Nonostante i pesanti sacrifici a cui sono stati costretti i
lavoratori negli ultimi vent'anni, fatti di moderazione salariale, tagli della scala
mobile, accettazione di mobilità e cassa integrazione, il calo dell'occupazione nelle
grandi imprese non sembra volersi fermare.
I profondi processi di ristrutturazione già conclusi e ancora in atto nelle principali
aziende italiane non riescono a produrre un livello di competitività tale da renderle
capaci di agganciarsi a quei pallidi accenni di ripresa che a livello europeo cominciano a
intravedersi.
I numeri crudi dell'ISTAT descrivono con efficacia la situazione: nell'industria, i posti
di lavoro in meno registrati in febbraio, rispetto al febbraio 2001, sono 32.500, e nei
servizi la flessione ha coinvolto 5.400 addetti (che insieme fanno quasi 38mila).
L'andamento dell'occupazione assume contorni particolarmente negativi nel settore
dell'energia elettrica, del gas, e dell'acqua, dove la diminuzione raggiunge l'11,1%.
L'industria manifatturiera a sua volta denuncia un calo del 3,2%, con picchi del 6,8% per
le raffinerie di petrolio, del 6% per i mezzi di trasporto e del 4,7% per metalli e
prodotti di metallo.
Vi è comunque una crescita del livello di sfruttamento del lavoro che si evidenzia con
l'incidenza delle ore straordinarie sull'orario di lavoro che è salita del 4,6%.
Pertanto la generale crescita dell'occupazione che si è verificata negli ultimi anni
conferma di essere un fenomeno circoscritto alle aziende di piccole e medie dimensioni.
Il Sole24ore spiega il fenomeno descrivendo queste aziende "evidentemente più agili
nell'adattarsi al mutare della congiuntura internazionale e alle regole imposte dalla new
economy...", al contrario delle grosse aziende elefantiache (questo lo aggiungiamo
noi) che sono impantanate in defatiganti trattative sindacali e impossibilitate a
licenziare i lavoratori fannulloni in virtù del famigerato articolo 18.
Per il vicepresidente della Confindustria, Nicola Tognana, questo calo dell'occupazione
avrebbe comunque dei risvolti positivi, pertanto i dati Istat rappresenterebbero secondo
lui "un segnale che la grande impresa continua a snellirsi e a diventare più
flessibile" e che sarebbe proprio questo fatto l'elemento che favorisce e rende
sempre più vicina la ripresa.
Ma al di là di qualsiasi punto si voglia vedere la realtà vi è
un dato incontrovertibile: quei 38mila lavoratori che non sono più in fabbrica o negli
uffici e che non hanno riempito le colonne dei giornali e non hanno provocato ondate di
protesta e indignazione da parte dei vertici sindacali (di destra e/o di sinistra). Sono
stati espulsi alla spicciolata e non hanno costituito alcun problema nazionale.
200 qui, 150 là, un po' di mobilità qui, la cassa là, prepensionamenti, incentivi
conditi con tutto ciò che la creatività dei funzionari sindacali dispersi su tutto il
territorio (pagati per indorare le pillole e distribuire vaselina), è riuscita a mettere
in atto.
Lotte poche e isolate, ma in compenso interminabili ore passate nelle fumose sedi delle
associazioni padronali a parlare di "modalità e di strumenti atti alla soluzione dei
problemi degli esuberi".
Ore e ore per trovare l'accordo scritto in cui ci sia il "giusto equilibrio" e
la "mediazione che salvaguardi gli interessi delle parti" e che consenta ai
presenti di firmare senza troppi rimorsi.
Poi, quando va bene, le assemblee nei luoghi di lavoro e la rassegnazione dei lavoratori
che apre la strada al dilagare delle compatibilità e alla logica del mercato e del
profitto.
I risultati di questi riti (vale la pena di ripeterlo) oggi sono lì sotto gli occhi di
tutti: siamo 38.000 in meno!
È questo il contesto in cui si è inserita la questione della
Fiat.
Ma perché tutto questo rumore? In fondo la Fiat ha "semplicemente" deciso di
disfarsi di poco meno di 3.000 lavoratori dopo che, come abbiamo detto, in un anno se ne
sono già andati 38.000 senza fare rumore. Perché quindi tanto clamore? Per un motivo
molto semplice: perché questa espulsione, a differenza delle altre, avviene in uno spazio
di tempo estremamente ristretto, e quindi fa effetto, è un impatto sociale difficile da
ammortizzare.
È un fatto che costringe tutti (sindacati, partiti) a prendere una posizione. Non si può
restare indifferenti. Ma l'argomento è spinoso. Come si fa ad andare contro sua maestà
la Fiat?
Comprensibile quindi la grande cautela di tutte le forze politiche che si sono espresse.
La paura di perdere voti se si dice qualcosa di storto è altissima, come pure è forte la
paura di ritorsioni le più disparate se si entra nelle mire del signor Agnelli; per cui
assistiamo a frasi del tipo "il nostro partito si rende conto delle difficoltà
generali... E bisogna trovare un accordo", oppure "il governo deve intervenire
per evitare le gravi conseguenze...": insomma non si capisce più la differenza tra
un partito di destra e uno di sinistra.
Penosa in questo contesto la posizione dei sindacati "maggiormente
rappresentativi", secondo i quali non si deve parlare "solo" di esuberi se
prima non si definiscono con chiarezza le strategie aziendali (come se non fossero già
sufficientemente chiare) e non venga precisato un serio piano industriale.
Insomma il solito teatrino riprodotto però in grande stile, vista l'importanza
dell'interlocutore. Lo stesso teatrino che non ha impedito l'espulsione di 38.000
lavoratori.
Intanto però il menagement Fiat procede a passi da gigante con
l'inizio della procedura di mobilità per 2.750 lavoratori. Ora se entro 45 giorni
qualcuno non interviene in soccorso di sua maestà questi lavoratori saranno a casa: 1.655
(su 9.900) a Torino, 131 (su 750) ad Arese, 97 (su 4.500) a Cassino, 216 (su 5.000) a
Pomigliano, 233 (su 1.900) a Termini Imerese, e nessuno a Melfi dove resteranno tutti i
5.000 addetti. Questi ultimi operai vengono oggettivamente premiati per la loro scarsa
consistenza sindacale.
L'azienda inoltre interverrà anche sulle società di servizio legate alle fabbriche,
pertanto alla Gesco (Torino) andranno in mobilità 305 persone e alla Sepin (Torino) altre
140 persone.
Ma parlare di Fiat non significa semplicemente prendere in
considerazione solo i lavoratori diretti e che timbrano il cartellino dopo aver varcato i
cancelli di Mirafiori o di Rivalta. Parlare di Fiat significa anche parlare di un tessuto
produttivo che le ruota attorno, ed è per questo che nella realtà i posti di lavoro
persi alla fine non saranno meno di 10mila.
Qualcuno in buona fede, anche davanti a questi drammatici dati,
potrebbe sostenere che se questo sacrificio dovesse servire a risolvere il problema, lo si
potrebbe anche fare in vista di un futuro migliore. Ma questa pratica padronale si
trascina ormai da anni e ogni taglio occupazionale è sempre servito a prepararne dei
nuovi per garantire il profitto al padrone e dividendi per gli azionisti.
Riportiamo sotto i fatti salienti degli ultimi 20 anni.
1980 - La marcia dei 40mila
È l'anno dello choc per Torino, quello della grande ristrutturazione, con un taglio di
circa 23mila addetti, distribuiti un po' in tutta Italia ma con una maggior concentrazione
a Torino a cui toccano quasi 13mila esuberi. È l'epoca delle forti tensioni sindacali e
politiche, della minaccia di occupazione di Mirafiori e della marcia finale dei 40mila che
ha posto fine a una eroica lotta dei lavoratori.
Torino che aveva sempre considerato la Fiat come un unico grande riferimento industriale,
comincia, lentamente a capire che il futuro non può dipendere solo dalla casa
automobilistica. Che però continua a rappresentare il pilastro fondamentale, e quasi
unico dell'economia torinese.
1992 - Chiude la Lancia di Chivasso
La ristrutturazione, in quell'anno, è morbida. Chiude lo stabilimento della Lancia di
Chivasso dove lavorano ancora quasi 5mila persone. L'azienda assicura che non ci saranno
problemi occupazionali, si dice che gli addetti verranno riassorbiti negli impianti di
Mirafiori e Rivalta, oppure lavoreranno nel polo industriale previsto nell'area liberata
dalla Lancia.
In realtà al termine del processo di ristrutturazione i dipendenti riassorbiti sono stati
poco più di 2.500.
1993/94 - Tocca ai colletti bianchi
Sempre Torino nell'occhio del ciclone. Non tanto per i numeri degli esuberi, ma perché i
tagli riguardano i colletti bianchi, parecchi dei quali protagonisti della marcia dei
40mila: circa 4mila lavoratori, mentre altri 2mila operai rientreranno successivamente
dalla cassa integrazione.
Prosegue, inoltre, il progressivo svuotamento degli stabilimenti torinesi che nel '91
occupavano ancora poco meno di 60mila addetti tra Mirafiori (40.680), Rivalta (12.200) e
Chivasso (5.500).
2001 - Gli ultimi tagli
Gli ultimi tagli risalgono solo all'anno scorso. È stato infatti, siglato l'accordo per
700 lavoratori degli Enti centrali (550 a Torino), per 500 in forza alla Tnt ma presenti
negli stabilimenti, 460 del Comau e 480 della meccanica di Power train.
La decisione di concentrare l'auto a Mirafiori, spostando l'Avio a Rivalta, permetterà di
incrementare il numero dei lavoratori dello stabilimento torinese.
2002 - Siamo ai giorni nostri
Dopo il flop dei nuovi modelli, la Fiat denuncia una perdita complessiva di 1,9 miliardi
di euro e non trova altra soluzione se non quella di chiudere stabilimenti all'estero (18,
siti principalmente in Sudamerica) e procedere a tagli occupazionali anche in Italia, con
l'obiettivo di riportare i bilanci almeno al pareggio ed evitare la fuga degli azionisti.
Per quanto riguarda il Governo e la Confindustria non si ha la
sensazione di vedere una tensione rivolta a venire in soccorso al grande malato.
Il ministro Maroni mostra infatti maggiori preoccupazioni per le piccole fabbriche che
orbitano attorno alla Fiat e auspica che gli ammortizzatori sociali possano essere estesi
anche a queste, dicendosi sicuro che la Fiat sicuramente ha le risorse per superare anche
questa difficile fase.
Insomma, niente rottamazione e/o contributi (come ai bei tempi del centro-sinistra), la
Fiat deve arrangiarsi.
Il presidente della Confindustria D'Amato da parte sua esprime l'auspicio che si faccia
qualcosa, "ma nel rispetto più rigoroso delle leggi del mercato". Che tradotto
in italiano significa: se la Fiat ha perso di competitività, faccia quello che hanno già
fatto le varie Ford, Crysler, Daewoo, ecc., si liberi cioè dei lavoratori di troppo.
Ora stanno intervenendo le banche (che evidentemente temono di non vedersi restituire i
propri soldi) per coprire le pesanti perdite che la Fiat ha subito e per fermare la caduta
del valore delle sue azioni che prima del loro intervento era sceso in due giorni del 6%.
Ma è evidente che non essendo le banche delle associazioni di volontariato porranno delle
condizioni che garantiscano la restituzione del debito; e di solito queste condizioni
prevedono l'avanzamento deciso lungo un processo di ristrutturazione che porti al più
presto la Società in attivo.
I tempi che quindi si prospettano per i lavoratori sono
difficilissimi. Lo scontro di classe che con la fuoruscita alla spicciolata dei 38.000
sembrava non esistere è ritornato invece prepotentemente alla ribalta con al centro la
difesa del diritto al posto di lavoro.
Pur nelle difficoltà oggettive che si hanno quando si devono
chiamare allo sciopero dei lavoratori in una fabbrica che ha bisogno di ridurre il lavoro,
vi sono comunque tutte le condizioni affinché il grosso movimento che partendo dalla
lotta dei metalmeccanici della Fiom, passando attraverso le manifestazioni contro la
logica della globalizzazione, fino ad arrivare allo sciopero generale contro le leggi
delega su pensioni e mercato del lavoro, possa proseguire e ingrossarsi ulteriormente
attorno al contenuto che coinvolge trasversalmente tutto il mondo del lavoro: quello cioè
della difesa del posto di lavoro contro la logica dello sfruttamento e del profitto.
È importante quindi che l'unica possibilità che i lavoratori
hanno nelle mani per tentare di difendersi possano giocarsela in un contesto che non li
veda isolati dall'insieme del movimento, e per fare ciò è altrettanto importante non
ritenere la lotta della Fiat un fatto privato, (altri 38mila se ne sono già andati) e in
questo senso la responsabilità delle dirigenze sindacali diventa enorme.