Relazione di Guglielmo Epifani al Comitato Direttivo

Roma, 9 settembre 2002

Abbiamo voluto dedicare il primo Comitato direttivo dopo la ripresa a una discussione che deve prendersi tutto lo spazio e l’approfondimento necessario, sulle questioni della stagione contrattuale, sia in relazione alle piattaforme già aperte (penso alla vicenda degli artigiani), sia a quelle che si stanno preparando, sia al confronto in corso nel pubblico impiego.

Abbiamo bisogno di tale questa discussione per assumere un orientamento definito e solidale, tra tutte le federazioni e il complesso della nostra organizzazione, perché non è chi non veda come questa stagione contrattuale con i suoi problemi; le nostre valutazioni sulle iniziative in materia di politica economica (di cui il Dpef e la Finanziaria sono gli strumenti) stanno per noi dentro lo scontro aperto in difesa dei diritti. Una situazione complicata dal difficile quadro di relazioni unitarie che il Patto per l’Italia ha messo in rilievo ma che naturalmente non nasce con il Patto per l’Italia e che vede cospicue differenze sulle questioni di impianto, di prospettiva in tema di contrattazione.

La stagione contrattuale si muove all’interno di un quadro congiunturale economico e finanziario che dà sostanzialmente ragione alle nostre previsioni, che non sono degli ultimi tempi ma che abbiamo definito ed elaborato, da un anno a questa parte, giorno dopo giorno, fatto dopo fatto. C’è una dinamica inflazionistica preoccupante, la cui gravità consiste nel fatto che è quasi tutta rapportabile a fattori di natura interna, visto che quelli di natura internazionale (essenzialmente il costo delle materie prime) sono finora praticamente estranei a tale dinamica. E ciò è preoccupante perché di solito quando c’è un rallentamento dell’economia, c’è anche un raffreddamento dei prezzi. Il fatto invece che, pur rallentando l’economia, e in assenza di fenomeni inflazionistici di carattere internazionale, i prezzi tendano ad aumentare più di quanto aumenti la media dell’inflazione europea, rappresenta un problema per la politica dei redditi e per le politiche di sviluppo del paese.

Nel frattempo crescono le critiche e le polemiche nei confronti delle scelte e dell’azione di governo. Se fino a qualche tempo fa eravamo sostanzialmente tra i pochi a vedere – nelle analisi dei processi produttivi, congiunturali, economici – i rischi di una situazione che era tutt’affatto diversa da quella che il governo presentava, ora i dati della realtà, giorno dopo giorno, spostano opinioni che, fino a ieri, si mostravano molto più prudenti rispetto all’analisi della situazione.

Per l’insieme di queste questioni, quindi, la stagione contrattuale deve raccordarsi strettamente alle iniziative che stiamo svolgendo e a quelle che efettueremo nel prossimo futuro. Penso cioè, in sostanza, che noi dobbiamo tenere assieme il fronte dei diritti, quello delle nostre politiche a favore della qualità nel campo dello sviluppo economico e produttivo; i contenuti della stagione contrattuale, in modo tale che, se riusciamo a dare un profilo unitario all’azione, ferme restando naturalmente le autonomie delle categorie e le iniziative delle strutture, saremo in condizione di fare della stagione contrattuale non soltanto un elemento connesso al campo specifico, ma anche qualcosa che può dare forza ai nostri obiettivi generali.

Il Comitato direttivo, quindi, ha sostanzialmente questo compito: confermare un’analisi della fase, confermare e puntualizzare gli obiettivi e i raccordi che ci proponiamo e ciò senza nasconderci (non credo ci convenga, soprattutto in questo organismo) le difficoltà che possiamo incontrare, sia in relazione alle scelte del governo, sia in relazione agli interessi e alle scelte di Confindustria e delle altre controparti – e definire, per questa strada, un quadro condiviso di coerenze all’interno dell’organizzazione che, senza ridurre l’autonomia e le prerogative delle categorie, serva però a rafforzare gli obiettivi che assieme ci siamo dati.

Questa discussione deve prendersi il tempo necessario per fare tutti gli approfondimenti che servono perché, se dobbiamo avere un orientamento più definito, abbiamo poi il compito di precisare queste scelte anche in funzione degli sviluppi della nostra iniziativa e delle risposte che gli altri possono mettere in campo.

Dicevo all’inizio che il quadro della ripresa dopo le ferie conferma le nostre analisi e aggrava le tendenze negative. Noi avevamo, un anno fa, criticato l’ottimismo di maniera di governo, Confindustria e Banca d’Italia, del ministro dell’Economia in particolare, da cui discendeva un’idea di politica economica e (prevalentemente) finanziaria del tutto inidonea a governare le contraddizioni e i problemi che la fase invece presentava.

Non sto qui a ripetere quello che, esattamente nel mese di agosto dell’anno scorso, Tremonti, Fazio e D’Amato dicevano all’unisono, e cioè che il paese era di fronte a un nuovo miracolo economico, a una svolta straordinaria, come se bastasse ridurre un po’ i diritti, cambiare governo o allentare i freni perché la nostra economia, trattenuta per molti anni da lacci e lacciuoli, potesse improvvisamente cominciare a correre.

Avevamo per altro già notato, dopo l’11 settembre, che il quadro dell’economia internazionale andava cambiando rapidamente. Avevamo già detto allora che le politiche dei "cento giorni" del governo erano in contraddizione netta con il quadro di rallentamento della domanda e degli investimenti che stava emergendo non solo in Italia. Segnalammo già allora, in alcuni interventi di spesa pubblica, sia pure particolari, dell’amministrazione americana, il segnale di come, anche in Italia, andasse utilizzata diversamente la leva della spesa pubblica per orientare la politica degli investimenti in funzione anticiclica e contemporaneamente, attraverso la politica redistributiva e fiscale, sostenere la domanda di consumi che già allora dimostrava un rallentamento molto preoccupante.

I fatti di queste ultime settimane, con un rallentamento dell’economia che può portare a fine anno a uno sviluppo al di sotto dello 0,8 per cento (non è una valutazione catastrofistica: è probabilmente quella che ci troveremo), dando ragione a quanto detto nel nostro convegno di politica economica all’inizio dell’estate. Le analisi di Sylos Labini suscitarono allora, un’impressione di particolare pessimismo: col senno di poi possiamo dire che una parte di quelle analisi era sostanzialmente giusta e anche il ragionamento che facemmo nell’introduzione e nelle conclusioni di quel convegno trova conferma in quanto sta avvenendo in questi giorni.

È evidente che se la nostra economia a fine anno dovesse attestarsi, nel suo tasso di crescita, a quel dato e dovesse perdurare il quadro di incertezza economica internazionale, (magari aggravato da un intervento degli Stati Uniti in Iraq, con conseguenze ovviamente non solo su questo piano ma particolarmente pesanti per il commercio mondiale e la fiducia nei mercati) il problema dell’occupazione si aggraverebbe in modo molto forte. Un aggravamento quantitativo, dopo anni in cui i saldi occupazionali sono stati sostanzialmente positivi; e un aggravamento qualitativo perché il fenomeno di precarietà crescente, di fronte a un processo di rallentamento dell’economia, sarebbe destinato a estendersi, con conseguenze più immediate sulla situazione produttiva e occupazionale delle aree più depresse, e segnatamente del Mezzogiorno.

Noi troviamo, da questi dati e da questa situazione, anche la conferma (e non credo che forziamo il giudizio) del fatto che i contenuti del Patto per l’Italia, oltre che sul terreno dei diritti, siano dannosi e contraddittori con gli obiettivi dello sviluppo. Anche qui eravamo soli, quando il patto fu firmato, a sostenere queste tesi. Nelle ultime settimane abbiamo visto altri giudizi, come quello espresso dal presidente di Confcommercio, duri e critici nei confronti del Patto per l’Italia. E anche nell’opposizione parlamentare è cresciuto un giudizio netto e fermo nei confronti dei contenuti del patto.

D’altra parte se esaminiamo i contenuti del patto dal punto di vista delle politiche anticicliche, le contraddizioni sono evidenti. L’idea di un’inflazione destinata a scendere alla media europea nel 2003, al di fuori di qualsiasi politica di contenimento dei prezzi e delle tariffe, la dice lunga su come il governo immaginasse una ripresa stabile accompagnata da una discesa dell’inflazione; per non parlare del Mezzogiorno dove, di fronte a un impianto che in parte riprende nostre considerazioni e in parte le contraddice, resta evidente, tanto più in questi ultimi giorni, come l’inadempienza su istituti che avevano invece avuto un risultato importante per la crescita dell’occupazione (credito d’imposta, patti e contratti, borse lavoro), rappresenti oggettivamente il segnale di una non volontà di intervenire a sostenere la domanda.

Se l’economia è oggi in forte rallentamento, occorre saper saldare la qualità degli interventi a medio termine con una diversa capacità di determinare subito condizioni che possono accrescere investimenti utili a generare reddito e sostegno alla domanda. Se cambia l’ottica e la dimensione temporale degli effetti dei provvedimenti – in più aggravata dal fatto che nel Patto per l’Italia non c’è qualità neanche nel quadro di medio periodo della programmazione degli interventi previsti – è evidente che il patto non funziona neanche come strumento anticiclico.

Basta pensare alle opere pubbliche riassunte nel patto, che, oltre a rappresentare un libro dei sogni, non sono neanche utili a rilanciare oggi l’economia, perché, se bisogna sostenere la domanda da subito, occorrono micro-progetti di sostegno all’attività, sul modello ad esempio di tutta la politica fatta per la ristrutturazione delle case, che hanno un effetto sui consumi, sulla domanda e sugli investimenti in grado a breve di sostenere una fase calante dello sviluppo. Così come da subito vanno impostate le politiche sul rapporto tra ricerca, formazione e innovazione che il patto neanche considera.

Oltre alle questioni relative all’inflazione, al Mezzogiorno e alla mancanza di capacità anticiclica delle opere pubbliche, previste nell’azione del governo e nel patto c’è una parte particolarmente odiosa che riguarda tutte le manovre relative al rapporto di lavoro. La riduzione dei diritti sull’articolo 18, i contenuti della legge delega, che allenta griglie di tutela fino a oggi in essere nei contratti e nella legislazione, avranno effetti ancora più pesanti in una fase di rallentamento dell’economia di quelli che comunque avrebbero avuto in una fase di sviluppo, determinando, per la difesa delle persone che lavorano, per le prospettive dei giovani e per la sicurezza collettiva, effetti devastanti.

Oggi comunque comincia a levarsi qualche voce critica anche dal coro di chi, fino a ieri, ha sostenuto a spada tratta le politiche del governo: nel mondo dell’industria, vengono esplicitati i primi significativi dissensi. Ma il governo continua nel suo ottimismo di maniera, senza fare quanto sarebbe stato necessario, e cioè correggere innanzitutto i dati contenuti nel Dpef. Così passeremo, da un Dpef caratterizzato da dati macroeconomici palesemente non in sintonia con la realtà, a una legge finanziaria che non sappiamo, a oggi, quali dati di tendenza macroeconomica potrà contenere. La variazione al Dpef sarebbe stata un anello di passaggio utile, eventualmente, a modificare impostazioni e scelte: non è stata fatta perché evidentemente il governo non ritiene di poter cambiare il quadro delle previsioni assumendosene la responsabilità e correggendo la qualità dei propri interventi.

D’altra parte le anticipazioni di cui si parla, in una manovra che presumibilmente avrà una dimensione di 40mila miliardi di lire, confermano e aggravano questo giudizio. Se un terzo di queste risorse dovesse, ad esempio, essere recuperato attraverso una politica di condoni che dovrebbe riguardare una parte consistente dell’area dell’evasione fiscale di questi anni, va da sé che il governo sta pensando non a una politica strutturale e seria a fronte di questo disavanzo, ma a una politica nella quale si fa cassa in spregio di un’idea della legalità che deve legare governo, Stato e cittadini.

Da questo punto di vista la nostra posizione deve restare molto ferma per ragioni politiche, per ragioni di coerenza, per ragioni etiche: di fronte a una fase di emergenza finanziaria il governo non può pensare di cavarsela con quella che era stata, negli anni settanta e ottanta, la via di uscita più semplice: un condono fiscale, magari di carattere tombale, che finirebbe per dare al paese, come allora, il segnale che i furbi vengono premiati a discapito delle persone e dei comportamenti onesti. Senza trascurare il fatto che una politica finanziaria fondata su condoni, oltre che sui proventi di possibili cartolarizzazioni, non avrebbe dentro di sé né un’idea di sviluppo, né nessuna equità possibile.

La stessa cosa la si può dire per quanto riguarda il controllo dei prezzi e la politica dei redditi. Noi abbiamo sollevato, insieme con altri, anche sulla scia di iniziative del mondo dei consumatori, il problema dell’assenza da parte di questo governo di una politica sui prezzi. Abbiamo anche detto che una cosa analoga accadde anche nel 1994: se ricordate bene, gran parte dei problemi che avemmo in quella fase nell’adeguamento tra inflazione reale e programmata fu dovuto al fatto che durante i pochi mesi del primo governo Berlusconi si determinò una vera e propria bolla inflativa. Possibile che, a distanza di otto anni, in un quadro totalmente diverso, lo stesso governo determini le stesse condizioni sul terreno dei prezzi? L’unica risposta a questa domanda è che questo governo non ha dentro di sé, per le forze prevalenti che lo compongono, un’idea della funzione e del significato di una politica dei redditi che tenga bassi prezzi e tariffe.

D’altra parte, che la situazione sia molto delicata lo dimostra il fatto che, al di là del valore reale del deprezzamento della moneta sui prezzi definito dall’Istat, a nostro avviso è invece attendibile un’indicazione che fissa attorno al 4-4,5 per cento l’aumento che il paniere di una famiglia di lavoratori o di pensionati è costretto a subire da un anno a questa parte. E d’altra parte i riflessi sulle famiglie si avvertono, cresce il malessere, mentre il governo non solo non ha dentro di sé la cultura di cui parlavo prima, ma, quando prova a confrontarsi con la possibilità di mettere sotto controllo la dinamica dell’inflazione, produce effetti che sono più fumo che sostanza, in quanto non in grado di determinare risultati concreti. Un blocco trimestrale, come quello deciso per quelle tre tariffe fino a novembre, è ininfluente per due di esse e non fa altro che spostare a dicembre l’aumento della terza, con un effetto di contenimento dei prezzi che è stato calcolato pari allo 0,025 della crescita dei fattori dell’inflazione. Mentre gli annunciati provvedimenti sulle Rca auto non sono stati presi e, naturalmente, uscito il tema dalle prime pagine dei giornali, il governo non appare assolutamente in condizione di operare una scelta qualsiasi.

Lo stesso "blocco" di quelle tre tariffe rappresenta, come abbiamo detto, una palese contraddizione tra i proclami di un governo che si ispira a valori liberisti, o liberali, e una misura assolutamente dirigista che entra direttamente in collisione con i poteri e le prerogative che le leggi assegnavano alle authority in materia di determinazione dei prezzi.

Questo problema va posto con forza, al di là delle ricadute che ci possono essere circa il possibile attacco alle presidenze di queste Authority, perché in realtà questo è esattamente il modello che ci troveremo di fronte anche per quanto riguarda il decreto deciso negli ultimi giorni in materia di controllo della finanza pubblica. Tant’è vero che questo ultimo provvedimento, questo decreto legge, appare ai nostri occhi un provvedimento insieme sbagliato e incostituzionale tale cioè da rovesciare princìpi, prerogative e procedure che hanno il loro fondamento nella Costituzione. Assegnare al Ragioniere Generale dello Stato, sia pure tramite un parere del Consiglio dei ministri, il potere di rimandare in Parlamento le leggi per le quali ci dovessero essere problemi finanziari, oppure assumere direttamente la responsabilità di bloccare le spese per quanto riguarda tutti i provvedimenti non obbligatori, vuol dire rovesciare sostanzialmente la logica dei rapporti tra la sede della sovranità e le funzioni dell’esecutivo, tra la sede centrale e le prerogative e le autonomie locali, con interferenze che finiscono inevitabilmente per cadere sul complesso degli atti delle nostre pubbliche amministrazioni. Dare al Ragioniere Generale dello Stato compiti di super-prefetto su queste materie, che alterano l’articolo 81 della Costituzione, la predisposizione del bilancio dello Stato, il ruolo del Parlamento e delle autonomie locali, rappresenta un’ulteriore, ennesima riprova di come, dall’assenza di una capacità di governare per tempo i problemi, si arriva poi a un atto sostanzialmente di carattere autoritario.

Dobbiamo dirlo (lo abbiamo già fatto) con forza. Assumeremo un’iniziativa per contrastare questo disegno di legge che finisce per avere implicazioni concrete molto evidenti nella gestione ordinaria degli investimenti nell’area pubblica, con le ricadute che questo può avere su tutte le reti e le infrastrutture di carattere pubblico, fino ad arrivare naturalmente ad avere un effetto anche sui contenuti della prossima legge finanziaria. In sostanza, con questo strumento il governo può proporsi una legge finanziaria "di rinvio" perché tanto ha in mano lo strumento, in caso di rallentamento ulteriore dell’economia o di disavanzo crescente, per intervenire in corso d’opera. E insieme non deve sfuggire il fatto che, utilizzando questo strumento, il Parlamento non è più, nella discussione e nell’approvazione della legge di bilancio, la sede vera della sovranità, ma diventa sostanzialmente fattore terminale di scelte che, in fase di impostazione della Finanziaria spettano al governo, ma che, se vengono rafforzate attraverso questa strumentazione, finiscono per vedere il Parlamento solo come termine di ricaduta di scelte che finisce per assumere completamente l’esecutivo, attraverso i poteri riconosciuti al Ragioniere Generale dello Stato. Se posso dire, in sostanza, una vera e propria legge eccezionale che distorce i rapporti corretti tra le prerogative e le funzioni degli organi dello Stato e che finisce per creare insieme problemi evidenti nella ricaduta sulla politica dell’organizzazione del lavoro, degli investimenti e del funzionamento di tutte le aree della pubblica amministrazione.

Queste analisi, che adesso servono a offrire il quadro nel quale inserire la discussione che dobbiamo fare sui contratti, rafforzano la nostra valutazione critica nei confronti delle scelte del governo, confermandoci nelle motivazioni che ci hanno spinto ad assumere un punto di vista molto critico sul Dpef e che ci porteranno ovviamente alla conferma allo sciopero generale che decideremo nel Comitato direttivo del 20 settembre.

Quello che qui può essere utile, ed è sicuramente necessario fare, è dire come questo quadro d’incertezza e di negatività della politica sociale ed economica del governo finisca, oltre a tutte le dirette implicazioni (occupazione, diritti), per avere una ricaduta molto esplicita anche in questa stagione dei contratti. Se mettiamo assieme l’assenza di una vera politica dei redditi, il rallentamento dell’economia che non viene contrastato, la scelta di ridurre i diritti, individuali e collettivi, l’idea di uno sviluppo non forgiato sulla qualità come quello contenuto nel Patto per l’Italia, l’abbandono delle politiche buone di coesione sociale e il quadro di incertezza che ad esempio tutto il terreno fiscale pone al paese comprese le imprese, tutto questo non potrà non avere ricadute sui tavoli e sulla stagione contrattuale. E naturalmente questo accentuerà le difficoltà di una stagione contrattuale, come dimostra il blocco dei contratti nei settori artigiani, fermi da venti mesi anche dopo l’accordo raggiunto prima dell’estate, o come dimostra la difficoltà di chiudere vertenze in atto da mesi nel settore dei trasporti e nel terziario, per non parlare di quello che si trascina con il contratto separato dei meccanici e con gli accordi separati in quel settore, con le posizioni che Federmeccanica ha confermato anche nel corso dell’estate.

Una prima occasione di verifica della difficoltà di questo quadro, dei problemi che pone e anche di come si possono dislocare i diversi interessi in campo, è rappresentata naturalmente dall’apertura del confronto nell’ambito dei contratti pubblici. Noi dobbiamo confermare la valutazione positiva che demmo dell’accordo di febbraio, che aveva sia un impianto normativo coerente e forte – che non a caso è quello sul quale il governo ha determinato le contraddizioni più evidenti – che riportava sotto la contrattazione con le organizzazioni sindacali il controllo di cicli, di produzioni e di processi di esternalizzazione, sia una partita salariale che, accanto al recupero integrale del pregresso, aveva un’esplicita puntualizzazione della produttività generata.

Il primo appuntamento con il governo non ha avuto esito positivo. Tutte le organizzazioni sindacali al tavolo – a partire dal confronto aperto, quello sui ministeriali – hanno posto, da un lato, il problema della conferma degli elementi qualitativi di quell’accordo e, dall’altro, chiesto che ci fosse, di fronte a un’inflazione programmata per l’anno prossimo più bassa di quella ipotizzabile e di fronte a un sensibile scostamento tra quella programmata e quella reale di quest’anno, un’esplicita attenzione da parte del governo per rivedere le cifre complessive degli stanziamenti.

In realtà, prima dell’apertura del confronto dei ministeriali, l’Aran aveva tentato una specie di ulteriore accordo quadro centralizzato per definire le quantità nelle decorrenze dei diversi istituti e, per questa strada, preordinare una centralizzazione degli effetti delle negoziazioni di categoria. Una strada che naturalmente abbiamo respinto come Cgil, come Funzione pubblica Cgil, e che ha costretto anche l’Aran a tornare indietro da un’impostazione che avrebbe sostanzialmente leso il corretto rapporto tra l’accordo generale e i tavoli di categoria.

Questa fase che si è aperta nel pubblico impiego è importante per capire, da un lato, l’atteggiamento del governo (se conferma quello che ha detto fino a oggi e quello che l’Aran ha riproposto) e anche per vedere la tenuta del rapporto unitario di fronte a una posizione del governo che non dovesse prendere atto di quello che tutti insieme abbiamo richiesto.

Noi avremmo tutto l’interesse di concludere nei tempi utili i contratti di lavoro nel settore pubblico, anche per dare forza allo svolgimento dei contratti nel settore privato. Non sappiamo esattamente come si svilupperà la situazione: se gli altri, di fronte alle richieste e alle posizioni del governo, confermeranno quello che hanno detto di voler proporre, e cioè iniziative di mobilitazione e di lotta. Anche per questa strada, quello che si determinerà nelle prossime settimane avrà un valore importante.

In questo quadro dobbiamo provare a discutere tra di noi e a definire assieme quali obiettivi di carattere generale vogliamo assumere perché le scelte contrattuali siano coerenti con le politiche che sosteniamo. Più precisamente vorrei dire al direttivo, anche sulla base di una discussione che abbiamo fatto con le categorie nei giorni scorsi, che la nostra discussione e la definizione di pratiche coerenti nella costruzione delle piattaforme, nello svolgimento dei contratti e nelle conclusioni che si possono determinare deve ruotare sostanzialmente attorno a tre grandi questioni, a tre grandi temi.

Il primo non può che essere la difesa e l’ampliamento, dove è possibile, dei diritti: di quelli contenuti nelle parti normative dei contratti, di quelli relativi al controllo dei processi di riorganizzazione; diritti per quanto attiene alle prestazioni di lavoro e per quanto attiene alle funzioni di controllo di tutte le fasi del ciclo. Noi sappiamo che questo è uno dei terreni fondamentali dello scontro; probabilmente, dal punto di vista della qualità, il più importante, è anche quello che segna direttamente il rapporto tra le battaglie generali e la stagione contrattuale. Abbiamo di fronte a noi un accordo separato, come quello sul tempo determinato, che avrà immediatamente ricadute nella gestione delle parti normative dei contratti (penso a percentuali e causali); c’è la possibilità, ancora prima che la delega sul lavoro venga approvata, che ci chiedano sperimentazioni di istituti previsti nella delega sul lavoro, dal lavoro a chiamata fino allo staff leasing; ci sarà un confronto non facile su una funzione impropria della bilateralità a partire dalla gestione di pezzi del mercato del lavoro e di politiche dell’occupazione. Per questo dobbiamo saper mantenere, dove le abbiamo, soluzioni avanzate; e insieme rafforzare, dove abbiamo le condizioni, le nostre politiche normative, in grado di contrastare quello che ai tavoli negoziali potrà essere proposto.

Questo è anche il modo più forte per sostenere la battaglia generale in materia di articolo 18, le iniziative di raccolta di firme, la nostra decisione, quando ci sarà la legge, di procedere a un referendum abrogativo. Per questa strada, tanto più a livello decentrato, sarà possibile tenere assieme forme e procedure di rafforzamento sulle politiche di esternalizzazione o di decentramento con la tutela dei diritti fondamentali, a partire da quella violata in materia di articolo 18.

Da questo punto di vista vorrei segnalarvi come la raccolta delle firme, che abbiamo iniziato nel mese di agosto, stia procedendo abbastanza bene. Noi siamo soddisfatti soprattutto di quello che abbiamo realizzato in un mese tradizionalmente difficile come quello di agosto. Il fatto che abbiamo raccolto quasi 600mila firme a uffici e fabbriche chiuse, con un lavoro che i nostri compagni hanno sviluppato in condizioni difficili, è un segnale che fa ben sperare per quella che oggi è la parte decisiva, e cioè il rafforzamento sistematico e organizzato, a partire dai luoghi di lavoro, di questa raccolta di firme. Vogliamo arrivare alla data del nostro prossimo direttivo avendo raccolto più di due milioni di firme. Si tratta di un impegno molto forte ma credo che sia necessario tenere fermo l’impegno del raggiungimento di cinque milioni di firme per il mese di ottobre. Pensiamo anche, per la giornata del 27 settembre – ne parleremo in una riunione con gli organizzatori il giorno 13 – a un’iniziativa di festa in materia di diritti da tenere nelle 120 città sedi di Camere del lavoro, che sia per l’organizzazione l’occasione di una verifica sul lavoro fatto, che chiami i cittadini a incontrare il tema dei diritti e l’iniziativa della Cgil e che soprattutto serva a lanciare la terza fase del nostro lavoro, quella che ci porterà poi allo sciopero generale che abbiamo previsto per il mese di ottobre.

Chiusa questa parentesi, penso che un’attenzione particolare dobbiamo darla, sempre per quanto riguarda i diritti, alla questione dei fondi previdenziali integrativi. Ferme restando le nostre critiche al disegno di legge sulla decontribuzione, dobbiamo correttamente insistere perché gli accordi pattuiti nel settore pubblico e in molti settori privati vengano attuati, anche perché tutte le pattuizioni che abbiamo fatto sono entrate nei costi contrattuali. Questo vale per Artifond e gli artigiani, vale per le categorie, a eccezione delle solite, in cui si fa fatica ad andare avanti, e vale nei settori pubblici dove, di fronte agli impegni presi, definiti e stabiliti, procedure, ritardi e intralci operano contro l’effettiva apertura nei termini definiti di questo pilastro essenziale rappresentato dalla previdenza complementare, anche perché non è chi non veda come ci sia un rapporto stretto tra il rilancio dell’iniziativa su questo tema e i termini corretti con i quali noi vediamo il rapporto, ad esempio, tra l’uso del Tfr e il finanziamento dei fondi integrativi.

Il secondo insieme di obiettivi che deve servire a orientare le nostre scelte riguarda quello che nel nostro congresso abbiamo definito come difesa e aumento delle retribuzioni, e cioè le politiche retributive che i contratti debbono affrontare. La nostra posizione deve essere confermata e deve essere tenuta in maniera anche molto ferma. Essa è fatta dalla critica nei confronti delle scelte contenute in materia di politiche dei redditi (sia sul versante dei prezzi e delle tariffe, sia su quello delle politiche fiscali), passa per il recupero della parte pregressa d’inflazione (uno scarto in molti casi molto forte, pari a 2 punti percentuali), assume l’inflazione programmata non come un vincolo ma come uno dei riferimenti della politica retributiva e insieme assume la possibilità, non esclusa dall’accordo del 23 luglio, di utilizzare, ai fini delle richieste retributive del contratto nazionale, una parte della produttività media del settore.

Da questo punto di vista dobbiamo utilizzare tre accorgimenti. Il primo: evitare di concentrare tutta la nostra polemica sul tasso di inflazione programmata all’1,4 per cento; non perché la critica non sia giusta, ma perché non ha senso una polemica che poi ci porta magari ad avere un tasso di inflazione programmata all’1,5-1,6 per cento, come se questo fosse risolutivo dei problemi che abbiamo di fronte. È quindi giusto dire che c’è uno scarto crescente, ma è anche giusto non offrire il destro a chi, magari in cambio di uno 0,1-0,2 per cento, sarebbe poi nelle condizioni di prefigurare una politica che ha un segno diverso dalla nostra. Secondo accorgimento: io eviterei di dare l’impressione di voler avviare una rincorsa salariale. Dobbiamo mantenere rigore nella impostazione che ci siamo dati perché è un rigore che è figlio di una serietà di rivendicazioni e dà ad esse una forza e una credibilità notevoli, al di là di un valore d’impatto conseguibile con posizioni irrealistiche che nell’immediato può essere forte ma che poi, alle prime prove, finirebbe per non resistere. Terzo: io credo che occorra dare alla nostra politica retributiva anche un segno di qualità, collegandola ad esempio con la politica degli inquadramenti, che in molti contratti in questi anni è stata un po’ trascurata. È importante ripartire anche da un lavoro sulla politica degli inquadramenti non soltanto per avere – uso un termine un po’ tradizionale – una politica di rappresentanza sociale la più vasta possibile, che pure è una cosa importante nel momento in cui siamo esposti in uno scontro sui poteri di questa dimensione; ma perché è evidente che c’è un rapporto stretto tra la possibilità di avere norme più vincolanti, più forti, o rispetto di prerogative e procedure in materia di controllo sui processi di riorganizzazione di aziende, uffici pubblici eccetera, e contemporaneamente una diversa formulazione nelle politiche professionali che ci mette in condizioni di avere forze nel momento in cui chiediamo il rafforzamento o il mantenimento di quegli obiettivi.

Il terzo obiettivo di carattere generale, deve consistere nelle procedure e nelle regole democratiche che dobbiamo richiedere nella preparazione e nella validazione della piattaforma e nelle fasi di svolgimento contrattuale. Abbiamo naturalmente qui diverse storie e diverse regole all’interno delle categorie, credo che vanno rispettate tutte, l’importante è che però sia comune la scelta, il criterio fondamentale che non ci può essere piattaforma e accordo in cui i lavoratori, nelle diverse modalità, non siano chiamati a esprimere chiaramente il loro consenso o il loro dissenso. È un nodo fondamentale delle nostre posizioni che si lega naturalmente, da un lato, alla critica che abbiamo rivolto alla gestione non democratica del confronto tra i lavoratori sul Patto per l’Italia e, più in generale, alle nostre idee di democrazia di mandato come elemento fondamentale della nostra politica universale dei diritti in materia di rappresentanza.

Tre grandi obiettivi, dunque. Tutto questo poi, ovviamente, non sarà né facile né scontato da conseguire. Se li condividiamo e se, approfondendoli nella discussione tra di noi, li assumiamo come orientamenti vincolanti nelle scelte di ognuno, non possiamo non vedere come questi obiettivi, ognuno per la sua parte avranno immediatamente ricadute e problemi sia nella gestione dei rapporti unitari, sia nella gestione ai tavoli con le controparti. Ma contemporaneamente è anche una prova per noi per capire quale effetto ha, nei confronti del complesso delle articolazioni e delle federazioni di categoria, la divisione verticale che si è proposta con il Patto per l’Italia, o quella che si può aprire in materia di revisione del sistema contrattuale. Quali saranno cioè le reazioni, dove si potranno fare piattaforme unitarie, quali saranno le posizioni delle controparti e come peserà, nell’esito delle conclusioni, la diversa capacità di tenuta delle varie organizzazioni, se questo sarà possibile e fino a che punto.

Sulla questione dei rapporti tra le nostre politiche e i comportamenti degli altri sindacati, noi dobbiamo avere la capacità di cogliere ogni spirito unitario che consenta di difendere il merito che noi sosteniamo. Va da sé però non possiamo fare il contrario: per l’unità abbandonare il merito delle nostre posizioni. Da questo punto di vista la cosa più facile che può capitare è che su questa fase, mentre costruiamo le piattaforme e mentre affrontiamo i confronti nel settore pubblico, su tutto ciò pesi in modo assai forte la discussione sul cambiamento del modello contrattuale. È esattamente quello che è avvenuto nella vertenza degli artigiani: piattaforme, richiesta di una parte delle associazioni artigiani di cambiare il modello, blocco dei confronti, accordo sulla parte economica, nessuna applicazione neanche di quell’accordo: venti mesi senza contratto.

Ora, non è un caso se contemporaneamente, a distanza di pochi giorni, il sottosegretario Sacconi, il presidente di Confindustria, il direttore generale di Confindustria hanno posto tutti e tre esattamente la stessa questione: l’esigenza, l’importanza, l’urgenza di affrontare la revisione del sistema contrattuale, previsto dagli accordi del 23 luglio e confermato dal Patto di Natale, già nella presente stagione. Ognuno poi ci ha messo del suo e a ognuno va risposto a tono. È evidente che quando Sacconi, ad esempio, dice: "Possiamo aprire subito il confronto di modello sul settore privato, mentre non siamo pronti per quanto riguarda il settore pubblico", lui propone immediatamente un’evidente lesione e contraddizione con l’accordo di luglio e con il Patto di Natale: un modello per il pubblico impiego e un modello per il settore privato; una divisione che attraverserebbe il mondo del lavoro e che non soltanto è il contrario di quello che quei patti hanno definito, ma è anche il contrario di quelle politiche di avvicinamento, di integrazione tra privato e pubblico che fino a ieri sembravano patrimonio non soltanto della Cgil, ma dell’intero movimento sindacale e anche di una parte importante delle forze politiche e degli interessi presenti in questo paese.

Come non può non sfuggire che, nel momento in cui Sacconi afferma questo, esplicitamente dà una mano a chi vuole utilizzare il tema della revisione del sistema contrattuale per bloccare il rinnovo dei contratti nel settore privato. Senza voler considerare il ruolo del tutto anomalo per un esponente di quel ministero che tradizionalmente, almeno fino ai governi precedenti, svolgeva, a richiesta, anche un ruolo di arbitrato nelle vertenze, un ruolo di aiuto alla soluzione delle vicende. In questo modo quel ministero diventa parte della contesa, e lo fa violando le intese che il governo dovrebbe rispettare finché non cambiano, dando una mano agli interessi di Confindustria o delle associazioni artigiane, indebolendo la prospettiva del rinnovo contrattuale e assumendo quindi un ruolo del tutto improprio.

La questione che rende delicato questo passaggio, definendo una trappola nella quale non dobbiamo cadere, è che in questa impostazione noi possiamo trovare Cisl e Uil disponibili. Tra di noi è inutile negare i fatti, io penso che ci convenga fare un’operazione di realismo. D’altra parte, le prime reazioni di Cisl e Uil lo dicono, sia ai tavoli dei meccanici, le piattaforme separate, dove esplicitano quale modello poter fare, sia nella dichiarazione di accettazione che anche oggi, in interviste importanti, vengono fatte da segretari della Cisl. Perché se le cose stanno così, ecco allora come può essere definito il disegno di porre il problema della revisione del modello da subito: questo modello, anche se non diventa un terreno di negoziazione formale, impedisce lo svolgimento delle trattative a partire da quella dei meccanici o del commercio, per dire le due piattaforme che abbiamo a portata di mano; quando si arriva a febbraio a quel punto, di fronte a contratti che non si rinnovano, la situazione precipita, unificando addirittura, dagli artigiani fino a Confindustria, il fronte imprenditoriale sulla richiesta di un cambiamento delle regole di modello.

Da questo punto di vista, quindi, è bene avere chiaro il loro obiettivo. Per questo sarebbe importante chiudere correttamente i rinnovi del contratto pubblico. Per questo sarebbe importante mettere in esplicita contraddizione la debolezza di alcune proposte di modifica degli assetti contrattuali. Nella stessa intervista Sacconi, infatti, non si era limitato solo a dire le cose che prima ho ricordato, ma aveva anche proposto un modello contrattuale fondato sulla contrattazione di categoria provinciale. Ora noi sappiamo che questo rappresenta un terreno di discussione e di divisione nel sistema delle imprese, sappiamo che gran parte delle imprese pensano, alla fine, che sarebbe meglio un unico livello di contrattazione a scelta: dove conviene, quello nazionale; dove non conviene, quello aziendale e/o territoriale, ma va da sé che un modello fondato sulla contrattazione di carattere provinciale è un modello che non solo non ha una storia in Italia, ma diventa anche un riferimento operativo particolarmente difficile e denso di contraddizioni, molto più contraddittorio dei problemi che, chi lo propone, pensa di risolvere.

Non dobbiamo cadere in questa trappola, ma anzi dire con chiarezza che, per quello che ci riguarda, la stagione contrattuale si apre nella conferma di quello che abbiamo definito nel ’98, riconfermando quel modello. Naturalmente, a distanza di quattro anni, possiamo discutere su una verifica di quel modello, ma non siamo per cambiarlo ritornando indietro. E, se avremo delle modifiche da suggerire a quel momento, sarà per rafforzare, come abbiamo detto tante volte in direzione europea, settoriale e poi aziendale e territoriale, l’impianto del contratto di lavoro.

D’altra parte è evidente anche l’incoerenza e la strumentalità delle opinioni che vengono spese per sostenere l’alterazione del modello. Si prende come base comune il fatto, abbastanza incontestabile, che negli ultimi dieci anni di contrattazione gran parte della produttività sia rimasta in mano alle imprese. E si usa questo argomento per dire, quindi, che il contratto nazionale non è lo strumento utile per un’azione di redistribuzione corretta, da un lato, e di migliore allocazione del rapporto tra produttività e condizioni normative e retributive dei lavoratori. Si tratta naturalmente di un inganno perché, partendo da quelle premesse, il modello che viene proposto otterrebbe la seguente conseguenza: un livello minimo nazionale sì e no basato sull’inflazione programmata, quindi destinato a far perdere sistematicamente, e aggiungo istituzionalmente, margini di retribuzione reale dalla contrattazione a quel livello; e, nel nome di un rafforzamento del secondo livello, se va bene il mantenimento della situazione di oggi. Lavoratori meno protetti dal punto di vista delle politiche retributive e naturalmente, a quel punto, anche dal punto di vista delle politiche normative e dei diritti a livello nazionale: dove si può contrattare un po’ di più lo si fa o nel territorio o in azienda, e per il resto c’è sistematica mano libera alle imprese nelle politiche retributive come in quelle sui diritti.

E quando Angeletti, lo ha detto più volte, sostiene: "Noi dobbiamo avere un livello nazionale che copra tutta l’inflazione reale, un livello aziendale che copra tutta la produttività, un livello territoriale che estenda la produttività alle aziende che non l’hanno", dice una cosa che sappiamo non essere fondata, perché propone, né più né meno, un rafforzamento assolutamente al di là di anche quello che talvolta possiamo pensare noi dell’attuale sistema esistente: tre livelli di cui due pienamente fruibili.

Nella scelta di Confindustria – ferme restando le divisioni che ha al proprio interno tra categorie e settori che preferiscono un livello di contratto nazionale sul modello di oggi, sia pure depotenziato, e altre che invece suggeriscono la possibilità per le aziende di poter scegliere o derogare, in ragione dei loro patti aziendali, alle scelte del modello nazionale – c’è sostanzialmente però la stessa idea: la non sostenibilità dell’insieme delle prerogative e delle griglie normative e retributive che l’impianto contrattuale di oggi assume. Dietro a ciò c’è, né più né meno, l’idea che le nostre imprese con questo sistema di costi non ce la fanno a competere, l’idea più volte ripetuta in base alla quale solo riducendo i diritti e contenendo i costi la nostra impresa può competere, con la moneta unica forte, nelle condizioni del mercato di oggi. C’è dunque un dissenso strategico tra due idee di sviluppo e due idee di competitività e anche tra due diverse valutazioni degli interessi in campo.

La nostra discussione su questi temi rappresenta un passaggio fondamentale per la vita di qualsiasi sindacato, perché è in sostanza la nostra riforma istituzionale per eccellenza. Il modo con il quale si giocherà e si concluderà questa partita è cioè tale da incidere fortemente non soltanto o tanto sul modello contrattuale, non soltanto o tanto sull’idea di sindacato o di forma del sindacato, quanto sostanzialmente sull’idea del rapporto tra diritto individuale e collettivo, sull’idea che abbiamo del rapporto tra tutele generali e responsabilità individuale, quale idea di coesione, quale rispetto degli interessi e dei diritti che noi rappresentiamo.

Per questo penso che questa discussione la dobbiamo fare per intero, prendendoci i tempi di approfondimento necessari, ripeto, che possiamo lavorare, come abbiamo fatto nella situazione degli artigiani, su un coordinamento non burocratico delle nostre strutture di categoria. Quando dico "non burocratico" intendo dire non burocratico perché solidale per la valutazione comune che diamo e gli impegni comuni che autonomamente assumiamo. Perché è evidente che se questa è la portata della partita, non possiamo fare nessun errore, non possiamo sottovalutare la situazione che abbiamo di fronte e non possiamo permetterci, in nessuna parte della nostra geografia contrattuale, di fare scelte, piattaforme, accordi che possano offrire, a chi punta a un’operazione forte di destrutturazione del sistema e dei diritti, armi che poi finiranno per essere usate contro quello che insieme vogliamo e ci proponiamo di fare.