Un giornale ci descriveva come un'equipe di lavoratori afghani della
Croce Rossa facevano il conteggio dei cadaveri di un massacro a Mazar-e-Sharif:
"Il miliziano talebano era il numero 65; solo le due gambe indicano che una qualche
volta è stato un essere umano"
Il commento non è una sfida per un'analisi mediamente serena. Mostra pienamente che c'è
qualcosa che ci vogliono far inghiottire o che ci viene nascosta. Primo, ci si dice che
senza nessun dubbio il corpo appartiene a una fazione concreta la nemica -, per
aggiungere dopo che non è riconoscibile neanche quasi come umano.
Cominciando dal fatto che i miliziani talebani non portavano uniforme, sebbene sia certo
che il morto avrebbe potuto essere uno di loro, non lo è meno che potrebbe anche essere
stato un pastore di capre, un medico o un venditore di legumi del mercato. D'altra parte,
l'enunciato criminalizza la vittima e discolpa il criminale: con "talebano" che
apre tutta la frase, si passa a un secondo concetto ovvio che il morto è stato
brutalmente assassinato, chiunque egli fosse. Dov'è il resto dell'uomo? Che hanno fatto
di lui? Come l'hanno annientato? Perché? C'è solo una risposta chiara ed è chi ha
commesso l'orribile atto (uno tra molti): la cosiddetta Alleanza, l'Alleanza del
Nord. Però questa realtà, ora, sembra sia irrilevante.
Irrilevante allo stesso modo è stato quando solo cinque anni fa i giovani "studenti
di teologia" o talebani entrarono a Kabul istituzionalizzando la misoginia fino a
limiti che difficilmente incontrano analogie nella storia degli ultimi secoli
dell'umanità. Tanto poco importante che nell'anno 2000 l'Afghanistan talebano non era
catalogato come "Stato terrorista" dal governo degli Stati Uniti dell'America
del Nord. Durante il battesimo del potere talebano, il desiderio ufficiale degli Usa
espresso da Glyn Davis, portavoce del Dipartimento di Stato, era che quella nuova forza
che aveva appena conquistato Kabul dovesse "portare il paese a un processo di
riconciliazione nazionale" così come le nuove autorità si sarebbero mosse "con
rapidità verso il ristabilimento dell'ordine e della sicurezza".
Sull'esecuzione sommaria (e posteriore esibizione del corpo amputato e umiliato con
biglietti arrotolati nel naso, nelle orecchie e nelle dita) di Mohamed Najibulla', il
signor David rispose varie volte che la "deplorava". Un giornalista puntualizzò
che "deplorare è diverso da condannare" e l'alto funzionario facendo un giro di
parole da favola concluse che aveva solo motivi per "deplorare". E chiusa la
polemica.
Prima che Najibulla' avesse rimpiazzato Babrak Karmal alla guida del governo afghano, il
suo percorso tirannico procedeva da lontano, da quando era stato nominato capo dei Servizi
Segreti dello Stato (Khadimat-e Atal'at-e Dowlati, KhAD) del regime del Partito
Democratico del Popolo dell'Afghanistan (PDPA). Il PDPA non era altro che un matrimonio
forzato e irreale tra due fazioni antagoniste, convenientemente fuse in una sola con il
beneplacito e la supervisione di Leonid Breznev.
Mentre Najibulla' occupava le sue massime responsabilità, centinaia di migliaia di
persone scomparvero, subirono carcere e tortura o furono assassinate. La ritirata delle
truppe del Kremlino dall'Afghanistan nel 1989 lo portarono ad abbracciare progressivamente
la fede e qualcuno dei suoi antichi nemici fondamentalisti, allo stesso ritmo con cui
rinnegava il marxismo formale (in parallelo, sia detto chiaro, ai suoi antichi compagni di
Mosca, quelli che un decennio prima avevano ordinato e incoraggiato l'invasione sovietica,
come ad esempio Boris Ieltsin, Alexandr Lebed o Vladimir Putin).
Quando nel 1992 arrivarono finalmente al potere i fondamentalisti che Pakistan, Cina,
Iran, Arabia Saudita, Francia o USA avevano appoggiato con armi e denaro, del PDPA già
non restava che il nome. Non fu difficile per i nuovi inquilini del potere assimilare i
propri predecessori: la maggioranza dei collaboratori di Najibulla' passarono a ingrossare
le fila di Hebz-e Islami, la banda di Gulbuddin Hykmetiar, l'uomo favorito e di fiducia di
Pakistan, USA e Cina e forse l'uomo che negli ultimi 25 anni di Afghanistan ha convertito
più illusioni umane in carne per la rapina.
Molti altri ex filosovietici, improvvisamente convertiti come per miracolo, preferirono
unirsi alla fazione Jamiat-e Islami del presidente Burhanuddin Rabbani e del suo ministro
della Difesa, Ahmad Shah Massud. Un caso scandaloso è quello di Rashid Dostam, autentico
acrobata del potere che iniziando la sua carriera come ministro della Difesa di Najibulla'
è riuscito a fare l'impossibile: combattere contro tutte e ognuna delle bande e allo
stesso tempo combattere a fianco di tutte e ognuna di loro.
Se nel 1989 la ritirata delle truppe del Cremlino provocò i primi sintomi di amnesia
mondiale rispetto all'Afghanistan, ciò che accade dal 1992 al 1996 secondo l'Occidente
"sconfitto e disarmato l'esercito rosso" è letteralmente come se
quell'angolo del mondo fosse scomparso dalle carte geografiche. Non se ne sa niente,
niente si dice, e quindi niente si fa.
Sono questi quattro anni i peggiori nella storia contemporanea di quel paese: a Kabul non
lasciano pietra sopra pietra. Ogni fazione si dedica a bombardare la popolazione civile in
mano alla fazione rivale con i materiali bellici che hanno lasciato in omaggio le
superpotenze e i vicini. La capitale e le regioni vengono spartite, le parcelle di
territorio vengono fortificate. E siccome nessuno al mondo se ne lamenta o muove un dito,
la repressione diventa il passatempo quotidiano: i saccheggi e la rapina di opere d'arte
sono la maniera di racimolare imposte; la sensibilità politica verso la donna si riassume
in lasciare che le sposino a forza, le rapiscano e le violentino come routine;
l'istruzione assume tanta importanza che l'Università di Kabul diventa la linea del
fronte ridotta a macerie, come il Palazzo Reale, i musei, i viali e i parchi, i mercati e
i cinema (a Bahaaristan un missile del comandante Massud tanto amato e difeso dalla
Repubblica francese la fece finita con la vita e i sogni di 100 persone il 13 dicembre
del 1998).
Mentre a Barcellona si celebravano i Giochi Olimpici, l'Afghanistan finisce di essere un
paese con più di dieci anni di guerra, fame nera e distruzione, passando a non essere
nemmeno più un paese. Si trasforma nella trincea più grande del pianeta con più di 20
milioni di ostaggi. Gli stati vicini sanno approfittare del fatto che le superpotenze si
sono lavate le mani di tutto, e perché non si abbassi il livello, cresciuti in volontà
espansionistica e impunità collaborano attivamente per seminare più miseria, più morte
e più divisione, appoggiando burattini che a colpi di tallone, sono elevati alla
categoria di caudillos.
C'è chi pensa che i carrarmati sovietici erano entrati nel paese per farla finita con
costumi primitivi o con un regime monarchico o di carattere feudale, fanatico e religioso.
Niente più lontano dalla verità: nel 1978 un colpo di stato senza base sociale trionfa
grazie ai forti appoggi nelle alte cariche di governo e dell'esercito afghano da parte di
elementi vincolati a Mosca, proclamando così una Repubblica Democratica di una
indipendenza tanto scarsa come scarsa era la simpatia popolare sulla quale contava. Pochi
mesi dopo l'instabilità e i massicci massacri di oppositori che includevano molti
militanti di sinistra e non pochi membri dello stesso PDPA fecero sì che il Cremlino
ascoltasse la voce di quelli che esigevano un intervento per evitare la perdita del
fortino afghano.
Prima di quell'inutile colpo di stato, in Afghanistan c'era una Repubblica presieduta
dispoticamente da Mohamed Daud Khan, che 5 anni prima di morire assassinato durante il
colpo di stato, aveva detronizzato un suo familiare, il monarca Zahir Shah. La sorte di
Daud e di quella giovane Repubblica laica che riceveva più di 100000 turisti di tutto il
mondo ogni anno, si trovava tra la mercè della spada di James Carter e il muro di
Breznev. Gli sforzi di Daud e del suo governo parevano diretti a mantenere il paese
all'interno del blocco dei non-allineati, con sbandamenti aleatori verso le due
superpotenze, però con eccellenti relazioni e sintonia con l'India di Nehru, la
Yugoslavia di Tito, o l'Egitto di Nasser. Come fiore all'occhiello, la repubblica
dell'Afghanistan destinò nel 1973 14000 dollari dell'epoca in aiuti umanitari per le
vittime egiziane della guerra del Yom Kippur.
Si è soliti affermare, a ragione, che l'Afghanistan degli anni '70 non era per niente il
paradiso in terra. Di fatto ne' negli anni '70, negli '80, nei '90, ne' nell'attualità (e
che si sappia, mai) è esistita una tale Itaca anelata. Però anche mettendo in chiaro e
fuori da ogni dubbio che il suddetto angolo dell'Asia fosse quel che fosse, l'Occidente
non può dimenticare di gettare un'occhiata allo specchio della storia e di rispondere
onestamente che era durante quella stessa epoca che la Spagna inviava giovani a morire
strangolati, la Francia ghigliottinava prigionieri e l'Italia era corrotta da oscure
trame. Ciò che non si può negare, accettando che i paragoni sono facili da demolire, è
che in ogni caso l'Afghanistan non aveva sul proprio suolo neanche una mina antipersona
dei 10 milioni attuali, ne' maree umane di rifugiati, ne' centinaia di migliaia di morti,
milioni di mutilati, orfani e vedove
Prima che le superpotenze ci mettessero di mezzo la propria grinta senza rimedio,
l'Afghanistan era una nazione dove l'opposizione politica di tutti i colori era difficile
però possibile e reale. Un luogo dove era normale la convivenza delle piccole ma
influenti e prospere comunità sikh, hindù o giudee con una maggioranza musulmana
sufista, il ramo islamico più mistico cui tanto è debitrice la spiritualità cristiana e
la filosofia occidentale. Dove le donne coscienti lottavano in modo organizzato ed
efficace dall'Università di Kabul o da altri spazi pubblici e privati contro il
patriarcato che le rendeva sorelle nell'oppressione al resto delle donne del mondo.
C'erano molti contadini, poca classe operaia urbana, e numerosi artisti e intellettuali
che lottavano per migliorare le condizioni sociali o per trasformare alla radice il
sistema. C'era in definitiva una società civile dinamica e vitale che oggi avrebbe molto
da dire e da fare, se non fosse stata sterminata con armi che non portavano mai scritto
sulla loro impugnatura Made in Afghanistan.
Sayed era un eminente studioso afghano condannato all'esilio in Pakistan. Mise la
propria condizione di professore di sociologia al servizio del suo popolo, realizzando uno
dei pochi sondaggi di opinione fatti con rigorosa base scientifica tra la popolazione
afghana. Il lavoro sul campo, terminato nel luglio 1987 su un campione di 2500 rifugiati e
rifugiate, chiedeva quale fosse l'alternativa di potere che la gente preferiva. Il 75% si
dichiarò a favore del re, personaggio oscuro esiliato a Roma e isolato internazionalmente
ormai da 14 anni. Il motivo di questa risposta è che Zahir Shah era ed è
nell'immaginario collettivo afghano l'unico ricordo vivo di un periodo che poteva essere
instabile quanto si vuole, però era pacifico. Se ci si concede un po' di fantapolitica,
sicuramente se Daud non fosse stato deposto e assassinato nel 1978, le preferenze
avrebbero segnalato anche lui come una opzione desiderata. Il risultato finale
dell'indagine di Sayed fu il suo omicidio per mano degli stessi fondamentalisti che
secondo la Dottrina Reagan per bocca del suo stesso creatore erano "come
i pionieri fondatori dell'America del Nord". Non sapeva Ronald Reagan con il suo
preteso elogio quanto aveva ragione ponendo sullo stesso livello gli uni e gli altri
banditi.
Seidal fu uno stimato poeta della sinistra radicale e indipendente che tradusse nella
lingua maggioritaria dell'Afghanistan, il pashtu, una canzone molto popolare durante la
guerra civile spagnola El frente de Gandesa con un verso che diceva Shaba, Shaba ay
kargara! (Andiamo, andiamo lavoratori!). Seidal fu eliminato personalmente dal leader
fondamentalista Hykmetiar durante una manifestazione nel 1973. Fu l'ira popolare che
obbligò l'assassino in quel momento un esaltato violento però marginale, qualcosa di
simile a un tifoso a cercare asilo in Pakistan dove fondò quello che poi, sei anni
dopo, fu il principale referente di Pechino, Washington e Islamabad per la guerra afghana.
Oggi Hykmetiar vive ritirato dai suoi affari per sua scelta nell'Iran degli
ayatollà. A Seidal, in cambio, nessuno ha dedicato una miserabile targa commemorativa in
una qualche strada del mondo.
Meena era una giovane militante femminista che fondò l'Associazione Rivoluzionaria delle
Donne Afghane (RAWA). Con altre compagne e solo vent'anni fondò nel 1977 questa nota e
riconosciuta organizzazione di donne che vide interrotta la sua lotta rivendicativa per
colpa della guerra. RAWA non esitò, come tanti altri movimenti sociali e organizzazioni
politiche democratiche radicati nel paese, a passare alla resistenza nel bel mezzo del
conflitto tra signori della guerra, superpotenze e stati limitrofi. All'età di 30 anni
Meena fu assassinata in Pakistan da un boia di Hebz-e Islami. La sua morte unì nella
soddisfazione tutte le fazioni nemiche sul campo di battaglia, le stesse che lei aveva
denunciato con uguale energia e coraggio.
Solo un giorno dopo gli attentati che assassinarono migliaia di lavoratori nelle Torri
gemelle a New York, già si contavano decine di migliaia di profughi e rifugiati che
fuggivano dall'Afghanistan. Quasi senza legami con l'estero, li spingeva a mettersi in
cammino in massa e terrorizzati la convinzione che gli Usa avrebbero attaccato utilizzando
la bomba atomica. Non serviva a niente la chiamata a serrare le fila dei banditi muyaidin,
ne' dei fanatici talebani: la popolazione era sazia di canti di sirena in nome di Dio,
dell'ordine o della patria e dava ascolto al proverbio darì "gosht-e khar, bar
dandan-e sag" (la carne dell'asino per il dente del cane), più o meno come dire
"che si ammazzino tra di loro".
Non erano necessarie grandi analisi di politologi o strateghi per sapere che stavano per
diventare l'imminente obiettivo militare dell'Occidente e del ricatto dei talebani o dei
muyaidin del Nord. Malgrado nessuno dei piloti suicidi fossa afghano, l'obiettivo era
l'Afghanistan. Si sapeva perfettamente che senza batterie antiaeree e trascinandosi una
criminalizzazione generalizzata sulle proprie teste, non avevano altra possibilità di
ribellione contro gli attacchi aerei che la fuga. In Afghanistan, secondo quanto hanno
fatto credere, non vive nessuna Meena, nessun Sayed, o nessun Seydal. Per questo, invece
di disarmare e isolare, abbiamo riarmato gli assassini in serie e violentatori multipli
dell'Alleanza del Nord e ci siamo appoggiati a loro, come ai vecchi tempi. Perché in
Afghanistan, così pare, non ci sono persone.
Le creature afghane, nel vedere un B52 britannico o nordamericano sul punto di aprire la
propria pancia letale, si mettevano al coperto e litigavano tra loro per vedere di chi
sarebbero stati i resti della bomba, per poi consegnare i rottami ai commercianti e col
ricavato alimentarsi o nutrire la famiglia. Questa è la risposta di chi non ha visto una
sola mattina di pace in un quarto di secolo. E' questo lo stoicismo e la resistenza che
possono offrire i figli di un popolo che muore di guerra, fame e sete in mezzo alla
vergognosa voluttà del potere mondiale e al silenzio dei suoi sudditi.