quando sono comprati sul mercato. Detta con parole molto più semplici, una spesa pubblica diretta tesa a realizzare asili nido, sanità, infrastrutture certamente farà segnare un incremento del PIL, mentre la spesa indiretta può invece fare aumentare il debito estero che è indubbiamente più vincolante del debito interno.

In questo senso non deve sorprendere la proposta di bilancio del governo inglese che ha scelto di aumentare la spesa pubblica nei prossimi 3 anni per un ammontare di 140 miliardi di euro che andranno a finanziare l'erogazione diretta di servizi universalisti quali la sanità, istruzione e nuove infrastrutture che i privati non hanno potuto o voluto realizzare. Sostanzialmente il popolo inglese è disposto a pagare più tasse per far fronte ai cosiddetti limiti del mercato ben visibili per esempio nel sistema ferroviario.

Sicuramente il governo inglese e quello di Berlusconi hanno la stessa idea circa il mondo del lavoro, ma evidentemente il primo riconosce allo Stato un ruolo funzionale, il secondo lo vede come vincolo.

Il quadro macroeconomico ricostruito dall'Ufficio Studi aiuta a comprendere i vincoli economici del Paese che ai più sembra sfuggire, e per questa via comprendere con maggiore efficacia la differenza tra il quadro macroeconomico tendenziale e programmatico predisposto dal Ministro Tremonti.

Il quadro macroeconomico programmatico delineato dal governo, pur mostrando un ambiente che teoricamente potrebbe essere condiviso da tutti - chi non sarebbe d'accordo con una crescita economica del 2,9%, una crescita media dell'occupazione dell’1,4% e un taglio netto del debito pubblico di 14 punti percentuali di PIL - non trova nessuna ragionevole giustificazione, soprattutto se consideriamo i vincoli del sistema Paese e del Bilancio pubblico che non sono legati solo al trattato di Maastricht, ma a piuttosto a un equilibrio delicato tra entrate e spese che la riforma del titolo V della Costituzione ha indubbiamente compromesso e che la riforma fiscale accentuerà.

Inoltre, la tendenziale riduzione della spesa pubblica indotta dalle riforme è solo in parte documentata nel DPEF attraverso il saldo corrente, primario e dal declino del debito pubblico. Occorre considerare, inoltre, che la tendenziale riduzione della spesa pubblica potrebbe determinare una crescente divaricazione dei redditi.

Infatti, il CNEL ha già ampiamente documentato come la riduzione della spesa pubblica tra il 1993 e il 1999 ha nei fatti determinato una significativa sperequazione dei redditi pari ad almeno 6 punti di PIL.

Le misure proposte dal Governo Berlusconi accentueranno questa divaricazione. Se tra il 1993 e il 1999 la diminuzione della spesa pubblica era funzionale al conseguimento di un pareggio di bilancio mantenendo il carattere funzionale del Bilancio pubblico, la compressione della spesa pubblica annunciata da Tremonti non ha questo fine, ma piuttosto quello di liberare risorse per il mercato, cioè i servizi e i beni collettivi saranno acquistati sul mercato ma con una tassazione inversamente proporzionale, ovvero meno tasse per IRPEG, IRAP e le 2 aliquote IRPEF.

Sostanzialmente non è improbabile una enorme sperequazione del reddito che non sarà pari solo all'abbassamento della spesa pubblica, ma anche soggetta all'effetto moltiplicatore.

Principali indicatori macroeconomici

incrementi sull'anno precedente e/o dati aggregati (Banca d'Italia, Eurostat)

anno 1995 anno 1996 anno 1997 anno 1998 anno 1999 anno 2000 anno 2001

Totale 1995-2000

Pil UE*

2,2

1,4

2,3

2,9

2,7

3,5

1,5

15,0

Pil Ita*

2,9

1,1

2,0

1,8

1,6

2,9

1,8

12,3

Ue exp

7,8

4,5

10,5

7,3

5,3

12,2

2,5

47,6

Ita exp

12,7

0,6

6,4

3,4

0,3

11,7

0,2

35,1

UE imp

7,6

3,3

9,1

9,9

7,4

10,9

0,8

48,2

Ita imp

10,4

-0,3

10,1

8,9

5,3

9,4

-0,2

43,8

Ue consumi delle Famiglie

1,9

1,6

1,6

3,0

3,3

2,5

1,7

13,9

Ita consumi delle famiglie

1,7

1,2

3,2

3,2

2,4

2,7

1,1

14,4

Ue investimenti fissi lordi

2,4

1,3

2,4

5,2

5,6

4,4

-0,4

21,3

Ita investimenti fissi lordi

6,0

3,6

2,1

4,0

5,7

6,5

2,4

27,9

Ue tasso di attività lav.

67,1

67,3

67,5

68,0

68,6

68,9

media 67,9

Ita tasso di attività lav. ****

57,3

57,8

58,1

58,8

59,3

59,7

60,1

media 58,5

Ue produzione industriale

3,4

0,4

4,3

4,3

2,0

5,5

0,2

19,9

Ita produzione industriale

5,1

-0,9

3,3

1,9

0,1

3,3

-0,7

12,8

Ue utilizzazione impianti

82,5

80,6

81,0

82,9

81,8

83,8

83,2

media 82,1

Ita utilizzazione impianti

78,2

75,8

77,7

77,6

76,5

79,3

78,1

media 77,5

UE spesa in R&S su Pil

1,81

1,81

1,80

1,81

1,81**

n.d

7,23

Ita spesa in R&S su Pil

1,00

1,01

0,99

1,02

1,04

n.d

5,06

Ita spesa totale in R&S correnti (crescita su anno precedente, Unioncamere)

3,2

5,7

2,8

4,9

16,60

* a prezzi costanti; ** nostra stima o dato nazionale assunto per regione; *** al T1; **** fonte Unioncamere (gennaio 2002)

 

 

quadro macroeconomico del Dpef tendenziale e programmatico

anno 2002

anno 2003

anno 2004

anno 2005

anno 2006

tenden
ziale

programma
tico

Tendenz
iale

programma
tico

tenden
ziale

programma
tico

tenden
ziale

programma
tico

tenden
ziale

programma
tico

Pil

1,3

1,3

2,7

2,9

2,3

2,9

2,3

3,0

2,3

3,0

inflazione

2,2

1,7

1,7

1,4

1,5

1,3

1,5

1,2

1,5

1,2

import

8,4

8,8

7,2

8,1

7,2

8,1

7,2

8,0

export

8,5

8,6

7,2

7,6

7,2

7,6

7,2

7,6

domanda finale

1,5

2,4

2,7

2,2

3,0

2,2

3,1

2,2

3,1

 

Inoltre, sui conti pubblici del 2002 ha già pesato una gestione alquanto allegra. Sicuramente la recente risoluzione dell'Eurostat in merito alla cartolizzazione e alla sua contabilizzazione (immobili e lotto) hanno determinato una revisione al rialzo dell'indebitamento del 2001 al 2,2%, ma più che una conferma dello squilibrio tendenziale dei conti pubblici ereditato dalla precedente legislatura, mostra una significativa insufficienza nel controllo della spesa pubblica.

Infatti, proprio il Ministro del Tesoro è intervenuto con ben 2 manovre correttive: la prima con il D.L. 63/02 e successivamente con decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 5 luglio 2002, ed entrambi in vario modo intervengono sulla spesa sanitaria e nella gestione di bilancio.

Questa escalation potrebbe non arrestarsi alla manovra finanziaria per il 2003 che dovrebbe essere pari allo 0,8% (circa 12 miliardi di Euro). Infatti, sia l'istituto ISAE che la Corte dei Conti nelle audizioni in Commissione Bilancio hanno manifestato forti dubbi sulla tenuta dei conti pubblici.

Da un lato si dovrebbe realizzare la prima tranche della riforma fiscale che in realtà è la neutralizzazione degli incrementi del prelievo fiscale che vi sarebbero stati per i redditi più bassi pari allo 0,6% del PIL (si veda ricerca Ufficio Studi sul sito della CGIL Lombardia), utilizzando le risorse destinate dal precedente Governo per ridurre di un punto l'aliquota fiscale - si osservi come la misura Tremonti serva a neutralizzare l'incremento del prelievo fiscale mentre la misura "Visco" abbassava oggettivamente il prelievo fiscale -, da un altro lato dovrebbe esserci un +0,2 (700 milioni di Euro) per le modifiche degli ammortizzatori sociali, ma questi interventi non potrebbero essere finanziati senza un "quasi" equivalente taglio dei servizi pubblici e una significativa privatizzazione (20 miliardi di euro). Tra l’altro la dismissione delle partecipazioni statali appare poco credibile, anche se giustificherebbero per intero la riduzione di 14 punti % di PIL del debito pubblico.

Se pensiamo all'attuale trend delle Borse è difficile credere a queste privatizzazioni, almeno che non si voglia svendere le partecipazioni statali a vantaggio di interessi particolari (FIAT-EDISON-ENEL-, oppure TELECOM-MEDIASET).

Questi rilievi trovano una significativa conferma nell'audizione della Corte dei Conti presso la Commissione Bilancio del 15 luglio 2003, soprattutto per la parte relativa all'assenza di un quadro programmatico "espresso secondo lo schema del conto consolidato delle amministrazioni pubbliche".

Ciò induce ad avanzare dei dubbi sull'entità della manovra. Infatti, la manovra potrebbe essere di gran lunga più ampia dello 0,8% del Pil in ragione degli interventi di rientro del debito della PA e degli interventi per il fisco (0,6% del PIL), ammortizzatori sociali (0,2% del PIL) e le infrastrutture che per la Corte dei Conti "non è comprensibile come l'eventuale spostamento al di fuori del bilancio delle spese di investimento possa applicarsi alle grandezze esposte nel quadro a legislazione vigente", cioè la Corte dei Conti non vede la relazione tra "Infrastrutture SPA" e "Patrimonio SPA", legge obiettivo con il progetto di Bilancio.

quadro della finanza pubblica del Dpef tendenziale e programmatico

anno 2002

anno 2003

anno 2004

anno 2005

anno 2006

tenden
ziale

programma
tico

tenden
ziale

programma
tico

tenden
ziale

programma
tico

tenden
ziale

programma
tico

tenden
ziale

programma
tico

indebitamento netto

-1,1

-1,1

-1,6

-0,8

-2,3

-0,3

-1,5

0,1

-0,9

0,2

indebitamento strutturale

-0,5

-0,5

-1,2

-0,4

-1,9

-0,1

-1,2

0,1

-0,6

0,2

debito pubblico

109,3

109,3

108,7

104,5

109,2

99,8

109,3

97,1

108,7

94,4

saldo corrente

1,7

1,7

1,6

2,2

1,5

2,7

2,0

2,7

2,5

3,1

avanzo primario

4,7

4,7

4,3

5,1

3,7

5,5

4,5

5,8

5,0

5,7

spese finali

47,2

47,2

47,2

47,5

47,0

46,4

pressione fiscale

42,3

42,3

42,1

41,9

42,0

41,4

42,1

40,4

42,1

39,8

 

I provvedimenti attesi

Come già ricordato il DPEF indica i vincoli di bilancio (saldo corrente, indebitamento pubblico, saldo primario, debito) e all'interno di questo quadro finanziario si provvede a indicare i provvedimenti "ordinamentali" (collegati alla finanziaria) e per questa via intercettare gli obiettivi di Bilancio indicati nella legge finanziaria.

Il quadro di finanza pubblica 2003-2006 consente di dare alcune certezze per alcuni provvedimenti, mentre per altri progetti di legge (delega) la "certezza" è limitata alla capacità di intercettare risorse economiche aggiuntive da "trovare" nella manovra finanziaria di fine anno.

Adottando questo criterio, tra l'altro sottilmente illustrato nel DPEF è possibile stabilire una "gerarchia" dei provvedimenti, cioè i provvedimenti "certi" e "quelli legati a una disponibilità finanziaria".

Tra i primi troviamo la riforma fiscale che in sostanza prevede un significativo alleggerimento per i redditi più alti (vedi "Previdenza e fisco in chiave aziendale, superamento della finanza pubblica"), la sanità con interventi di razionalizzazione tesi a rafforzare il sistema delle prestazioni sanitarie socio-assistenziali attraverso delle mutue, e un "ferreo" controllo della spesa farmaceutica con l'adozione di un nuovo prontuario, la PA su cui peserà una ingiustificata flessibilizzazione delle prestazioni lavorative in servizi che diversamente da quanto sostenuto nel Dpef richiedono appropriatezza e attenzione (si prevede un ricorso al part-time, al telelavoro e al lavoro interinale), la razionalizzazione degli acquisti attraverso il CONSIP (centralizzazione degli acquisti con gare d'aste su scala nazionale), la trasformazione dei singoli ministeri in "centri di bilancio" con conseguenti effetti di autonomia, responsabilità e flessibilità.

Tra le misure "disponibili solo attraverso il recupero di risorse economiche aggiuntive", rientrano anche pezzi importanti dei provvedimenti appena indicati, ma occorre considerare il livello di priorità per comprendere la politica economica che il governo intende perseguire.

Nei provvedimenti "disponibili" troviamo il fisco per le parti non adottate nei punti precedenti; il mercato del lavoro che a sua volta si divide in politiche sociali (ammortizzatori sociali) e incontro tra domanda e offerta del lavoro che non sembra avere effetti dal lato della spesa pubblica in quanto il Patto per l’Italia interviene sostanzialmente sui diritti; la previdenza che manifesta trend economici particolarmente positivi e quindi appare difficile un intervento in tempi ravvicinati se non nella misura in cui Confindustria insista a ridurre la pressione contributiva sul lavoro di 3-5 punti, con un costo annuo per le casse dell'INPS prossima a un punto percentuale di PIL ogni anno, mentre la riforma Dini ha un costo di 1 punto percentuale di PIL su un arco di tempo lungo 30 anni; le riforme istituzionali ed in particolare la legge per la stabilità di bilancio, il federalismo fiscale (in parte già compromesso con l'intervento di 500 milioni di euro sull'IRAP), e naturalmente la devoluzione che inevitabilmente amplificherà i conflitti tra le istituzioni locali regionali, nazionali e non si esclude a livello europeo come il Presidente Formigoni ha ricordato al meeting delle 20 regioni europee tenutosi a Bellagio il 15-16 luglio.

C'è anche un capitolo molto importante per la voce investimenti infrastrutturali e la valorizzazione del Patrimonio. E' di un certo rilievo la titolazione del capitolo "il Patrimonio, le infrastrutture e la modernizzazione del Paese" che prefigura una contabilità separata che la Corte dei Conti ha giustamente non compreso. Non è in discussione la necessità di dotare di infrastrutture adeguate il Paese, ma la strumentazione adottata segna una significativa discontinuità con la contabilità pubblica, anche se il patrimonio pubblico è oggettivamente poco valorizzato.

Già si è detto delle privatizzazioni, cioè sulla difficoltà a realizzare quanto indicato nel Dpef, ma soprattutto non c'è nessun riferimento all'art.35 della precedente finanziaria e alle Fondazioni Bancarie che inevitabilmente modificheranno una parte non trascurabile degli assetti proprietari delle Banche come della "gestione delle Public utility - art.35 legge finanziaria-". E' auspicabile che su questi oggetti il Governo presenti con maggiore chiarezza le proprie intenzioni sulle Fondazioni e sulle Public utility.

 

Conclusioni

 Il Dpef dovrebbe avere indicazioni macroeconomiche credibili e allo stesso tempo coraggiose, se vi sono politiche adeguate per fare fronte ai cosiddetti fallimenti del mercato.

Le proposte di DPEF fino ad oggi avanzate delineano uno scenario economico per assurdo condivisibili – chi non sarebbe d’accordo con una crescita del 2,9%, dell’occupazione dell’1,4% medio e una riduzione del debito pubblico fino al 94,4% del Pil -, ma le misure adottate, o meglio ancora quelle che si vorrebbero adottare non sembrano aggredire i vincoli del Paese e per assurdo li accentuano.

Si prevede una crescita del Pil per il 2003 del 2,9% e del 3,0% per il 2004, un tasso di occupazione per il 2003 in crescita dello 1,6% rispetto al 2002, un tasso di disoccupazione prossimo all’8,5% per il 2003, un tasso di inflazione dell’1,7% per il 2003 rispetto al 2,2% del 2002.

Questo scenario economico appare credibile solo se nel frattempo intervengono misure governative capaci di rilanciare lo sviluppo e il reddito del Paese.

In realtà si nega e si esclude l’intervento pubblico al fine di orientare e incentivare politiche di sviluppo e, per questa via, ridurre il ruolo di intermediazione dello Stato.

Infatti, si adotta un metodo di analisi tutto basato sull’offerta privata come se i fenomeni che regolano i processi economici fossero neutrali e oggettivi (si ricordi che ad ogni incremento della domanda interna e degli investimenti il saldo della bilancia commerciale si riduce progressivamente).

Recuperare il ruolo propositivo e attivo della programmazione economica da parte della Pubblica Amministrazione è una condizione necessaria per traguardare profili superiori di crescita del Pil e del tessuto produttivo nazionale.

La stessa indicazione dell’inflazione programmatica di riferimento può migliorare o meno le stesse relazioni industriali. Sicuramente occorre avvicinare alla media europea i propri riferimenti economici in materia di crescita del Pil e di inflazione, ma allo stesso tempo occorre calibrare tali indicatori alla realtà del Paese.

La Pubblica Amministrazione potrebbe intervenire su due specifici ambienti:

  • politica delle entrate;
  • politica delle spese e dello sviluppo.

Appare sicuramente opportuno individuare nel DPEF, anche per gli anni successivi, un capitolo sulle politiche economiche che si intendono portare in Europa.

I "vincoli" europei sono il frutto di lunghe e a volte criptiche decisioni degli stessi Paesi membri, ma nessuno di questi propone e articola in sede di bilancio programmatico nazionale una posizione autonoma e soggetta a verifica dei propri Parlamenti nazionali (si veda gli articoli di Brancaccio e Bellofiore sulla rivista de il Manifesto del luglio ’02).

 

Politica delle entrate

La politica fiscale deve contribuire allo sforzo di rilancio della politica economica e dello sviluppo attraverso una azione attenta alla redistribuzione del reddito e al recupero di competitività del sistema produttivo nazionale.

In questo senso ulteriori agevolazioni volte a ridurre il prelievo fiscale sulle imprese, con seri problemi di recupero di gettito fiscale – IRAP -, Irpeg, devono avere un carattere fortemente selettivo, distinguendo tra utili reinvestiti, capitali di rischio, rendite finanziarie, operazioni speculative e finanziarie, aree di investimento.

Questa tendenza ha fatto affermare al Commissario Mario Monti che negli ultimi 15 anni la tassazione sui capitali è diminuita di 10 punti, mentre quella sul lavoro è aumentata del 7%. Ciò appare inaccettabile e insostenibile rispetto ai tassi di disoccupazione presenti in Europa e in Italia.

Quindi la politica fiscale deve operare come stimolo per la crescita economica e allo stesso tempo deve operare un riorientamento dei presupposti di imposta, ovvero tassare poco un bene scarso come il lavoro e tassare in misura maggiore i fattori di produzione a rischio e/o eccedenti. A questo proposito è possibile approfondire il dibattito circa la Tobin tax e se possibile la trasparenza sui mercati finanziari attraverso un aggiornamento della legge Draghi che regolamenta i mercati finanziari.

Ulteriori ed importanti risorse sono recuperabili dalla evasione fiscale (250.000 mld l’anno) e contributiva. E’ francamente inaccettabile la distanza tra le quote di reddito sfuggito al fisco e scoperto dalla Guardia di Finanza e le quote percepite realmente dal Ministero delle Finanze.

Se la gestione del debito pubblico deve essere sempre molto attenta e misurata a cagione della entità dello stesso debito, ciò non impedisce lo sviluppo di una politica di allungamento medio dello stesso, da 4,5 anni a 5,5 anni, e per questa via ridurre l’onere degli interessi passivi sul debito pubblico.

Entrate addizionali possono essere ricavate da una maggiore resposabilizzazione delle imprese in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Politiche della spesa e dello sviluppo

La Corte dei Conti, come ogni anno, ha redatto un rapporto sull’andamento del spesa pubblica.

Nonostante il bilancio italiano sia tra di più bassi a livello OCSE (ciò induce comunque a una qualche riflessione) sarebbe possibile economizzare, secondo il rapporto della Corte dei Conti una parte non trascurabile del bilancio pubblico e magari per questa via assicurare le risorse necessarie per finanziarie l’accordo del pubblico impiego.

Un capitolo molto importante da esaminare sono i trasferimenti, e in particolare i trasferimenti alle imprese. Infatti, l'Italia è al primo posto secondo i parametri adottati dalla Commissione Europea sugli aiuti per dipendente.

Il servizio studi del Senato della repubblica ha effettuato nel 1999 una indagine sugli aiuti pubblici alle imprese.

I tratti caratteristici e salienti degli aiuti pubblici sono nell'ordine gli "sgravi contributivi", i fondi per la cassa integrazione (17%), i prepensionamenti (9%), la formazione professionale (5,5%) e il fondo per l'occupazione (3%). In particolare gli oneri del pensionamento anticipato registrano un progressivo aumento del loro peso percentuale.

Un riordino dei trasferimenti alle imprese (6.0% del Pil italiano rispetto alla media Ocse del 3.5%) appare francamente non più rinviabile e potrebbe efficacemente contribuire al risanamento dei conti pubblici.

Non si tratta di tagliare i suddetti fondi, ma piuttosto di valutarli in termini di efficacia, cioè:

  • Quanti posti di lavoro sono stati mantenuti;
  • Quanti nuovi posti di lavoro sono stati creati;
  • Quale è stato il salto innovativo dei finanziamenti;
  • Quale è stato il riposizionamento del tessuto produttivo nazionale.

Una indagine attenta ed articolata su questa voce di spesa potrebbe qualificare la spesa pubblica e allo stesso tempo riposizionare il tessuto produttivo nazionale troppo calibrato su settori maturi. Ovviamente non si tratta di introdurre settori produttivi H-T non presenti sul territorio, ma si tratta, piuttosto, di introdurre elementi innovativi a monte dei processi produttivi esistenti. Questi aiuti, se ben gestiti, potrebbero determinare un salto qualitativo ormai ineludibile per il Paese.

Queste iniziative di risparmio di spesa devono essere legate alla non più rinviabile necessità di incremento della base infrastrutturale del paese (sapere e saper fare) (ricerca Ufficio studi in fase di ultimazione).

Se si prosegue per questa via, l'Italia non solo non sarà in grado di produrre quel poco di H-T , non potrà neppure importarla e gestirla in quanto il know how è insufficiente per intercettare il nuovo paradigma tecnologico.

Queste iniziative devono essere accompagnate da progetti per la competitività finalizzati, dove l'intervento pubblico assume il compito, proprio, di indirizzo e orientamento.

Non più procrastinabile appare l'adeguamento del welfare italiano alla media europea. Ciò è indispensabile per mantenere e/o recuperare al mercato famiglie che sono state escluse a cagione delle recenti manovre correttive e per questa via aumentare la domanda aggregata del Paese.

Sostanzialmente manca nel Dpef una qualsiasi credibile base tecnico-legislativa per traguardare gli obiettivi macroeconomici e di bilancio che il governo si è dato. Keynes ha sempre speso molte parole sulle aspettative del mercato e del ruolo pubblico per alimentarle, ma dubitiamo che Keynes considerasse tra gli strumenti possibili per fare fronte ai fallimenti del mercato la "eresia", anche se per molti anni è stato considerato un po’ eretico.