Una nota su Scuola e la legge Finanziaria

I sindacati della scuola criticano la legge di bilancio per il 2002 che il governo ha varato nelle scorse settimane. Secondo le organizzazioni sindacali, infatti, si tratta di "una pessima legge sia per la scuola che per il Paese che opera dei tagli al settore per oltre 2 mila miliardi".

I sindacati avevno avanzato al Governo le seguenti richieste:

  • portare la spesa per l'istruzione al 6 per cento del prodotto interno lordo
  • stanziare le risorse per i rinnovi contrattuali necessarie ad equiparare le retribuzioni ai livelli europei
  • sostenere le spese individuali per l'esercizio della professione,

La legge Finanziaria varata dal Governo determina invece:

  • la mancata copertura economica delle retribuzioni rispetto all'inflazione programmata;
  • l'ingerenza unilaterale dell'esecutivo su materie di stretta natura contrattuale come l'orario di lavoro,
  • forme di risparmio della nel comparto che provocano un peggioramento delle condizioni e della qualità del lavoro.

I contratti

Per il rinnovo dei contratti aperti nella scuola sono necessari più di 8 mila miliardi. Lo stanziamento in Finanziaria ne prevede 5 mila. Non sarà, perciò, possibile assicurare la copertura delle retribuzioni rispetto all'inflazione.
Per il contratto 2002-2005, l'obiettivo di un avvicinamento alll'equiparazione degli stipendi ai parametri europei è quindi fortemente compromesso se non cambia la legge Finanziaria. Un traguardo per il quale sono già stati effettuati, nell'autunno scorso, due scioperi generali.

Ma il governo ha stanziato 210 miliardi per il 2002, 490 per il 2003 e 210 miliardi per il 2004, per un totale di 910 miliardi. Una cifra che, oltre ad essere frutto di altri tagli, non viene valutato sufficiente per il raggiungimento dell'obiettivo prefissato.
Solo 40 miliardi, inoltre sono previsti per il contratto dei dirigenti scolastici, mentre per il personale Ata non sono preventivate risorse contrattuali eccetto il recupero dell'inflazione.

Il lavoro

Anche in tema di lavoro nella scuola le proposte introdotte dal governo sono da respingere

  • gli organici vengono costituiti sulla base del numero degli alunni, della dimensione oraria e dei curricoli obbligatori. Scompare, così, il riferimento al numero delle classi con una penalizzazione verso le scuole collocate in aree disagiate, o con alunni handicappati, o con indirizzi specifici;
  • rispetto all'orario, le frazioni inferiori alle 18 unità sono attribuite al personale in servizio nelle istituzioni scolastiche fino ad un massimo, di norma, di 24 ore settimanali. Si introduce, in tal modo, lo straordinario obbligatorio intervenendo unilateralmente su una materia contrattuale.
  • L'insegnamento di una lingua straniera nella scuola elementare viene, di norma, assicurato all'interno del piano di studi obbligatorio e dell'organico dell'istituto. La critica sindacale si incentra, perciò, sul superamento della figura dello specialista di lingua straniera, riducendo, attraverso questa strada, il livello di copertura dell'insegnamento.
  • Le scuole provvedono con proprie risorse umane e finanziarie, ovvero con opportune scelte organizzative, alla sostituzione del personale assente fino a trenta giorni. Le conseguenze, dicono i sindacati, saranno pesanti perché: nelle scuole dell'infanzia verranno utilizzate per le supplenze tutte le ore di compresenza dei docenti; nelle scuole elementari verranno cancellate le ore di contemporaneità. Si tratta di effetti che i sindacati giudicano gravissimi, in particolare per le attività di recupero dello svantaggio e di integrazione degli alunni stranieri, sempre più numerosi. Anche per le scuole secondarie questa misura è negativa: al posto dell'insegnante titolare, infatti, gli studenti correranno il rischio di avere un carosello di insegnanti, spesso titolari di cattedre diverse da quelle del docente assente.
  • Altre novità che non incontrano il consenso dei sindacati riguardano la composizione delle Commissioni per gli esami di stato ed i servizi. Per questi ultimi le misure introdotte prevedono che le pubbliche amministrazioni sono autorizzate ad acquisire sul mercato i servizi, originariamente prodotti al proprio interno, a condizione di ottenere conseguenti economie di gestione. Una norma che riguarda il personale Ata, già falcidiato dalla diminuzione di oltre 20 mila posti di lavoro, e che, comunque, aumenta la precarizzazione del lavoro.