Intervento di Epifani al Comitato Direttivo della Cgil

Roma, 3 ottobre 2002

La prima considerazione di carattere generale – che, giorno dopo giorno, a una lettura un po’ più attenta della Finanziaria e delle sue tabelle, esce addirittura rafforzata – riguarda un giudizio decisamente critico sulla politica economica, sociale e istituzionale del governo. Il nostro giudizio deve tenere assieme tutti e tre i versanti: quello della critica all’assenza di stabilità e di rigore della legge per quanto riguarda i saldi della finanza pubblica; quello dell’assenza di interventi a sostegno dello sviluppo, in molti casi addirittura della loro cancellazione, che determina, soprattutto per il Mezzogiorno, ostacoli a qualsiasi possibilità di investimento; e infine quello per cui la legge finanziaria non produce né equità sociale né sostenibilità ambientale né coesione nel paese.

La Finanziaria può essere definita come regressiva, nel senso letterale del termine – nel senso cioè che fa regredire la condizione generale del paese – e populista.

È regressiva perché fa regredire il paese nel rapporto con un ciclo economico fortemente negativo e non è in condizione di alterarne la dinamica; è regressiva per quanto attiene una corretta cultura della politica di bilancio; è regressiva per quanto attiene l’etica pubblica (penso soprattutto alla materia dei concordati e dei condoni); è regressiva per la messa in discussione della definizione della Repubblica contenuta nella nuova stesura della legge costituzionale; ed è regressiva perché non rispetta regole e accordi definiti, sia interni alle istituzioni sia nel rapporto tra istituzioni, governo e parti sociali.

È populista poi per molti motivi: per come viene presentata e per i suoi contenuti, così lontani dalla realtà; per come legge la situazione del paese (quella economica, quella di bilancio e quella sociale); è populista nei continui tentativi di divisione sociale e di contrapposizione istituzionale. L’elemento simbolico di questa visione populista assume la massima evidenza quando il presidente del Consiglio contrappone l’interesse del cittadino alla funzione delle autonomie locali, perché quando cade una corretta cultura delle istituzioni, cade sostanzialmente un’idea corretta della democrazia e dei rapporti che debbono intercorrere tra le sedi e le sovranità della democrazia e i cittadini con i loro diritti.

Ho detto all’inizio che dobbiamo dare un giudizio articolato sulle tre questioni fondamentali. Dobbiamo farlo perché abbiamo un dovere di chiarezza, di lealtà e di trasparenza nelle nostre argomentazioni. Dobbiamo insomma dire con forza che la Finanziaria non delinea un quadro di rigore e non dà certezza ai conti pubblici, perché le conseguenze di questa assenza di rigore peseranno sul futuro del paese.

Sono ormai sedici mesi – e noi l’abbiamo detto subito – che il governo dà della situazione reale del paese una raffigurazione totalmente inesistente; sedici mesi in cui il governo ha assunto provvedimenti visibilmente sbagliati (penso ad esempio a quelli dei cento giorni), in cui ha fatto scelte con le quali ha attaccato al cuore i diritti del lavoro (penso all’articolo 18) e scelte che hanno riguardato ceti e interessi ben definiti (penso allo scudo fiscale o all’abolizione della tassa di successione sui grandi patrimoni). Quando addirittura non ha avuto cadute nel senso della lealtà istituzionale: perché quando un governo anticipa, poco prima delle scadenze fiscali, la possibilità che ci siano a breve dei condoni, è evidente che mette in conto anche la possibilità che vi sia, anche in conseguenza di queste scelte, un gettito minore.

Il governo aveva di fronte a sé due strade: la prima – la più giusta nell’interesse del paese – sarebbe stata quella di riconoscere gli errori fatti e quindi correggere la propria politica economica. Una politica economica che, per essere precisi, nell’attuale difficile situazione del ciclo, dovrebbe non tanto basarsi su misure straordinarie, quanto essere più attenta alla situazione in essere, in qualche modo accettando una dimensione più modesta ma per questo più ambiziosa.

Oppure il governo poteva continuare sulla strada dell’irresponsabilità.

Naturalmente ha scelto di continuare a sbagliare.

Gli errori di questa legge finanziaria sono errori pesanti. Tra le previsioni del governo fatte l’anno scorso e i saldi di quest’anno le differenze sono abissali. Noi chiuderemo quest’anno, se va bene, con un aumento del prodotto interno lordo che non arriverà allo 0,5 per cento (rispetto alle previsioni di un anno fa, è praticamente sei volte di meno); avremo un’inflazione che non scenderà sotto il 2,4 per cento (il 50 per cento di più dell’inflazione attesa); avremo un disavanzo nel rapporto tra fabbisogno e Pil quest’anno sicuramente oltre il 2 per cento. Questi dati, uniti all’andamento della congiuntura internazionale, determineranno per l’anno prossimo degli scenari quasi inevitabili: io penso che non arriveremo per l’anno prossimo a uno sviluppo del Pil superiore all’1 per cento, manterremo un’inflazione costante e probabilmente, sulla base di questa Finanziaria, avremo un rapporto tra fabbisogno e Pil compreso tra il 2 e il 3 per cento.

Queste sono le previsioni che, sulla base dei dati che abbiamo a disposizione, ci sentiamo di poter fare. Ovviamente il quadro delle previsioni in questa condizione congiunturale è difficile per tutti – non siamo più nella fase in cui è facile determinare le grandezze macroeconomiche –, ma queste indicazioni sono fortemente attendibili. Anche perché siamo entrati in una fase del ciclo internazionale tendenzialmente negativa, della quale non sappiamo esattamente la fine, e sulla quale potrebbe avere un effetto ulteriore un intervento militare in Iraq, o comunque i venti di guerra, per quanto riguarda sia il rinvio degli investimenti, sia un calo del commercio internazionale, sia una politica di rialzo delle materie prime, a partire dal greggio.

D’altra parte, se passiamo dall’analisi macroeconomica a quella settoriale e aziendale, il quadro si presenta altrettanto negativo. Nel mese di ottobre si dovrebbe capire qualcosa di più sulle vicende della Fiat, ma è evidente che quelle vicende saranno strettamente segnate da conseguenze pesantissime sul terreno degli assetti industriali e occupazionali, sia per quanto riguarda l’occupazione diretta sia per quanto riguarda quella indiretta.

Problemi analoghi si pongono nel settore della cantieristica, ci sono difficoltà nella siderurgia, ci sono problemi vecchi e nuovi in tutti i petrolchimici nazionali. Una parte importante del sistema manifatturiero italiano, insomma – non tutto, per fortuna, perché c’è una parte di piccola e media impresa che ancora continua ad avere prospettive positive –, è in difficoltà.

Ci sono problemi vecchi ma rafforzati dalle ultime decisioni relative a processi di riorganizzazione e di fusione, per banche e assicurazioni: con prospettive pesantissime sull’occupazione (penso a Banca Intesa e Capitalia, con 5-6mila lavoratori considerati come esuberi). Si prospettano nuovi interventi sulle poste, anche in relazione alle scelte della Finanziaria. Il turismo ha alle spalle un periodo di calo, che però potremmo continuare ad avere anche nel prossimo futuro. Senza contare il calo dei consumi e quindi del commercio. E una crisi evidente di una parte dei servizi collegati all’impresa, a partire da quelli finanziari.

Questo quadro che ho cercato per sommi capi di delineare ha una conseguenza: per la prima volta, dopo molti anni, potremmo avere un saldo occupazionale non positivo, come media del 2003, e contemporaneamente, come sempre avviene nei periodi di crisi, potremmo avere un’accentuazione dei caratteri della precarietà, nel lavoro visibile e naturalmente in quello invisibile e sommerso.

Una lettura onesta dei dati che la realtà ci propone conferma il nostro giudizio sui contenuti del Patto per l’Italia, quel giudizio che avevamo dato all’indomani della firma del 5 luglio. In quell’occasione il governo – davanti alla nostra evidente ed esplicita contrarietà rispetto alle indicazioni macroeconomiche contenute nella premessa del Patto, e cioè l’irrealizzabilità dell’obiettivo di crescita del 2,9 per cento per il 2003 – ci disse: "Vi sbagliate: sono proprio i contenuti del Patto che permetteranno al paese di crescere in quella prospettiva; senza Patto avreste ragione ma col Patto invece quell’obiettivo può essere realizzato". La strumentalità di quella posizione oggi è evidente agli occhi di tutti.

Il presidente di Confindustria sostenne, con un qualche eccesso di enfasi, che il Patto per l’Italia era un accordo storico, il più importante mai fatto nel dopoguerra. L’altro giorno ha definito la legge finanziaria piena di molte ombre e di poca luce. Io penso non solo che il giudizio di allora era ed è un giudizio in sé ridicolo; ma anche che quello che dà oggi della Finanziaria conferma la sua stranissima collocazione politica e sociale, anche sul fronte della rappresentanza degli interessi d’impresa.

Non c’è solo questo, e cioè la dinamica dei fattori macroeconomici, a rendere discutibile e sbagliata la legge finanziaria. Ci sono anche gli aggregati della spesa che suscitano perplessità se li si leggono uno dopo l’altro.

La legge finanziaria prevede tagli di spesa per circa 8 miliardi di euro, tagli di spesa consistenti che riguardano le voci e i campi più disparati: da un lato si tratta di una misura pesante; dall’altro dobbiamo anche dire che, probabilmente, non sarà neppure possibile farli tutti, questi tagli. E quindi ci sarà un intervento che deprimerà la domanda e ridurrà una parte dei servizi ai cittadini nei settori fondamentali (scuola e sanità davanti a tutti), senza neppure raggiungere l’obiettivo quantitativo che ci si è prefisso.

E la stessa cosa vale per quanto riguarda le indicazioni sulle entrate collegate al concordato e/o condono. Perché per quanto uno possa, tra governo e Parlamento, allargare i confini di questo concordato – farlo preventivo, successivo, fiscale, previdenziale, edilizio, per quanto ci si possa mettere dentro quasi tutto –, onestamente, anche nel caso del condono più tombale ed esteso possibile, sembra comunque impossibile in un anno avere un gettito pari a 8 miliardi di euro.

Se tutto ciò è vero, il governo non sarà in condizione di onorare i saldi di finanza pubblica che la legge finanziaria prevede. Quindi non solo scelte o strumenti qualitativamente sbagliati e fortemente regressivi, ma anche inadeguati rispetto all’obiettivo del saldo finanziario.

D’altra parte, basta rifarsi alla vecchia legge finanziaria. Dalle vecchie cartolarizzazioni ci si attende per quest’anno entrate per circa 14mila miliardi di lire, mentre noi sappiamo che probabilmente, se tutto va bene, l’entrata sarà di 4mila miliardi.

Una prima conclusione su questo punto ci porta a dire che siamo in presenza di un quadro finanziario ad altissimo rischio e, soprattutto, che questo altissimo rischio non si accompagna a interventi in grado di sostenere la domanda. Si bruciano, in sostanza, risorse e patrimoni pubblici senza risanare. Ed è meglio dirlo subito perché questo, da un lato, porta a un rovesciamento delle scelte fatte nell’ultimo decennio in cui, a fronte di sacrifici, c’è stata una politica di risanamento. Ma soprattutto aprirà un problema di scelte a breve verso le quali, se noi teniamo, come stiamo facendo, un comportamento coerente, saremo in condizione, a quel punto, di evitare che oltre il danno ci sia anche la beffa.

Il secondo punto di critica alla Finanziaria è che si tratta di una legge che non crea sviluppo. Basta fare l’elenco dei punti sui quali la Finanziaria interviene, o non interviene, per avere un quadro preciso della situazione. Investimenti a fondo perduto trasformati in prestiti. Un credito d’imposta non più cumulabile con la Tremonti-bis. Risorse della 488 e per il credito d’imposta spostate a piacimento tra l’una e l’altra misura senza chiarezza. Nessuna risorsa su patti territoriali e contratti d’area. Gli investimenti per Tav e Anas trasferiti a Infrastrutture spa e Patrimonio spa con quello che in termini d’incertezza questo trasferimento di finanziamento comporta. Tagli alla ricerca solo parzialmente aggiustati con qualche risorsa verso le università. Riduzione della spesa e dei servizi degli enti locali, che non vuol dire solo calo dei servizi ai cittadini, ma anche minor sostegno alla domanda di servizi e di beni a carattere locale, non solo di welfare. Tagli alla scuola e alla sanità che, come avevamo facilmente predetto, rappresentano i due capitoli più rilevanti della politica dei tagli.

La creazione di un meccanismo complesso nella determinazione delle scelte d’investimento cambia la struttura fortemente automatica delle vecchie politiche d’incentivazione; queste procedure, poi, a partire dal cambiamento della natura degli investimenti a fondo perduto, sono a rischio d’intervento d’infrazione da parte di Bruxelles, e quindi si finisce per bloccare quello che c’è, in attesa dei nuovi "via libera" da Bruxelles. Tutto questo determina, per un’azienda che già opera ad esempio nel Mezzogiorno (ma il discorso non vale ovviamente solo per il Mezzogiorno) o per un’impresa che volesse investire o per un’impresa che ha già deciso di investire e deve fare adesso l’investimento, l’assenza di qualsiasi certezza di politiche di quadro, di convenienze fiscali, finanziarie e d’investimento, con l’evidente rallentamento di qualsiasi decisione.

E se a questo aggiungiamo l’intervento, socialmente comprensibile ma formalmente assai discutibile, in base al quale il governo ha rastrellato 7mila miliardi dalle imprese e dalle assicurazioni, che rappresenta di fatto una correzione della vecchia legge finanziaria, tutto questo determina sull’impresa italiana, che già di per sé non brilla di capacità innovative e di gusto del rischio, una pressione assolutamente negativa.

Per questo continuo a pensare che il giudizio che ha dato D’Amato l’altro giorno sulla Finanziaria è paradossale; perché, se noi ricordiamo il sostegno politico incondizionato dato da Confindustria, a partire dal convegno di Parma, a questo governo e dovessimo valutarne l’effetto e le ricadute sulle logiche e sulle dinamiche di impresa – con l’eccezione dell’intervento sull’articolo 18 e sulla flessibilità degli istituti del lavoro –, dovremmo dire che gli imprenditori hanno pagato una cambiale per la quale oggi scontano dei prezzi consistenti. E viene da pensare a quale diversa situazione essi avrebbero avuto mantenendo un profilo di autonomia nei confronti delle scelte e dei contenuti dell’azione del governo.

Non è un problema secondario, perché si è voluto assumere come scelta quella di ridurre i diritti del lavoro e di considerare i costi del lavoro come scelta e come perno fondamentale delle logiche di competizione. E le risposte che una parte ampia delle imprese del paese ha ricevuto non sono certo soddisfacenti.

D’altra parte – voglio solo aprire una parentesi – il quadro del sistema dell’impresa italiano è sconfortante. Noi avevamo denunciato per tempo, con i nostri convegni e le categorie interessate, a partire dai meccanici, la problematicità di un assetto del nostro sistema industriale fortemente deficitario, ma il quadro che si presenta in questo autunno del 2002 è davvero micidiale. Una Fiat che probabilmente passerà di mano e non avrà più nessun ruolo strategico sul mercato internazionale, non solo dell’auto. Una situazione, quella della più grande compagnia di assicurazione italiana, totalmente dipendente da scelte di assetti di ordine puramente finanziario, con le ricadute inevitabili sulle proprie strategie d’impresa. Una difficoltà dei concessionari pubblici o semipubblici di poter costruire forti insediamenti e alleanze internazionali. Corriamo il rischio, in sostanza, che delle grandi imprese alla fine resti in Italia soltanto l’Eni, azienda che, peraltro, nelle condizioni in cui opera, dipende fortemente dalle scelte di governo e dalle scelte pubbliche.

Questo è il quadro. E le scelte del governo indeboliscono ancora di più un impianto industriale che già di per sé è fortemente deteriorato.

Terza critica: nella legge finanziaria non c’è equità. La riduzione dell’Irpef viene presentata dal governo, da un lato, come conferma dell’impegno preso nel Patto per l’Italia; dall’altro, come sostegno ai redditi medio-bassi. Tra noi non dobbiamo certo ripetere le cose che ci siamo detti, e cioè che, in sostanza, questa riduzione dell’Irpef viene troppo tardi, corrisponde nelle cifre e nelle dimensioni al fatto che questo governo non ha onorato gli impegni e le scelte che il passato governo aveva assunto con noi, per cui mettendo insieme la mancata riduzione di un punto dell’Irpef dell’anno in corso, di un altro punto dell’Irpef per il 2003 e della restituzione del fiscal drag, le risorse sostanzialmente sono quelle che comunque sarebbero andate ai lavoratori e ai pensionati. Va poi sottolineato che questa manovra di riduzione fiscale è il primo tempo del progetto riformatore di Tremonti, che a regime fa saltare il principio della progressività.

Ma non c’è solo questo. La legge finanziaria fa finire l’esperimento del reddito minimo di inserimento, con quello che ne consegue. L’impegno del governo di riutilizzare i mille miliardi che erano rimasti di quelli destinati all’aumento delle pensioni al minimo viene tranquillamente rimosso.

E quei soldi vanno a finire su altre voci di spesa, altrettanto importanti; ma quello che qui m’interessa sottolineare è che quell’accordo era frutto di un’intesa con i sindacati.

Non ci sono le risorse necessarie per il rinnovo dei contratti pubblici e della scuola, ci sono misure di blocco degli organici a cui poi corrisponde, ad esempio nel settore degli statali, credo anche il blocco o la riduzione degli straordinari: le conseguenze su sanità ed enti locali, sia in termini di servizi sia in termini di investimenti, diventano, come ho detto prima, assai forti.

Ma il punto più delicato di questa vicenda, secondo me, è rappresentato dall’attacco alle autonomie locali: un attacco insieme culturale e istituzionale. Come dicevo in premessa, quando si contrappone l’interesse del cittadino al ruolo degli enti locali si diffonde volontariamente un’idea della democrazia che non corrisponde a quella che tutti hanno. Ma poi c’è anche la questione delle risorse e delle scelte. Alla prevista riduzione del vecchio patto di stabilità per il 2003 del 2 per cento dei trasferimenti agli enti locali si aggiungono ora altri tagli, si blocca la possibilità di spesa – soprattutto su una serie di settori – e in più non si determina nessuna possibilità di utilizzare l’addizionale dell’Irpef, questo vuol dire scaricare sugli enti locali, assieme all’impossibilità di avere bilanci facilmente gestibili, un debito che cresce e un taglio forte di servizi che comuni e regioni hanno la responsabilità di erogare.

Da questo punto di vista quella di oggi è la Finanziaria più centralista da molti anni a questa parte; e la cosa sorprende, visto che il governo nel suo programma si era speso proprio per superare l’equilibrio raggiunto con la revisione costituzionale operata nella passata legislatura in direzione di una più accesa e forte devoluzione di poteri e competenze.

Il nostro giudizio e la nostra iniziativa vanno modulati dunque rispetto a questo quadro.

Bisogna fare innanzitutto un’analisi molto attenta del rapporto che c’è o che ci può essere tra i contenuti della legge finanziaria, e più in generale delle politiche del governo, e l’opinione pubblica. Io sono stato molto colpito dal fatto che dopo l’approvazione della Finanziaria i nostri telegiornali abbiano dato notizia ai cittadini italiani dei contenuti della legge dedicando minuti e minuti alle tabelle sulla riduzione fiscale; tema su cui hanno fatto i titoli i più grandi giornali nazionali il giorno dopo. Sembrava che la Finanziaria fosse sostanzialmente una riduzione di tasse e basta. Per fortuna la capacità di inventare un messaggio comunicativo non sempre può sfuggire ai contenuti reali dei provvedimenti e delle scelte, e giorno dopo giorno anche i media stanno cambiando i contenuti dell’informazione. Basta aprire il Sole 24 ore di oggi: sembra un bollettino di guerra, "Tutto quello che non c’è nella legge finanziaria" è il titolo di una serie di articoli. E la stessa cosa piano piano stanno facendo anche gli altri giornali. Però l’impatto televisivo e mediatico che questo governo può avere rispetto a determinate fasce della popolazione è una cosa di cui dobbiamo tenere conto.

Così come non c’è dubbio che non ci aiutino le posizioni espresse dalla Cisl e dalla Uil sulla legge finanziaria, perché più di un ministro e più di un esponente del governo, a sostegno della bontà della Finanziaria, ha citato i giudizi e le posizioni delle altre organizzazioni sindacali; organizzazioni delle quali una, la Uil, è sostanzialmente sdraiata sulle posizioni del governo. Vorrei ricordare qui che, nel momento in cui abbiamo avuto l’unica fase di confronto con l’esecutivo, il segretario della Uil ha sostanzialmente condiviso dalla A alla Z tutte le cose che il presidente del consiglio ci ha detto, fino a sostenere che non c’è bisogno di fare catastrofismi perché bisogna avere fiducia nella ripresa del paese;, e a sostenere che in fondo, essendo solo del 2 per cento del Pil l’entità della manovra, di soli 40mila miliardi, questa non poteva avere effetti di nessun tipo né sulla condizione delle persone né sulla condizione delle imprese. La posizione della Cisl è un po’ più articolata, al di là del giudizio positivo rispetto all’accoglimento del Patto per l’Italia – rispetto al quale però non ci sono neanche tutte le risorse della restituzione fiscale oltre agli impegni sul Mezzogiorno –.

In più il governo sta operando con qualche accortezza per sminuire la forza della nostra iniziativa e delle nostre decisioni di lotta. Lo fa con gli strumenti più diversi. Noi non troveremo nella legge finanziaria la norma relativa agli stanziamenti per gli ammortizzatori sociali, i 1.400 miliardi contenuti nel Patto per l’Italia, e non li troveremo probabilmente perché il governo si prepara a inserirli come emendamento nella lettura parlamentare della 848, con un duplice tentativo: di evitare, per questa via, l’ostruzionismo che le opposizioni vorrebbero fare nell’altro ramo del Parlamento; e perché in questo modo, essendoci comunque bisogno della copertura finanziaria, si finirà con il non avere le risorse disponibili per il primo gennaio e quindi il risultato di avere, sul versante della cassa, un minore esborso rispetto all’impegno preso.

Non sfugge poi, e non deve sfuggire, l’idea di spostare all’inizio dell’anno l’avvio in Parlamento dell’848-bis. Cosa che la dice lunga circa il carattere politico dell’attacco sull’articolo 18, perché a un osservatore che venisse da un paese terzo e dovesse vedere la vicenda dell’articolo 18 da quando è nata, per come si è sviluppata, come è stata presentata, la reazione che noi abbiamo avuto, be’, questa cosa che sembrava così importante per le imprese e il governo è così importante che comunque conviene che resti ferma in attesa di vedere quel che accade.

Se fossi un’impresa, e ce ne sono, poco interessata all’articolo 18, di fronte a una vicenda di questo genere avrei innanzitutto un senso d’indignazione; ma non in nome di valori che talvolta l’impresa non assume come propri: semplicemente sulla base dei miei interessi; perché è evidente che qui si è giocato, oltre che con gli interessi e i valori nostri, anche con una parte degli interessi delle imprese.

Non ci aiuta, anche se le cose stanno cambiando, qualche incomprensione che c’è stata sulle ragioni della nostra iniziativa nello schieramento di centro-sinistra e nell’Ulivo. I giudizi che sono stati dati e vengono dati giorno dopo giorno anche da parte delle forze del centro-sinistra dovrebbero sostanzialmente portare il centro-sinistra medesimo a una linea di critica molto radicale all’impianto della legge finanziaria e, se alle valutazioni corrispondono poi anche iniziative conseguenti, dovrebbe portare tutto l’Ulivo, se non a condividere in pieno, almeno a sostenere le ragioni della nostra iniziativa e le ragioni che sono alla base del nostro sciopero del 18 ottobre.

Così come non ci aiuta quanto si è verificato nella scuola, dove purtroppo abbiamo avuto, da un lato, la decisione molto spregiudicata di altre organizzazioni sindacali di anticipare il nostro sciopero con uno sciopero il giorno 14; e, dall’altro, l’operato assai discutibile della commissione nazionale di garanzia che non ha voluto assumersi la responsabilità di dire che lo sciopero generale sostanzialmente fa premio rispetto ad altri scioperi che sono stati indetti. Voglio anche dire però che, malgrado tutto questo, d’accordo con la categoria, è evidente che la Cgil scuola sciopererà il 18 insieme con tutte le altre nostre organizzazioni. In tal senso, siccome i problemi ci sono e ci saranno, da qui al 18 dovremo aiutare e sostenere questo sforzo, perché i presidi stanno lavorando sui professori, perché la minaccia – anche se non sostenuta da alcuna legge - di ricevere un’ammenda o una multa rappresenta per molti un problema, perché molti in fondo possono pensare che se scioperano per la scuola e per il contratto questo è parte di uno sciopero generale e, quindi, si può scioperare anche il 14. Se le cose stanno così, penso che dovremo aiutare il sindacato scuola nel sostenere la giustezza della nostra impostazione lavorando anche con gli studenti.

Per concludere, noi dobbiamo caratterizzare ancor più il nostro sciopero del 18, e in generale tutta la nostra iniziativa, come un grande messaggio. Dobbiamo fare uno sciopero generale non soltanto perché riguarda tutti, oggi, ma perché ha al centro problemi che riguardano il futuro e le prospettive del paese: il rapporto tra sviluppo e diritti, la qualità dello sviluppo medesimo, la coesione sociale. E d’altra parte, se anche si agisce, come normalmente dobbiamo fare, riflettendo sulle scelte che mette in campo il governo e soprattutto sulla sua forte idea di divisione e contrapposizione, io penso che anche per questo dobbiamo non solo agire, ma caratterizzare la nostra iniziativa sempre più come un’iniziativa generale che punta a unire, a riunificare, a sostenere processi di aggregazione sociale.

Per questo abbiamo di fronte a noi quindici giorni di lavoro e d’impegno. Sono giorni importanti che dobbiamo spendere al meglio, anche perché il governo mette in campo continuamente iniziative di disinformazione e di oscuramento. Tutto questo presuppone una parte di lavoro, che già si è fatto insieme alla raccolta delle firme, e che va sviluppato: dai rapporti, che si stanno costruendo nei territori, con tutti i centri di aggregazione sociale o d’interesse a partire dai giovani e dagli studenti, agli incontri con le forze politiche, alle assemblee di quadri e di delegati, sino al coinvolgimento dello Spi e delle sue leghe.

Il 18 ottobre è per noi un punto di passaggio decisivo. In troppi scommettono e giocano perché lo sciopero generale non riesca. In troppi "gufano" contro, e la cosa singolare è che tra una parte di quelli che gufano c’è anche chi avrebbe invece interesse a sostenere lo sciopero.

Dobbiamo assolutamente far sì che lo sciopero abbia la più grande adesione nei posti di lavoro, dare visibilmente il segnale delle città che si fermano, e avere nelle nostre manifestazioni le piazze più piene possibile. Anche perché, e su questo termino, noi dovremo poi darci una continuità nella nostra azione, non considerare il 18 come termine della nostra iniziativa. Ci sarà un prosieguo del nostro lavoro, oltre a quello che riguarderà i rinnovi contrattuali, la raccolta delle firme e il suo completamento, intorno a grandi questioni e a grandi temi. Penso che dovremo continuare con i problemi del Mezzogiorno, i temi della scuola e della formazione, che dovremo continuare con i temi della sanità e della salute, quelli dell’informazione. Immagino, cioè, non tante campagne di categoria, ma tanti punti di continuità del nostro impegno che facciano di queste priorità, attorno alle quali ricostruire una prospettiva, una tenuta della coesione dei diritti, grandi scelte confederali. Anche perché in questo modo noi potremo costruire le condizioni perché il nostro impegno duri nel tempo, facendo crescere insieme momenti di aggregazione che rendano il nostro impegno e la nostra battaglia generale più forte.