Riflessione sul "nuovo" patto Ambrosiano: forse un errore la firma sindacale in questo contesto.

 

Un nuovo accordo, definito patto per il lavoro o semplicemente intesa, è stato firmato a Milano il 2 maggio 2002 da Cgil, Cisl, Uil, dalle associazioni padronali e dalla giunta di centrodestra.
In questi giorni i quotidiani e i telegiornali hanno dato ampio risalto all'accordo e, com'era prevedibile, è stato strumentalizzato e abbondantemente utilizzato dal Ministro Maroni, dall'Assolombarda e dallo stesso Sindaco Albertini per sminuire lo scontro sociale generale in atto contro la Confindustria e il Governo e per denigrare il sindacato confederale ed in particolare il leader della Cgil Sergio Cofferati.
L'accordo è stato caricato di valore politico generale. E' stato fatto vivere nell'opinione pubblica come il giusto risultato ottenuto grazie alla disponibilità al dialogo delle forze padronali e del centrodestra e all'azione del sindacato milanese, pragmatico e ragionevole a differenza di quello nazionale, ottuso e massimalista.
Indicativa e provocatoria è l'intervista del Presidente di Assolombarda Perini che, sul quotidiano il "Sole 24 ore" del 3 maggio afferma: "se Cofferati ragionasse come Panzeri non ci sarebbe l'attuale conflittualità". Nel frattempo il Segretario Ds Fassino, sul "Corriere della sera" del 5 maggio riconosce a Perini un ruolo positivo, giudicando importante la sottoscrizione della nuova intesa perché "recepisce le proposte correttive del sindacato" e perché "il patto non nega la flessibilità ma stabilisce un quadro di certezze e di garanzie".
Queste dichiarazioni sono politicamente "comprensibili", ma poco attinenti alla realtà e ai contenuti dell'intesa.
A fronte di tutto questo ritengo opportuno aprire una discussione tra noi.
Non ho partecipato, per impegni sindacali aziendali, al Direttivo della Camera del Lavoro di Milano del 24 aprile, nel quale, con soli tre astenuti, è stato approvato l'ordine del giorno che "affida il mandato alla segreteria camerale per la sottoscrizione dell'ipotesi d'intesa tra Comune di Milano, organizzazioni datoriali e organizzazioni sindacali illustrata nel corso della riunione del Cd stesso".
Pur con il massimo rispetto delle valutazioni fatte e della scelta di voto favorevole dei compagni e delle compagne dell'area "Lavoro-Società", considero, alla luce dei fatti e dei contenuti dell'intesa, un errore per L.S., per la Cgil e per il sindacato milanese l'aver sottoscritto l'accordo in questo contesto di scontro politico generale.
E' opportuna una riflessione collettiva rispetto a quella che si potrebbe definire un'errata valutazione della portata politica di un accordo realizzato, tra l'altro, con un Comune di centrodestra a forte impronta antisindacale e in contrasto continuo con i suoi dipendenti e con Assolombarda, che ha sostenuto e sostiene attivamente la politica della Confindustria e del Governo.
L'errore non è stato firmare un accordo territoriale programmatico con questi soggetti ma, a mio avviso, aver sottovalutato che l'accordo, dai contenuti non avanzati, non avrebbe aperto nessuna contraddizione nello schieramento padronale e governativo.
In più, averlo fatto in questo momento, dopo lo sciopero generale, dopo il 1° maggio e prima degli incontri nazionali con un governo che prosegue nelle sue scelte di attacco al sindacato, alla Cgil e ai diritti, non ha favorito di certo il movimento sindacale nazionale.
Non è solo per il carattere ideologico delle posizioni di chi, nel padronato e anche nel sindacato, intravede nell'accordo il positivo embrione della nuova concertazione di rito ambrosiano, ma è anche per ragioni di carattere sindacale e per valutazioni politiche che forse dovremmo considerare la firma una decisione sbagliata.
I contenuti dell'intesa sono, come sottolineano molti di quelli che l'hanno letta, generali e generici.
Molte buone intenzioni, molti confronti, tante enunciazioni fumose, dichiarazioni d'intenti e di principio su politiche del lavoro e sulla formazione di scarsa concretezza. Questo aggrava la scelta della firma: senza contenuti avanzati e garanzie sui diritti, prevale l'opzione ideologica e vince l'operazione mediatica dell'avversario, com'è appunto avvenuto!
Non è significativa la divisione tra Albertini e i sindacati rispetto alla continuità o meno di questo accordo con il "vecchio" patto del 1998; lo è invece l'affermazione del Sindaco stesso sulle deroghe ai contratti. E non ritengo sufficiente la dichiarazione del segretario Panzeri che sostiene che "la Cgil, rispetto al 1998 firma perché il nuovo patto non mette in discussione i diritti di chi lavora" .
L'intesa non contiene, nei fatti, nessuna significativa dichiarazione sui diritti e nessun elemento contrattualmente esigibile, né strumenti certi per la realizzazione di nuove politiche "di qualità" per il lavoro e nel lavoro.
Nell’intesa si scrive che è "prioritario contrastare il fenomeno del lavoro sommerso favorendo l'emersione del lavoro irregolare", ma non si individuano gli strumenti ispettivi e le azioni preventive per combattere il lavoro in nero e la piaga degli infortuni sul lavoro, fenomeni che si sviluppano nella struttura pubblica con gli appalti, nel sistema d'impresa e nel modello produttivo.
Si scrive ancora "il Comune di Milano, che è uno dei principali datori di lavoro del territorio di sua giurisdizione, deve favorire azioni per lo sviluppo e la crescita occupazionale, la qualità del lavoro (anche attraverso adeguate politiche in materia di appalti) e deve aumentare l'attrattiva del territorio con conseguenti positive cadute sul territorio". Un capitolo, dal punto di vista della concretezza, che rasenta il nulla.
Si concorda di "avviare un confronto trilaterale per l'individuazione delle aree critiche della città, che possa prevedere un progetto di crescita del tessuto….".
Non un impegno concreto verso i lavoratori di aziende oggi in crisi e in riorganizzazione e per  rafforzare  e qualificare le attività produttive.
Originali poi le affermazioni dell'Assessore Magri, che individua nella regolamentazione e nella qualificazione del lavoro di assistenza agli anziani l'impegno prioritario nel prossimo futuro, con l'utilizzo dei fondi europei perché, secondo Magri, "il 90% del lavoro nero a Milano è creato dall'assistenza domiciliare agli anziani".
Nell'intesa nessun impegno nel mantenere e nel far rispettare da parte del Comune, come datore di lavoro e come istituzione pubblica nel proprio territorio, nei luoghi di lavoro e nei nuovi e vecchi lavori, i contratti, le tutele e i diritti sanciti negli accordi e nelle leggi vigenti.
E’ la mancanza di elementi certi sui diritti  far dichiarare al Sindaco che l'intesa "non esclude la possibilità di deroga a norme e a contratti pur di favorire l'occupazione".
Penso che gli effetti positivi sostanziali e concreti, che dovremo comunque cercare di ottenere, saranno di poco peso e di poca qualità. Nel giro di poco tempo l'intesa finirà prevedibilmente su di un binario morto come il famoso Patto del 1998.
Per il momento l'intesa è stata poco utile al sindacato e ai lavoratori. E' stata strumentalmente, ipocritamente, ideologicamente e politicamente utilizzata, dal punto di vista mediatico, contro la Cgil nazionale, contro le posizioni del sindacato sulle deleghe e contro le lotte dei lavoratori in difesa dei diritti e delle tutele.
Certo i padroni sono cinici e bravi a praticare il loro mestiere, in questo caso forse li abbiamo facilitati.

 


Milano, 6 maggio 2001                                                 Giacinto Botti, R.S.U. Italtel