Abbiamo visto questo percorso
partire da lontano, con l'introduzione del principio
di sussidiarietà e con una legge (la Bassanini) che
attribuendo alle singole regioni pieni poteri in
materia di sanità già preconizzava la rinuncia a
garantire ad ogni singolo cittadino sul territorio
nazionale uguali diritti in materia di salute,
indipendentemente dal fatto di risiedere in una
regione più o meno ricca, più o meno dotata di
strutture, più o meno attenta ai bisogni sanitari.
Nella ricca e avanguardistica Lombardia, vero
laboratorio delle politiche sanitarie della destra,
abbiamo assistito alla disastrosa riforma sanitaria
della Legge 31 del 1997: sotto la vergognosa menzogna
di una maggiore "libertà di scelta" per i
cittadini e di una pretesa
"razionalizzazione" che mettesse fine agli
sprechi e alla malagestione delle strutture
pubbliche, si è offerta al privato la possibilità
di affondare finalmente i denti nella sanità,
accreditando centinaia di privati
("autocertificatisi" come dotati delle
necessarie caratteristiche) a ricevere dalla regione
rimborsi stellari per le cure prestate; cure
oculatamente scelte fra quelle più remunerative dei
famosi DRG ("gruppi omogenei di diagnosi",
un tariffario delle patologie in cui a ciascun
intervento sanitario viene attribuito un diverso
rimborso economico). Dopo la trasformazione genetica
in azienda delle strutture sanitarie pubbliche è
stata in parallelo operata un'altra mostruosità: la
separazione tra prestazione e offerta, tra chi
produce le prestazioni sanitarie l'Azienda
Ospedaliera e chi le compra per conto del
cittadino - la ASL gestore di una quota capitaria
per ogni cittadino residente nel suo territorio con
la quale deve anche assicurare anche gli aspetti di
assistenza sociale connessi al trattamento sanitario.
Manco a dirlo questa funzione si è trasformata in
una assurda guerra con i comuni ai quali le ASL
tendono a scaricare tutti i costi della loro sempre
più ridotta attività socio-assistenziale.
L'equiparazione delle strutture sanitarie pubbliche e
private ha costretto le neonate Aziende Ospedaliere a
"competere sul mercato" con i privati
accreditati, in una corsa sempre più sfrenata a
produrre prestazioni remunerative a tutto discapito
di quelle meno valorizzate che solo il pubblico è
obbligato a fornire.
Risultato: il deficit regionale sanitario (dati del
'99) si aggira sui 5000 miliardi, le liste di attesa
regionali per alcuni interventi "scarsamente
remunerativi" si allungano senza speranza,
mentre si assiste ad un proliferare di case di cura,
cliniche, "medical center" di varia natura
e collocazione, assolutamente privi di controlli sia
per quanto riguarda il tipo e numero di prestazioni
erogate, che la qualità delle cure e la sicurezza
(qualcuno si ricorda ancora del Galeazzi?).
La sanità lombarda è
insieme terreno di prova e esempio concreto delle
rovinose conseguenze che la globalizzazione
neoliberista produce in materia di politica
sanitaria: consegnare agli appetiti speculativi del
privato la gestione della salute pubblica significa
avviarsi a grandi passi verso i miserevoli livelli di
assistenza sanitaria praticati dagli Stati Uniti, una
"democrazia matura" in cui decine di
milioni di cittadini sono privi di assistenza
sanitaria perché troppo poveri per pagarsi
un'assicurazione privata.
È questa la strada che il
governo Berlusconi - Confindustria sta percorrendo a
tappe forzate: nella Finanziaria 2001 è già
prevista la cessione alle Fondazioni ossia ai
privati - di 16 IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a
Carattere Scientifico, ossia strutture sanitarie
prestigiose che dovrebbero rappresentare il livello
di massimo avanzamento quanto a qualità delle cure);
l'accordo recentemente siglato dalla Conferenza
Stato-Regioni, oltre a dare via libera alla
sperimentazione del sistema sanitario lombardo,
impone tagli pesanti alla spesa sanitaria quali ad
esempio la riduzione del numero dei posti letto per
patologie acute, l'obbligo per le Aziende sanitarie
del pareggio di bilancio a qualsiasi costo - e
attraverso quella che sarà l'istituzione dei
cosiddetti LEA (Livelli Essenziali di Assistenza)
dice chiaro e tondo che d'ora in avanti l'assistenza
sanitaria non è più un diritto costituzionale e
come tale inalienabile, ma un lusso: chi potrà
pagarsi un'assistenza integrativa avrà diritto a
cure adeguate al bisogno, per gli altri si
provvederà garantendo i livelli minimi (e possiamo
immaginare in quali condizioni) e per il resto tanti
auguri di non ammalarsi, anche se di prevenzione se
ne farà sempre di meno, oppure la faranno... i
privati a cui si riconoscerà una funzione pubblica,
quella che lo stato ha appunto abdicato.
In linea con questa logica in Lombardia servizi come
i consultori, i SERT, la neuropsichiatria infantile,
stanno scomparendo dall'orizzonte del territorio: il
loro futuro si chiama appalto, privatizzazione,
smembramento o più semplicemente chiusura.
Fette sempre più consistenti di servizi sia
ospedalieri che territoriali vengono svendute
"al miglior offerente", ditte private e
cooperative più o meno profit, che
risparmiando sulla qualità e sfruttando al massimo
lavoratori sempre meno garantiti e sempre più
sottopagati promettono di abbassare i costi di
gestione. Nelle Aziende Ospedaliere le
privatizzazioni, che dovrebbero per legge essere
limitate ai servizi non assistenziali, stanno
estendenosi come un contagio all'intera attività
sanitaria. Purtroppo gli esempi a Milano e provincia
non mancano: il Centro Antitubercolare Villa Marelli,
patrimonio storico riconosciuto a livello nazionale,
e il CTO verranno ceduti ai privati per reperire, si
dice, fondi da destinare alla costruzione del nuovo
ospedale di Niguarda; alla privatizzazione dello
stesso Niguarda, peraltro, si provvederà già a
partire dal Gennaio prossimo, appaltando all'esterno
tutti i servizi non strettamente sanitari, compresa
la gestione del personale; alla clinica Pio X tutti i
servizi alberghieri sono stati esternalizzati, e i
lavoratori messi in mobilità facendo ricorso, come
nell'industria privata, all'art. 223/91 (mobilità
per stato di crisi dell'azienda); sempre per
l'esternalizzazione di servizi alberghieri alla
clinica Zucchi di Monza sono sotto minaccia di
licenziamento 132 lavoratori. Ma licenziamenti e
mobilità non riguardano solo le funzioni non
sanitarie, né le strutture pubbliche in via di
smantellamento: la Fondazione San Raffaele ha avviato
le procedure di licenziamento per 125 lavoratori,
comunicando che dal 1. 1. 2002 cederà ad una S.p.A.
chiamata "Diagnostica e Ricerca San
Raffaele" il Laboratorio Analisi e i dipendenti
che vi lavorano: dietro il paradosso del privato che
privatizza esternalizzando a sé stesso i servizi,
c'è anche in questo caso la pura e semplice realtà
di minori garanzie per i lavoratori ( ai dipendenti
"ceduti" verrà applicato il contratto
della Sanità Privata) che sempre si accompagna alla
possibilità di incrementare il profitto.
Il peggio deve ancora venire,
ma è dietro l'angolo. La "fase due" del
progetto formigoniano, delineata dal recentissimo
Piano Socio Sanitario Regionale, prevede
esplicitamente che le Aziende Ospedaliere vengano
trasformate in soggetti di diritto privato, che ai
bisogni sanitari non coperti dai LEA si provveda
attraverso un sistema assicurativo mutualistico
obbligatorio, che le residue attività
socio-sanitarie ancora espletate dalle ASL vengano
esternalizzate ed appaltate a ditte private o
associazioni In questo contesto non farà meraviglia
ad esempio pensare che i SERT scompariranno ovvero
potrebbero essere dati in gestione direttamente alle
comunità di recupero, come dire dal produttore al
consumatore o che i consultori possono
tranquillamente chiudere la loro esperienza, tanto,
in piena guerra alla legge 194, fioriscono ad ogni
piè sospinto consultori privati lindi e puliti ma
che non prescrivono gli anticoncezionali perché sono
contrari alla morale cristiana.
In questo scenario gli
operatori della sanità continuano a lavorare in
condizioni di perenne emergenza, con organici
cronicamente carenti, carichi di lavoro
insopportabili e salari sempre più lontani anche dal
solo recupero dell'inflazione; le corsie degli
ospedali assomigliano sempre di più ad unità
produttive di una qualunque fabbrica di merci, con le
attività di cura e assistenza ridotte alla pura
manutenzione/riparazione dei corpi, e le economie di
gestione che decidono della qualità del servizio.
Vogliono consegnare la salute
degli uomini e delle donne di questo paese alle leggi
del mercato. Vogliono che la cura e l'assistenza
cessino di essere un diritto universale, e che la
sanità sia ridotta ad essere solo una merce fra le
merci, prodotta comprata - venduta secondo regole
che lungi dal garantire il benessere e la qualità di
vita, la prevenzione del danno, l'efficacia e
l'umanità della cura, sono dettate unicamente dal
profitto.
Contro l'imbarbarimento e il
degrado sociale di questa logica mercantile facciamo
appello agli utenti dei servizi, alle associazioni,
ai singoli cittadini perché si mobilitino a fianco
degli operatori della sanità per difendere il
diritto alla salute e alla qualità dell'assistenza,
per un sistema sanitario pubblico e universale, per
condizioni di lavoro dignitose e la garanzia dei
diritti dei lavoratori.
* Al Coordinamento
lavoratori e delegati RSU-Sanità aderiscono:
Ospedale San Raffaele, San Carlo, San Paolo,
Niguarda, Fatebenefratelli, G. Pini, Istituto Tumori,
San Gerardo di Monza, Bassini, Sesto San Giovanni,
Rho, ASL 3 Monza, Istituto Pio Albergo Trivulzio,
Casa di Cura S. Pio X.