27 MAGGIO 2002

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO UN CONTRIBUTO DI COSIMO SCARINZI SUL DISCORSO DI ANTONIO D'AMATO ALL'ASSEMBLEA ANNUALE DELLA CONFINDUSTRIA TENUTASI A ROMA LO SCORSO 22 MAGGIO.


il recente discorso di Antonio DAmato allassemblea della Confindustria è stato generalmente commentato tenendo conto principalmente di quanto implicava dal punto di vista delle relazioni sindacali e di quelle fra padronato e governo. I dirigenti dei sindacati istituzionali non hanno apprezzato la durezza del capo dei padroni, il governo ha, come da copione, approvato.
Crediamo utile pubblicarne alcuni estratti perché lo riteniamo un testo interessante, una sorta di manifesto filosofico del padronato. Non saranno, quindi, necessari molti commenti.

Un etica eroica e avventurosa

In tanti, in troppi scorgono sul loro orizzonte più problemi che prospettive.
Per questo qualcuno ha scritto che stiamo vivendo una età dellincertezza. Cè del vero, indubbiamente, anzi diciamo senzaltro che è vero. Ma è proprio questo che caratterizza da sempre la condizione umana. Ovvero la condizione di chi è consapevole di dover forgiare da sé il proprio destino.
Una visione, insomma, tragica e corrusca. A noi sembra che fra un imprenditore ed un co. co. co ci sia qualche differenza di condizione ma Antonio DAmato non bada a queste volgarità. Ognuno forgia il proprio destino e se uno nasce ricco vuol dire che lha forgiato senza rendersene conto.


Il padronato benevolo

Noi, come imprenditori, siamo orgogliosi di creare per tutti ricchezza, lavoro, sviluppo.
Ma cosa cè di più entusiasmante che impegnarsi per dare a un giovane che lo sta cercando un posto di lavoro, per dare a chi lha perduta una nuova occupazione?
Per motivi di equità e di effettiva giustizia sociale, dunque, oltre che per ragioni strettamente economiche, dobbiamo riuscire a realizzare le riforme.
Non cè dunque contrapposizione tra le legittime ragioni delle imprese e gli interessi generali del paese.
Anzi, quanto più sviluppo economico si fa, tanto più possono progredire le condizioni dei ceti e dei gruppi sociali più deboli, i disoccupati, i giovani, le donne, gli anziani che altrimenti resterebbero esclusi dal mercato del lavoro.
Lo diciamo non per una qualche vocazione al buonismo - che possiamo apprezzare, semmai, come virtù personale - ma perché siamo consapevoli del fatto che, rafforzando i suoi punti più deboli, si rafforza con ciò tutta la società italiana e ne traggono vantaggio anche coloro che non ne sono i diretti beneficiari.
Come è sbagliata lantitesi tra rigore e sviluppo, così è sbagliata lantitesi tra efficienza economica ed equità sociale. Luna è in funzione dellaltra: e noi siamo pronti a dimostrarlo, pronti cioè ad alzare il livello delloccupazione non appena un mercato del lavoro più flessibile faciliti lincontro tra domanda e offerta.
Sta qui il legame stretto e stringente che cè tra la nostra posizione di parte sociale e il nostro ruolo di classe dirigente.
Chi, insomma, si attarda a credere che il padronato punti al profitto ed al potere non ha compreso nulla. Il vero obiettivo del padronato, la ragione del suo entusiasmo, consiste nel beneficare i membri delle classi subalterne. Purtroppo non sempre i lavoratori comprendono ma Antonio DAmato non si perde danimo e prosegue nella sua opera di educazione del buon popolo. Va anche detto che il nostro eroe non si pone problemi nellutilizzo di concetti sovversivi come quello di classe dirigente con buona pace di coloro che, da decenni, ci spiegano che le classi sociali non esistono più.

Sindacalisti, imparate a fare il vostro mestiere.

Rispettiamo le idee altrui. Ci confrontiamo con tutti. Non abbiamo mai smesso di farlo. E siamo sinceramente dispiaciuti di avere oggi maggiori difficoltà a dialogare con una sinistra dove le forze riformiste, pur maggioritarie, sembrano avere perduto voce e, soprattutto, capacità di iniziativa.
Con il sindacato si deve dialogare, vogliamo dialogare.
Con il sindacato dobbiamo incontrarci, e del resto ci incontriamo continuamente, per il rinnovo dei contratti di lavoro, per attuare quella politica dei redditi che dal 1993 ad oggi ha dato buoni risultati e che, nei suoi capisaldi, riteniamo debba essere
confermata.
Quella politica con la quale abbiamo tutti archiviato le stagioni degli automatismi, del salario come variabile indipendente, dellalta inflazione e delle continue svalutazioni che ci avevano portato ai margini dellEuropa.
Benché troppo spesso sia stato di ostacolo alle politiche di modernizzazione, in Italia il sindacato ha livelli di legittimazione che non possiamo e non intendiamo ignorare, per la sua storia, per il contributo che ha dato alla lotta contro il terrorismo, e - negli anni Novanta - al risanamento finanziario.
Solidarietà e giustizia non dovrebbero spingere il sindacato a guardare alla piaga del sommerso senza quella sorta di aristocratico distacco con il quale finora ha giudicato le politiche di emersione necessarie per ridare legalità, dignità e diritti a centinaia di migliaia di lavoratori in nero?
Noi sulla trincea dei diritti - quelli veri - ci siamo, intendiamo restarci, abbiamo tuttora la speranza che il sindacato non voglia sottrarsi al confronto sul terreno della modernizzazione.
E dobbiamo dire che se il sindacato si irrigidisse nel contrastare le riforme, se ne facesse un motivo di accentuazione della conflittualità, allora non sarebbe la nostra pressione, ma sarebbe la forza stessa delle cose, la logica oggettiva dei processi di cambiamento, che lo spingerebbe fuori gioco.
Suggestivo il richiamo alla forza stessa delle cose che spazzerà via il sindacato se esso non sarà disponibile a porsi sul terreno della modernizzazione che, ovviamente, è incarnata dalle imprese. Altrettanto suggestivo è luso del termine riformismo e il rimpianto per una sinistra neoliberale che sembra essere rapidamente sfiorita appena è stata esclusa dalla gestione del governo. Ma DAmato non si tira indietro e si erge a paladino di quei lavoratori senza diritti che ritiene non sufficientemente tutelati dal sindacato. Vuole, insomma, svolgere il ruolo di guida culturale, politica e sindacale del paese concentrando nel padronato compiti che, secondo lo stesso schema liberaldemocratico, dovrebbero restare divisi. È anche vero che i sindacalisti vogliono insegnare ai padroni a fare il loro mestiere. Un simpatico rimescolamento delle carte.


Imprenditore e sociologo

Nel suo modello tradizionale, il Welfare State aveva essenzialmente (e ha svolto egregiamente) la funzione di addomesticare - diciamo così - il conflitto tra capitale e lavoro per garantire contemporaneamente un più alto livello di sviluppo economico e un più alto standard di equità sociale. Tutto ciò in un contesto caratterizzato da un modo di produrre cosiddetto fordista, uno stato almeno tendenziale di piena occupazione, una relativa disponibilità di risorse da destinare ai servizi sociali.
Queste condizioni sono venute meno. In parte per effetto dello stesso Welfare State, in parte per i cambiamenti che sono intervenuti nella vita economica e sociale, il conflitto tra capitale e lavoro non è più il paradigma dei contrasti di interesse. Il fordismo è ormai un residuo del passato. Lo stato di piena occupazione non è più un dato di fatto, ma un obiettivo difficile da raggiungere. E di conseguenza è diventato un problema poter disporre delle risorse che servono per i servizi sociali.
Non si tratta dunque di modificare in qualche aspetto il vecchio modello di Welfare, ma si tratta di cambiare il modello stesso, di dargli come obiettivo quello che è oggi il problema di fondo: creare nuova occupazione.
In questo senso si tratta di passare dal Welfare State al Workfare State.
È curiosa laffermazione che il conflitto tra capitale e lavoro non è più il paradigma dei contrasti di interesse che segue la rivendicazione del ruolo di classe dirigente per il padronato. DAmato sembra ritenere che una classe dirigente benevola e dedita a curarsi della situazione dei più deboli non debba essere afflitta da attitudini conflittuali.

Anche il governo sbaglia

Ma tutto ciò pone più che mai il problema delle risorse. È per questo che non abbiamo nascosto le nostre perplessità né sul nuovo contratto del pubblico impiego, troppo oneroso, né sulla riforma previdenziale, il cui esito è per lo meno incerto.
Possiamo pure augurarci che la via scelta dal Governo - basata esclusivamente su un meccanismo di incentivi - produca risultati concreti.
Resta il fatto che linvecchiamento demografico e la sostenibilità della spesa previdenziale sono problemi che non consentono scorciatoie.
I lavoratori del settore pubblico, ingrati!, non hanno notato che le risorse previste per i loro contratti erano eccessive ma, è sin troppo noto, non pensano abbastanza ai poveri ed agli oppressi. Il pertinace Antonio, comunque, non dimentica la necessità di tagliere le pensioni. Insomma, il governo non è abbastanza riformista ma la Confindustria non si tira indietro e prosegue nello sforzo di riportarlo sulla retta via.

DAmato ottimista e new global

E sta erompendo un problema di governabilità della globalizzazione che, se non verrà risolto, finirà col restituire forza a una cultura anti-industriale, anzi anti-capitalista, che sembrava in via di superamento.
Noi sappiamo che il sistema democratico e leconomia di mercato hanno in se stessi, nella loro duttilità, nella loro vitalità, la forza che occorre per rinnovarsi e per realizzare le riforme di cui cè bisogno di fronte a problemi così complessi.
È per questo che, nonostante le preoccupazioni e le incertezze sulle prospettive a venire, quando in troppi temono per il loro futuro, noi abbiamo fiducia, e ci sentiamo di rassicurare i nostri concittadini.
Insomma, esistono ancora gli anticapitalisti anche se sembravano in via di superamento. Di conseguenza il capitalismo esiste. È una rivelazione importante. Ma DAmato confida nella liberaldemocrazia e nel mercato e nelle loro capacità autocorrettive. Possiamo, quindi, dormire sereni: fattori oggettivi spazzeranno via chi si oppone alle magnifiche sorti e progressive del capitalismo nazionale e mondiale e una classe dirigente ci viene garantita per tempi incalcolabili.
Per parte nostra, sospettiamo che i fattori oggettivi in questione siano sin troppo soggettivi ma restiamo dellidea che ognuno debba fare la sua parte e la nostra non è esattamente quella che il nuovo vate del padronato ci asegna.



Cosimo Scarinzi