| "Dov'è questo mare, delle lacrime dei bambini, che ogni giorno
diventa più grande? Si trova forse su qualche carta geografica perché lo veda tutto il
mondo? Si è abbattuta una tempesta feroce su questo pallido mare (
) E' stata la
tempesta a distruggere i sogni oppure è stato il frutto delle mani di qualcuno? ".
Mentre una nuova guerra rischia di profilarsi all'orizzonte, nulla descrive meglio la
situazione in cui è piombata l'ex Jugoslavia dei versi scritti da Milica Simovic, bambina
di Kragujevac e figlia di un operaio metalmeccanico della Zastava. Una tempesta quella
che, con conflitti e odi razziali fomentati dall'esterno, in un decennio ha spazzato via
il suo paese, per mezzo secolo esempio di multietnicità, indipendenza e non allineamento
alle scelte delle superpotenze. Che ha soffocato nel sangue le speranze di progresso
sociale, trasformando una nazione un tempo prospera in uno dei dieci fanalini di coda
dell'economia mondiale, dove due terzi della popolazione vive con meno di un euro al
giorno e i tassi di scolarità e copertura sanitaria sono tornati a livelli pre-seconda
guerra mondiale. Che ha distrutto i sogni dei padri, anche quando questi trovavano come
spartana culla una fabbrica di autovetture. Sì, una fabbrica di autovetture, una
"bandiera rossa" intrisa di olio e grasso difesa con orgoglio come il frutto del
riscatto di un intero popolo. La Zastava era una delle officine più gloriose della
Jugoslavia socialista di Tito, l'unica dell'Est Europa capace di esportare automobili
anche in un mercato come quello degli Stati Uniti. Era un laboratorio in cui si
sperimentava l'autogestione, sorto nel cuore di una città martire della Resistenza, dove
la lotta contro l'occupante nazifascista è costata la fucilazione sommaria di settemila
persone. Ora è solo l'ombra di sé stessa, prima quasi rasa al suolo dalle "bombe
intelligenti" della Nato, poi falcidiata dalle scelte economiche di un governo
telediretto da Washington. Con i suoi operai, già fiore all'occhiello delle sei
repubbliche federate, oggi impossibilitati a far fronte alle spese più elementari, come
garantire un pasto e l'istruzione ai propri figli.
Una storia gloriosa
alle spalle
Sono i miracoli del liberismo sfrenato, la religione laica da cui il nuovo esecutivo di
Belgrado è rimasto folgorato. Che tra i suoi riti prevede la svendita di un ex presidente
a un tribunale-fantoccio straniero, l'esautorazione di parlamentari non graditi al proprio
premier "democratico", l'istituzione di un Ministero ad hoc per le
privatizzazioni selvagge, o, semplicemente, il licenziamento in tronco di decine di
migliaia di lavoratori.
La Zastava era stata fondata nel 1851 come fabbrica di armi e macchinari per officine
meccaniche. Dopo la II guerra mondiale, posta sotto la direzione dello stato socialista,
diventa una delle realtà industriali più avanzate dell'Europa Orientale. A partire dal
1953, stipula accordi commerciali con la Fiat che porteranno alla produzione di veicoli
per usi privati come la Campagnola e la Zastava 600 B, gemella della più famosa Fiat 600,
di cui ne sfornerà fino al 1985 quasi un milione di esemplari. Ma a fare la fortuna dello
stabilimento di Kragujevac - capoluogo della regione serba della Sumadjia, 250 mila
abitanti - sarà la Zastava 101, praticamente una Fiat 128 con la parte posteriore
modificata, destinata a divenire una delle autovetture più utilizzate nell'allora blocco
socialista, esportata anche in diversi paesi "fuori cortina" e dell'Asia. La
vettura conquisterà, nel 1973, il Tour d'Europa di rally della sua categoria.
Il marchio della Zastava riesce addirittura a varcare l'Oceano Atlantico. Oltre 140
mila esemplari di Yugo Koral 45, utilitaria che monta il motore della Fiat 127, approdano
negli States. Assieme alle automobili, a partire dal 1955 la fabbrica produce, su licenza
della Fiat Iveco, anche camion, furgoni e autobus, fino ai recenti piccoli mezzi da lavoro
commercializzati con il marchio "ZK Italia".
Nel 1999, prima dell'aggressione imperialista coperta sotto l'etichetta di
"operazione di polizia internazionale", la Zastava poteva contare su una forza
lavoro stimata attorno ai 36.000 tra operai, tecnici e impiegati, escluso l'indotto. Da
essa dipendevano direttamente o indirettamente i redditi di oltre il 70 percento degli
abitanti attivi di Kragujevac. Una speranza di progresso, per le popolazioni jugoslave
tutte che vi trovavano occupazione; un obiettivo sensibile, per i generali della Nato.
Tanto da essere il bersaglio di buona dose di micidiali bombe all'uranio impoverito,
scagliate nel corso dei 35 mila attacchi aerei ordinati dalle "sinistre con
l'elmetto" di Clinton, Blair e D'Alema tra il 24 marzo e l'8 giugno di quell'anno.
Poca roba resterà in piedi nei reparti di produzione delle auto e dei camion, come
nella centrale termica della Zastava (che forniva il riscaldamento a molte abitazioni
della città), mentre risulterà seriamente danneggiato l'efficiente centro sanitario
interno, uno dei punti di riferimento ospedaliero della regione. A questi danni, si
sommano quelli subiti dai lavoratori e dall'ambiente circostante. Più di 120 i dipendenti
feriti dalle schegge, alcuni dei quali per mesi hanno lottato con la morte e tutt'oggi
portano sulla pelle il ricordo di quelle giornate. Incalcolabili le tonnellate di PCB
(Piralene, policlorinato bifenile), liquido refrigerante nei trasformatori elettrici e
nella preparazione delle vernici industriali, fuoriuscito dallo stabilimento bombardato:
si tratta di una sostanza altamente tossica, responsabile di mortalità fetale, danni al
sistema immunitario, cancro al cervello, di cui basta un solo litro per contaminare un
miliardo di litri d'acqua!
Condizioni
di vita difficili
Ieri le bombe dell'Alleanza atlantica, oggi i pesanti tagli di Djindjic e dello spezzone
della cosiddetta "Opposizione democratica serba" che gli è rimasta fedele. Alla
Zastava sono attualmente impiegati 17 mila lavoratori, posti in una specie di cassa
integrazione a rotazione che li impegna nei pochi reparti attivi e con un livello
salariale che ha raggiunto il baratro dei 130-150 euro mensili. Cifra che non permette
assolutamente di far quadrare i bilanci familiari, se si tiene conto che l'inflazione
reale registrata in Serbia è ben al di sopra del 5% sbandierato dal governo, e che per
sopravvivere dignitosamente un nucleo ha bisogno di almeno 250 euro.
Ma, se per questi lavoratori le condizioni di vita sono precipitate vorticosamente, ben
peggiore è la sorte toccata ai 9.200 lavoratori posti in esubero presso l'ufficio di
collocamento Zastava (con una situazione simile alla nostra cassa integrazione a zero
ore), che percepiscono un'indennità mensile di 50 euro. O degli 8400 licenziati in via
definitiva in seguito alle prime ristrutturazioni dell'agosto 2001 e dei circa 800
lavoratori della Zastava di Pec, nel Kosovo occupato, espulsi dalla "pulizia
etnica" avviata dai terroristi dell'UCK. Questo, mentre all'orizzonte si profila una
grande incognita anche per i dipendenti "garantiti": nelle scorse settimane,
sotto la supervisione dell'iper-liberista ministro Alekxander Vlahovic, è stato stipulato
un pre-accordo con un'azienda statunitense, la Nucarco del magnate newyorkese Malcom
Bricklin, molto probabilmente antesignano di nuovi colpi di mannaia contro la classe
operaia serba. Di certo, nonostante la disponibilità a investire 150 milioni di dollari
per i prossimi tre anni, i trascorsi che Bricklin si porta sulle spalle - due clamorosi
fallimenti, nel 1975 con la Bricklin Vehicle Co. e nel 1997 con l'Electric Bycicle Co. -
sono pesanti come macigni e non fanno sperare nulla di buono per il futuro.
La solidarietà
internazionalista
L'unico appiglio rimasto ai lavoratori di Kragujevac è la solidarietà di classe
internazionale. All'appello lanciato dal Samostalni Sindikat, la sigla sotto cui converge
la componente maggioritaria e più combattiva della Zastava, hanno già risposto diverse
realtà politiche e sindacali europee, specie del nostro Paese. Si punta in primo luogo
sulla campagna per le adozioni a distanza, uno strumento che permette alle famiglie
operaie di sostenere gli studi per i propri figli e ammortizzare le spese sanitarie: sono,
infatti, migliaia i bambini di queste zone affetti di leucemie, tumori, diabete, malattie
cardiache, asmatiche e psicosomatiche, in gran parte attribuibili agli effetti dei
proiettili Nato e difficilmente curabili in strutture ospedaliere tornate a standard da
Terzo mondo.
Come ha affermato l'Ufficio rapporti internazionali del Samostalni, "in questa
difficile situazione riteniamo che sia stato, e sia per il futuro, di vitale importanza il
poter contare ancora sugli aiuti ai bambini con le adozioni a distanza, perché sono loro
le vittime innocenti delle colpe e degli errori degli adulti. Il poter contare su questi
aiuti è una speranza per il futuro, speranza che non si può negare a un bambino. Le
adozioni a distanza sono state e sono un grande aiuto, anche morale, ed un grande gesto di
solidarietà tra lavoratori".
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