Ai delegati della della Tim di Bologna, arrivati a Milano per fare un'assemblea
nella sede milanese dell'azienda, non è stato permesso l'ingresso. L'assemblea si è svolta, alla fine, con i delegati bolognesi fuori dal cancello e i
lavoratori milanesi dentro!


l'articolo della del Manifesto  sull'episodio successo in Tim a Milano.

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Tim, non si parla
Ai lavoratori interinali del call center di Milano vietate le assemblee


MANUELA CARTOSIO - MILANO


Perché mai tre ragazzi da un milione al mese mettono paura a una gigantesca
macchina da soldi come Tim? Perché diffondono un virus pericoloso, manifestatosi qualche mese fa nel call center di Bologna: quello della  lotta degli interinali. Il virus non deve propagarsi agli altri call center. Tommaso Barone, Anna Maria Barone, Domenico Conte ieri sono venuti a Milano per partecipare alle assemblee regolarmente convocate dalle Rsu nel call center Tim in via Valtorta. Un guardiano li ha tenuti fuori, nonostante siano delegati sindacali nel call center di Bologna e nonostante
la Rsu avesse comunicato in anticipo alla direzione che alle assemblee ci sarebbero stati degli ospiti.

Motivo addotto all'ingresso: i tre bolognesi «non appartengono a questa unità produttiva». Il dottor Tosco, responsabile delle relazioni sindacali Tim, da noi contattato, dà una giustificazione un  po' diversa: «Non abbiamo fatto altro che applicare lo Statuto dei  lavoratori nella parte che riguarda il diritto d'assemblea, i tre non sono entrati perché non sono dirigenti sindacali».

Però Francesco Giuseppe, segretario dell'Slc Cgil milanese, è indubbiamente un dirigente sindacale. Come mai la Tim l'ha fatto entrare per l'assemblea del mattino e non per quella del pomeriggio? La risposta del dottor Tosco è  il silenzio.

Le assemblee si sono fatte comunque. Al mattino un centinaio di lavoratori dalla sala mensa sono usciti nel giardinetto della Tim. Attraverso la  cancellata, i tre bolognesi hanno fatto il punto della «vertenza interinali». Ugualmente affollata l'assemblea del pomeriggio, ma solo una decina alla fine sono usciti sul praticello. «I team leader, e anche un delegato della Uil, hanno speventato la gente, sostenendo che chi usciva
rischiava un provvedimento disciplinare», dice Andrea Monti, delegato dell'Flmu. «Con i cellulari, Tim fa parlare la gente in tutto il mondo, tranne chi contesta i suoi metodi», commenta Graziana Rinaldi. «Se ci hanno impedito d'entrare, significa che abbiamo toccato un problema vero», dice aggrappato al cancello Francesco Giuseppe, «come Cgil riconvocheremo un'altra assemblea per discutere con tranquillità, ci dispiace che non ci sia unità». Un ragazzo dall'altro lato del cancello commenta: «Siamo sempre uniti nel criticare, poi nel fare ci si divide».«All'inizio è stata dura anche per noi a Bologna», rassicura Domenico. «Però alcuni risultati li
abbiamo ottenuti: gli interinali del call center di Bologna hanno eletto i loro rappresentati sindacali, hanno il diritto d'assemblea, cose che  esistevano solo sulla carta». Fanno le ferie come i lavoratori «normali», mentre prima non potevano fare più di cinque giorni consecutivi. Ad aprile il tribunale di Bologna ha giudicato antisindacale il comportamento della Tim, per l'utilizzo continuativo e non congiunturale dei lavoratori  interinali. Sono il 17% dell'organico, quando il contratto delle   telecomunicazioni fissa come tetto massimo l'11%. La sentenza è una buona
base d'appoggio per ricorsi individuali che obblighino Tim ad assumere a tempo indeterminato i lavoratori interinali che invece, dopo 30 mesi di «missioni» reiterate, vengono mandati via. «Il perché è chiaro: Tim vuole gente nuova con il licenziamento incorporato che con il pepe al culo della paura produce di più».

Prossimo obiettivo da conquistare, continuano i delegati bolognesi di  Nidil-Cgil, il premio di risultato (un milione e 700 mila lire per un part time). «Lavoriamo fianco a fianco dei dipendenti fissi, facciamo la stessa fatica, contribuiamo allo stesso modo agli utili della società». Utili che l'anno scorso hanno superato i 3 mila e 500 miliardi e che nei primi 5 mesi del 2002 sono più che raddoppiati. «Nonostante la legge sul lavoro   interinale affermi il principio della parità retributiva, il premio di
risulato dobbiamo conquistarcelo con una vertenza». Deve coinvolgere tutti
i sette call center della Tim ed essere sostenuta da uno sciopero di tutti quelli che ci lavorano.

Finita l'assemblea, ci facciamo raccontare dai tre delegati bolognesi se e  come è cambiato il lavoro nei call center. «La catena taylorista gira  sempre più in fretta», dice Tommaso Barone, «l'operaio doveva fare un certo numero di pezzi, noi dobbiamo far fronte a un numero sempre più alto di telefonate». Oltre a soddisfare quelle «in entrata», almeno una dozzina all'ora, ogni operatore deve farne molte altre «in uscita». Per contattare i clienti «alto-spendenti» ed offrire loro nuovi contratti e servizi,
«perché il mercato del cellulare è saturo e il cliente va fidelizzato. Dura la vita dell'interinale, anche se, rispetto ai cococo che lavorano al call center di Atesia a Roma, cottimisti a 19 centesimi a telefonata, quelli di  Tim si sentono quasi dei `privilegiati'». I ragazzi dei call center cercano di migliorarla, la loro vita. «Intanto, quelli che firmeranno il patto per l'Italia ci tagliano l'erba sotto i piedi. Vogliono far diventare tutti interinali e a condizioni peggiori di ora