Riforme per tutti
«Queste riforme avvantaggiano tutta la comunità in quanto incrementano il prodotto
nazionale e così permettono di ridurre effettivamente il livello della pressione fiscale
e contributiva, permettono di aumentare gli investimenti nelle infrastrutture destinate a
favorire lo sviluppo, consentono di migliorare le prestazioni dei servizi pubblici... Come
è sbagliata l'antitesi tra rigore e sviluppo, così è sbagliata l'antitesi tra
efficienza economica ed equità sociale. L'una è in funzione dell'altra: e noi siamo
pronti a dimostrarlo, pronti cioè ad alzare il livello dell'occupazione non appena un
mercato del lavoro più flessibile faciliti l'incontro tra domanda e offerta... Dopo le
elezioni, alle nostre proposte si sono ispirati in misura notevole il programma e alcuni
primi atti dell'attuale Governo. Non perché, come qualcuno va dicendo, tra noi e il
Governo si sia stabilito un rapporto di reciproco collateralismo. Ma per un motivo più
semplice, quasi elementare: il recupero di competitività era e rimane un'esigenza
obiettiva del paese. Eravamo d'accordo - come potevamo non esserlo? - su un programma che
si poneva tale obiettivo».
I rapporti con il sindacato
«Nei giorni scorsi, qualcuno ha osservato che l'idea di sperimentare una riforma
dell'articolo 18, peraltro circoscritta a pochi casi, senza toccare i diritti già
acquisiti, può essere interpretata in due diversi modi. Può essere considerata come un
tentativo di accorciare le distanze tra l'Italia e gli altri paesi europei, dove non
esiste l'istituto della reintegrazione obbligatoria, a parte qualche limitata eccezione...
Oppure può essere vista come un tentativo - maldestro, lo dico subito - di ridimensionare
la presenza del sindacato, il suo peso nel sistema produttivo e in generale nella società
italiana. In realtà è perfino ovvio che, nella situazione italiana, il sindacato ha un
ruolo fondamentale anche rispetto all'attuazione delle riforme cui si deve mettere mano...
Benché troppo spesso sia stato di ostacolo alle politiche di modernizzazione, in Italia
il sindacato ha livelli di legittimazione che non possiamo e non intendiamo ignorare, per
la sua storia, per il contributo che ha dato alla lotta contro il terrorismo, e - negli
anni Novanta - al risanamento finanziario.
Almeno in molte sue componenti, il sindacato italiano si rende conto
che solo quando le imprese sono competitive, i lavoratori possono migliorare i loro
livelli retributivi, sono sicuri del loro posto di lavoro, hanno maggiori chances di
trovare nuova occupazione e di più alta qualità. Questo il sindacato lo sa. Lo sanno
soprattutto i lavoratori. Ed è questo il terreno sul quale si può instaurare un rapporto
costruttivo».
Il sommerso
«Il sommerso - lo ha confermato l'Ocse nelle settimane scorse - rappresenta quasi il 30
per cento della nostra economia, il doppio che negli altri principali paesi europei...
Ridurne il peso è un imperativo categorico. Certo, la legge che abbiamo ottenuto è
ancora imperfetta. Può, deve, essere migliorata... Ma il successo su questo fronte, che
sarebbe un successo storico per l'Italia, si può cogliere solo se tutto il paese, e
dunque anche il sindacato, concorre a creare il clima culturale e politico necessario per
asciugare le acque, quelle sì limacciose, dell'economia sommersa».
L'occupazione
«Lisbona non può rappresentare solo una enunciazione di buoni propositi, un messaggio
agli uomini di buona volontà. Deve essere un concreto impegno politico: direi una seconda
rifondazione dopo Maastricht... Rispetto agli altri paesi europei, il tasso di occupazione
- che è insieme causa ed effetto del vero sviluppo - in Italia è enormemente più basso.
Se la media europea era nel 1999 del 62%, con qualche paese che arrivava già a superare
il 70, in Italia invece siamo oggi al 54,6%: e nel Mezzogiorno siamo sotto di altri dieci
punti. Insomma, in meno di nove anni, da oggi al 2010, dobbiamo aumentare gli occupati di
oltre cinque milioni.
Il che significa circa 600mila posti di lavoro ogni anno. E' questo
il parametro sul quale valutare anno dopo anno se la nostra politica economica sta avendo
o no successo».
L'agenda delle riforme
«Sappiamo che non si cambia in pochi mesi la struttura economica di un paese. E non ci
sfugge che questo Governo ha fatto molte cose in un breve arco di tempo. Alcune, poche,
stanno già dando dei risultati. Ma non tutto ciò che a nostro avviso andava fatto è
stato fatto. E non tutto ciò che è stato fatto va nella direzione giusta... Comunque,
sono per lo più iniziative il cui successo dipende dalla fase di attuazione - non priva
di aspetti critici - e sulle quali è quindi difficile esprimere oggi un giudizio
compiuto... Molte di queste riforme corrispondono a nostre aspettative, spesso a nostre
specifiche richieste.
A chi ci rimprovera di avere impiegato il nostro tempo solo ad
occuparci dell'articolo 18, consentitemi di ricordare che tutto ciò è stato fatto
proprio mentre ci occupavamo anche dell'art. 18. Ciò non toglie che vediamo il rischio di
vanificare gli effetti complessivi degli importanti passi avanti che sono stati fatti,
rimanendo incerti, in mezzo al guado, su alcune questioni cruciali: il contenimento della
spesa pubblica, il fisco, le liberalizzazioni.
In materia di fiscalità sulle imprese, la riforma quadro proposta
dal Governo si pone un obiettivo di legislatura che condividiamo: abbassare la pressione
effettiva al 33% con la riduzione dell'Irpeg e l'eliminazione dell'Irap... La riforma va
nel senso di una semplificazione. Ma restano nel vago tempi, modalità ed entità della
riduzione annunciata... Occorre uscire dalle affermazioni di principio, avviare fin dal
2003 un primo alleggerimento dell'onere complessivo che grava sulle imprese. Solo così si
dà credibilità all'obiettivo di fondo del 33%. Apprezziamo nondimeno l'intenzione di
ridurre l'Irpef sull'universo dei cittadini, a partire dai ceti più deboli. Ma tutto ciò
pone più che mai il problema delle risorse. E' per questo che non abbiamo nascosto le
nostre perplessità né sul nuovo contratto del pubblico impiego, troppo oneroso, né
sulla riforma previdenziale, il cui esito è per lo meno incerto... C'è di positivo che
con questa riforma si comincia ad intaccare l'insopportabile cuneo fiscale e contributivo
che grava sul costo del lavoro... E' solo per questo - solo a queste condizioni - che ci
siamo dichiarati disponibili a mettere sul tavolo il Tfr maturando: e lo abbiamo fatto in
vista di un diverso equilibrio tra previdenza pubblica e previdenza privata».
Le liberalizzazioni
«Sulle liberalizzazioni non stiamo facendo passi in avanti, né a livello nazionale né a
livello locale... Le liberalizzazioni devono invece essere rilanciate nei settori delle
utilities, dell'energia, delle professioni e del commercio. Sono un passaggio ineludibile
per ridurre il differenziale di costi che grava sulle nostre imprese e dunque per metterle
in condizione di giocare ad armi pari con i concorrenti esteri».
Il welfare
«E' alla logica complessiva del modello che bisogna guardare, sia per poter individuare i
singoli punti sui quali conviene intervenire con appropriate politiche di riforma, sia per
poter stabilizzare abbastanza rapidamente nuovi equilibri, al posto di quelli
precedenti... Nel suo modello tradizionale, il Welfare State aveva essenzialmente (e ha
svolto egregiamente) la funzione di addomesticare - diciamo così - il conflitto tra
capitale e lavoro per garantire contemporaneamente un più alto livello di sviluppo
economico e un più alto standard di equità sociale... Qeste condizioni sono venute meno.
In parte per effetto dello stesso Welfare State, in parte per i cambiamenti che sono
intervenuti nella vita economica e sociale, il conflitto tra capitale e lavoro non è più
il paradigma dei contrasti di interesse. Il fordismo è ormai un residuo del passato. Lo
stato di piena occupazione non è più un dato di fatto, ma un obiettivo difficile da
raggiungere. E di conseguenza è diventato un problema poter disporre delle risorse che
servono per i servizi sociali.
Il mercato del lavoro
«La riforma del mercato del lavoro, che non è solo l'art. 18, ma di cui l'art. 18 è
parte rilevante, è dunque un punto di attacco importante, un sentiero stretto, ma
ineludibile, per avviare il circolo virtuoso della crescita. Non è, non sarà un vicolo
cieco... Si dovrà accompagnare a una revisione degli ammortizzatori sociali. Vanno
salvaguardati quegli istituti che hanno dimostrato di funzionare bene e peraltro sono
finanziati dalle stesse imprese, le quali già oggi per l'insieme degli ammortizzatori
sociali - dalla cassa integrazione, alla mobilità e la disoccupazione - pagano ben il
4,41% del monte retributivo... Secondo l'Ocse, fatto 100 il grado di rigidità degli Stati
Uniti, l'indice dell'Italia si colloca a 485. Tra i paesi industriali siamo secondi solo
alla Grecia e al Portogallo... Vorremmo che tutti avessero chiare le implicazioni delle
attuali rigidità, in termini di sviluppo e anche in termini di equità, ossia di diritti
delle persone... Vorrei elencarle, queste implicazioni, e con un certo puntiglio,
affinché nessuno possa dire domani che non ci siamo spiegati bene... La prima e
fondamentale conseguenza è che le imprese, per rimanere competitive, sono costrette a
fare il minor uso possibile del lavoro umano, o per lo meno di quella sua componente che
è più direttamente soggetta all'attuale sistema di tutele.
E' così che l'Italia è uno dei paesi in cui più intenso è stato
il processo di sostituzione delle macchine al posto del lavoro. I dati Ocse ci dicono che
dall'inizio degli anni Settanta ad oggi, nel settore privato, il capitale fisso per
addetto è aumentato negli Stati Uniti del 37%. In Italia è aumentato del 125%... Per
quanto incerta possa essere la misurazione di queste variabili, le differenze sono
colossali. E non si vede a cos'altro possano essere attribuite se non a fattori di costo e
di rigidità nell'utilizzo del lavoro... L'elevato rapporto tra capitale e lavoro è,
senza alcun dubbio, l'altra faccia dell'alta disoccupazione europea e, a maggior ragione,
di quella italiana... L'altra conseguenza è che la più gran parte degli occupati sfugge
alle rigidità del mercato ufficiale. 14 milioni e mezzo di italiani, i due terzi degli
occupati, non sono coperti dall'art. 18. Sono tre milioni e mezzo di lavoratori
irregolari, quasi tre milioni di dipendenti di imprese al di sotto della soglia dello
Statuto dei lavoratori, un milione e mezzo di lavoratori a termine, sei milioni e mezzo di
lavoratori autonomi.
Sei milioni e mezzo di lavoratori autonomi rappresentano quasi il 30
per cento degli occupati, il doppio della media europea, più di tre volte i livelli degli
altri principali paesi. Il lavoro autonomo è un importante indice di vitalità del
tessuto imprenditoriale di un paese: ma è anche un modo per sfuggire alle rigidità».
I fondi pensione
«Riteniamo essenziale il rafforzamento dei fondi pensione e il ruolo che essi possono
svolgere nel futuro delle privatizzazioni del nostro paese. Sarà di grande beneficio per
il capitalismo italiano».
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