| Il 2002 si sta chiudendo con gli arresti e le bombe
che tentano di riscrivere la storia vera di Genova e con i quasi seimila lavoratori e
lavoratrici Fiat in cassaintegrazione, anticamera del licenziamento per molti e di un
futuro incerto e precario per gli altri. Potrebbero essere storie dei nostri tempi come
altre, specchi fedeli dello stato di cose presenti. Dalla crisi del liberismo globale,
anzitutto, sempre più incapace di risposte di fronte al peggioramento delle condizioni di
vita che esso stesso produce, alla crescente impermeabilità del potere politico alle
rivendicazioni dal basso che lo spinge a ricercare soluzioni autoritarie, strette
repressive e, sul piano del governo globale, uno stato di guerra permanente. Ma nella
grande lotta degli operai della Fiat, da Arese a Cassino, da Mirafiori a Termini, e nel
grado di consenso sociale delineatosi attorno ad essa, così diverso dalla solitudine
operaia degli anni passati, si riflette anche quel moto sociale profondo, emerso alla
superficie con salutare prepotenza a Genova e a Firenze. La vicenda della Fiat è
paradigmatica eppure non è semplicemente una storia come un'altra. Oggi il peso e il
ruolo della Fiat nel paese non è più quello di prima, né dal punto di vista padronale,
né da quello operaio, ma oggi come ieri le vicende della Fiat segnano passaggi
fondamentali. Fu così nel 1980, allorquando la sconfitta alla Fiat suggellò la sconfitta
dei movimenti del decennio precedente e annunciò l'avvento del capitalismo liberista. Ed
è così oggi, quando riassume e sintetizza in sé i nodi della fase. L'anno che sta per terminare è stato caratterizzato da un'offensiva
violentissima contro i lavoratori, contro i diritti e contro il salario. Tre scioperi
generali, un aumento complessivo delle ore di sciopero e la mobilitazione di milioni
lavoratori e lavoratrici sono stati la risposta in netta controtendenza con quanto
avveniva negli anni precedenti, ma l'offensiva liberista non è stata arrestata nemmeno in
parte. Anzi, la legge Finanziaria ribadisce il concetto: favori indecenti a pochi, mazzate
a tutti gli altri.
Il grande punto interrogativo emerso all'indomani dello sciopero
generale del 18 ottobre continua a stare là indomito e la principale organizzazione
sindacale, la Cgil, oscilla più che mai tra la radicalità del discorso politico e la
pratica concertativa mai abbandonata. Oggi si ricomincia a parlare di sciopero generale.
Voci ancora troppo deboli e una evidenza non affrontata a sufficienza, cioè che non si
può semplicemente riproporre "un altro" sciopero generale, senza obiettivi
chiari e senza un percorso di lotta che permetta di realizzarli. Occorre fare sul serio e
iniziare a costruire uno schieramento sindacale e sociale che punti concretamente ad
arrestare il dilagare delle politiche liberiste. Anche qui, come già a Firenze, è sulla
radicalità dei contenuti che va costruita la più ampia unità. È l'unica scelta
realistica possibile, altrimenti si ricostruirà quella "unità sindacale"
concertativa naufragata di fronte ai propri fallimenti, ma questa volta sul modello
neocorporativo e collaterale del Patto per l'Italia. Ed è una prospettiva tutt'altro che
remota, come dimostra in questi giorni la Lombardia, dove il "patto per lo
sviluppo" tra Cgil-Cisl-Uil e Formigoni non vacilla nemmeno di fronte alla
reintroduzione dei ticket sui farmaci operata dal governo regionale per finanziare la
privatizzazione del sistema sanitario lombardo.
Uno sciopero generale che parta dalla questione Fiat, cioè
dall'inaccettabilità dell'accordo Governo-Fiat, funzionale soltanto agli interessi
padronali, come ci ricorda proprio ora la vendita della azioni GM da parte di Agnelli.
Quel accordo deve saltare, c'è la necessità di un intervento pubblico diretto nella Fiat
e va applicata la cassaintegrazione a rotazione tra tutti, come peraltro prevede la legge.
Sarebbe un errore politico e sindacale imperdonabile considerare chiusa la partita,
nonché un pessimo viatico per la campagna referendaria per l'estensione dell'articolo 18
a tutti e tutte. Uno sciopero generale che faccia tesoro dell'esperienza di Firenze e
della stessa lotta alla Fiat e ricerchi l'alleanza concreta con i movimenti, anzitutto
inserendosi a pieno titolo nella campagna contro una guerra sempre più vicina, che
porterà il 15 febbraio prossimo ad una massiccia mobilitazione su scala europea. Anche
perché la lotta contro il liberismo e la guerra, due facce della stessa medaglia, non
dovranno essere mai più disgiunte. Fiat e guerra non sono certo gli unici punti di una
piattaforma sociale alternativa. C'è la legge Finanziaria, c'è la Devolution che fa dei
diritti universali uno spezzatino e disegna un'Italia a loro immagine e somiglianza,
privatizzata e atomizzata, e un'intera categoria di lavoratori, quella dei trasporti, si
è ribellata in massa per un contratto che non c'è.
Ma Fiat e guerra sono oggi il centro nevralgico da cui partire per
poter tentare di costruire un inversione di tendenza. Lo sciopero generale non è solo
necessario, ma è davvero urgente.
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