SULLA QUESTIONE DELL’IRAQ E DEL NUCLEARE

di Ornella Sangiovanni

In questi giorni molto è stato scritto sul nucleare iracheno.

Su quasi tutti i giornali sono comparsi titoli allarmistici sul fatto che l’Iraq sarebbe a un passo dall’atomica e su come questo costituisca una minaccia di portata mondiale.

Riteniamo utile in proposito ricostruire innanzitutto l’origine delle notizie (distorte) di questi giorni e poi puntualizzare alcuni fatti sulla questione dell’Iraq e del nucleare.

Come è nato l’allarme.

Venerdì 5 settembre sul New York Times esce un articolo in cui si dice che alcune immagini riprese dal satellite in possesso dell’IAEA (l’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica, un organismo dell’Onu) mostrerebbero che l’Iraq sta ricostruendo siti nucleari.

La sera stessa la IAEA diffonde un comunicato stampa in cui dice di non avere nuove informazioni sul programma nucleare iracheno dal dicembre 1998, data in cui gli ispettori lasciarono l’Iraq.

Il giorno dopo, sabato 7 settembre, poco prima di iniziare il loro incontro a Camp David, il presidente americano Bush e il Premier britannico Blair, fanno entrambi riferimento alle foto citate e a un rapporto dell’IAEA "uscito venerdì" [5 settembre NdR], nel quale l’agenzia affermerebbe di aver identificato nuove costruzioni in diversi siti collegati in passato allo sviluppo di armi nucleari da parte di Baghdad.

Essi citano inoltre un rapporto IAEA del 1998, secondo il quale Saddam Hussein sarebbe a sei mesi dallo sviluppo dell’atomica.

"Non so di che altre prove ci sia bisogno", dichiara Bush.

"Basta guardare il rapporto dell’agenzia internazionale dell’Energia Atomica, che mostra quello che sta succedendo negli ex siti di armamenti nucleari per capire che la politica dell’inerzia non è una politica a cui possiamo responsabilmente aderire", gli fa eco Blair.

Queste affermazioni vengono riportate con enorme rilievo su tutta la stampa internazionale, ma quella italiana, come spesso accade, è particolarmente zelante ma molto meno accurata.

Già sabato sera infatti l’esistenza di un "nuovo rapporto" della IAEA (diverso, cioè, da quello del 1998) è stata smentita, e ila smentita è riportata dai grandi mass-media.

Sia la CNN che la NBC e MSNBC riferiscono che non esiste nessun nuovo rapporto della IAEA, citando anche le parole del suo portavoce, Mark Gwozdecky: "Non c’è nessun rapporto. Bush e Blair stanno dando credito a un articolo del New York Times di ieri che non ci ha proprio preso. Ieri sera abbiamo diffuso un comunicato stampa che dice che non ci sono nuove informazioni su alcuna attività nucleare irachena, e che finché gli ispettori non torneranno sul terreno non potremo trarre alcuna conclusione sul fatto che l’Iraq sia o meno in ottemperanza con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza rispetto alle attività nucleari." (CNN, Bush, Blair make case against Iraq – Confusion over Iraqi nuke report, 7 September 2002)

Le foto a cui si riferisce il New York Times, precisa Gwozdecky, sono immagini satellitari commerciali che l’agenzia dell’Onu ha da oltre due anni.

Quanto al rapporto del 1998 citato, esso non dice affatto che Saddam sarebbe a sei mesi dall’atomica, spiega Robert Windrem di NBC News. Quello che la IAEA diceva nel 1998, è che l’Iraq era arrivato a essere dai sei ai 24 mesi da tale capacità nel 1991, prima della guerra del Golfo e delle ispezioni dell’Onu che seguirono.

IIn un riassunto del suo rapporto del 1998 – è sempre Windrem a precisarlo – la IAEA dice che "sulla base di tutte le informazioni credibili a oggi … la IAEA non ha scoperto indizi che l’lraq abbia raggiunto gli obiettivi del suo programma di produrre armi nucleari o che abbia mantenuto una capacità fisica di produrre materiale nucleare per armamenti o abbia ottenuto clandestinamente questo materiale."

Potrebbe bastare, ma c’è di più. Perfino un alto funzionario della Casa –Bianca è costretto a riconoscere che il rapporto del 1998 non traeva le conclusioni citate da Bush e da Blair.

"Quel che è successo è che ci siamo fatti delle nostre conclusioni sulla base di quel rapporto", dichiara il funzionario a Norah O’Donnell di NBC News.

Ecco quindi che già sabato 7 settembre la versione corretta dei fatti era disponibile per chiunque avesse voluto darsi la pena di fare una semplice verifica. Non è stato questo il caso della gran parte dei giornalisti italiani.

 

Lo stato della questione

Ma come stanno attualmente le cose sul nucleare iracheno?

Innanzitutto occorre premettere che il dossier del nucleare è, fra quelli relativi alle armi di distruzione di massa in possesso dell’Iraq, quello in fase più avanzata di conclusione.

Più di una volta la IAEA è stata sul punto di dichiarare ufficialmente chiuso il file nucleare, ma è sempre stata bloccata dal Consiglio di Sicurezza.

Riportiamo di seguito alcune note utili

  • Secondo l’ex ispettore capo dell’UNSCOM Scott Ritter, la "massiccia infrastruttura" del programma nucleare iracheno "era stata eliminata entro il 1995" dall’IAEA.

"Al Athir, l’impianto per la produzione di armamenti nucleari era stato distrutto —fatto saltare in aria sotto la supervisione dell’IAEA — e tutti i principali impianti relativi al programma nucleare iracheno erano stati o smantellati o sottoposti a una delle forme più rigorose di monitoraggio continuato e di ispezioni di verifica mai attuate in base a un accordo sul disarmo. Al 1996, l’IAEA aveva creato un regime di ispezione basato sul monitoraggio che forniva una assoluta certezza del fatto che l’Iraq non sarebbe stato in grado di ricostituire i suoi programmi di armamenti nucleari a meno di non procurarsi un’arma nucleare completa all’estero. (…)Non sono state fornite prove di alcun tentativo da parte dell’Iraq di procurarsi un’ arma nucleare o componenti relativi importanti dal 1991 (L’Iraq ha tentato di procurarsi degli articoli a "duplice uso", alimentando ipotesi sulle sue intenzioni, ma tutti questi articoli erano di scarsa importanza e non avrebbero avuto alcun impatto significativo sulla creazione di un programma nucleare vero e proprio). Inoltre, data l’alta qualità dell’approccio della IAEA al monitoraggio in Iraq, qualunque articolo di questo tipo, se non rilevato immediatamente dagli ispettori della IAEA, avrebbe dovuto essere nascosto dagli iracheni in un modo che ne avrebbe precluso loro l’utilizzo in qualunque attività di riarmo coperta, perché qualsiasi tentativo di riarmo sarebbe stato scoperto dalle ispezioni di monitoraggio. … E’ plausibile che l’Iraq possa aver mantenuto alcuni componenti di un congegno nucleare. Tuttavia, di questo non ci sono prove credibili, e anche se questo materiale fosse stato conservato, esso non sarebbe di alcuna utilità per l’Iraq, data la portata dello smantellamento del programma nucleare iracheno da parte dell'IAEA. Il modo migliore per garantire che l’Iraq non ricostituisca il suo programma di armamenti nucleari è far rientrare gli ispettori in Iraq, dove potranno riprendere il loro compito di monitorare l’ottemperanza irachena."

(Fonte: Scott Ritter, The Case for Iraq’s Qualitative Disarmament, Arms Control Today, June 2000)

  • Nel 1998 la IAEA affermava: "Le attività di verifica non hanno rivelato indizi del fatto che l’Iraq abbia conseguito l’obiettivo di programma di produrre armamenti nucleari o del fatto che l’Iraq abbia prodotto più di pochi grammi di materiale nucleare utilizzabile per armamenti o che si sia procurato clandestinamente questo materiale." (Rapporto IAEA 1998. Citato anche sul Guardian, 5 settembre 2002)

  • "Non si sono indicazioni che in Iraq rimanga una qualunque capacità di produzione di quantità di materiale nucleare utilizzabile per armamenti di un qualche significato pratico"

(Fonte: IAEA, Iraq Action Team, Scheda informativa sul programma nucleare iracheno. http://www.iaea.org/worldatom/Programmes/ActionTeam/nwp2.html)

  • Recentemente (28 agosto 2002) l’ex ispettore dell’UNSCOM, Scott Ritter, ha dichiarato:

"Dellle quattro categorie [di armi di distruzione di massa NdR], il nucleare è quella che è stata più completamente sradicata; Due sono gli aspetti del programma, la costruzione delle armi e l’arricchimento [dell’uranio [NdR]. L’arricchimento è sradicato al 100%. Abbiamo distrutto gli impianti. Abbiamo distrutto i mezzi di produzione. E, di tutti gli aspetti delle armi di distruzione di massa, questo è quello più difficile da ricostituire. Richiederebbe una grande ricostituzione di tecnologia, gran parte della quale è tecnologia controllata, molto difficile da ottenere anche nelle circostanze più favorevoli, in particolare non facile quando si hanno sanzioni economiche e l’apparato di intelligence di tutto il mondo che ti guarda. E poi bisognerebbe ricostruire gli impianti, il che, di nuovo, è facilmente individuabile, non è qualcosa che si possa fare sottoterra o in uno scantinato o in una caverna. E, di nuovo, senza alcun dato o fatto che mostrino che l’Iraq lo ha fatto, non c’è bisogno di preoccuparsi dell’arricchimento.

Questo significa che se l’Iraq deve avere un’arma [nucleare NdR], deve acquisire il materiale fissile, l’uranio altamente arricchito o il plutonio, da una fonte esterna. E, al contrario di quanto comunemente si crede, non c’è fuori un mercato praticabile per l’uranio altamente arricchito. Non è sul mercato. Non ci sono venditori là fuori. Non è qualcosa di prontamente disponibile. L’Iraq ha un progetto per armamenti. Hanno risolto il problema di progettare e costruire un ordigno e credo che sia possibile che l’Iraq oggi lo costruisca usando capacità locali. Ma quel congegno senza l’uranio altamente arricchito o il plutonio è solo una bomba altamente esplosiva molto costosa. Non è un’arma nucleare. Quindi, di nuovo, non sono troppo preoccupato del programma nucleare iracheno."

(Fonte: "Iraq, What’s the Threat?", Intervista con NPR-National Public Radio, 28 agosto 2002)

 

RITTER: IRAQ FACCIA RIENTRARE GLI ISPETTORI

Baghdad, 8 settembre 2002 – L’Iraq non è più in grado di costruire armi di distruzione di massa e dovrebbe dimostrarlo, permettendo agli ispettori delle Nazioni Unite di rientrare nel paese e riprendere il lavoro di monitoraggio. Lo ha detto Scott Ritter, ex ispettore capo dell’UNSCOM, arrivato a Baghdad per una missione volta a tentare di scongiurare la guerra.

"Il mio paese sembra sull’orlo di commettere un errore storico" – ha detto, in un discorso di fronte all’Assemblea Nazionale irachena. "Come qualcuno che si considera un fervente patriota e un buon cittadino americano, sento di non poter rimanere senza far nulla, mentre il mio paese di comporta in questo modo", ha dichiarato, sottolineando di avere preso la sua iniziativa in qualità di privato cittadino.

La giustificazione addotta dagli Usa per attaccare l’Iraq – ha proseguito – è fondata sulla paura e sull’ignoranza, in contrasto con la realtà della verità e dei fatti.

"La verità è che non è stato dimostrato che l’Iraq possieda armi di distruzione di massa, né sotto l’aspetto del mantenimento di passate capacità proibite, né sotto quello della ricerca di procurarsi oggi di nuovo queste capacità".

L’Iraq deve lavorare nel quadro del diritto internazionale per dimostrare che questa è una realtà, e l’unico modo per ottenerlo è il ritorno senza condizioni degli ispettori Onu, consentendo libero loro accesso ai siti, in modo da completare i compiti di disarmo come stabiliti nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

"L’Iraq ha legittimi rimostranze rispetto al lavoro passato degli ispettori, e per questo motivo ha cercato di impedire loro di tornare. Ma so anche che non ci sarà soluzione pacifica di questa attuale crisi a meno che l’Iraq non consenta il loro ritorno.", ha concluso

Fonti: Associated Press, Reuters, CNN, BBC

GRECIA: UE CONTRARIA ALLA GUERRA SENZA MANDATO ONU

Salonicco, 8 settembre 2002 – La maggior parte dei paesi membri dell’Unione Europea è contraria a una guerra all’Iraq e pensa che un attacco avrebbe effetti negativi sulla regione.

Lo ha detto il Primo Ministro greco Costas Simitis, sottolineando che una guerra all’Iraq danneggerebbe i colloqui fra israeliani e palestinesi e potrebbe intensificare gli attacchi terroristici.

"Siamo contro questi tipi di intervento, a meno che non abbiano la copertura delle Nazioni Unite" – ha detto.

"Se le Nazioni Unite decideranno che un intervento si deve fare, allora come membri dell’Onu seguiremo la decisione", ha dichiarato Simitis in una conferenza stampa. "Abbiamo l’obbligo di cooperare con tutti gli altri membri dell’UE, che, per quanto ne sappiamo, hanno la nostra stessa opinione.", ha concluso.

Fonte: Associated Press

CANADA: NON CI SONO PROVE – GLI ISPETTORI TORNINO IN IRAQ

Ottawa, 5 settembre 2002 – Non ci sono prove convincenti che giustifichino un attacco contro l’Iraq e la cosa principale è che gli ispettori dell’Onu possano ritornare nel paese e finire il loro lavoro. E’ questa la posizione del Canada, espressa dal suo Primo Ministro, Jean Chretien.

"Vogliamo che gli ispettori ritornino e finiscano il lavoro; è molto importante … La nostra opinione è che dovremmo continuare a far pressione sul Consiglio di Sicurezza per un suo impegno diretto su questa questione prima di agire", ha dichiarato ai giornalisti.

Chretien, sottolineando che Bush non gli ha ancora mostrato alcuna prova della necessità di attaccare Saddam, ha detto inoltre che non gli piace l’idea di deporre capi di stato stranieri.

"Non penso che Saddam Hussein sia un grande democratico e preferirei che lì ci fosse qualcun altro. Ma sarebbe probabilmente lo stesso per molti altri leader nel mondo", ha dichiarato.

Anche il ministro degli esteri, Bill Graham, ha detto che vorrebbe vedere Bush mostrare prove secondo cui l’Iraq sta producendo armi di distruzione di massa, ha la capacità di lanciarle e sta progettando di farlo.

"Altrimenti ci sono in giro molti paesi che hanno armi di distruzione di massa e presumibilmente non possiamo attaccarli tutti", ha detto ai giornalisti.

Secondo i risultati di un sondaggio diffusi il 4 settembre, il 54% dei canadesi è contrario a una guerra contro l’Iraq, mentre il 44% è favorevole.

Fonte: Reuters

LEGA ARABA: GUERRA A IRAQ SAREBBE INFERNO IN MO

Cairo, 5 settembre 2002 – Una azione militare contro l’Iraq "aprirebbe le porte dell’inferno in Medio Oriente". E’ il messaggio inviato dal meeting dei ministri degli esteri della Lega Araba, riunitisi per due giorni al Cairo, attraverso le parole del Segretario Generale Amr Moussa.

Nel comunicato finale dell’incontro, si esprime "il rifiuto totale della minaccia di aggressioni contro alcuni paesi arabi, in particolare l’Iraq, riaffermando che queste minacce e qualunque minaccia alla sicurezza di qualunque paese arabo sono considerate una minaccia alla sicurezza nazionale araba."

I ministri degli esteri dei 20 paesi arabi hanno inoltre chiesto la levata delle sanzioni economiche imposte a Baghdad nel 1990, in seguito all’invasione del Kuwait, e successivamente confermate, vincolandole alla certificazione del disarmo non convenzionale iracheno da parte delle Nazioni Unite.

Fonti: Associated Press, Reuters

CARTER: L’IRAQ NON E’ UNA MINACCIA PER GLI USA

Washington, 5 settembre 2002 – L’Iraq non è attualmente una minaccia per gli Stati Uniti e una guerra unilaterale da parte degli Usa non è la risposta al problema dello sviluppo di armi di distruzione di massa da parte di Baghdad. E’ quanto afferma l’ex presidente Usa Jimmy Carter.

"Non possiamo ignorare lo sviluppo di armi chimiche, biologiche o nucleari", ha scritto, in un articolo pubblicato sul Washington Post, "ma una guerra unilaterale con l’Iraq non è la risposta."

"Come è stato sottolineato con vigore da alleati stranieri e da leader responsabili di amministrazioni precedenti e funzionari in carica, non esiste una minaccia attuale agli Stati Uniti da parte di Baghdad (…) C’è un bisogno urgente di una azione dell’Onu che imponga ispezioni senza restrizioni in Iraq. Ma, forse deliberatamente, ciò è diventato meno probabile mentre ci alieniamo gli alleati di cui abbiamo bisogno", ha detto.

ARCIVESCOVO DI WESTMINSTER: GUERRA, RIMEDIO PEGGIORE DEL MALE

Londra, 5 settembre 2002 – Una guerra all’Iraq sarebbe dannosa per gli sforzi di pace nei confronti del conflitto israelo-palestinese, e le conseguenze di una azione militare potrebbero essere peggiori del problema posto da Saddam Hussein. E’ quanto affermato dal capo dei cattolici di Inghilterra e Galles, l’arcivescovo di Westminster, Cardinale Cormac Murphy-O’Connor, in un articolo pubblicato sul Times.

Il catechismo cattolico – ha detto Murphy-O’Connor – richiede che "l’uso delle armi non produca mali e disordini maggiori del male da eliminare", affermando che le azioni e le politiche devono essere giudicate dalla misura in cui migliorano le condizioni di tutti e promuovono la pace.

"Attualmente ci sono buone ragioni per dubitare che l’azione militare contro l’Iraq passerebbe il test", ha detto, aggiungendo: "Una guerra all’Iraq provocherebbe grandi distruzioni e sofferenze. Avrebbe inoltre gravi conseguenze per il nostro paese e per il mondo. C’è motivo di essere preoccupati del fatto che un intervento militare metterebbe il mondo arabo contro l’Occidente, e minerebbe gli sforzi rivolti alla pace fra Israele e il popolo palestinese."

PETIZIONE SVEDESE PER PACE E SVILUPPO IN IRAQ

Il "Comitato Svezia-Iraq contro le sanzioni economiche" ha diffuso una "Petizione per la pace e lo sviluppo in Iraq" rivolta ai governi dei "paesi nordici", in particolare Svezia e Danimarca.

Dopo 12 anni di sanzioni economiche, che non hanno portato un cambiamento democratico in Iraq, ma hanno al contrario schiacciato la società civile, rafforzando il potere di Saddam Hussein e indebolendo l’opposizione interna – scrive la portavoce del comitato, Anita Lilburn – oggi gli Stati Uniti stanno cercando di portare un mondo riluttante ad accettare e a sostenere un attacco militare su vasta scala contro un paese già devastato, spargendo disinformazione sui media in merito alle armi di distruzione di massa in possesso di Baghdad.

Tutto questo, malgrado le ripetute confutazioni da parte dell’IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), del suo ex-direttore Hans Blix [oggi capo dell’UNMOVIC NdR] e dell’ex-ispettore capo dell’UNSCOM, Scott Ritter.

Un attacco all’Iraq avrebbe conseguenze devastanti per tutta la regione. Malgrado ciò, gli Usa – un paese che si trova a migliaia di chilometri di distanza – sembrano determinati a "difendere" i vicini dell’Iraq contro i loro stessi desideri.

Mentre gli iracheni vivono sotto questa minaccia di guerra, le sanzioni economiche continuano, malgrado

l’ opposizione crescente in tutto il mondo.

Che garanzie ci sono che l’Iraq non ricostituirà il suo arsenale di armi di distruzione di massa una volta levate le sanzioni? Nessuna, naturalmente – dice la petizione – ma questo vale per tutti i paesi.

Forse per questo una guerra economica punitiva contro la popolazione di quel paese deve continuare all’infinito?

"I criteri che sono stati usati per giustificare le sanzioni e le persistenti ostilità contro l’Iraq potrebbero essere usati per giustificare sanzioni e ostilità contro un buon numero di paesi, non ultimi gli stessi Stati Uniti.

Gli Usa possiedono sia armi chimiche che biologiche, e il più grande arsenale di armi di distruzione di massa e di armi nucleari del mondo. Gli Stati Uniti sono inoltre l’unico paese al mondo ad avere usato l’arma nucleare.

Ma ispezioni indipendenti sugli armamenti non sono permesse negli Stati Uniti. Tutte le altre potenze nucleari, che oggi comprendono Israele, l’India e il Pakistan, soddisfano a loro volta questi criteri. Ma vorremmo forse punire i popoli di questi paesi per le politiche dei loro regimi privandoli del diritto alla vita e alla salute?

Vorremmo vedere bombe cadere su Washington, mosca, Parigi, Londra, Tel Aviv, Nuova Delhi?

No, naturalmente! Allora perché il popolo iracheno? Perché Baghdad?"

Secondo il diritto internazionale, nessun paese ha il diritto di interferire negli affari interni di un altro paese.

Il fatto che il popolo iracheno viva sotto una dittatura non dà ad altri stati o all’Onu il diritto di agire in nome di questo popolo. Un cambiamento di leadership non avverrà attraverso le sanzioni economiche contro il popolo, che questa leadership non ha scelto. E non deve essere conseguito bombardando città e villaggi, né attraverso l’invasione di un altro stato."

Il popolo iracheno – prosegue l’appello - deve decidere il suo destino, e il modo migliore per aiutarlo è togliere le sanzioni. Solo questo potrà portare a un ripristino della democrazia.

Ma l’instaurazione della democrazia non fa parte dei piani degli Usa per l’Iraq. Il governo americano ha già pronti i suoi candidati con cui sostituire Saddam Hussein: ex militari, favorevoli alla determinazione degli Usa a controllare le risorse petrolifere della regione.

Che posizione prenderanno Svezia e Danimarca sulla guerra progettata contro l’Iraq? E per quanto riguarda le sanzioni?

Il Comitato chiede ai governi di far sentire la propria opposizione a un attacco all’Iraq. Chiede inoltre ai governi di lavorare attivamente all’interno dell’Onu per:

  • la fine immediata dei bombardamenti sull’Iraq;

  • l’abrogazione incondizionata delle sanzioni economiche;

  • la convocazione di una conferenza internazionale di pace per il Medio Oriente, con la partecipazione di tutte le parti interessate, compresi stati e rappresentanti di minoranze nazionali, con l’obiettivo di risolvere i principali conflitti della regione: le armi di distruzione di massa, la questione palestinese, la questione kurda, e altri problemi relativi ai diritti umani.

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