LA GUERRA SANTA ALL’ART.18

PER LA SCHIAVITU’ DI CHI LAVORA

Il clima politico che ha permesso che sull’ abrogazione dell’art.18 si riaprisse anche solo una discussione, riportandoci indietro di trent’anni, è il risultato di quella sudditanza confindustriale che da tempo Governi, Padroni e Sindacati hanno inoculato nella società col contagocce concertativo delle loro leggi, dei loro patti e dei loro accordi.

Con la richiesta di delega Maroni tira le somme

Sulla libertà di licenziare vuole due cose :

  1. "sperimentare" un regime provvisorio per la durata di quattro anni ( e chi torna indietro più !) che, in deroga all'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, disponga il risarcimento – invece del reintegro - del lavoratore ingiustamente licenziato.
  2. Tale sperimentazione riguarda :

    - le aziende che emergono dal lavoro nero

    - le assunzioni a termine che passano a tempo indeterminato

    - le assunzioni che superano i 15 dipendenti

  3. Incentivare l'arbitrato nella definizione delle controversie individuali di lavoro, ammettendo che il lodo arbitrale venga pronunciato secondo equita' ( e non in rispetto di leggi e contratti) e possa disporre in materia di licenziamento la reintegrazione o il risarcimento del lavoratore. Il lodo potra' essere contestato solo per vizi procedimentali.

Evoluzione della tutela legale contro i licenziamenti ingiusti.

Il codice civile del 1942 contemplava la piena libertà di licenziamento "ad nutum" : cioè con un semplice cenno. Con solo il limite dell'obbligo di preavviso oppure della corresponsione di un'indennità sostitutiva (art. 2118 cc.).

La legge 15 luglio 1966, n. 604 introduce il principio di necessaria giustificazione dei licenziamento (art. 1), richiedendosi a tal fine che il licenziamento fosse, comunque, sorretto da una "giusta causa" (art. 2119 cc.) ovvero da un "giustificato motivo" (art.3 ). In sua mancanza il padrone è obbligato a riassumere il lavoratore o, alternativamente, a versagli una indennità risarcitoria. A tale obbligo erano esclusi i datori di lavoro che occupassero sino a 35 dipendenti (art. 11).

La legge 20 maggio 1970, n. 300 (lo Statuto dei lavoratori), con l'art. 18, ha introdotto, per i casi di accertata inefficacia, nullità o mancanza di giustificazione dei licenziamento, il regime di tutela reale dei posto di lavoro, limitandone l'applicazione alle imprese che occupano più di 15 dipendenti. Con l'obbligo di reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro. Per i licenziamenti discriminatori, quale che sia il numero dei dipendenti occupati, vale la tutela reale prevista dall’art. 18.

La legge n. 108 dei 1990 (art. 2, comma 1), per le imprese sino a 15 dipendenti, fissa per i licenziamenti senza giusta causa una indennità compresa tra 2,5 e 6 mensilità, elevabile a 10 mensilità per i Lavoratori con almeno 10 anni di anzianità, e a 14 mensilità per i lavoratori con almeno 20 anni di anzianità.

La Corte Costituzionale ha ricordato che "le disposizioni legislative che prevedono l'effettiva reintegrazione, segnano un indirizzo di progressiva garanzia del diritto al lavoro previsto dagli artt. 4 e 35 della Costituzione".


Ogni lavoratore deve sapere che per tutta la vita

il suo padrone può disfarsi di lui quando e come vuole.

Eternamente servi


Sulla libertà di licenziare da anni ci lavoravano su : tutti

 Febbraio 1997 - proposta di legge Debenedetti (DS)

Elimina del tutto il diritto alla reintegrazione e prevede solo una indennità in caso di licenziamento illegittimo proporzionata all'anzianità del lavoratore. E' previsto un preavviso che va da un minimo di 6 ad un massimo di 12 mesi in imprese con più di 15 dipendenti, da 3 a 6 mesi negli altri casi.

Marzo 1998 - proposta di Gino Giugni

Propone una franchigia di due anni per le aziende che iniziano l'attività con possibilità di licenziare al di la della giusta causa o del giustificato motivo

Novembre 1999 - L'idea di Aris Accornero nel libro "L'ultimo tabù"

" Il diritto al reintegro e l'obbligo alla riassunzione sono praticamente ineffettivi. Quasi sempre gli imprenditori se la cavano con la pecunia. Quindi bisogna ripensare la regolazione dei licenziamenti senza illudersi che basti spostare dei paletti convenzionali che semmai sarebbe meglio eliminare del tutto"

 Novembre 1999 - proposta di Larizza (UIL)

Per aiutare le piccole imprese a crescere, l'allora segretario della Uil propone di consentire a quelle che oltrepassano la soglia dei 15 dipendenti di non applicare lo Statuto dei Lavoratori per 3 anni. A condizione che si tratti di imprese del Sud e che l'applicazione di questa regola venga contrattata con il sindacato. La proposta viene poi rilanciata da Angeletti

Marzo 2000 - proposta di legge dei Riformisti dell'Ulivo

Dà più spazio all'arbitrato prevedendo agevolazioni fiscali per chi ricorre al giudizio dell'arbitro ed una maggiorazione nell'indennità se l'illegittimità del licenziamento viene accertata in sede arbitrale. Il Giudice o l'arbitro, accertata la non sussistenza di giusta causa, hanno tre alternative: un indennizzo monetario, la riassunzione o la reintegra.

Marzo 2000 - proposta di legge di AN

Obbligo di riassunzione dei dipendenti licenziati senza giusta causa solo per le imprese che hanno più di 50 addetti. A quelle con meno di 50 dipendenti viene data facoltà di licenziamento anche a prescindere dalla giusta causa, assicurando un preavviso di 6 mesi.

Agosto 2001 - intervento di Antonio Marzano (Min. attività produttive)

In risposta alle sollecitazioni di Fazio (Banca d'Italia) ipotizza l'introduzione della libertà di licenziamento per i neo assunti in cambio di una assunzione a tempo indeterminato anziché a tempo determinato.


La barbarie

Questa nostra "progredita" società "occidentale" di cui ci si vanta, programma svergognatamente il ritorno al feudalesimo e alla schiavitù al di là delle mura delle fabbriche e dei luoghi di lavoro.

E’ falso che i padroni non possono licenziare. Ormai hanno infinite possibilità di assumere lavoratori "precari" solo per il tempo che interessa loro. E, adducendo "gravi problemi produttivi", possono disfarsi tranquillamente di migliaia di lavoratori. Come stanno facendo. Quando perciò dicono che assumerebbero più volentieri se fosse loro concesso di licenziare, svelano che il loro obiettivo è poter tenere ogni singolo lavoratore sotto la costante minaccia del licenziamento individuale senza doverlo motivare.

Questo attacco mira alla radice ogni possibilità di difendere i propri diritti. Ne sanno qualcosa i lavoratori delle piccole fabbriche che di fronte a qualsiasi illegalità cui sono fatti oggetto, se vogliono semplicemente rivendicarla, devono mettere in conto la perdita del posto di lavoro. Chi oserà più esporsi sapendo che appena lo fa viene spazzato via ? Ogni lavoratrice, ogni lavoratore sa che, anche se ha ragione, il suo padrone si può pagare il diritto di sbatterlo fuori. Mentre proclamano tutti la scomparsa dei lavoratori come classe si stanno dannando l’anima per impedire ad ogni costo che ne possa riemergere "la coscienza" collettiva e organizzata.

L'arma del licenziamento senza giustificazione assegna ai padroni uno strapotere enorme. Mentre siamo tutti sfidati a trovare le strade organizzative per dare qualche orizzonte di difesa al mondo indifeso del precariato e delle piccole fabbriche, qui si vuol proporre di estendere questa vandea padronale a tutto il mondo del lavoro. Per sempre. Il significato culturale che esso contiene minaccia tutti e avvelena l'aria anche ben fuori dalla fabbrica : passa il messaggio che anche la dignità umana si può comprare. Ogni padrone può permettersi, con i soldi, di determinare il destino di una donna, di un uomo, a sua "discrezione".

Attaccano frontalmente l’art.18

Ma è l’ arbitrato l’inganno con cui vogliono aggirare l’art.18.

Con l’arbitrato si vuole aprire una strada alternativa al ricorso legale : i posti di lavoro sono dichiarati extraterritoriali rispetto ai normali percorsi della giustizia in tutto il resto del paese. Qui si inventa e si impone una "giustizia privata" e concertata. Chi si dichiara contrario all’abrogazione dell’art.18 ma è disponibile a discutere di arbitrato nasconde questo inganno.

Infatti :

  • La funzione arbitrale è per natura una funzione mediatoria e come tale protesa a trovare soluzioni di compromesso e comunque più morbide da quelle di una sentenza del Tribunale. Attivare l’arbitrato pregiudica già in partenza la possibilità di rivendicare la totalità dei propri diritti. Questo aspetto di fondo è tranquillamente occultato.
  • Ai tempi del governo dell’Ulivo si cincischiava sulla differenza tra arbitrato "rituale" ( vincolato al rispetto delle leggi e dei contratti ) e "irrituale" ( lasciato in mano alla possibilità del giudice arbitro di decidere "secondo equità"). Maroni fa piazza pulita e vuole arbitri che possano decidere solo in base al loro buon senso, giudicando magari equo un licenziamento che non rispetta né leggi nè contratti. Qualcuno farà di questo l’unico punto su cui battersi, facendo finta di non sapere che, una volta partito lo strumento dell’arbitrato, nulla potrà impedire lo scivolamento verso la sostituzione del diritto al reintegro con la sanzione risarcitoria in caso di licenziamento senza giusta causa.
  • L’altro alibi per nascondere la pericolosità dell’arbitrato è quello di dichiarare che non è obbligatorio. Le Sezioni Unite della Cassazione (527/2000) hanno già affermato il principio costituzionale che vieta l’obbligatorietà di tale mezzo di soluzione delle controversie. Ma tutti sappiamo che infinite sono le manovre che stanno inventando per rendere praticamente obbligatorio il ricorso all’arbitrato, pur continuando a dichiararlo formalmente "facoltativo". E’ in fondo la stessa strada che stanno praticando sulle pensioni integrative : le dichiarano volontarie ma poi hanno talmente massacrato quelle pubbliche che chi oggi comincia a lavorare non ne può fare a meno.

Per scoraggiare i lavoratori dal ricorrere in Tribunale :

  • parecchi giudici stanno imponendo la pratica di condannare il lavoratore alle spese di giudizio in caso di sconfitta legale. Cosa che finora non si faceva a difesa della parte più debole. Il lavoratore che ha un diritto da difendere deve sapere che se ricorre in tribunale e dovesse perdere può essere condannato a pagare pesanti costi. Così sarà "ragionevolmente" convinto a scegliere la strada meno costosa dell’arbitrato.
  • una volta lanciato l’arbitrato, il lavoratore che deciderà comunque di preferire il ricorso al tribunale sa benissimo che si porterà davanti al giudice il marchio pesante di aver rifiutato il ricorso all’arbitrato.
  • girano proposte per defiscalizzare oppure decontribuire i soldi che uno dovesse ricevere in sede di arbitrato ma non in sede legale. Qualcuno (Treu) propone che in caso di licenziamento illegittimo, se il lavoratore sceglie l’arbitrato, in alternativa alla reintegrazione si possa arrivare a concedere fino a ben 14 mensilità di risarcimento.

 

Quasi tutti i reati commessi nei luoghi di lavoro sono stati ormai depenalizzati. Ciò ha permesso ai padroni di comprarsi il diritto, pagando qualche multa, a qualsiasi infrazione su orari e sicurezza.

Oggi si vuol concedere loro di comprarsi

anche il diritto di sbattere fuori chi da loro fastidio.

Noi lavoratori stiamo perdendo tutto

Padroni e Governo vogliono strapparci lo scalpo della libertà di licenziare perché sono convinti di averci massacrato. L’assalto che hanno programmato con la finanziaria e con il progetto restauratore contenuto nel "libro bianco" è il punto d’arrivo di una trionfale marcia all’indietro che da anni ci stanno costringendo a subire. Le condizioni in cui ci vogliono precipitare sono ormai talmente devastanti che sarebbe irresponsabile non cercare di costruire il più vasto e unitario fronte possibile per opporsi a questa Caporetto.

Noi ci stiamo. Con tutti coloro che lo vogliono.

La risposta confederale di 2 ore di sciopero ( 8 solo nel Pubblico Impiego per motivi contrattuali) appare a tutti inadeguata e finalizzata a continuare il patteggiamento concertativo col governo.

C’è necessità di aprire un fronte di lotta adeguato allo scontro che hanno messo in campo.

Costruire un vero e forte sciopero generale è un passaggio indispensabile.

Occorre però rendersi conto che esso deve essere l’inizio di una capacità di lotta di lunga durata.

Ormai Padroni e Governo si sono attrezzati a sopportare senza scomporsi qualsiasi oceanica manifestazione. Come è nella memoria operaia bisogna programmare una lotta che incida seriamente sui loro reali interessi.

Per questo non ci si puo limitare semplicemente a "implorare" che i vertici confederali promuovano questa stagione di lotte. Essa deve partire ed essere costruita, come ai tempi dell’autunno caldo del ’69, dai delegati e dai lavoratori nei posti di lavoro.