Un
direttivo che, oltre a questioni organizzative (la distribuzione degli incarichi nella
nuova segreteria) e "cerimoniali" (la gestione del cambio della guardia e
dell'addio di Cofferati). ha cominciato a discutere di rinnovi contrattuali.
Su questo punto la relazione di Carla Cantone della segreteria confederale, ha indicato
gli obiettivi della Cgil. Tutelare le retribuzioni considerando il tasso d'inflazione
reale ma anche puntando ad una redistribuzione di una quota significativa della
produttività attraverso i contratti nazionali.
"L'aver fissato con il Dpef un tasso
programmato dell'1,4% è la conseguenza di scelte di politica economica che sono state
fatte in precedenza. Per la Cgil il problema non è 'contrattare' l'aumento
dell'inflazione programmata. Per noi la scelta dell'1,4% è sbagliata ma ammesso che il
governo portasse pure ad un 1,7 o 1,9%, il problema salariale rimane, c'é una questione
di politica generale dei redditi. Secondo Cantone, infatti, il problema che pesa sui
rinnovi contrattuali non è quello di definire un possibile aumento del tasso di
inflazione programmata "che -ha puntualizzato- non spetta al sindacato risolvere,
tant'è che non viene menzionato nell'accorso del 23 luglio", ma quello di una
politica dei redditi che "il governo ha calpestato". Così nella
relazione.
"avendo il governo scelto di affrontare il tema del rilancio dell'economia e
della produttività del paese soltanto dal punto di vista del costo del lavoro, del
salario e dei diritti, altro non ci si poteva aspettare che un Dpef con quelle
caratteristiche. L'1,4 -ha sottolineato ancora la segretaria della Cgil- non è un
dato attendibile, anzi alla luce di quanto è stato rilevato, non ha neanche senso. Il
problema vero -ha ribadito- è quello della redistribuzione dell'aumento di produttività
che negli ultimi 7-8 anni ha raggiunto -mediamente nei settori industriali- il 16-18 per
cento. Di questo incremento solo lo 0,3 per cento è andato alla contrattazione".
Analisi e linee condivisibili: "La tutela delle retribuzioni dei lavoratori si fa
mettendo insieme la perdita del potere d'acquisto dei salari con la redistribuzione
dell'incremento di produttività".
Quanto al modello contrattuale, su cui sì è aperta una discussione che vede la
Confindustria rimettere in gioco lo schema dell'accordo di luglio '93. si è ribadita la
posizione confederale: "il modello contrattuale italiano è quello che assicura
maggiore copertura ai lavoratori sia relativamente alle quantità economiche che alla
qualità della platea. All'ipotesi affacciata dal presidente di Confindustria D'Amato che
vuole relegare a mera 'cornice' il contratto collettivo nazionale di lavoro opporremo la
nostra contrarietà, così come abbiamo fatto l'anno scorso con le associazioni artigiane.
L'interrogativo centrale sul quale fare chiarezza è se la politica dei redditi sancita
nel '93, la stessa che ci ha portato in Europa, rimane ancora valida oppure no. La nostra
risposta è affermativa è non vediamo ragione per modificare l'attuale impianto
contrattuale. Anzi trovo curioso che il problema del modello di contrattazione si tiri
fuori spesso alla vigilia di scadenze contrattuali importanti. Ora dobbiamo rinnovare i
contratti del pubblico impiego e pertanto chiediamo coerenza al Governo. Anzi tendiamo a
non fidarci delle sue promesse e lo sollecitiamo a rivedere l'intesa raggiunta nel
febbraio scorso. In ogni caso non si vede perché il metodo seguito per i settori pubblici
non debba valere anche per le aziende private".
La Cgil riafferma perciò la validità del contratto nazionale (rimesso in discussione
dalla Confindustria ma anche dalla Cisl), ma lo ripropone nell'ambito dell'accordo del 23
luglio, caricato quindi dei vincoli di sistema (inflazione programmata) ed in questo
limitato negli obiettivi che questo deve perseguire. Così è per la contrattazione di
secondo livello, ormai costretta all'interno dei vincoli del salario obiettivo o di
rendimento (premi di partecipazione senza consolidamento in busta paga).
Se l'analisi della situazione effettuata nel
direttivo Cgil è condivisibile, non si comprende come la Cgil non sappia ancora tirarne
le conseguenze. Non si ammette che il risultato negativo sulla tenuta dei CCNL e sulla
mancata redistribuzione della ricchezza è il risultatao proprio di quella politica dei
redditi (accordo luglio 93) che la Cgil ritorna a rivendicare come unico strumento di
tutela salariale. Da qui, a nostro parere, nasce quell'ambiguità prodotta da questa
situazione di "svolta .. non svolta" in cui la Cgil annaspa. Le stesse
iniziative di contrasto che la Cgil ha messo in campo negli ultimi mesi non hanno ancora
prodotto una situazione ed una direzione chiara ed esplicita, essendo queste ancorate
ancora attorno all'illusione concertativa e orientate a riconquistare il rispetto di
quell'impianto contrattuale che confindustria ha già disdettato da destra, e che la
storia ha dimostrato inefficace per una adeguata azione sindacale.
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